Nelson: «Come ho rubato il palco a Carlo Conti»

Se il nome di Nelson non vi dice niente, non è colpa vostra. Anche se il tipo ha un album all’attivo, prestigiose collaborazioni, e soprattutto non uno ma due David di Donatello per la migliore canzone: uno nel 2014 (’A verità, nel film Song’e Napule), uno nel 2018 (Bang bang, in Ammore e malavita) entrambe pellicole dei Manetti Bros. Probabilmente l’avete visto, lo scorso 21 marzo, proprio alla premiazione dei David, dove si è reso protagonista di un siparietto improvvisato, uno dei pochi momenti autentici di una cerimonia altrimenti noiosa: è salito sul palco esultando, e fuori protocollo si è lanciato sul microfono iniziando a parlare. Quando il bravo presentatore Carlo Conti ha provato a fermarlo, lui lo ha stoppato con un gesto e ha continuato il suo monologo (“Costo poco, e scrivo anche in italiano”).

Io che ho il privilegio, o la sfortuna, di conoscerlo da 30 anni (mammamia) ho pensato di approfittarne e intervistarlo. E siccome so che Alessandro Nelson Garofalo è uno che con le parole ci sa fare – non scrive solo canzoni ma anche status di facebook che sono delle micronarrazioni spassosissime, e poi racconti e chissà cos’altro – gli ho proposto: vogliamo fare un’intervista in chat? Quella che segue è la conversazione più o meno fedele della nostra delirante conversazione.

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La fantascienza è femmina. Anzi, è femminista

Dopo il primo racconto, bellissimo, ho lasciato un segno, pensando: in un’oceano di 500 e più pagine, poi non li ritrovo più. Letto il secondo, ho fatto lo stesso. Con il terzo, pure. E così via. Sicché a un certo punto ho smesso: la mia mappa dei racconti più belli de Le visionarie rischiava di diventare la fotocopia del sommario de Le visionarie. Perciò ho deciso che non ne avrei nominato nessuno, per rendere giustizia a tutti. Ma poi, quando ho iniziato a scrivere, mi è venuto un dubbio.

E il dubbio è questo: sono abilitato a parlare? Io in quanto maschio, bianco, occidentale e borghese: soprattutto in quanto maschio (ma anche le altre caratteristiche non sono da meno, come vedremo). Già, perché la questione è delicata e di questi tempi ancora di più. Allora: posto che non esistono libri PER maschietti e libri PER femminucce, ovvio, e chi ci prova viene giustamente sbertucciato.

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La mano di Frances McDormand

C’è un momento in Tre manifesti a Ebbing, Missouri che da solo vale tutto il film (se non di più). Un film strano, molto bello ma a tratti spiazzante, che sembra scivolare verso un grottesco in stile fratelli Coen, ma poi non lo fa del tutto. Un film che è stato anche criticato per il trattamento marginale riservato agli afroamericani, ma che secondo me riserva un trattamento ancora peggiore ai personaggi femminili di contorno, soprattutto le giovani donne, macchiette al limite dell’idiozia. Un film per cui però la protagonista Frances McDormand ha ricevuto un meritatissimo Oscar.

Il momento è quello in cui lei riceve una delle tante mazzate – posto che la principale, la figlia stuprata e uccisa, l’ha ricevuta prima ancora dell’inizio del film – che nel corso della storia la fanno vacillare ma non cedere. È seduta, abbassa la testa e se la regge con la mano, nel classico gesto di sconforto. La faccia sparisce dietro la mano. La camera stringe su di lei: il dorso della mano è al centro dello schermo. È una mano che parla, è una mano che recita.

È una mano forte, è una mano grande. È una mano da cui sporgono le nocche, percorsa da vene sbalzate in rilievo. È una mano che non trema; è una mano fragile e disperata, è una mano che potrebbe uccidere, che lo ha quasi fatto. È una mano con un’espressione, più significativa e intensa non solo delle due famose espressioni di Clint, col cappello e senza, ma di molti bellocci di Hollywood. È una mano che da sola, in pochi secondi, riassume tutta la determinazione e la debolezza del personaggio interpretato da McDormand. È una mano che ha ragione da vendere. È una mano che ha torto marcio. Come tutti noi. Ma lei di più.

(Il mio contributo al pezzo collettivo di Esquire dell’11 marzo. Leggi tutto)


Black Mirror 5: quello che sappiamo già (e quello che non volevamo sapere)

Il cellulare vibra in tasca. Piove e fa freddo, ma devo guardarlo subito. Mi fermo in un portone buio, la mano scorre tremando sullo schermo: ecco, lo sapevo. Una notifica, anzi due, e contengono entrambe le parole blackmirrorvideo.

La quinta stagione di Black Mirror, la serie fantascientifica distopica horror o quello che volete voi di Netflix si farà. Questo è quello che annuncia il primo video, sull’account ufficiale di Twitter.

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Democrazia, addio

Attenzione: non stiamo parlando delle elezioni politiche del 2018. E a ben vedere, non stiamo parlando neanche dell’Italia (anche se, il discorso è globale e facilmente estendibile). Ma di dove finirà la democrazia. O meglio, del fatto che finirà.

Una ricerca effettuata nel 2016 in varie nazioni del mondo poneva una semplice domanda: “È essenziale per te vivere in un paese democratico?”. E divideva le risposte per fasce d’età. I grafici parlano da sé, e sono impressionanti.

(courtesy World Values Survey)
In sostanza, dall’Australia all’Olanda, dalla Svezia agli Stati Uniti, la situazione è identica: ai vecchi la democrazia piace tanto, agli adulti così così, ai giovani quasi per niente. Ci sono ovviamente delle differenze e delle caratterizzazioni locali, nello studio effettuato da Roberto Stefan Foa e Yascha Mounk per il World Values Survey: in Olanda per esempio la sfiducia è abbastanza generalizzata anche a partire dai nati negli anni 30; in Svezia i valori sono tutti più alti rispetto alla media, negli USA tutti più bassi.
(Continua su Esquire)

Lion e la risposta di Pirandello

Qualche giorno fa ho visto un film assurdo, che pur senza appartenere al genere fantastico racconta una storia estremamente irrealistica. Si chiama Lion, il protagonista è Dev Patel – l’ex ragazzo prodigio di The millionaire – ed è del 2016 (negli ultimi dieci anni sono andato al cinema così poche volte che per me il 90% delle pellicole uscite dopo il 2008 è una novità assoluta, come vedere un’anteprima mondiale – il restante 10% sono film di animazione: su quelli sì, sono ferratissimo).

Per una serie di coincidenze una più improbabile dell’altra il protagonista, un bambino indiano di 4 anni, si trova a vivere in Tasmania. Sentite qua: a) sale su un treno parcheggiato in una stazioncina mentre aspetta il fratello maggiore; lui s’addormenta e il treno parte; b) non è un treno passeggeri quindi le porte non si aprono e lui non riesce a scendere se non a Calcutta, 1600 km dal suo villaggio; c) il suo villaggio è talmente piccolo e lui ne pronuncia il nome talmente male che nessuno riesce a capire da dove viene; d) sopravvive in strada agli assalti di criminali, pedofili e sfruttatori; e) finisce in un orfanotrofio e di lì viene adottato da una coppia australiana; f) venti anni dopo, si mette alla ricerca delle proprie origini, riavvolge il sottilissimo filo e, grazie a google maps e a una serie di coincidenze fortunate, e riesce a tornare al villaggio; g) la mamma è ancora lì che lo aspetta (il fratello era morto quella notte stessa in cui lui si era perso).

Pazzesco, no? Una trama talmente assurda che non sta in piedi; gli sceneggiatori non hanno pensato che una storia così potesse risultare per nulla credibile? Sì che ci hanno pensato: infatti nei titoli di testa campeggia la scritta TRATTO DA UNA STORIA VERA, e durante quelli di coda si vede il vero Saroo al villaggio con le sue vere due mamme. Non può non venire in mente l’introduzione alla seconda edizione de Il fu Mattia Pascal, quando Pirandello risponde a chi lo aveva accusato di aver scritto una storia troppo inverosimile, semplicemente citando un caso di cronaca – avvenuto dopo la pubblicazione del romanzo – che ne ripeteva le vicende in maniera quasi pedissequa.

Morale? (Morale?) Che la realtà supera la fantasia? Vero, ma ovvio. Forse anche che la nostra fantasia, al contrario di quello che pensiamo, è così limitata e gretta che certe cose ci sembrano assurde, fino a che non succedono davvero (NB: non è un endorsement al PD).

(Il mio contributo al pezzo collettivo di Esquire del 25 febbraio. Leggi tutto)


Il reality che ti fa commettere un omicidio

Si chiama agente provocatore il poliziotto che si finge un criminale e si infiltra in una organizzazione mafiosa, per esempio, partecipando o ancora meglio organizzando un’azione delittuosa, per poi arrestare i delinquenti veri. Oppure quello che si finge un bambino su internet e si fa adescare da un pedofilo, per poi incastrarlo all’ultimo momento.

Questa figura in Italia è controversa, tendenzialmente non ammessa, e a ragion veduta: se tu prima crei i presupposti per un reato e poi incrimini una persona per il reato che hai contribuito a far esistere – che senza di te non sarebbe esistito! – qual è il senso, dov’è la giustizia? In Italia questo lavoro sporco lo fanno i giornalisti: sta facendo molto discutere in questi giorni la cosiddetta inchiesta di una testata che ha assoldato un ex criminale e gli ha fatto mettere in atto un tentativo di corruzione. Al di là del pentolone di malaffare che scoperchia, questo modo di agire mi sembra ancora più assurdo nel metodo: cioè, tu non scopri un crimine che esiste e lo racconti, ma crei un crimine apposta per poi raccontarlo. Mah.

(continua su Esquire)