Metamorfosi 1, 2, 3

(Questo racconto l’ho scritto qualche mese fa per mandarlo a una rivista che chiedeva uno “scritto di massimo 5400 battute” in cui “gli animali, veri o immaginari, siano gli unici protagonisti”. Premessa invadente, ma forse utile per la lettura)

1

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il trasportatore Gregorio si trovò trasformato in un mostro enorme.

Era una creatura troppo schifosa, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame.

2

Mark rilesse, tutto contento. Era stata proprio un’ottima idea quella di togliere il superfluo, pensò.

Troppo corto? E che vuol dire: il compito stabiliva un limite massimo, di 5400 battute, ma non diceva niente sul limite minimo. Ci si era scervellato tutto il pomeriggio, senza riuscire a venirne a capo. La difficoltà non era dovuta all’imposizione di scrivere un racconto “dove gli animali, veri o immaginari, siano gli unici protagonisti”. E poi, pensò Mark, anche noi siamo animali, in fin dei conti. Certo, animali speciali, verrebbe quasi da dire animali eletti, se non suonasse vagamente razzista.

E non era manco che non aveva nessuna idea, anzi. Gli era venuto subito in mente un articolo che aveva letto tempo prima, su uno scarafaggio protagonista di un esperimento. Un cyber-scarafaggio, mezzo insetto e mezzo robot, poggiato su una pallina rotante tipo mouse: una metamorfosi all’incontrario. All’epoca aveva pensato: ma come, farsi sfuggire un’occasione simile. Fosse stato lui, a dover raccontare quella storia, avrebbe fatto una parafrasi dal formidabile incipit di Kafka: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il commesso viaggiatore Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme orribile insetto”. Ora, si era detto Mark, ora posso farlo. E aveva iniziato a scrivere: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il trasportatore Gregorio si trovò trasformato in un orribile essere”. Il trasportatore, che non è molto diverso da commesso viaggiatore, perché lo scarafaggio dell’esperimento era uno stercorario. Il parallelo sarebbe dovuto andare avanti così, che mentre nell’originale lo scarafaggio è steso sul dorso e si guarda le zampette che non riesce a controllare, nella versione di Mark il protagonista, risvegliatosi magari dopo un’anestesia utilizzata per catturarlo, si trovava steso sulla pancia, a guardarsi le zampette slittare sopra una sfera rotante che non riusciva a controllare.

Ovviamente, aveva pensato Mark, tutto sta nel rendere il punto di vista dell’animale. La storia doveva andare avanti con lo scarafaggio che pian piano si rendeva conto di questa sua nuova condizione, magari captando i discorsi che i ricercatori del laboratorio si facevano tra loro, sullo scopo dell’esperimento e tutto. L’ideale sarebbe stato che lui sentiva brandelli di queste frasi, miste a considerazioni più terra terra sugli scarafaggi, tipo la leggenda che sopravviverebbero alla catastrofe nucleare, o espressioni su quanto fanno schifo, che lui sentiva tutto questo senza vedere né capire chi stava parlando. Per poi scoprirlo solo alla fine.

Perché l’altra certezza che Mark aveva era la fine: anche lì una citazione, con un ricercatore che si avvicina e lo scarafaggio che pensa: “Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame”. Lo spettacolare finale del racconto brevissimo La sentinella, un totale rovesciamento di prospettiva, si scopre che al contrario di quello che si era pensato fino ad allora, è l’alieno a essere il protagonista e l’uomo a essere il nemico, un capolavoro. Ma, si era chiesto Mark a un certo punto, avrebbero capito che l’incipit e la chiusa erano citazioni, e non plagi? La differenza è chiara: chi cita non vuole dare a intendere che è farina del suo sacco, anzi si compiace che il riferimento viene colto. In questo caso, diamine, si rivolgeva pur sempre a una giuria di eruditi, avrebbero afferrato il senso metaletterario dell’operazione.

Però poi gli erano venuto i dubbi: non funzionava. Non funzionava la prima parte, perché Mark non ricordava molto di quell’esperimento, e nella rete non era riuscito a trovare notizie: ma se non poteva spiegare il motivo della metamorfosi dello scarafaggio in cyborg, tutta la scena perdeva senso, si riduceva a un insetto in equilibrio su una palla. Non funzionava neanche il finale: l’effetto sorpresa era completamente perduto, nel momento in cui si sapeva già che si trattava di uomini e scarafaggi in laboratorio. Stava sospeso in questo stallo, quando ebbe il colpo di genio: cancellare, togliere tutto, lasciare solo le due citazioni, il miglior attacco e la migliore chiusa della storia della letteratura. Accostate, assumevano entrambe un senso diverso, opposto rispetto all’originale, ma altrettanto sorprendente. Sì sì.

3

Staccò le nocche dalla macchina e si accarezzò il pelo, distrattamente cercando qualche pidocchio: impossibile, era stato disinfestato all’arrivo in laboratorio, come tutti. Però, che nostalgia del grooming, gli prendeva ogni tanto. Ma vuoi mettere i vantaggi: cibo in abbondanza, rifugio sicuro per la notte, cure mediche e tante attenzioni. E tutto in cambio di cosa, poi: mandare giù un po’ di analisi logica e qualche fondamento di teoria degli insiemi. Si stiracchiò sbadigliando, tutto quel parlare di scarafaggi gli aveva messo appetito. E poi si era fatto tardi, pensò dirigendosi verso il recinto esterno, probabilmente preso dal racconto non aveva sentito la campanella della cena, stasera c’erano banane verdi del Madagascar, una roba da gourmet.

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