Amy Hempel, la donna che scrive racconti

Amy Hempel è una scrittrice americana, nata a Chicago 1951 e operativa a New York a partire dalla metà degli anni 70. È stata allieva e pupilla di Gordon Lish, insegna in varie università e college, ha scritto e pubblicato esclusivamente racconti. Quattro raccolte nell’arco di trent’anni, dal 1985 (Ragioni per vivere) al 2005 (Il cane del matrimonio), 48 pezzi che riuniti, e ora rieditati da Sem nella traduzione di Silvia Pareschi, compongono la sua opera omnia, che riprende il titolo del libro di esordio. Mentre in Usa è di prossima uscita (marzo 2019) una nuova collection, Sing to It: New Stories.

I suoi esordi grazie a Gordon Lish – eminenza grigia, se non anima nera, del minimalismo; la sua dichiarata venerazione per i maggiori esponenti del genere, da Raymond Carver a Mary Robinson; l’evidente vicinanza dei suoi racconti agli stilemi della corrente: tutto congiura a definire Hempel come appartenente al realismo minimalista. (Fun fact: Gordon Lish è stato, dal 1969 al 1977, editor della fiction a Esquire Usa – collega!).

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E dunque: i racconti di Amy Hempel sono molto belli. Ma di fatto, a cosa assomigliano? Questa di fare paragoni, di cercare coordinate, è una fissazione di noi devoti al culto minoritario del racconto. Un vezzo che serve per orientarsi: più che per la costruzione di un canone – onore riservato al romanzo – per certificare l’esistenza in vita, per non sparire. E quindi ad esempio per alcuni, o almeno per me, Cortázar sarà un Borges sotto acido, Dürrenmatt un prosecutore di Kafka con altri mezzi, Primo Levi e Buzzati gemelli diversi e complementari, Barthelme un Carver cui non hanno tolto il vino.

O forse, la mania classificatoria è una fissa tipicamente maschile; sta di fatto che se devo associare Hempel ad altri, mi vengono in mente nomi più o meno pertinenti come: Lydia Davis, Grace Paley (della quale pure è uscita da poco la raccolta completa di Tutti i racconti, per SUR), Shirley Jackson, ma quella delle pagine schiettamente autobiografiche più di quella che si nasconde così bene dietro i propri personaggi posseduti. Cosa accomuna queste scrittrici, mi sono chiesto. Forse nulla, se non appunto l’essere one of a kind. Leggendo per la prima volta Amy Hempel ho provato una sensazione di grata meraviglia: mammamia, questa roba non è uguale a nient’altro. La stessa sensazione che ho avuto ogni prima con: Lydia Davis – cavoli, con la letteratura si può fare anche questo – Shirley Jackson – ossignore, ma in che lingua scrive – Margaret Atwood.

(Continua su Esquire)

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Classifica di qualità dei libri usciti tra il primo ottobre 2018 e il 31 gennaio 2019

(Da L’Indiscreto)

Le classifiche di vendita dei libri parlano sempre meno di letteratura, perché sono condizionate dalla massiccia presenza di prodotti editoriali costruiti per cavalcare l’interesse del momento. Per questo motivo, dal 2009 al 2013 il festival Pordenonelegge e il premio Dedalus avevano istituito le “Classifiche di qualità”, dove un nutrito gruppo di “grandi lettori” votava periodicamente quelli che a suo avviso erano i migliori libri usciti in quel lasso di tempo.
Abbiamo così deciso (col placet dei fondatori della prima versione) di rilanciare sotto il nostro patrocinio una nuova edizione delle “Classifiche di qualità”. A partire dai critici interpellati in una grande inchiesta sullo stato della critica letteraria ad opera dello scrittore Vanni Santoni, l’autore e la redazione si sono operati per ricreare un gruppo di “grandi lettori”, che, oltre ai succitati critici e alle scrittrici e agli scrittori italiani che si sono offerti di partecipare, si estende anche a riviste letterarie, librerie indipendenti, giornalisti culturali, editor e altri operatori del settore, per un totale di 280 giurati. Un numero destinato ad ampliarsi con le nuove edizioni, in modo da garantire una classifica sempre più affidabile.
La nuova Classifica di qualità dell’Indiscreto sarà stilata tre volte l’anno, a metà dei mesi di febbraio, giugno e ottobre, secondo intervalli proporzionati agli archi della produzione editoriale, e interpellerà i votanti in merito ai migliori libri italiani di prosa, poesia e saggistica del periodo immediatamente precedente.  I giurati si esprimeranno con tre voti per ogni categoria; a ogni primo posto saranno assegnati nove punti, cinque al secondo e tre al terzo. Conclusa la votazione, la redazione calcolerà i risultati per poi pubblicare i risultati su L’Indiscreto. A fine anno si aggiungerà un voto extra sui migliori libri in traduzione.
Scopo di queste classifiche è fornire ai lettori un utile indicatore sui titoli più meritevoli secondo gli addetti ai lavori, di cui è stato scelto un campione capace coprire una grande varietà di interessi e competenze, in numero sufficiente da diluire nella statistica i danni di eventuali partigianerie. L’industria editoriale ha risposto alla crisi continuando nell’errore di una produzione eccessiva e accelerata, che rischia di far scomparire in breve tempo titoli più che degni di rimanere negli scaffali. Quel che ci proponiamo con queste classifiche, è di ostacolare questa tendenza e riportare l’attenzione sui libri di qualità, che non di rado rischiano di essere travolti in questa escalation.

Regolamento e lista dei grandi lettori


Classifica di febbraio 2019

(libri usciti tra il primo ottobre 2018 e il 31 gennaio 2019)


Narrativa

 

1) Emanuele Trevi, Sogni e favole, Ponte alle Grazie

2) Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi Stile libero

3) Ezio Sinigaglia, Il pantarèi, TerraRossa

4) Sergio Nelli, Ricrescite, Tunué

5) Walter Siti, Bontà, Einaudi Stile libero  

6) Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino  

7) Wu Ming, Proletkult, Einaudi Stile libero  

8) Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine, Guanda  

9) Marco Marrucci, Ovunque sulla terra gli uomini, Racconti edizioni

10) Cristiano Cavina, Ottanta rose mezz’ora, Marcos y Marcos

(continua su L’Indiscreto)


L’eterno Bolaño

Quando ci si trova davanti a un libro di Bolaño una delle prime cose che viene da chiedersi è a quale categoria appartenga. Il corpus dello scrittore cileno infatti può essere sezionato lungo varie assi: poesie vs prose; e tra queste ultime romanzi o raccolte di racconti; oppure, libri mostruosamente lunghi e belli (I detective selvaggi2666) di qua, libri altrettanto belli di là; e ancora, a seconda dell’uscita, libri pubblicati Bolaño vivente (1953-2003), e libri postumi. Questa ultima distinzione in realtà ha poco senso (non che le altre…), dato che Roberto Bolaño scrisse furiosamente fino alla fine della sua non lunga vita, lasciando romanzi praticamente pronti o quasi; piuttosto tra i postumi si può distinguere tra questi ultimi, che lo sono solo per un triste accidente, e i veri e propri recuperi dall’archivio, inediti o bozze che dir si voglia, operazioni filologiche ma non per questo meno interessanti: provare per credere Lo spirito della fantascienzauscito a inizio 2018.

La pista di ghiaccio, questo il libro fuori ora per Adelphi, appartiene alla categoria degli editi-editi, anzi in molti lo stanno sbandierando come l’esordio di Bolaño, il che è contemporaneamente falso e non vero: sia perché la sua prima pubblicazione fu ovviamente una raccolta di poesie, dato che B. nasce come poeta e si piega alla narrativa per bieche ragioni economiche (pregasi rileggere le ultime parole senza ridere); sia perché sul fronte della narrativa la sua prima uscita è un curioso esperimento a quattro mani scritto con Antoni García Porta, dal titolo Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce. Però via, di fatto La pista de hielo fu il primo romanzo pubblicato solo a nome Bolaño, e quindi. Inoltre, vero che in Italia era uscito decenni fa per Sellerio, come molto altro di B., ma qui arriva nella nuova traduzione dell’ormai affezionatissima Ilide Carmignani: ce n’è d’avanzo (e sia chiaro, non sto tentando di convincervi a leggerlo; io non ne ho l’autorità, lui non ne ha bisogno).

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(continua su Esquire)


La rivista culturale L’Indiscreto rilancia le “classifiche di qualità” con duecento giurati dal mondo letterario e editoriale

(tra i duecento ci sarò anche io, ma non è solo per questo che pubblico il seguente comunicato:)

Le classifiche di vendita dei libri parlano sempre meno di letteratura, perché sono condizionate dalla massiccia presenza di prodotti editoriali costruiti per cavalcare l’interesse del momento.

Per questo motivo, dal 2009 al 2013 il festival Pordenonelegge e il premio Dedalus avevano istituito le “Classifiche di qualità”, dove un nutrito gruppo di “grandi lettori” votava periodicamente quelli che a suo avviso erano i migliori libri usciti in quel lasso di tempo.

La rivista culturale L’Indiscreto, edita dalla Casa d’Aste Pananti, ha oggi deciso (col placet dei fondatori della prima versione) di rilanciare sotto il proprio patrocinio una nuova edizione delle “Classifiche di qualità”.

A partire dai critici interpellati in una grande inchiesta sullo stato della critica letteraria ad opera dello scrittore Vanni Santoni, l’autore e la redazione si sono operati per ricreare un gruppo di “grandi lettori”, che, oltre ai succitati critici e alle scrittrici e agli scrittori italiani che si sono offerti di partecipare, si estende anche a riviste letterarie, librerie indipendenti, giornalisti culturali, editor e altri operatori del settore, per un totale di 200 giurati. Un numero destinato ad ampliarsi con le nuove edizioni, in modo da garantire una classifica sempre più affidabile.

La nuova Classifica di qualità dell’Indiscreto sarà stilata tre volte l’anno, a metà dei mesi di febbraio, maggio e ottobre, secondo intervalli proporzionati agli archi della produzione editoriale, e interpellerà i votanti in merito ai migliori libri italiani di prosa, poesia e saggistica del periodo immediatamente precedente.
I giurati si esprimeranno con tre voti per ogni categoria; a ogni primo posto saranno assegnati nove punti, cinque al secondo e tre al terzo. Conclusa la votazione, la redazione calcolerà i risultati per poi pubblicare i risultati su L’Indiscreto.

A fine anno si aggiungerà un voto extra sui migliori libri in traduzione.

Scopo di queste classifiche è fornire ai lettori un utile indicatore sui titoli più meritevoli secondo gli addetti ai lavori, di cui è stato scelto un campione capace coprire una grande varietà di interessi e competenze, in numero sufficiente da diluire nella statistica i danni di eventuali partigianerie.

L’industria editoriale ha risposto alla crisi continuando nell’errore di una produzione eccessiva e accelerata, che rischia di far scomparire in breve tempo titoli più che degni di rimanere negli scaffali. Quel che ci proponiamo con queste classifiche, è di ostacolare questa tendenza e riportare l’attenzione sui libri di qualità, che non di rado rischiano di essere travolti in questa escalation.


Nei labirinti dell’inquietante

C’è una vignetta di Tom Gauld che è illuminante, più del solito.

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Ci dice due cose. La prima, generale, è che nel lungo periodo ogni distopia (futuro cattivo) è destinata a decadere in semplice ucronia (passato alternativo). Il 1984 è arrivato e, come diceva Neil Postman, nulla di quanto scritto da Orwell si è avverato. E ormai ogni anno che inizia, è quello in cui sono ambientati due o tre o più film/libri di fantascienza: fare il confronto provoca sorrisi, sospiri di sollievo, ma sotto sotto un po’ di delusione.

La seconda cosa, contingente, è che l’era della distopia in letteratura, iniziata in pompa magna, sembra avviarsi a una rapida conclusione. Distopia è stata sicuramente la parola d’ordine del 2017, ma era la cifra del secolo o una moda effimera? Un altro genere/concetto sembra attraversare e definire meglio questi tempi: lo strano, il weird.Di weird e new weird si parla da un po’: da quando è diventato popolare Jeff VanderMeer, che ne è il portabandiera, con la Trilogia dell’Area X. Da quando il pendolo del nuovo e dello strano sembra tornato in Europa (Vanni Santoni dixit). Dai dibattiti sul new italian weird che hanno attraversato il 2018, e che hanno trovato base in un ponderoso lavoro collettivo (coordinato da Carlo Mazza Galanti su Not) sulla tradizione dello strano nella nostra letteratura. E da poco è uscita per Odoya la Guida ai narratori italiani del fantastico, un grande lavoro critico ed enciclopedico, con un approccio accademico e pop, che in qualche modo incrocia il tema.

Ma soprattutto quest’anno è uscito un importante libro di Mark Fisher – anzi sono usciti due importanti libri di Mark Fisher, che ne rappresentano le due facce di pensatore politico pop e critico culturale militante; anzi diciamo che questo in generale è stato l’anno della consacrazione a culto internazionale di Mark Fisher – il quale purtroppo non è più tra noi per godersela. The weird and the eerie (minimum fax, traduzione di Vincenzo Perna), giustamente il titolo non è stato tradotto perché il gioco è tutto lì, terminologico oltre che concettuale. Fisher parte proprio dalla differenza di questi due ambiti rispetto a quello cui di solito sono avvicinati: l’Unheimlich di Freud, in inglese uncanny, in italiano perturbante. La dialettica col padre della psicanalisi è continua, ovviamente: quando si parla di mostri, il primo è quello che ci portiamo dentro.

(Continua su Esquire)


I racconti più belli che ho letto quest’anno online

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Quest’anno forse ho letto meno, o almeno in modo più disordinato. Ma siccome questa lista che avevo fatto l’anno scorso aveva riscosso un suo piccolo successo, perché evidentemente aveva avuto una sua minima utilità, ho pensato di rifarla per il 2018 (sempre grazie a Twitter che uso come un bloc notes: quando leggo un pezzo che mi piace o mi serve, lo posto; e questo spiega anche l’ordine, assolutamente casuale). L’unica cosa, non riesco a metterci due righe per ogni pezzo ma fidatevi, so’ belli belli.

Una parola per delimitare l’ambito però ci vuole. E quindi:

I racconti (leggo fiction e non, cronaca e longform, ma la mia forma preferita resta la narrativa breve. Qui si parla di racconti, stop)

più belli (secondo me: secondo me, ovvio. Ma converrete con me che gli unici racconti degni di questo nome sono quelli fantastici, no?)

che ho letto quest’anno (e non che sono usciti quest’anno. Perché, insisto, non si può stare dietro a tutte le novità, e soprattutto non si può stare dietro unicamente alle novità)

online (perché in rete li ho scoperti, o ritrovati, e lì potete trovarli anche voi):

Sergio Pitol, La pantera (Zest)

Michele Orti Manara, Una vita in venti minuti (Crapula)

Virginia Woolf, Morte di una falena (Biancamano2)

Stanislaw Lem, La profezia del Golem (Not)

Cesar Aira, Cecil Taylor (el castillo)

Cristiano de Majo, Fanfani nel cosmo (Nazione Indiana)

Sarah Rose Etter, Una giornata in ufficio (Pidgin)

Cao Xuequin, Sogno infinito di Bao Ru

Alfredo Palomba, Orsetti lavatori (Verde rivista)

Antonio Russo De Vivo, La natura cangiante della bellezza umana (Crapula)

Davide Morganti, Atto di abbandono alla meccanica di Newton (L’Inquieto)

Stefano Felici, Santuario (Crapula)

Grace Paley, Desideri (Poetarum silva)

Matteo B. Bianchi, Fragile (Granta)

Igoni Barrett, The Phoenix

Kurt Vonnegut, The drone king (The Atlantic)

Ben Lerner, The polish rider (The New Yorker)

Marco Ciriello, Napoli decadence

Don DeLillo, The itch (The New Yorker)

 

 


Coco

Il cinema d’animazione mainstream – quello davvero per bambini e famiglie, non quello per noialtri nerd affetti da sindrome di Peter Pan – sta mostrando la corda? Nell’ultimo ventennio, dal seminale Toy Story (1995), ha sfornato capolavori di innovazione tecnica ma anche e soprattutto di complessità narrativa, sia che fossero nuove favole (Up) sia venisse rielaborata la tradizione (Rapunzel). A scorrere le uscite del 2018 per cercare il top da inserire in questa lista, abbiamo fatto una discreta fatica: è finita la magia? Andando a ritroso, troviamo lo squallido Grinch, film di rara bruttezza e prevedibilità; poi Gli incredibili 2, che per carità è un grande ritorno e non un sequel di prammatica, e farà anche un discorso interessante e metalinguistico sul nostro bisogno di supereroi, ma fallisce proprio lì dove vorrebbe essere originale (un papà che combina disastri se lasciato a casa ad accudire i figli, ma che davvero?). E poi certo c’è stato Wes Anderson, ma L’isola dei cani più che un film di animazione (in stop motion) è, beh, un film di Wes Anderson.

Tutto questo per dire che, risalendo risalendo, siamo arrivati a Coco. Che, altolà, è formalmente del 2017. Ma è uscito negli ultimi giorni di dicembre, addirittura dopo Natale, e quindi, suvvia, l’hanno visto tutti quest’anno, no? Anche perché a esser pignoli sarebbe un film di Halloween, con la sua ambientazione da Dìa de los muertos. La mitologia messicana sulla commemorazione e il ritorno dei defunti dall’oltretomba, in verità, più che lo sfondo è il tema centrale e l’intima ragion d’essere della vicenda. Gli umani hanno pensato le forme dell’aldilà per consolarsi dall’idea della morte; ma anche un morto può morire, succede quando sulla terra neanche più uno dei vivi lo ricorda, ed è una morte definitiva, tristissima.

Coco prende questo mito e lo concretizza, lo realizza alla lettera, in una esplosione di suoni e colori: le scene sono un trionfo di psichedelia che spinge l’immaginario barocco del Messico ancora più in là; la musica è al centro esatto della trama, per cui le bellissime canzoni sono parte del filo e non snervanti interruzioni. (E non manca la bonaria ironia verso la leggenda ormai strabordante di Frida Kahlo). Davvero per famiglie, anzi per genitori e figli; dove alla fine i secondi esclamano “wow bello!”, mentre i primi sono lì che zampillano lacrime come una tubatura rotta.

(Mio contributo alla lista dei migliori film del 2018 su Esquire Italia)