Più Meno, meno Franzen

Una delle frasi più citate, a proposito o a sproposito, parlando di letteratura o parlando di vita, è l’ormai famoso, ormai logoro incipit di Anna Karenina, quello sulle famiglie felici che sono tutte uguali e le famiglie infelici che ognuna lo è a modo suo. Bene, più o meno a metà del romanzone Il grande forse Joe Meno scrive una cosa che è l’esatto opposto. Il protagonista – uno dei protagonisti – una sera scende in cucina e si rende conto che non solo la moglie se n’è andata, ma per di più c’è anche il frigo vuoto:

Dà un’altra guardata in giro aprendo e chiudendo gli stessi stipi. Perché non ci sono merendine da nessuna parte? Perché non c’è neanche un Ding Dong o un Twinkie? Perché non ci sono né würstel né una pizza surgelata? Dove cazzo è Madeline? È domenica e sono le otto di sera. Che succede fra di loro? Madeline gli vuole ancora bene? O si sta facendo scopare da qualcuno con due bicipiti enormi? Perché non possono semplicemente essere infelici insieme? Perché non possono semplicemente vivere come due normali persone infelici?

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Joe Meno, Il grande forse, edizioni e/o, traduzione di Claudia Valeria Letizia, pag. 393, euro 19.50

Ecco, tra queste due visioni dell’infelicità, tra Tolstoj e Joe Meno non solo passa, ovviamente, la distanza tra Russia e America, ma anche e soprattutto un secolo e più. Un secolo in cui, in letteratura come nella vita, le grandi illusioni hanno fatto in tempo a diventare piccole delusioni, e le grandi tragedie a mutarsi in meschine, ridicole sconfitte, senza neanche più la consolazione dell’eroismo. La famiglia de Il grande forse è composta da cinque persone: padre madre e due figlie, più il nonno che vive in ospizio. I trenta capitoli seguono questa scansione: di cinque in cinque, ognuno è dedicato a un personaggio. Non è solo un artificio retorico, o uno sfoggio di bravura (perché Meno è bravissimo a immedesimarsi, a rendere credibili i pensieri di tutti, dal vecchietto alla preadolescente) ma ha a che fare con la stessa natura dei rapporti umani: infatti i protagonisti, anche se vivono più o meno insieme, sono cinque solitari, ognuno chiuso nella propria bolla.

Il padre scienziato perso alla ricerca di un calamaro gigante che vive negli abissi, forse, o forse è estinto da milioni di anni. La madre divisa tra il lavoro, una ricerca su dei piccioni che però si stanno ammazzando tra loro, l’insoddisfazione sentimentale e altre fantasticherie. La figlia maggiore ribelle e anti-capitalista, che come tesina di storia invece di una cosa scritta vuole portate a scuola una bomba fatta in casa. La figlia minore fissata con la religione, che prega in continuazione Dio di non farla morire di non far lasciare i genitori di convertire il gatto dei vicini. Il nonno sulla sedia a rotelle, che progetta di fuggire in aereo, e si allontana dalla vita eliminando una parola al giorno, e chiudendo i ricordi in lettere che spedisce a se stesso.

Certo uno dice famiglia, dice grande romanzo americano, e subito viene in mente una cosa sola: Jonathan Franzen. E infatti Irvine Welsh ha scritto così: “Penso che Il grande forse sia il romanzo più saggio, umano e trascendente sulla famiglia contemporanea dopo Le correzioni”. Non si capisce se il “dopo” stabilisca una precedenza qualitativa o meramente cronologica; a parte questo, il paragone fatto dall’autore di Trainspotting non è azzeccato: Franzen infatti è ponderoso, psicologico, realista (appunto: ottocentesco, senza offesa per Tolstoj). Meno è leggero, ironico, postmoderno, e soprattutto ha una vena fantastica e surreale, che tiene sempre la vicenda sul limite dell’improbabile, senza passarlo mai.

Il lettore italiano ha potuto apprezzare di recente Joe Meno (di cui comunque e/o ha pubblicato anche un altro romanzo, I capelli dei dannati) nell’antologia di autori McSweeney’s Donne e uomini. Lì in un racconto di due paginette illustrava l’amore impossibile di una coppia – John e Madeline, ricorrono quasi gli stessi nomi – in cui appena lui si avvicina per baciarla, lei si trasforma in una nuvoletta, e sta lì per un po’. Quella delle nuvole dev’essere proprio una fissazione, per Joe Meno.

Infatti, per esempio, il padre soffre di una particolare forma di epilessia: a scatenargli l’attacco è la visione di una nuvola, o di qualsiasi cosa gli assomigli. Ma quello delle nuvole diventa un leitmotiv che accomuna tutti, perché la moglie si perde quando vede una nuvola a forma di uomo sul giardino, e inizia a seguirla ossessivamente ogni giorno. E la figlia maggiore sulle nuvole farà la sua tesina, una storia delle nuvole dagli sbuffi delle locomotive alle nubi tossiche. La nuvola, a un certo punto la metafora viene proprio spiegata, rappresenta la complessità, davanti alla quale l’uomo si arrende – o per lo meno si arrendono i membri di questa famiglia, discendenti da generazioni e generazioni di vigliacchi che fuggono dalla realtà: ogni tanto infatti tra i capitoli si inseriscono brevi e spassosi excursus storici su alcuni antenati.

E mentre tutto sta andando a catafascio, proprio quando tutte le vite e tutte le frustrazioni e tutte le batoste sembrano precipitare verso il disastro finale, con una meravigliosa e ironica climax discendente pian piano tutto si aggiusta, fino a una specie di sospeso happy end. Buttato lì senza crederci neanche tanto, con una strizzatina d’occhio come a dire che la tragedia eccezionale, in fondo, è essere normali.

(Ps. Uno dei peggiori vizi del giornalismo italico è quello di considerare non-notizia un fatto solo perché è “vecchio” – vale a dire successo più di 24 ore prima – indipendentemente dalla sua importanza e dal fatto che se ne sia parlato o no. Ho visto articoli interessanti cancellati al momento di andare in stampa solo perché erano stati scritti la mattina, e quindi meritavano di essere sostituiti dalla cazzata delle 20:45. E questo succede, solo con tempi leggermente dilatati, anche nel cd. giornalismo culturale. Tutto sto papiello per dire che il pezzo qui sopra l’avevo scritto un anno fa, finora non era stato pubblicato, non certo per mia scelta, e adesso “che ci vuoi fare, è troppo vecchio”. Ma siccome sono convinto che si tratti di un grande libro, di un grande scrittore, e che un grande libro non invecchi, eccolo qua, ve lo beccate, e in versione integrale per di più)

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Non passare per il sangue, ma per la carne

Che cosa potranno mai avere in comune una vecchia cretese sorda che respira con un polmone solo e un giovane militare omosessuale specializzato in missioni ad alto rischio? Niente, in teoria. In questo libro, varie cose: innanzitutto condividono la memoria, l’amore per Marcello, dilettissimo nipote di lei, Agar, e prima vera relazione seria per lui, Luca. E innanzitutto per la memoria s’incontrano, perché Marcello è scomparso in Afghanistan e Luca si auto-incarica di consegnare alla famiglia i burocratici “effetti personali”, in pratica una vita racchiusa in una valigetta.

Da lì i due si conoscono e inizia uno strano rapporto, una schermaglia fatta di racconti, confessioni, silenzi. Perché un’altra cosa che condividono è la guerra: Agar durante il secondo conflitto mondiale sta per morire, ma grazie alla sua malattia conosce il futuro marito, un medico dell’esercito italiano (cosa che non le impedisce di aiutare la resistenza nella Creta occupata). I recenti ricordi di amore e guerra di Luca si intrecciano agli antichi ricordi di guerra e amore di Agar, e questi due piani a loro volta s’intersecano con il presente, un presente in cui l’assenza di Marcello pesa intollerabile.

Eduardo Savarese è giovane, magistrato, napoletano, esordiente. Non passare per il sangue è innanzitutto un libro denso: in meno di duecento pagine l’autore riesce a descrivere i personaggi (non solo i due protagonisti) pittandoli con pochi tratti, anzi fa capire come sono facendoli agire; non si arriva a metà del libro e già sembra di conoscerli come parenti. Non è un noir, nonostante appaia in una collana a cura di Massimo Carlotto, e nonostante tutto inizi con un morto, anzi con un cadavere che non si trova. Non è un giallo ma tiene la tensione senza darlo a vedere, e alcuni particolari anche decisivi per capire i rapporti tra le persone vengono dissimulati fin quasi alla fine.

Non è un noir, nonostante il titolo: il sangue di cui si parla non è quello dei morti, è quello dei vivi. Passare per il sangue, spiega a un certo punto la nonna, significa essere legati dal sangue, avere rapporti fecondi in senso letterale, cioè che generano discendenza. È chiaro allora qual è l’ultima cosa che lega Agar e Luca, la più profonda: l’amore omosessuale per definizione è infecondo, non passa per il sangue quindi (e quando Luca le rivela che lui e Marcello stavano insieme, lei anche se ovviamente aveva sempre sospettato ha una reazione di condanna dura, moralistica). Ma anche Agar non è passata per il sangue: all’inizio perché, da giovane, ha temuto e a lungo creduto di essere diventata sterile, il che ha causato le titubanze e i muti rimproveri del futuro sposo, e di conseguenza in lei un rancore verso di lui durato fin sul letto di morte. Alla fine perché la sua discendenza, l’unico figlio della sua unica figlia, si estingue. Ma anche prima, perché comunque la grande pecca di Agar è stata quella di non generare un figlio maschio.

E qui casca l’asino, perché fino a che non passa per il sangue l’omosessuale ok, fintanto che non va bene chi non trasmette i suoi geni, ci posso pure arrivare (a capire, non a concordare), ma quando arriviamo all’erede masculo, alla trasmissione del cognome, è chiaro che stiamo discutendo non di cose ma di parole, concetti, costruzioni culturali. E allora vorrei contrapporre a sangue un’altra parola, che l’autore conoscerà nel suo significato più bello: carnale.

Sangue e carne, già. Ma non è la carne delle bestie (meat), quella che si mangia, bensì quella umana (flesh), quella che si tocca. (Piccola parentesi meta-narrativa: c’era una volta un bambino curioso, che chiedeva Mamma che significa che il venerdì santo bisogna fare digiuno e astinenza?; e la mamma credente e sfuggente rispondeva Digiuno cioè non mangiare, e astinenza dalle carni; e il bambino Ma mamma se uno già non deve mangiare come fa a mangiare la carne?).

Perché sì, il significato principale italiano attiene al senso, al sesso: rapporti carnali, violenza carnale. Ma in napoletano – e in italiano antico, come spesso accade – carnale è usato in un senso molto più vasto, e profondo: si dice di persona schietta, affettuosa in modo prorompente, fisico, uno che non ha imbarazzo, né sottintesi, ad abbracciarti stretto. “E’ ‘nu carnalone”, sentii dire una volta a una ragazza a proposito di un tipo conosciuto da poco, e non è che ci stava provando.

Allora quello che non passa per il sangue può passare per la carne, può essere carnale. Carnale come una relazione (omo)sessuale, certo. Ma carnale anche come un rapporto tra un giovane gay e una vecchia cristiano-ortodossa. Carnale come una carezza che prima indurisce una faccia, e poi fa brillare una lacrima, uno scioglimento.

Ps: domani anche su www.giudiziouniversale.it

Ps2: martedì 27 novembre alle 18 ne parleremo con l’autore e Giusi Marchetta alla libreria Torre di Abele di Torino (evento facebook). Conflitto d’interessi? Ma quando mai, se non mi piaceva non ne parlavo, non ci parlavo.


Mancato delitto alle Olimpiadi

Paolo Foschi, Delitto alle Olimpiadi, e/o, p. 150, euro 14

Ora, ringraziando gli dèi dello sport, i Giochi di Londra sono solo un ricordo. Quindi è ormai matematicamente impossibile che succeda davvero quanto immaginato in Delitto alle Olimpiadi, né che il suo autore Paolo Foschi venga linciato come jettatore: ci vuole comunque un bel coraggio, altro che stratagemma commerciale dell’editore, per ambientare un omicidio non nel passato, non nel presente, non nel lontano futuro, ma in un futuro realistico e prossimo all’uscita del libri, quindi a rischio di verificarsi. Il fatto: Marinella Paris, campionessa dei 400 a ostacoli, viene trovata sulla spiaggia di Ostia, nuda e con la testa spaccata, alla vigilia della partenza. Oltre che giovane e brava, è anche bella, ricca e famosa: sono note a tutti le sue burrascose vicende sentimentali, divise tra due compagni di squadra, rivali in amore come in pista perché entrambi favoriti negli 800 metri. (Al di là della forzata irrealtà dei particolari – perché un bianco e ancora peggio un italiano che primeggia nelle gare veloci non si vede dai tempi di Mennea – per il resto è lasciata al lettore la possibilità di fare paralleli con personaggi veri e dedurre eventuali fonti d’ispirazione).

A indagare è chiamato il commissario Igor Attila, che nominando subito Maigret, Montalbano e Charitos, si candida a essere l’ennesimo investigatore seriale. Ripropone dello schema tutti i cliché: metodi polizieschi sui generis e dubbi d’autostima, passione per certi cibi e certe mangiate, vita privata disastrosa ai limiti del collasso, un passato che torna a tormentarlo. In questo caso, il passato è legato allo sport, perché Attila è un ex pugile, defraudato dell’oro a Seul ’88. E pure il suo team, una scombiccherata “sezione crimini sportivi” fino a quel momento del tutto inutilizzata, è un’accozzaglia di ex: l’ex ciclista dopato ed esperto di sostanze proibite, l’ex fantino con la fissa delle scommesse e così via.

Paolo Foschi, che fa il giornalista al Corriere della Sera, è appassionato di letteratura, sport e musica, e ha riversato tutto in questo suo primo libro: infatti a intervallare le indagini ci sono le furiose schitarrate e le continue citazioni pop del commissario. Indagini che vanno avanti fra estremo realismo da cronaca (i tribunali che non hanno soldi neanche per comprare la carta igienica, i loschi traffici internazionali attorno al business del doping) e smaccato surrealismo da cabaret (come si chiama il pugile coreano? Setepjo Te Kork. E il corridore? Jo Kor Velok: sembra di stare in una barzelletta delle elementari). Indagini che a un certo punto approdano a Londra, una Londra militarizzata ma efficientissima e accogliente: lì, nel momento culminante della finale degli 800, avviene l’inevitabile soluzione, con tanto di colpo a sorpresa. Ma il vero coup de théâtre arriva all’ultima riga, e non riguarda il fatto di sangue, ma i fatti del commissario. Che tutto sommato risulta simpatico: tanto che, cliché o non cliché, viene voglia che davvero diventi seriale.

(Questo articolo doveva uscire sul Mattino di Napoli prima dei Giochi olimpici, ma la sua pubblicazione è saltata per una serie di equivoci tecnologici. Ora è troppo tardi, per un quotidiano; ma non per questo blog)


Distopia delle birrette

Ed ecco a voi un’altra non-recensione, dopo quella dello scrittore morto, e come in quel caso, lo spunto viene dai fatti di Palermo. Quindi recensirli proprio no, non si puote, che qui è tutto uno smarchettarsi a vicenda e se c’è una cosa che non mi attira, nel magico mondo delle lettere, è proprio questa. Però, parlarne in tono informale, perché no, in fondo Rossari e Morici non sono miei amici, non li conoscevo neanche, prima, e in realtà nel momento in cui scrivo non li conosco ancora; né sono della mia casa editrice, ma tutti e due di e/o; e poi comunque, l’importante è dichiararlo prima, il potenziale conflitto, e io l’ho fatto all’inizio.

Premesso il disclaimer, devo dire però che fare una lettera semiaperta come nel caso precedente, non me la sentivo. Ché Morici è personaggio che un poco di soggezione te la mette: viaggiatore incessante (“L’uomo d’argento è stato scritto in almeno trenta paesi diversi”, recita il risvolto di copertina), e low cost, però non nel senso che preferisce Transavia ad Alitalia come tutti noi, ma nell’interpretazione più estrema e zozzona. Il che ha diretta influenza nel libro, ambientazione e personaggi. Un tipo poi che prende la sua opera a pistolettate, o che la smembra con la precisione dell’operaio specializzato. Magari si offende. Speriamo di no.

Anche perché poi, che dire de L’uomo d’argento. Raccontare la trama – come ormai si riducono a fare molti pezzi di pagine culturali, i pochi che non sono interviste s’intende – mi sembra uno sgarbo al lettore: metti che uno poi se lo compra e se lo legge davvero, gli levi lo sfizio. E d’altra parte, descrivere lo sfondo, il contesto, mi pare un insulto all’autore: come dire, ora lo spiego io, per davvero, e anche con meno parole. Come spiegare tra l’altro, se non avendola vissuta o immaginata, che è lo stesso, una realtà fatta di sballo continuo, di ottundimento fisico e cerebrale a mezzo di sesso droghe e alcol al posto del rock’n’roll (programma di una serata del protagonista: una birra, una canna, un bicchiere di vino, una canna, una birra, una canna…).

Ma lo sballo, e qui sta il bello, è non solo la norma, ma Norma, nel mondo sognato da Morici. Infatti in questa città post qualcosa, enclave felice in un mondo ancora traumatizzato, divertirsi non solo è giusto, ma obbligatorio. E niente, non si capisce una mazza, mi rendo conto, e menomale. Vabbe’, citerò solo, e mai avrei pensato di poterlo fare, Chuck Palahniuk: il quale nei tredici consigli di scrittura (ma non erano sempre dieci? troppa grazia), spesso prolissi e a volte contraddittori, ne mette uno lapidario. Scrivi il libro che vorresti leggere. Ecco, L’uomo d’argento è un libro che vorrei aver scritto.

Non so, invece, se è il libro dentro il quale mi piacerebbe vivere, con tutto che diciamo, marijuana e birrette e cazzeggio tutto il dì, non so se rendo. Però poi vengono fuori un po’ di cose inquietanti, tipo che dal lavoro in un modo o nell’altro proprio prescindere non si può, e poi pure che insomma, tutta sta felicità obbligatoria, non sarà un po’ artefatta. Insomma non mi ci trasferirei, a meno che, aspettate un attimo, non è che ci siamo già? Il problema dei libri così, della fantascienza di prossimità, è proprio questo: è tutto talmente assurdo, ma talmente probabile che ti viene paura che possa arrivare da un momento all’altro, che ti giri e zac, eccoci qua.

D’altra parte, l’aveva già detto Neil Postman in Divertirsi da morire: tutti a farcela addosso temendo l’avverarsi della distopia dittatoriale minacciata da Orwell, e invece quello che si sta avverando è il rincoglionimento soft, felice e consenziente, profetizzato da… oh come si chiamava quello là… dài, quello che si calava pure la mescalina… Vabbuo’ ja’, mo’ basta con sti discorsi intellettuali, passa sta canna.


Lettera semiaperta a uno scrittore vivo

Caro Marco Rossari, questa non è una recensione del tuo ultimo libro L’unico scrittore buono è quello morto. Perché all’inizio io di questo libro non ne volevo scrivere, lo volevo solo leggere. Anzi all’inizio inizio proprio, non lo volevo neanche leggere, anche se mi sembrava curioso, sfizioso, divertente, a quel che ne leggevo in giro. Però sai, leggiamo tante cose, troppe, più per lavoro che per piacere, e si finisce per non provare più piacere, anche quando magari un libro ti sarebbe piaciuto, solo perché sei obbligato a leggerlo. Per non parlare dei classici, addio, ma come fai a non aver letto questo o quell’altro grande, attenzione non ti dicono “come fai a non leggere”, ma “a non aver letto”, uno deve nascere che i classici già li ha letti, e buttarsi subito sulle novità, vabbè.

Insomma, però, visto che dovevamo fare sta cosa a Palermo, mi sembrava educato arrivarci con un minimo di preparazione, di sapere chi siete che fate, e così mi sono preso il libro tuo (e quello di quell’altro pazzo). E poi ho iniziato a seguirti, a leggere il tuo sito, ti ho chiesto l’amicizia su twitter – rectius, abbiamo iniziato a followarci a vicenda, che detta così sembra una roba vagamente porno. E sinceramente, ho iniziato pure un poco a invidiarti, per una serie di motivi, perché fai il traduttore che sarà pure una fatica oscura ma pur sempre un lavoro è, e poi significa che sai bene l’inglese, perché sei stimato e ritwittato da gente che ha un sacco di follower (e dàlli), perché hai un editore che ti fa fare titoli con i giochi di parole, tipo quell’altro che si chiamava Invano veritas, e le biografie cazzare nel risvolto di copertina (“Marco Rossari è nato”, punto). Perché insomma, in generale, mi sembra che tu sia un minimo più inserito, più avviato, più stabile di me in questo mare di precariato intellettuale in cui tutti annaspiamo.

Perché poi, e qui volenti o nolenti veniamo al tuo libro, il problema che mi tormenta (in astratto eh, ché in concreto ben altri) è sempre quello: com’è che qua tutti vogliono fare lo scrittore, o il giornalista, o tutt’e due? Come mai, visto che l’editoria non promette ormai né i soldi, né il successo, né la gloria, anzi assicura l’opposto. E dire che la risposta non dovrebbe essere difficile, dato che tutti gli scrittori – tutti noi scrittori, dovrei dire, e ancora esito, non so se per modestia o rimozione – tutti sono stati, prima, aspiranti scrittori. Ecco, appunto: il tuo libro, prima di leggerlo, stando alle recensioni e alle citazioni, questo mi sembrava: una carrellata sarcastica non meno che iperrealistica nello squallido mondo dell’editoria, e nelle teste bacate degli aspiranti. E questo in maggior parte è, naturalmente.

Aforismi, battute fulminanti, racconti di dieci righe, di cinque righe, di due, di una, di mezza riga, racconti che non esistono. E poi parodie, straniamenti spaziotemporali come Tolstoj intervistato in una radio de Roma o Joyce che rimane inedito. Grazie che sono quelle cose fatte apposta per essere citate nei pezzi, grazie che vengono citate, saccheggiate, mi sembra giusto, non dico di no. Però il senso del tuo libro mi sembra stia altrove, ed è il motivo per cui mi è piaciuto anche di più di quel che credevo.

Siccome voglio fare il tipo originale, hai visto che di aforismi non ne ho messi, e non ne voglio mettere, tranne uno, che mi serve.

C’era uno scrittore che non voleva arrivare al successo e ci riuscì

Perché invece la tragicommedia, il bello viene proprio quando il successo arriva, inatteso o meno. Come succede in quei racconti un po’ più lunghi, sempre sulle cinque o sei pagine per carità, dove per esempio uno scrittore viene tormentato a tal punto dalle voci che escono dalle pagine che legge da dover fuggire in convento; o uno scrittore iniziano a perdere il controllo delle parole sulla pagina, tra le mani, in bocca; o uno scrittore riesce a proporre, far correggere e pubblicare il suo libro leggendolo sempre lui a voce alta, dopodiché la fine.

Poi certo, mi sono piaciuti assai anche l’elogio-insulto della poesia, che è dappertutto e da nessuna parte; o l’immersione nel mondo allucinato e frustrante dei traduttori (e a proposito, pur’io ho sempre pensato che il monologo di Amleto dovrebbe iniziare con una cosa tipo “Vivere o morire? Qui casca l’asino!”); o ancora la tirata anti-beatnik, sul genere i vostri sogni sono diventati i nostri fallimenti. Ma insomma, come ti dicevo per me il core del libro sta in quei momenti in cui sì, sempre di scrittori si parla, però più che sbeffeggiare le loro debolezze, ti (e ci) cali nel loro intimo dramma: la sensazione, che dico la certezza, che la realtà ti si possa disgregare davanti da un momento all’altro, col massimo aplomb. E mi voglio allargare, quello della zanzara è a livello di Buzzati, ma mo’ basta con i violini, ci vediamo, a presto, ciao.