A Capodanno si porta il giallo

Aa. Vv.,Capodanno in giallo, Sellerio editore

Aa. Vv.,
Capodanno in giallo, Sellerio editore

Mettiamo che ci sia in Italia un’azienda medio-piccola, non un’impresa familiare ma pur sempre un gozzo leggero tra le corazzate che dominano il settore: una di quelle che fanno prodotti raffinati, molto apprezzati dagli intenditori ma che di rado sbancano il mercato. Mettiamo poi che a un certo punto, per caso o per cocciuta insistenza, l’azienda imbrocchi un prodotto di successo vero, che vende milioni di pezzi, e in tutto il mondo; che sull’onda, ne infili altri due o tre simili, e che insomma il brand diventi popolare; che in più, tutto questo accada in un periodo in cui quel segmento di mercato è in crisi nera, più di tutti gli altri. Cosa succederebbe a questo punto? Che a quest’impresa verrebbero tributati onori unanimi, che verrebbe citata come espressione dell’indomito spirito italico, che verrebbe additata a esempio, e incoraggiata a proseguire, a insistere sulla stessa strada. Normale: a meno che il settore in questione non sia quello editoriale. Perché se parliamo di libri – e nello specifico di Sellerio, e nello specifico di gialli, e nello specifico di Camilleri e compagnia cantante – c’è ancora chi storce il naso.

C’è ancora chi, davanti a una raccolta di racconti d’occasione intitolata Capodanno in giallo e firmata dai cavalli di punta della scuderia, si sente in dovere di mormorare all’“operazione commerciale”. Chiaro: e allora? Sotto le feste i libri si vendono di più (forse ormai si vendono solo sotto le feste), e il thriller attira, e l’esercitazione “a tema” anche. Camilleri è primo in classifica, Malvaldi è secondo: quale momento migliore? L’anno scorso Sellerio fece uscire Natale in giallo, quest’anno ci si sposta solo qualche giorno più in là. Naturalmente quello che conta molto, oltre all’appeal del mistero da risolvere, è la serializzazione dei protagonisti; si punta cioè, come lo stesso editore dichiara nella consueta nota iniziale, sulla notorietà dei personaggi – il commissario Montalbano, il barrista Massimo – sulla loro familiarità al lettore, e il gioco è farli agire, vederli alle prese con una situazione tutt’altro che straordinaria e perigliosa, ma anzi da vita quotidiana, da routine un po’ noiosa, come l’ultimo dell’anno.

Sono sei racconti, nessuno più lungo di 50 pagine. E c’è da dire che le due star Camilleri e Malvaldi, messe una in apertura e una in chiusura come in ogni compilation che si rispetti, si dimostrano all’altezza della fama, e una buona spanna sopra tutti gli altri: non è solo questione di scrittura leggera e situazioni spassose; è che dietro quelle, o grazie a quelle, si riesce a rendere credibile anche l’evento più assurdo, come un incontro casuale e decisivo in un affollatissimo locale di un’affollatissima metropoli, o la presenza contemporanea di un omicidio e di trenta goliardi travestiti da frati nel Battistero di Pisa dopo l’orario di chiusura. Questo senza nulla togliere agli altri: la simpatia della turca Esmahan Aykol (unica donna e unica voce straniera della playlist), la magistrale orchestrazione del collettivo da parte di Francesco Recami, la Palermo curiosamente priva di inflessioni dialettali di Gian Mauro Costa, e soprattutto l’amarezza noir di Antonio Manzini.

L’auspicio, stavolta non esplicitamente dichiarato dall’editore ma immaginabile, è che proprio l’intreccio di aficionados porti alla trasfusione di lettori da un culto all’altro; che cioè i seguaci di Camilleri prendano Capodanno in giallo per Montalbano e si appassionino al poliziotto Rocco Schiavone, o al pensionato Amedeo Consonni, e così via. E questo, che aumentino quelli che leggono e quelli che vengono letti, è il migliore augurio che si può fare, non solo a Sellerio e ai suoi autori, ma a tutti quanti hanno a cuore le sorti del libro e della cultura.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

Annunci

Il meglio del 2013

(E basta con le classifiche di fine anno, no? Allora, su Giudizio Universale abbiamo fatto questa cosa: le classifiche dell’anno prossimo. Il top del 2013: immaginato, inventatissimo. Pensate che ne so, a un’idea di Borges, però messa per iscritto da Boldi. E qua ci stanno i tre pezzulli miei (per la prima volta, credo, mi cimento anche con il cinema (ovviamente quello per  bambini)))

MUSICA ETNICA
Aa.Vv. (a cura di Mauro Pagani), Occupy World Street, Ricordi
Il genio febbrile di Mauro Pagani, reduce dalla direzione musicale di Sanremo (ma le incisioni risalgono a mesi prima) se ne esce con un progetto di tutt’altra specie: un capolavoro, per idea e per realizzazione. La perfetta sintesi di Alan Lomax e Marc Augé: vere registrazioni sul campo, di musicisti ignoti appartenenti alla più diverse culture, senza né filtri né suggerimenti – come nell’epoca d’oro dell’etnomusicologia – però effettuate non in luoghi esotici ma per le strade di una metropoli occidentale – ispirandosi all’antropologia “della vicinanza” dello studioso francese. Il mondo in una strada, come allude il titolo engagé. E quindi il quartetto ungherese che si lancia in danze dispari a velocità folle; il fisarmonicista tedesco, one man band che aziona grancassa piatti e altro con un sistema di leve e pedali, e canta le hit del primo dopoguerra o i classici napoletani riarrangiati a tango; gli immancabili zingari con un trombettista virtuoso in assoli post-bop; il turco solitario con il suo saz, ma elettrificato e distorto per fare cover strumentali di Hendrix; il bluesman con la voce arrochita e il fingerpicking tirato a lucido; l’immancabile suonatore di bicchieri, l’inevitabile pizzica, ma poi persino un mezzosoprano lirico…
E non è tutto: come bonus, un cd interamente dedicato al remix. Una rielaborazione dei materiali appena ascoltati, affidata ai più intelligenti in circolazione tra dj ed “elettronicisti”: Ricardo Villalobos, Robert Miles, Mattew Herbert e via sperimentando. Ma le sorprese non sono finite, forse, perché nei ringraziamenti compare una sfilza apparentemente incongrua di grandi nomi: Bill Frisell, John Renbourn, Rabih-Abou Khalil, Márta Sebestyén, Daniele Sepe, Paolo Fresu, Antonelli Salis… e Severino Gazzelloni, il mitico flautista che si ricorderà protagonista di una beffa, una prova del non-ascolto dei passanti: travestito da musicista ambulante non venne riconosciuto per una giornata e raccattò pochi spiccioli. E se fosse tutto uno scherzo?
FILM ANIMAZIONE
Cappuccetto Rosso 3, di Alejandro González Iñárritu, Usa, 99 minuti
Una serie incredibile di prime volte. La Disney tra i tanti classici non aveva mai (e dire che il barile delle favole lo ha ben grattato) fatto Cappuccetto Rosso, se non in cortometraggio. Qui rimedia, ma tramite la longa manus della Pixar: altra sorpresa, non erano loro che avevano giurato guerra al “tratto da”? Infine, l’esordio animato diIñárritu. Chi ha apprezzato il ritmo e l’intreccio (sic) di Rapunzel, misurando la notevole distanza non solo dal prototipo Biancaneve ma anche da rifacimenti molto più moderni come La bella e la bestia, si prepari a un altro balzo in avanti qui: tre storie di tempi e luoghi diversi si intersecano, nel più puro stile del regista di Amores perros, 24 grammi e Babel. La vicenda di Cappuccetto, quella dei tre porcellini, quella (lunga secoli) del lupo mannaro: è lui il fil rouge tra le due precedenti, e il vero protagonista di questo noir appena appena mascherato. Il finale, anche se copiato dalla riscrittura in versi che ne fece Roald Dahl, sorprende sempre: ed è più cattivo che mai.
LIBRO INTERATTIVO
Karen Russell, The show is going on, Pound
Qui siamo alla fantascienza al quadrato, all’apoteosi del futuribile. Anzi con Karen Russell, già autrice di perturbanti distopie, il futuro è bell’e arrivato: sia nella forma che nel contenuto. Partiamo da quest’ultimo: il filone è quello post-apocalittico-post-tutto, nel senso che tutto quanto di peggio poteva succedere è già successo. Ma con una differenza che nessuno, a ci pare, ha mai osato immaginare: la razza umana si è estinta. Però, guarda un po’, non si è estinta la vita: in pochi giorni, o in poche pagine che condensano milioni di secoli, si ripercorre l’evoluzione, o si immagina una evoluzione alternativa – siamo alla fantabiologia. I sopravvissuti, o nuovi abitanti che siano, sono i prevedibili scarafaggi, qualche altro insetto, molte specie diverse di anfibi, per qualche motivo nessun uccello o creatura volante, delle iguane mutanti e altri strani rettili, pochi mammiferi di piccola taglia (soprattutto topi, chi altri?). Queste bestie interagiscono tra loro, e parte una trama, ma il colpo d’ala è che non sono antropomorfizzate (Russell è agli antipodi della metafora alla Orwell), eppure la storia è coinvolgente, convincente.
E ora, il meglio: The show is going on appare solo in formato di libro elettronico o di app per smartphone e tablet, perché è interattivo. La storia si sviluppa a bivi, come un labirinto che prevede anzi richiede la partecipazione del lettore-utente: molto più difficile da spiegare così, in teoria, che da leggere (giocare?) in pratica. In più, è multimediale: mentre si va avanti le pagine sono alternate a visionari montaggi di Bansky, che appaiono nei momenti più impensati, e il tutto è accompagnato dalla musica sghemba di John Zorn. Dopo tanto discutere sul futuro dell’editoria, sulle nuove forme del libro, e-book enhanced-book no-book, ecco la risposta definitiva. Dopo questo, cosa?

Le visioni di Einstein e gli acidi del Dna

trippy-einstein

Il prototipo dello scienziato pazzo è un cliché ben presente nell’immaginario collettivo, un cliché che però emerge proprio in quanto eccezione rispetto alla regola. Il dottor Caligari, lo stesso Frankenstein (tendiamo a dimenticarlo, ma questo è il nome del creatore, non della creatura), il simpaticissimo Doc di Ritorno al futuro, sono miti rassicuranti, perché ci confermano che lo scienziato normale (lo scienziato vero) è di tutt’altra pasta: serio, preciso, corretto, chiuso in laboratorio con il suo immacolato camice bianco intento a ripetere diecimila volte lo stesso criptico esperimento, insomma anche un po’ noioso, “scientifico” diremmo.

Serio e preciso? Einstein non è solo quello della foto con la linguaccia, ma anche quello che manipolava serenamente i dati sperimentali per farli coincidere con le sue teorie (“E se non coincidono, diceva, mi dispiace per il Signore”). Corretto? Newton, lo scienziato per antonomasia, non spiegava agli altri le sue scoperte e, quando erano i suoi colleghi a farne, si batteva ferocemente per evitare che venisse loro riconosciuto qualche merito. Criptico e cauto? Ricercando il responsabile del morbo Bse, quello della mucca pazza, Prusiner coniò il termine “prione” senza neanche averlo individuato, senza neanche essere sicuro che esista davvero, ma ben sapendo che con un nome nuovo si sarebbe fatto pubblicità “attirando l’attenzione generale”. Noioso, scientifico? Crick, quello che insieme a Watson scoprì la doppia elica del Dna, era un utilizzatore di erba e droghe psichedeliche, e c’è la possibilità che l’intuizione che gli valse Nobel e fama l’abbia avuta sotto effetto di Lsd.

Michael Brooks, Radicali liberi. Elogio della scienza anarchica, edizioni Dedalo

Michael Brooks, Radicali liberi. Elogio della scienza anarchica, edizioni Dedalo

Queste e molte altre curiosità, ben nascoste nelle pieghe della scienza ufficiale, sono state raccolte da Michael Brooks, scienziato e divulgatore, e si possono leggere nel suo Radicali liberi. Elogio della scienza anarchica (edizioni Dedalo, pag. 288, euro 15). La tesi di Brooks è che nella ricerca scientifica “vale tutto”, e che gli scienziati sono degli spiriti anticonformisti e insofferenti alle regole, disposti a qualsiasi cosa – anche a uccidere, anche a uccidersi – pur di fare una scoperta, e di vederla riconosciuta. Prendiamo le fonti di ispirazione, ad esempio. Einstein a sedici anni ebbe una vera e propria visione, in cui lui correva accanto a un raggio di luce e lo vedeva fermo: a quel punto poteva fare solo due cose, o creare superman o elaborare la teoria della relatività. Quasi un secolo fa, Otto Loewi scoprì che i segnali portati dai nervi sono di natura chimica e non elettrica: l’esperimento, che gli confermò la teoria grazie alla quale avrebbe vinto il Nobel, gli venne in sogno, come un terno al lotto. Mullis, un altro Nobel per la chimica, racconta che era sotto acido quando iniziò a vedere le catene di Dna fluttuargli davanti suggerendogli il modo in cui si potevano legare: evidentemente genetica e Lsd sono strettamente connessi. Faraday invece arrivò a fondamentali scoperte non ragionando sulla realtà ma sulla Bibbia: aderente a una setta cristiana fondamentalista, per lui la relazione tra movimento, elettricità e magnetismo era un riflesso della Trinità. E il mitico Copernico, arrivò a dire che era la terra a girare attorno al sole mica osservando, ma ispirandosi alle bizzarre teorie di un mistico greco dell’epoca di Socrate, Filolao di Crotone. D’altra parte, Enrico Fermi riuscì in un esperimento sul nucleare sostituendo all’ultimo istante un pezzo di piombo con un pezzo di paraffina perché… senza un perché, in quel momento così gli diceva la testa, sono fatti suoi.

Personaggi irrazionali, questi scienziati: e pure poco raccomandabili. Il cosiddetto metodo scientifico oggi è glorificato e ritenuto intoccabile come un dogma: eppure quelli che hanno usato scorciatoie e trucchetti sono molti, quasi tutti. E da sempre: gli storici della scienza attribuiscono la prima manipolazione di dati al patriarca Tolomeo, II secolo d.C.; mentre di Isaac Newton è il suo stesso biografo a dire che molti passaggi dei suoi libri sono “nient’altro che una frode deliberata”. Che poi molto spesso è la buona fede a spingere gli scienziati oltre il limite del lecito, la convinzione di aver ragione: aveva ragione Galileo a difendere l’eliocentrismo, che stentava ad affermarsi, ma tentò di dimostrare il sistema copernicano con le maree, una cantonata gigantesca. E lo stesso Einstein, la stupenda formula E=mc² non solo non fu lui a pensarla per primo, ma non riuscì neanche a dimostrarla, nonostante ci abbia provato ben otto volte durante la sua lunga vita: ma questo non vuol dire che non fosse nel giusto.

A volte l’ostinazione dei ricercatori è talmente forte, così pressante l’ansia di dimostrare una cosa, che in mancanza di alternative si mettono a fare esperimenti su se stessi: dobbiamo a questi raptus se oggi quando ci tiriamo un dente almeno è sotto anestesia (grazie, dott. Wells e il suo gas esilarante), se con un minuscolo sondino si riesce ad arrivare dall’arteria dell’inguine fino al cuore senza aprirci come un gamberone (e immaginate il giovane Forssmann fare tutto da solo e di nascosto, per poi correre in sala radiografie tutto allegro: guardate!), o ancora se sappiamo che la causa di molte ulcere non è solo lo stress, ma un batterio resistente all’acido dello stomaco, di cui il futuro Nobel Barry Marshall trangugiò un bel bicchierozzo a mo’ di cocktail.

Questa sarabanda di follie, tesa a mostrare che gli scienziati non sono poi così precisi, così corretti, così scientifici, che scopo ha? Quello di farci perdere fiducia nella scienza? Al contrario, sostiene Brooks: è proprio umanizzando gli scienziati, facendoli scendere dal piedistallo dell’infallibilità, dalla torre d’avorio della ricerca pura, che riusciremo a vederli nella giusta luce, e anche a dargli quel ruolo sociale che spetta loro. Come dimostra l’agghiacciante carrellata finale delle scoperte che la comunità scientifica ci ha messo anni, se non decenni a riconoscere, a volte mettendo a rischio l’intero pianeta: la pericolosità degli armamenti nucleari, il buco dell’ozono, la natura letale del Ddt. E oggi, l’effetto serra e il riscaldamento globale, ancora guardato con scetticismo da alcuni sedicenti scienziati: loro sì, veramente pazzi.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)


Ernesto Sabato e i demoni di Buenos Aires

Ernesto Sabato, L'Angelo dell'abisso, Sur, traduzione di Raul Schenardi, pag. 528, euro 17

Ernesto Sabato, L’Angelo dell’abisso, Sur, traduzione di Raul Schenardi, pag. 528, euro 17

E poi ci sono quelli che hanno così tanto talento che una vita, se pure lunghissima, non gli basta a contenerlo tutto. Tipo Elias Canetti, che esordì con un romanzo incredibile, Autodafè, e avrebbe potuto farne tanti altri – e infatti solo mentre elaborava il primo ne stava progettando altri otto – ma preferì dedicarsi alla saggistica, e con risultati altrettanto eccelsi. Tipo Ernesto Sabato, che in cento anni di vita e di libri scrisse solo tre romanzi, una sorta di allucinata trilogia: Il tunnel nel ’48, Sopra eroi e tombe nel ’61, L’Angelo dell’abisso nel ’74. Quest’ultimo, molti anni dopo, venne ripreso e profondamente modificato dall’autore: è quindi quasi un inedito quello che esce oggi, tradotto per la prima volta in italiano a cura della benemerita Edizioni Sur (costola di minimum fax esclusivamente dedicata alla letteratura sudamericana, ha pubblicato finora chicche di Bolaño, César Aira, Cabrera Infante, lo stesso Sabato con la sua autobiografia intellettuale Prima della fine).

Buenos Aires, primi anni ’70: il mondo è dominato da potenze oscure, forze sotterranee che si esprimono tramite veggenti, medium, persone moralmente abiette e fisicamente deformi, topi, pipistrelli. È una discesa agli inferi che Sabato compie in prima persona, novello Dante: e proprio come per Dante i due piani – personaggio e autore – si intersecano e si confondono. Lo scrittore argentino, ex scienziato “pentito” e marxista eterodosso, viene tanto seguito ossessivamente da studenti polemici che gli chiedono conto delle sue posizioni politiche e culturali, quanto tormentato dai protagonisti dei suoi precedenti romanzi, che tornano per proseguire le loro storie, insieme a lui o nonostante lui.

Ma non è un gioco intellettuale di tipo pirandelliano, anzi: giustamente Mario Luzi, nello scritto messo a mo’ di postfazione, richiama la natura demoniaco-dostoevskiana del libro (e di Sabato, e di tutto un filone della letteratura argentina che inizia negli anni ’30 con Roberto Arlt – di cui guarda caso Sur manda contemporaneamente in libreria I sette pazzi). In effetti L’Angelo dell’abisso sembra un romanzo russo per tanti versi: la lunghezza, più di 500 dense pagine; la caterva di personaggi, che vengono gettati nella mischia senza presentazione; il fatto di essere un romanzo “di idee” oltre che di azioni. Sabato usa tutte le forme letterarie possibili: ci sono dialoghi serrati, ritagli di giornale, parti teoriche, spezzoni onirici, satira sociale, ricostruzioni storiche (come l’ultima marcia nella selva e la morte di Che Guevara).

Tutto però congiura a svelare una sola cosa: il mondo è governato dal male. Tutto serve: le tesi a dir poco eretiche – all’inizio dei tempi è Satana che ha sconfitto Dio, e ora regna facendoci credere il contrario – come gli incubi grotteschi, le visioni surreali come le purtroppo reali torture della dittatura militare. La grandezza di Sabato è questa: dimostrare, e non dichiarandolo in teoria ma mettendolo in pratica, che quello tra arte e verità è un falso dilemma. Che si può (si deve) fare insieme poesia e impegno civile, letteratura e vita, parlare insieme di eternità e cronaca, cosmogonie gnostiche e mendicanti che muoiono di fame. Tutto questo, grazie al Male. Tutto questo grazie a un libro. E allora forse, anzi sicuramente un libro non ci salverà dal male, ma almeno.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)


Quando eravamo figli di Annibale

raiz Raiz, al secolo Gennaro Della Volpe, detto a inizio carriera Rais, o forse ‘o Raiss, e per un certo periodo noto come Reeno, ma insomma e definitivamente per la maggior parte di noi “quello degli Almamegretta” (anche se con il gruppo d’origine le frequentazioni sono sporadiche ormai da un decennio). Raiz dicevamo, negli ultimi mesi ha firmato ben due album, e di segno opposto: mentre il primo (YA!, 2011, per la major Universal) è un dance-pop internazionale, francamente imbarazzante sia nei proponimenti che nella realizzazione, l’ultimo (Casa, 2012, realizzato insieme al gruppo di ricerca etnica Radicanto) riporta a galla la sua migliore vena acustica e meridionalistica: i pezzi non sono originali – è una specie di summa della sua storia musicale dall’epoca Nun te scurda’ fino a ieri, più tre standard world music come il canto sefardita La rosa enflorece – ma gli arrangiamenti sono gustosi e l’insieme regge alla grande.

Però non di questo volevo parlarvi, ma appunto degli Almamegretta, del loro primo album, il cui ventesimo anniversario (mannaggia, vent’anni!) cade proprio in questi giorni. Per capire cosa fu Figli di Annibale, bisogna considerare la scena politica e musicale del 1992 a Napoli, in Italia, nel mondo. Per chi lo ha vissuto, un periodo di intensità irripetibile, e a differenza di quanto succede di solito, molto più chiaro e decifrabile all’epoca che adesso, a distanza di tempo e di tutto. Il muro di Berlino era caduto ma la Prima Repubblica ancora no, gli immigrati non erano clandestini ma vu cumpra’ o marocchini e Berlusconi era solo il presidente del Milan, il rock commerciale impazzava come in tutto il decennio precedente, ma all’inizio dell’anno Michael Jackson era stato spodestato al primo posto in classifica da Nevermind dei Nirvana. E c’era il rap, e c’erano le nostre posse, che animavano il circuito dei centri sociali con un mix di veemenza elettronica e ribellismo sociale.

Figli-di-AnnibaleIn questa situazione, gli Almamegretta arrivarono come un terremoto. E dire che Figli di Annibale non è nemmeno un album completo, ma una strana via di mezzo tra LP e singolo: quattro pezzi. Ma che pezzi: innanzitutto il Rais non rappava solamente – eppure quando rappava, con quel vocione roco e incazzato al punto giusto, faceva i buchi a terra – ma cantava pure, incredibile!, e con altrettanta potenza. La musica poi: reggae e raggamuffin non erano solo il sottofondo-pretesto per acrobazie declamatorie, come nell’uso delle posse, ma suoni padroneggiati con scioltezza, e però non esclusivi, anzi parte di una tavolozza di colori molto più ampia, che lasciava spazio alle radici partenopee come al melisma arabo, mettendo così musicalmente in pratica l’idea di meticciato predicata (in napoletano) nei testi. E i testi, appunto: politica sì, ma con poesia, non semplice invettiva ma neorealismo di logica stringente (‘O bbuono e ‘o malamente) nel quadro di un’identità che dal Mediterraneo si allarga ad abbracciare tutti i sud del mondo (Sanghe e anema) sorretta da suggestive tesi storiche (Figli di Annibale).

A distanza di due decenni, se forse è azzardato dire che la musica non è poi andata molto più avanti (per quanto…), è obbligatorio ammettere che in quei quattro piccoli pezzi c’era il germe di quasi tutto quello che sarebbe venuto dopo, per gli Almamegretta e non solo. Per correre, è sempre perfetto: galvanizzante nel ritmo, di ampio respiro nella melodia, stimolante nelle liriche. Unico problema, come si è detto, la lunghezza. Di per sé è un po’ corto, ma se mettete la funzione “ripeti album” sul lettore mp3, ne scoprirete un altro pregio: anche se lo suonate più volte, non sarete mai stanchi. E hai detto niente.

(Articolo uscito sul numero di novembre del mensile sportivo Correre)


Ultime previsioni, parte prima

goebbels cop

Quella che state per ascoltare è l’ultima puntata di Caravan nella storia del rock. Ma solo perché quello che state leggendo è l’ultimo numero di BU nella storia della musica. Ma solo perché questo che state vivendo è l’ultimo mese nella storia del mondo. Com’è noto infatti i Maya, che usavano il calendario cristiano gregoriano, hanno fissato per la suggestiva data del 20.12.2012 l’appuntamento con l’apocalisse. E non vale argomentare che quel popolo non seppe prevedere la propria, di fine del mondo, accaduta ben prima dell’avvento di Colòn, a meno di non incorrere nell’errore logico del medice cura te ipsum, anche detto fesseria del ladrone (Luca, 23:39). Finito dunque, stop, over. Facile allora mettersi a fare previsioni per il non-anno a venire, sapendo da un lato che sì, come al solito non si avvereranno, ma dall’altro che non ci sarà nessun Cicap a rinfacciartelo. Quella che segue è una piccola guida delle assurdità che ci sarebbero toccate senza la benedetta estinzione di massa: mese per mese, i fatti, seguiti dalle cure, cioè i relativi antidoti musicali.

GENNAIO. Approfittando del sollievo globale per la mancata finedimondo, e della conseguente distrazione del popolo che si abbandona a festeggiamenti e baccanali, il governo Monti vara una serie di misure draconiane non solo economiche, tra cui l’abolizione della musica; alla conferenza stampa, rispondendo alla domanda dell’unico giornalista presente (l’ex direttore della fanzine Professione: reporter) il professore dichiara: “E’ l’Europa a chiedercelo, cioè la Germania”.

Antidoto: HEINER GOEBBELS, STIFTERS DINGE, ECM. La richiesta che davvero ci viene dalla Germania, nella persona di Goebbels (con quel nome, poi) è quella di inventare una musica oltre la musica, un’arte oltre l’arte. All’inizio sembra new-age fuori tempo massimo, con i suoni di pioggia vento e minchiate simili; poi avanguardia rumoristica; poi ancora découpage sonoro con citazioni e inserti parlati (particolarmente emozionante, e non so perché, un momento in cui il pastoso francese di una vecchia intervista all’antropologo Lévi-Strauss si intreccia al secondo movimento del Concerto italiano di Bach suonato da una pianola meccanica); infine grande musica e basta. Il cd è la registrazione di uno spettacolo inimmaginabile: partitura per cinque pianoforti preparati senza pianisti, pièce teatrale senza attori, performance senza performers, happening dove non succede niente, natura morta strabordante di vita. Sarà d’uopo tornarci su, se non fosse per l’apocalisse: ma se il mondo non è esploso quando è stato suonato questo disco…

mario-incudine copFEBBRAIO. Visto lo scarso effetto del provvedimento sulle orge, che sono continuate beatamente anche in assenza di colonna sonora, e soprattutto dato l’avvicinarsi di un appuntamento inderogabile, il governo fa una frettolosa marcia indietro e abolisce l’abolizione. Giusto in tempo per Sanremo, che viene presentato da Penelope Cruz in smoking: Fabio Fazio canta in genovese e Santoro in salernitano, l’ultima sera Giovanni Allevi dirige un inno di Mameli per armonica a bocca, arpeggione e orchestra di 120 strumenti, suonandoli tutti contemporaneamente. Viva l’Italia…

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, sul numero di dicembre di Blow Up. Continua in edicola)

TAPPE SUCCESSIVE

NAKED TRUTH copMARIO INCUDINE, ITALIA TALÌA, UNIVERSAL

NAKED TRUTH, OUROBOROS, RARE NOISE RECORDS

ENTEN ELLER ORKESTRA, E(X)STINZIONE, SPLASC(H)

LINO COSTA, MINIANIMALI, 4MIQE

ENZA PAGLIARA, BONA CRIANZA, ANIMA MUNDI

LINO_COSTA_cop  Enza-Pagliara cop  enteneller cop


Dalla Calabria con Taranproject

Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea Taranproject con Marcello Cirillo, Rolica, Cni

Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea Taranproject con Marcello Cirillo, Rolica, Cni

Che la tarantella e in generale le musiche popolari del sud non siano più (non siano mai state?) una roba da vecchiacci reazionari è da mo’ che si sa. Che sia possibile e anzi auspicabile mescolare brani tradizionali e rock, dialetto antico e scrittura moderna, è altrettanto risaputo. Ma questa è tutta teoria: in pratica non è facile trovare un gruppo come il Taranproject, che riesce a tenere insieme questi elementi, e molti altri, senza sembrare un cocktail artefatto o un puzzle astratto. In più Cavallaro, Papandrea e compagnia vengono dalla Calabria, zona che in materia di musica etnica è storicamente un po’ schiacciata tra l’eterno predominio partenopeo e la recente ondata pugliese. Dopo il successo dell’esordio dell’anno scorso (Hjuri di hjumari) tornano alla carica, con un dvd che ne documenta la potenza in concerto, e con questo Rolica in collaborazione con il cantante Marcello Cirillo. Ritmi ballabili e testi impegnati, tamburelli e batteria, lira calabrese e basso elettrico, rifacimenti e creazioni originali: un mix esplosivo di voci grezze e suoni massici, che vi faranno partire fino a desiderare di non fermarvi più.

(Articolo uscito sul numero di novembre del mensile sportivo Correre)