Febbre non è il romanzo del Coronavirus, ma qualcosa ci insegna

La febbre di Shen è un ceppo particolarmente aggressivo. Si contrae inalando. L’area di origine della febbre è Shenzhen, in Cina.

Nelle sue fasi iniziali, la febbre di Shen è difficile da individuare. I primi sintomi includono mal di testa, respiro faticoso e spossatezza. Poiché questi sintomi sono spesso scambiati per un raffreddore comune, di rado i pazienti sono consapevoli di aver contratto la febbre di Shen. A volte possono sembrare produttivi e sono ancora in grado di eseguire le normali attività quotidiane. Tuttavia, ben presto i sintomi iniziali peggiorano.

Al momento la febbre di Shen è considerata un focolaio, non un’epidemia. La velocità di trasmissione non è abbastanza rapida. Per ora è piuttosto contenuta.

Sounds familiar? Queste frasi, che sembrano provenire da una cronaca delle ultime settimane, sono invece tratte dal romanzo Febbre, di Ling Ma (Codice edizioni, traduzione di Anna Mioni), uscito in America nel 2018 e da noi a metà 2019. Cioè appena qualche mese prima che iniziasse l’era del coronavirus. Gli elementi in comune sono così tanti che mettono i brividi: più che una suggestiva somiglianza, sembra una terribile profezia.

(Facile profezia, si dirà, dato che almeno dalla Sars dei primi anni zero, la comunità scientifica si attende il contagio da oriente. Basta leggere quello che scrive Agnese Codignola in un libro che parla di tutt’altro, Il destino del cibo, pubblicato a febbraio 2020 ma ovviamente ‘chiuso’ prima: “La Cina (…): con un miliardo e mezzo di cittadini da sfamare, il paese cerca affannosamente fornitori, per la carne come per il latte e per gli altri alimenti basilari le cui produzioni locali oggi, oltre a essere del tutto insufficienti, sono pericolosissimi serbatoi per infezioni che potrebbero innescare pandemie, che molti temono e che qualcuno ritiene ormai inevitabili”.)

Purtroppo, o per fortuna, la similitudine tra la febbre di Shen e l’epidemia da Covid-19 finisce presto. L’infezione del romanzo infatti non è causata da un virus ma da spore fungine. Soprattutto, non si trasmette da persona a persona ma tramite le cose: l’esatto opposto del Coronavirus. E poi, porta a un collasso totale della società, disegnando uno scenario post-apocalittico in cui pochi sopravvissuti si aggirano tra le rovine delle metropoli: cosa che qui, insomma, nonostante il crollo delle borse mondiali e qualche inquietante segnale di isteria di massa, spereremmo di evitarci. Con tutte le differenze, però, qualcosa Febbre può insegnarci. Come e più delle altre pandemie letterarie.

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10 Adelphi bellissimi e insoliti

C’è bisogno di presentazioni? Adelphi costituisce un unicum nel panorama editoriale italiano, forse mondiale. Certo, ci sono altre case editrici che pubblicano libri di qualità e con vendite anche superiori, come ci sono editori di nicchia oggetto di adorazioni sotterranee ai limiti dell’esoterismo (penso a SE/Abscondita, nomen omen). Ma Adelphi è un culto, che appartiene a tanti, ostinati come pochi. Sull’unicità di questo editore è stato già detto molto, e molto bene. C’è addirittura chi, folle, ha trasformato i dati del catalogo in statistiche e bellissimi grafici. Qui si può solo ripetere che il segreto di Adelphi è probabilmente nella sua vocazione a pubblicare libri unici – come disse il leggendario fondatore, Bobi Bazlen, all’attuale dominus Roberto Calasso, e come il Calassone stesso racconta ne L’impronta dell’editore – cioè libri che sono ognuno una storia a sé, un mondo a sé.

Paradossalmente è proprio questa unicità, in un catalogo quanto mai vario e ormai dopo cinquanta e più anni di storia anche bello nutrito, a stabilire la cifra: i libri Adelphi – da quello più mistico a quello di fisica teorica, da quello più reazionario a quello più anarchico – disegnano un paesaggio mentale unitario; non definisconoun’appartenenza, ma la suggeriscono. La casa editrice ha, com’è d’uopo, anche avuto i suoi detrattori: da Giulio Einaudi, che la criticava da sinistra per un certo abboccamento con il lato oscuro, e scriveva “Adelphy” per sfottere; al complottismo delirante di Maurizio Blondet (lui sì, reazionario estremo) con Gli “Adelphi” della dissoluzione. Ma più sono gli ammiratori, e trasversali soprattutto: anzi transgenerazionali, come si sarebbe detto una volta. Tanto che sui social girano post e pagine in stile memetico e con una semantica prettamente Gen Z, ma dedicate al nostro mito.

Sicché quando, come ogni anno, arriva il momento degli sconti (25%, mica bruscolini, su un catalogo che mantiene prezzi medio alti) si scatena la follia generale. C’è chi fa i salti di gioia, e chi si dispera perché ora non saprà resistere e darà fondo a tutti i suoi risparmi. E c’è chi è paralizzato dalla vastità della scelta: io stesso ogni anno mi metto un budget, e poi passo le giornate a limare, a mettere e togliere titoli dal carrello virtuale, fin quasi allo scadere del termine (e puntualmente, alla fine, compro più di quanto potevo spendere, e soprattutto più di quanto potrò leggere). La seguente lista quindi vuole essere una piccola guida negli angoli più riposti del catalogo, o alla scoperta delle opere minori di autori maggiori, ma senza snobismi. Proprio perché cercherò di stare nel mezzo, correrò il rischio di deludere tutti, risultando troppo banale per i sacerdoti del culto, e troppo hard per i novizi. Io stesso non sono d’accordo con questa lista, perché lascio fuori l’amore della mia vita Borges (quale scegliere?), e alcuni autori bandiera, che siano storici come Milan Kundera o Bernhard, che siano classiconi come Faulkner o Nabokov, o di successiva acquisizione come Sciascia o Bolaño. E dando per scontato che Austerlitz di Sebald, il più bel libro del secolo finora, ce l’abbiamo tutti. Coraggio.

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Gerald Murnane è la nuova stella della letteratura, e ha 80 anni

Gerald Murnane è un pazzo. Gerald Murnane è un vecchio. Gerald Murnane stava per vincere il Nobel (no, serio: dai bookmaker era quotato tra i primi dieci, subito sotto Olga Tokarczuk che poi effettivamente lo ha vinto, appaiato a Cărtărescu e Yu Hua, sopra Kadarè, Marìas, Krasznahorkai e Kundera, per dire la compagnia – e Peter Handke non c’era proprio). Gerald Murnane non lo hai mai sentito nominare ma è amato dagli scrittori che ami: Coetzee, Teju Cole, Ben Lerner. Gerald Murnane ha fatto il barista, e tuttora alla fine delle lezioni di scrittura che tiene in un club di golf, si mette dietro al bancone. Gerald Murnane è un tipo meticoloso ed eccentrico a un tempo, come si vede dal modo in cui gestisce il suo archivio di idee. Gerald Murnane non ha mai preso un aereo, non ha mai lasciato l’Australia, e raramente in 80 anni ha lasciato lo stato di Victoria.

Bene: adesso che ho attirato la vostra attenzione con queste rapide e inutili curiosità, con questo “tutto quello che non sapevi di voler sapere su un tizio assurdo che non ha niente in comune con te”, adesso si può passare al tema di questo articolo: Le pianure.

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Il riscaldamento globale è un problema politico

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Abbiamo tolto le cannucce di plastica dai drink. Stiamo abolendo le bottiglie d’acqua in PET per passare alle stilosissime borracce. Ci sforziamo di fare la differenziata, impegnandoci in uno slalom tra regole diverse da comune a comune, e in generale complicate e poco amichevoli (lo sapevate che le posate di plastica non vanno nella plastica? Che gli scontrini di carta non vanno nella carta? E che le bottiglie è meglio non accartocciarle ma schiacciarle?). Cerchiamo di mangiare meno carne, meno prodotti da agricoltura intensiva, meno avocado che vengono dall’altra parte del mondo. Puntiamo a uffici plastic free, città plastic free, un mondo plastic free. È giusto tutto questo? Ma certo che sì. Basterà a salvare il mondo? A fermare le conseguenze più deleterie dell’Antropocene, a evitare la sesta estinzione di massa, a scongiurare l’apocalisse climatica? Eh, purtroppo mi sa di no.

Il 23 settembre 2019 Greta Thunberg ha tenuto il suo famoso discorso all’Onu. Tutti abbiamo visto la sua faccia incazzata. Tutti abbiamo sentito o letto le sue parole, il suo How dare you, che si candida a diventare il nuovo J’accuse: “Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio. Tutto questo è così sbagliato. Non dovrei essere qui, dovrei essere a scuola, dall’altro lato dell’Oceano. Venite a chiedere la speranza a noi giovani? Come vi permettete?”. Naturalmente il discorso di Thunberg, oltre a suscitare entusiasmi e applausi bipartisan, ha ricevuto le solite critiche bipartisan. Da destra: “esagera”, oppure “è una bambina manovrata da oscure potenze rivoluzionarie”. E da sinistra: “ha usato la prima persona singolare, non parla a nome di una tutti”, oppure “è andata in America senza l’aereo ma con una barca di plastica”, o ancora “si è fatta accompagnare da un membro dell’aristocrazia europea, ovvero i ricchi che hanno rovinato il mondo”.

La verità è che Greta Thunberg rappresenta l’ala riformista e moderata di una galassia ambientalista che comprende anche gruppi più radicali come Extinction rebellion, quelli che si incollano le mani agli autobus per fermarli. Ma tutto questo parlare di destra e sinistra, di riformisti e radicali, può far sorgere la domanda: non è che la stai buttando in politica? E la risposta è semplice: sì, perché è proprio quel che è necessario fare. C’è un articolo su Vox che ha un titolo molto chiaro, brutale: “Mi occupo di ambiente per lavoro, e non mi interessa se ricicli”. Lo ha scritto Mary Annaïse Heglar, saggista e attivista che si occupa delle pubblicazioni del Natural Resources Defense Council di New York.

 

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I media italiani hanno scaricato Salvini così in fretta che all’estero non ci credono

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(GETTY IMAGES via Esquire)

La situazione è grave ma non è seria, diceva Flaiano. La situazione oggi in Italia è sempre più grave, e sempre meno seria. Chi ci ha capito qualcosa in questo agosto delirante di crisi politica, innescata dall’autosabotaggio dell’invincibile Salvini nel suo momento di massima gloria, e sfociata nella formazione di un governo surreale? Sarebbe tutta da ridere, se non fosse in gioco il futuro di ognuno di noi – o forse proprio per questo, meglio prenderla a ridere.

Ma se c’è una cosa più ridicola dei repentini cambiamenti di fronte e opinione da parte delle formazioni politiche (Mai con Pidioti! Mai con i grullini!), è la facilità con cui mutano lato al mutare del vento tutti gli altri, dai semplici elettori ai più rispettabili opinionisti. Vale la pena allora fare un passo indietro, osservare le cose con un occhio più distaccato, alieno. Un divertente articolo dell’Atlantic parla proprio del rapido cambio di tono nella stampa italiana “after the Fact”. E parte citando un altro celebre Flaiano, quello sugli italiani che corrono sempre in aiuto del vincitore.

Lo avrete notato: per quanto ben protetto all’interno della bolla, ognuno di noi è in contatto social con dei parenti o dei compagni di classe delle elementari le cui opinioni sono imbarazzanti, ma nei confronti dei quali il cringe non arriva mai al punto tale da troncare i rapporti (e menomale: sono dei piccoli bagni di realtà, come andare al bar, visto che ormai anche la colazione noialtri la si ordina con Deliveroo). Ebbene, solo io ho fatto caso a una improvvisa impennata dei meme sul Capitano, da parte di chi solo qualche giorno prima faceva girare i post dell’inesistente John B. Keating?

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Perché d’estate leggo solo libri di racconti

L’estate è la stagione giusta per le grandi letture? Ma non diciamo fesserie. L’estate è l’orizzonte mitico dove si proiettano le nostre buone intenzioni di aspiranti lettori forti – e dove poi si seppelliscono. È un grande weekend, un’enorme serata: come durante la giornata ci mettiamo da parte le letture più curiose, che poi la sera nonguarderemo; come durante la settimana ci conserviamo i longform e gli approfondimenti e le inchieste, che nel weekend non mancheremo di trascurare; così durante l’anno aspettiamo l’estate per attaccare finalmente Proust, o quella saga fantasy di dodicimila pagine.

Io per esempio quest’anno avrei da finire il capolavoro classico di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto, un incredibile trip nei miti, anzi nel mito (uno) degli antichi; e La mente del corvo, dalla collana Adelphi sulle intelligenze animali, dopo mammiferi e polpi, un’altra meraviglia; e Abbacinante, la trilogia indescrivibile di Mircea Cărtărescu. Poi potrei iniziare il fresco uscito Come cambiare la tua mente, il genio di Pollan alle prese stavolta con LSD & co., e uno che viceversa mi guarda dallo scaffale da tempo, L’Opera galleggiante di John Barth, succo del postmoderno.

Ma per una volta ho deciso di guardarmi in faccia prima, e ammettere: non li leggerò, almeno non questa estate. E non è questione di pesante o leggero, è proprio un fatto di tempo ristretto, e soprattutto frammentato. Perciò io quest’estate leggerò – sto leggendo – solo racconti. Che hanno il vantaggio di poter riempire pause anche brevi con storie autoconclusive, e anche quello che ti permettono di saltare da un libro all’altro, a seconda dell’esigenza, dell’umore, di quello che ti trovi ficcato in borsa tra un asciugamano e una crema solare.

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João Gilberto, riccio

Tom Zè, genio irregolare della musica brasiliana, un trickster capace di passare da messinscene dadaistico-politiche sul palco a ricerche etnomusicologiche che recuperano le poliritmie degli indios dell’Amazzonia, nel 2008 se ne uscì con un album intitolato Estudando a bossa (ultimo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 1976 con Estudando o samba e ripresa trent’anni dopo con Estudando o pagode). Sempre sul filo sottilissimo tra precisione filologica e parodia feroce, in un pezzo intitolato João nos tribunais argomentava: “Se João Gilberto intentasse una causa per il riconoscimento dei diritti d’autore sui samba-canção che grazie alle sue registrazioni sono diventati bossa nova, qualsiasi giudice togato di qualsiasi tribunale gli assegnerebbe la vittoria nel processo” (giuro non lo sto facendo parlare come un azzeccagarbugli anzi sto semplificando).

“Prendiamo il caso di Chega de saudade, un samba registrato nel ’58 da Elizeth Cardoso, parole di Vinicius de Moraes. Il pezzo era divino, delizioso, ma era pur sempre un samba-canção e niente più. Ma quattro mesi dopo João lo registrò con la voce sincopata, la chitarra stravolta: il cantante fu definito stonato, senza ritmo, ventriloquo, ma davanti al desafinado il mondo si inchinò… E nacque la bossa nova”.

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Desafinado. Slightly out of tune, e out ot time: l’essenza della bossa. Ecco potremmo anche finirla qui. Tocca invece proseguire perché João Gilberto è morto, il 6 luglio 2019, a 88 anni. Questo però non è un necrologio, ma un pezzo di autobiografia. Un pezzo di vita di un ragazzo degli anni 90, musicofilo impenitente e musicista fallito che improvvisamente aveva scoperto l’eldorado (improvvisamente e fuori tempo massimo, ché João era già vecchio quando io ho iniziato a sentire musica, e già contestato e abbattuto a colpi di tropicalismo dalla generazione successiva, quella dei Caetano Veloso e Gilberto Gil e Zè, quando io ancora dovevo nascere: ma appunto la bossa nova ci diceva che essere fuori tempo, e anche un po’ fuori intonazione, non era un problema: dava una speranza a tutti). Un ragazzo che come me odiava i Beatles e i Rolling Stone, per il quale il jazz era troppo e il pop-rock troppo poco, le suggestioni etniche mediterranee e sudamericane un po’ troppo ovvie, e altre declinazioni world un po’ troppo deep: la bossa era perfetta perché teneva tutto insieme, ci sembrava di capirla e contemporaneamente era un trip, la capata di una novità assoluta.

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