Il nome segreto di Arendelle

Ci sono cose che si sanno anche se non si conoscono. Soprattutto se non si conoscono. Le tradizioni e i miti appartengono alla cultura, cioè alla memoria collettiva di un popolo, e sono saperi che non si apprendono, ma si assorbono, si respirano. Un italiano del XXI sec. non ha bisogno di imparare che la pasta si getta in una pentola d’acqua bollente, e non fredda: lo ha visto fare talmente tante volte che lo sae basta. Così gli antichi greci non si mettevano a studiare l’Odissea, ma erano semplicemente circondati dalle storie di eroi e divinità. Proprio come noi siamo immersi nel nostro brodo di cultura e non dobbiamo fare sforzi per conoscere biografie o aneddoti delle celebrity e delle star (l’accostamento non scandalizzi: si potrebbe dire che ognuno ha i miti che si merita, ma sarebbe malcelato snobismo anch’esso; piuttosto non si trascuri la parola “star” perché è un concetto chiave, su cui torneremo). Tutto questo per dire che non è necessario amare la saga di Frozen, e neanche aver visto i due film usciti finora, per sapere di cosa stiamo parlando.

Sappiamo che Frozen – Il regno di ghiaccio (2013) dichiara esplicitamente un’ascendenza nobile: la fiaba di Andersen intitolata La regina delle nevi. (In realtà il collegamento è talmente tenue, come si può vedere leggendo la lunga e cupa narrazione, che se non fosse stato appunto sbandierato, non se ne sarebbe accorto nessuno). Sappiamo che i film d’animazione Disney attingono a piene mani dai repertori mitologici, semplificando e stravolgendo, e questo ci può piacere o meno, ma è un fatto. Frozen più di altri è immerso in una foresta di simboli e richiami, in particolare dalla mitologia norrena. I quattro elementi – acqua aria fuoco terra – per esempio, sono ubiqui; non altrettanto le loro personificazioni. Nei miti dell’estremo nord ricorre la raffigurazione del mare come un cavallo, una bestia impetuosa e indomita, di colore grigio scuro, che travolge e annega, spingendo giù con le zampe. (Qualche residuo arriva fino all’italiano: l’onda si cavalca, e il bimbo ha paura dei cavalloni.) Chi ha visto Frozen II ricorderà come una delle scene più oniriche – sono le migliori, arrivando in certi casi al confine con lo psichedelico – lo scontro subacqueo tra Elsa e lo spirito dell’acqua: un cavallo. Ma di esempi se ne potrebbero fare tanti; qui ne vedremo uno: è il filo più sottile, più occulto, ma più gratificante se lo si riavvolge tutto.

Mito, leggenda, fiaba e fantasy sono, com’è noto, cose diverse, ma contigue: gli spiriti trapassano dall’una all’altra senza darsi pensiero, e così faremo noi, seguendoli.

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Come l’Urban Dictionary è diventato il peggio di internet

Vi sarà capitato, negli ultimi anni, di finire sulle pagine di Urban Dictionary. Prima per caso, via Google, e poi aprendolo direttamente, per decifrare in modo rapido una parola o un’espressione in slang. Succede spesso, a noi che su internet (e fuori) siamo in una zona grigia, a metà tra raffinati costruttori di meme e/o giovanissimi frequentatori di TikTok da un lato, e il popolo del buongiornissimo che non va oltre Facebook e Aranzulla dall’altro; noi che siamo normie o boomer per i primi, intellettuali elitari per i secondi; noi che più semplicemente abbiamo la fortuna di toccare tangenzialmente certi ambienti, pur senza farne parte appieno. E quindi senza capirne al volo la lingua.

Per esempio: dopo l’attentato di Toronto nell’aprile 2018 il termine “incel” è uscito dalla nicchia in cui si trovava (quella della subcultura incel, appunto) per diventare sempre più mainstream: apice toccato quest’anno con Joker, ditemi se conoscete qualcuno che l’ha visto (e l’hanno visto tutti) senza aver poi pronunciato la parola “incel”, anche solo per dire che non c’entra niente. Però, altre parole di quella cultura non sono così note: per dire, leggiamo “currycel” o “ricecel”, e pur sospettando che siano le versioni etniche di un incel, rispettivamente indiana e cinese, diamo un occhio all’Urban Dictionary. Ricecel: Somebody with the frame of a 12 year old boy and a micro peen who thinks the reason he can’t get laid is because of the media. Ok, weird. Oppure: una volta non so come – o meglio, lo so ma ve lo dico dopo – sono caduto sulla definizione di “cisgender”: Normal. A term that is used as derogatory by the LGBT community who thinks everyone who is normal is the antichrist. People who like their genitalia how it came. E mi si è spalancato l’abisso, perché cliccando su LGBT troverete un’altra definizione traboccante di odio e vittimismo gratuito. Passando di lemma in lemma è sempre peggio, un labirinto di insulti e hate speech. Insomma, il peggio di internet. Com’è possibile? Come è successo che uno strumento utile – che il New York Times ha definito il dizionario del linguaggio istantaneo – sia diventato una tale schifezza? Per capirlo dobbiamo partire dall’inizio, ripercorrendo una storia lunga vent’anni.

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Rivoltare Napoli: Arrevuoto

Napoli è una città impossibile. Impossibile da vivere, dice chi ci campa, e spesso a ragione. Impossibile da raccontare, anche e soprattutto per chi (come me) la guarda ormai dall’esterno, dalla posizione tutt’altro che privilegiata dell’emigrante. Anima da Capitale e stracci da slum; paradiso abitato da diavoli secondo l’ormai abusato paradosso, ma a volte inferno abitato da angeli, che sopportano tutto, santa pazienza.

È proprio in questo magma rovente e indistinto, che ogni tanto spuntano qua e là isole di senso, che provano a connettere e a connettersi. A Napoli fare qualcosa di sensato è impossibile, e quindi doveroso. Qualche tempo fa su queste pagine abbiamo parlato dell’ex Asilo Filangieri. Stavolta tocca ad Arrevuoto: che è teatro, è periferia, è creatività, è adolescenza, è connessione, è rom, è sperimentazione, è rischio.

Arrevuoto è un progetto teatrale-pedagogico di attivazione sociale dal basso. È nato a Napoli ormai 14 anni fa, nel 2005, con il supporto del Mercadante, il Teatro Stabile di Napoli, e qualche anno dopo si è costituito in Associazione Culturale. Il punto di partenza è stato Scampia, il famigerato quartiere delle Vele e della criminalità, la terra di nessuno, la periferia oltre la periferia.

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Psycho come non l’avete mai letto

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della prima stagione di Fleabagè il fatto che la protagonista nei momenti più intensi e improbabili – un vertiginoso dialogo, una scopata come si deve – si gira verso la camera, verso di noi, e ci spara una battuta micidiale, aggiungendo ulteriori layer di lettura e di ironia. Questo costante abbattimento della quarta parete è più divertente che dirompente, come negli a parte dei commedianti a teatro – e in effetti Phoebe Waller-Bridge dal teatro viene, dal teatro ha adattato la serie TV.

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della seconda stagione di Fleabag è che questo giochino continua ma il coprotagonista, il prete di cui la ragazza si innamora, sembra accorgersi di qualcosa. Non capisce appieno, non sente quello che lei dice, ma percepisce un’assenza, una distrazione (non dice cos’hai detto o con chi parlavi, chiede: dov’eri). Perché? Come cacchio fa?

Possiamo fare diving in spiegazioni al limite dell’esoterico: ci azzeccano bene interpretazioni di tipo psicanalitico, o di stampo religioso, perché il prete è in contatto con Dio e quindi avverte la presenza di un altrove rispetto alla realtà della serie-mondo (e l’altrove siamo noi: questo a sua volta può essere letto in senso cattolico, giansenista, gnostico), o semplicemente in chiave romantica.

Guarda in camera anche Belmondo per tutto Fino all’ultimo respiro. Guarda in camera, ma solo alla fine, sollevando gli occhi mentre l’inquadratura stringe, Norman Bates in Psycho. Guarda “in camera” uno dei due vecchioni che spiano Susanna prima di provare a insidiarla, nella versione del mito biblico dipinta dal Guercino, ed è una chiamata in correità: ehi tu porco, anche tu, mio caro spettatore del quadro, stai spiando la ragazza nuda come noi, quindi non fare tanto l’anima candida, non ci giudicare. Ma forse, anche quelle di Belmondo e Bates (per non parlare di Waller-Bridge), più che a parte teatrali, più che richieste di aiuto o dialogo, sono chiamate in correità.

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Gerald Murnane è la nuova stella della letteratura, e ha 80 anni

Gerald Murnane è un pazzo. Gerald Murnane è un vecchio. Gerald Murnane stava per vincere il Nobel (no, serio: dai bookmaker era quotato tra i primi dieci, subito sotto Olga Tokarczuk che poi effettivamente lo ha vinto, appaiato a Cărtărescu e Yu Hua, sopra Kadarè, Marìas, Krasznahorkai e Kundera, per dire la compagnia – e Peter Handke non c’era proprio). Gerald Murnane non lo hai mai sentito nominare ma è amato dagli scrittori che ami: Coetzee, Teju Cole, Ben Lerner. Gerald Murnane ha fatto il barista, e tuttora alla fine delle lezioni di scrittura che tiene in un club di golf, si mette dietro al bancone. Gerald Murnane è un tipo meticoloso ed eccentrico a un tempo, come si vede dal modo in cui gestisce il suo archivio di idee. Gerald Murnane non ha mai preso un aereo, non ha mai lasciato l’Australia, e raramente in 80 anni ha lasciato lo stato di Victoria.

Bene: adesso che ho attirato la vostra attenzione con queste rapide e inutili curiosità, con questo “tutto quello che non sapevi di voler sapere su un tizio assurdo che non ha niente in comune con te”, adesso si può passare al tema di questo articolo: Le pianure.

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Extinction Rebellion, chi sono e che fanno i ribelli dell’azione nonviolenta

Premessa: in questo articolo siamo (o facciamo finta di essere) tutti d’accordo sui fondamentali. Sul fatto che il cambiamento climatico esista, sulla sua origine prevalentemente antropica, sul fatto che il problema sia globale, sistemico (in una parola, e che brutta parola: politico) e quindi altrettanto globale, sistemica e politica debba essere la risposta.

Insomma, qui NON è dove si tenta di convincere i negazionisti o gli scettici, non è dove si tenta di dimostrare che Greta Thunberg non è una foglia di fico ma un simbolo, meglio il dito che indica la luna, meglio ancora l’aeroplanino col cucchiaio per farci mangiare la verdurina. Qui non è dove si fa il debunking dei debunkers à la Rubbia, non è dove si prova a difendere i giovani scioperati. Tutte cose necessarie – purtroppo – ma possiamo per una volta provare a fare un passo avanti? La domanda è sempre quella: data la situazione, che fare?

Tra quelli che provano a dare una risposta, c’è il gruppo Extinction Rebellion. Nato a Londra nel 2018, si caratterizza per le azioni spettacolari – attivisti che si spogliano nel parlamento britannico, o si incollano le mani agli autobus – e l’approccio movimentista e radicale. Ma sotto il flash mob e la viralata, c’è sostanza: c’è un fermento di studi multidisciplinari e un approccio trasversale, una partecipazione di giovani ma anche di quarantenni e oltre, di studenti come di professionisti. Soprattutto, una partecipazione che si è estesa ad altri paesi, in modo orizzontale e non verticistico: in Italia il gruppo si è formato a inizio anno, e ora è presente più o meno in tutte le regioni. Da lunedì 7 ottobre gli attivisti convergono a Roma per la Settimana della ribellione, evento mondiale. Per farci spiegare meglio e direttamente da loro, abbiamo raggiunto Annalisa Gratteri, una delle due coordinatrici del gruppo Piemonte e Valle d’Aosta, proprio mentre era in treno per la capitale.

(continua su Che Fare)

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I media italiani hanno scaricato Salvini così in fretta che all’estero non ci credono

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(GETTY IMAGES via Esquire)

La situazione è grave ma non è seria, diceva Flaiano. La situazione oggi in Italia è sempre più grave, e sempre meno seria. Chi ci ha capito qualcosa in questo agosto delirante di crisi politica, innescata dall’autosabotaggio dell’invincibile Salvini nel suo momento di massima gloria, e sfociata nella formazione di un governo surreale? Sarebbe tutta da ridere, se non fosse in gioco il futuro di ognuno di noi – o forse proprio per questo, meglio prenderla a ridere.

Ma se c’è una cosa più ridicola dei repentini cambiamenti di fronte e opinione da parte delle formazioni politiche (Mai con Pidioti! Mai con i grullini!), è la facilità con cui mutano lato al mutare del vento tutti gli altri, dai semplici elettori ai più rispettabili opinionisti. Vale la pena allora fare un passo indietro, osservare le cose con un occhio più distaccato, alieno. Un divertente articolo dell’Atlantic parla proprio del rapido cambio di tono nella stampa italiana “after the Fact”. E parte citando un altro celebre Flaiano, quello sugli italiani che corrono sempre in aiuto del vincitore.

Lo avrete notato: per quanto ben protetto all’interno della bolla, ognuno di noi è in contatto social con dei parenti o dei compagni di classe delle elementari le cui opinioni sono imbarazzanti, ma nei confronti dei quali il cringe non arriva mai al punto tale da troncare i rapporti (e menomale: sono dei piccoli bagni di realtà, come andare al bar, visto che ormai anche la colazione noialtri la si ordina con Deliveroo). Ebbene, solo io ho fatto caso a una improvvisa impennata dei meme sul Capitano, da parte di chi solo qualche giorno prima faceva girare i post dell’inesistente John B. Keating?

(Continua su Esquire)