Accompagnamento Sodo

sodoMusica nata per accompagnare. Guido Sodo è leader e anima dei Cantodiscanto, uno dei gruppi più interessanti – anche se dalla produzione ahimé troppo rada – dell’etno-fusion all’italiana: dalle tradizioni del nostro sud al Mediterraneo fino all’ovunque. Esperando sono (Materiali Sonori) è un disco a nome solo suo, in cui però si ritrova facilmente la stessa varietà d’ispirazioni. È una raccolta di brani composti in diverse situazioni, tutte però accomunate dalla caratteristica di essere legate al teatro, al suono in funzione di altro: come accompagnamento, colonna sonora, in scena o meno, dal vivo o meno, di pièces e allestimenti e spettacoli. Canzoni d’autore e cantate popolari, trombe jazz su ritmi etnici, spruzzi d’elettronica. Musica che travalica i generi, ma che travalica anche la musica: verrebbe da dire quasi d’ambiente, nel senso più artistico e meno parassitario del termine. I pezzi cantati hanno un insolito taglio spiritoso o bizzarro; poi, soprattutto nella seconda parte, Sodo canta poco, il che non ce ne voglia ma è un bene, essendo più che l’interpretazione e la vocalità, la composizione e l’organizzazione il suo punto forte. Così negli strumentali la fantasia prende il volo, e la corsa idem. Divertente e piacevolmente vario, ottimo per un ascolto attento sul divano di casa, quanto eccellente come accompagnamento di un allenamento leggero e defatigante.

(Articolo uscito sul numero di agosto del mensile sportivo Correre)

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Meta-caravan

tesi_cameristico copAvete presente, sì, quella famosa scena di Totò e Peppino che no, non quella che arrivano a Milano e parlano al ghisa in francese quell’altra, no non quella che si vende la fontana di Trevi, e neanche quella “se no desisti” del paltò di Napoleone, dico quella dello starnuto, vabbè d’accordo non è così famosa, in cui Totò sta sempre per fare uno starnuto micidiale e poi niente, abortito. Ecco, un po’ così si è sentito il vostro capocarovana alla fine – o all’inizio, dipende da come la guardate – di questa Caravan, provando a tracciare una due tre rotte senza riuscire a mettere in marcia la truppa.

Il primo percorso che mi era venuto in mente, ci andavo pensando già da qualche mese, poteva chiamarsi E’ USCITO DAL GRUPPO: l’idea derivava dall’annunciata uscita di tre album solisti di una certa curiosità, Riccardo Tesi, Guido Sodo (entrambi per Materiali Sonori) e il pianista Benedikt Jahnel. Ora è vero che nel jazz-etno-qualcosa di cui solitamente di occupiamo qui, il concetto di gruppo assume un connotato assai più fluido e flessibile che nel rock: lì si è dentro o si è fuori, qui più che di gruppi ormai spesso si parla di progetti, e se ne portano avanti molti contemporaneamente (il jazz si conferma laboratorio politico del precariato globale?!). In effetti quello dei tre di cui più si potrebbe dire che un album solista “fa notizia” è Sodo, da decenni animatore del gruppo Cantodiscanto, e che certo altre cose per conto suo le ha fatte, ma correggetemi se sbaglio un cd intiero no. Poi però il cd suo (al momento in cui scrivo) non è ancora uscito; e sul trio di Benedikt Jahnel finiva che non avevo molto da dire. Non che sia stato una delusione, per carità, però.

benedikt-jahnel-copQuesto giovane pianista tedesco è, almeno così supponevo, la colonna portante musicale di una delle più esaltanti novità degli ultimi anni (vedi Caravan #2, ottobre 2011): il quartetto Cyminology guidato dalla cantante iraniana Samawatie; fuori dal gruppo (Equilibrium, anche lui alla corte Ecm) però sembra perdere molta di quell’originalità, di quell’alterità, per cui mi devo ricredere e attribuire ancora più meriti e prostrarmi a sua maestà Cymin, evidentemente la farina di quel sacco è quasi tutta del granaio persiano. Per cui finiva che parlavo solo di Cameristico by Riccardo Tesi, side project rispetto al suo collaudatissimo ma mai ripetitivo super quartetto Banditaliana. Una occasionale commissione gli ha dato il la per un accostamento tra il suo populare organetto diatonico e i colti pianoforte-violoncello-clarinetto. Senonché poi, da un lato le percussioni, che in una camera classica non stanno bene, rientrano alla grande dalla finestra (il tamburello di Alfio Antico la dice lunga, ma poi anche un terrigno cajon, una sarabanda di strumenti etnici a firma del fedele Ettore Bonafè, addirittura uno scacciapensieri); dall’altro, e in generale, più che innovare questo cd conferma, aggiungendo un altro splendido volume alla concezione di Tesi, il quale prende colori antichi e moderni, sfumature raffinate e materiale grezzo, per disegnare le sue tavole a tinte vivacissime e sempre personali. P.s. di tappa: ho poi risentito con più attenzione Benedikt Jahnel e devo dire che, pur continuando a venerare Cymin Samawatie, Equilibrium ha un fascino sottile, astratto, che rende questo trio degno di essere seguito con attenzione. Insomma quasi quasi, ma ormai era tardi…Comicantiit cop

(Era l’inizio della mia rubrica Caravan, su Blow Up di marzo. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Riccardo Tesi, Cameristico, Materiali Sonori

Benedikt Jahnel, Equilibrium, Ecmalfonsi cop

Giangilberto Monti, Comicanti.it, Incipit Books

Peo Alfonsi, Il velo di Iside, Egea


Oroscopo 2013 (parte seconda)

jarrett copE quindi, non è successo niente, vabbè. Se siamo qui a raccontarcela (se siete qui a leggervela, ché io scrivente sto ancora prima del guado, tra color che son sospesi, un prosciutto, via) vuol dire che per l’ennesima volta il mondo è sopravvissuto, e a che prezzo. Ergo, hanno ancora più valore e danno ancor più responsabilità queste due pagine di oroscopo (venghino siòri venghino, per la prima e ultima volta su blouappe) senza pianeti, dove eravamo rimasti, ah sì giusto, a metà.

LUGLIO. A Umbria Jazz il concerto principale è quello di un supergruppo formato da Rihanna alla voce (?), Giovanni Allevi al piano, Keith Richards alla chitarra, Sting al basso e George Harrison alla batteria – ma no, non è veramente lui, è un pupazzo dentro al quale c’è il Pulcino Pio. Per non cadere nello scontato evitano il repertorio jazz e suonano pezzi come Knockin’ on heavens door, Jingle bells, ‘O surdato nnammurato; sempre per evitare banalità, gli arrangiamenti non sono jazz ma ricalcati sugli originali.

Antidoto: KEITH JARRETT, SLEEPER, ECM. Dagli archivi salta fuori questo doppio live in Tokyo del 1979: se mai sono esistiti i supergruppi, la cosa si è verificata solo quando non erano consapevoli di essere tali. Jarrett era già Jarrett, beninteso (la svolta di Colonia è del ’75) ma Garbarek e Danielsson incominciavano ad esserlo proprio con quelle incisioni. Era il quartetto (nord)europeo, gli anni ’70 erano agli sgoccioli ma qui si sente ancora tutto quel meraviglioso coraggio: cavalcate free-prog di mezz’ora, voglia di provare a inventarsi ogni volta qualcosa di diverso, polistrumentismo e attitudine a non prendersi troppo sul serio (ve lo vedete il venerabile Jarrett che suona flautino e percussioni?). La verità, il mondo è finito il 6 gennaio 1980: da allora viviamo tutti all’inferno senza saperlo.

banda odori copAGOSTO. Alla sagra della pastafattammano e salsicciallabbrace – dovunque voi siate, sicuramente ce n’è una – la banda del paese attacca a suonare un repertorio strano. Dopo un bel po’ vi accorgete con orrore che è lo stesso repertorio del supergruppo di cui sopra, solo riarrangiato in chiave jazz. Dopo un altro po’ vi rendete conto con altro orrore che stanno suonando in playback.

Antidoto: ORIO ODORI, LA MIA BANDA, MATERIALI SONORI. La sua banda, cioè Banda Improvvisa…

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, su Blow Up di gennaio. Continua in edicola)

TAPPE SUCCESSIVE

santtana copLUCAS SANTTANA, O DEUS QUE DEVASTA MAS TAMBEM CURA, MAIS UM DISCO

ANDRE’ MEHMARI, VEREDAS, EGEA

VIAGGIO IN DUO, SECONDO NOI, POLOSUD

LOUIS SCLAVIS ATLAS TRIO, SOURCES, ECM

mehmari copViaggio-In-Duo-cop         sclavis cop


Il fantasma della libertà

… solita collection di canzoni antiche e anonime dai quattro angoli del mondo: sussurrata e notturna come una ninnananna, e allora da qui converrà continuare (non partire, perché model d’emploi, lo dico mo’ e non lo dico più, questa Caravan si muove in cerchio, per cui potete scegliere di iniziare in un qualsiasi punto, fare il giro completo e fermarvi nello stesso punto o non fermarvi mai), cioè dalla fine (della giornata) ovvero dall’inizio (della vita), insomma dal momento in cui si mettono a nanna i bambini. L’idea è venuta a Giulia Lorimer, cantante dei mitici Whisky Trail che in ere storiche iniziarono a lavorare sul folk american-irish (oggi ha ottant’anni, auguri, quando iniziò nel ’75 con i Whisky ne aveva più di cinquanta, Camilleri non è l’unico evidentemente); Giulia Lorimer, un mappamondo vivente, nata in Svizzera cresciuta in Bulgaria sposata negli Stati Uniti, e un mappamondo di famiglia, per cui la sua ricerca sul campo è stata poco più che un giro di telefonate tra i parenti. È venuta fuori anche una vecchia cassetta con la voce della nonna di sua figlia, a sua volta ora mamma, e quindi in Nana’s lullaby cantano ben quattro generazioni, di donne, manco a dirlo. Nord America, Scozia e Irlanda, ma pure la Norvegia, guarda un po’, e dall’altro lato Spagna e America spagnola, e ovviamente Italia, anzi Toscana, compresa l’inquietante Coscine di pollo, e come il cacio a merenda ci azzecca un vecchio hit dei Whisky Trail su versi di Yeats (Fairy nurse). Arrangiamenti rispettosi, un vago sentore di polvere ma buona, un certo ovvio déjà entendu, per il momento a casa l’ho sentito solo io ma mi riprometto di fare la prova del nove (anzi del quattro, che tanti sono a fine mese, auguri) e vi dico. Ci sta pure Duerme negrito (uno dei punti più alti della poesia civile popolare: “Si el negro no se duerme / viene el diablo blanco…”) che non è – e la mancata coincidenza come mi fece innervosire secoli fa quando la non-scoprii – Duerme negrita di Eliseo Grenet, compositore cubano tra le due guerre. Questa, e non la prima, compare in un altro disco di ninnenanne che, curioso caso, esce pure in questo periodo; e, curioso caso ma forse no, quattordici pezzi nell’uno e diciannove nell’altro, nemmeno uno è in comune. Bonne nuit è un progetto di Diego Baiardi e Antonio Crepax, poi vediamo perché. Forse non è un caso dato che la scelta qui è molto più internazional-popolare, ci sta la tradizionale trentina e sarda e veneta e berbera, ma spuntano e impazzano le Lullaby famose, quella dei Cure, quella dei Creed, e poi Bregovic, Billy Joel, persino Buscaglione, e non mancano perle rare (su tutte, a confermare la superiorità della musica brasileira, la stupenda Pro nené nanar dove per una volta a cullare è un padre che però alla fine è lui che ma basta con la critica ombelicale). E anche l’approccio musicale è diverso – perché diverso l’approccio generale, nella Lorimer genuinamente tradizionale, nel senso di finalizzato a tramandare una conoscenza, qui di rivisitazione moderna e artistica, come risulta ovvio guardando il progetto complessivo ma non corriamo – il quartetto di Baiardi è affiancato da ospiti di prestigio (tipo Fresu, De Piscopo, Salis) e alla voce si alterna la meglio gioventù (tra cui Cristina Zavalloni, Petra Magoni, Patrizia Laquidara), come si vede di ambito jazzistico allargato. È il jazz il punto di riferimento di queste ninnenanne, come modalità operativa prima ancora che come finalità espressiva, il sogno sta al sonno come il jazz sta alla musica, scrive a un certo punto Antonio Crepax, e sì, è lui, il fratello di Valentina. Il cd è accompagnato da (meglio: il cd accompagna) un bel volumetto in hardcover dove con grafica curata e impaginazione colorita sono inseriti i testi delle canzoni, le presentazioni e le esplicitazioni firmate da Antonio, e ovviamente i disegni di papà Guido: Valentina da piccola, Valentina da grande, in tutte le situazioni più assurde e, appunto, oniriche.

(Era il non-incipit della mia rubrica Caravan, sul numero di novembre di Blow Up. No, i puntini all’inizio non sono un refuso, è pensata proprio così, come una struttura circolare. Peccato non poterla riportare tutta ma… come sempre, continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Giulia Lorimer & Whisky Trail, Nana’s lullaby, Materiali sonori

Diego Baiardi e Antonio Crepax, Bonne nuit, Incipit records

Mauro Ottolini Sousaphonix, Bix Factor, Parco della musica records

Béla Fleck and the Marcus Roberts trio, Across the imaginay divide, Rounder

Arianna Savall / Petter Udland Johansen, Hirundo maris, Ecm

           


Le invasioni civili

Proseguendo un discorso, o anche iniziandone uno nuovo. Il tema è quello delle immigrazioni, o invasioni: dipende dal punto di vista, non tanto del lato da cui si guarda, quanto piuttosto dell’altezza. Trattandosi poi, come nel primo caso di questa Caravan, di una formazione completamente straniera, in cui i soli elementi italici sono il luogo dove si è tenuto il concerto, e quindi il titolo del disco, e quindi l’etichetta, il discorso si semplifica – ovvero si complica. Anthony Braxton, Quartet (Mestre) 2008. Già nel plotone a stelle e strisce che viene qui a invaderci, a colonizzarci, ad americanizzarci, c’è una metafora non meno ovvia che potente; solo un po’ più sbiadita oggi che i padroni prossimi venturi si prospettano venire dalla parte opposta del globo, e chissà se un giorno non rimpiangeremo i cess-burger (la vedo dura, by the way). Parlando poi di jazz, è chiaro che sì, ormai l’abbiamo assorbito, noi della vecchia Europa, tanto che a buon diritto si parla di jazz italiano, di jazz scandinavo, anzi senza dubbio di jazz mondiale, jazz e basta; eppure, la suggestione, la memoria storica e l’inconscio collettivo corrono sempre all’infra e dopoguerra, con i localini dove the man with the horns, dismesse le divise e le marce militari, attaccavano a swingare, zum zum, e poi te credo che è nato nu criaturo è nato niro.

Ma seriamente, Braxton. Uno che ha fatto la storia del jazz, anzi la storia della musica, e che un nuovo album in sé non è neanche questo evento, avendone incisi circa un centinaio solo a proprio nome in quaranta e passa anni di carriera, cioè da quel primo 3 Compositions of New Jazz datato 1968, a cui nello stesso anno seguirà il seminale For Alto, addirittura un doppio per sax solo, forse il primo album per sassofono senza accompagnamento né sovraincisioni né altro. (Parentesi storico-critica: avete notato che i grandi geni o fanno uscire un’opera a decennio, o sono super-prolifici? Mi viene in mente Cesar Aìra, nella scrittura. Tutti gli altri, i normali, vanno avanti con una novità ogni uno/due anni, roba da travet). Ma tornando a bomba, e con maggior pertinenza stavolta, sulle invasioni più o meno pacifiche: è risaputo che certi musici anglo e soprattutto americani, di area sperimental-avanguard-art-something, abbiano maggiori apprezzamenti qui che lì, e non è la solita storia del profeta in patria. Ha a che fare piuttosto con un diverso atteggiamento degli europei continentali, più disposti a farsi affascinare da discorsi complicati, a entrare nelle pieghe di ragionamenti assurdi o sedicenti tali: insomma siamo radical chic and proud to be, me compreso, ovviamente. Anzi, ça va sans dire. Tanto che invece in Usa spesso i mescolatori come Braxton, che cita tra le sue influenze dirette Cage e Stockhausen, vengono tacciati dai puristi di non aver niente a che fare col jazz: testuale, da parte non solo di critici ma anche di colleghi, che simpatia, e in particolare del trombettista Wynton Marsalis; rilievo che insomma, detto da uno il cui orologio culturale è rimasto fermo agli anni ’50, fa un po’ ridere, anzi suona proprio come un complimento.

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, sul numero di luglio di Blow Up. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Anthony Braxton, Quartet (Mestre) 2008, Caligola

Nomadic Orchestra of the World (Nuove Tribù Zulu & Gypsies from Rajasthan), Banjara!, Materiali Sonori


By looking at its cover

(l’incipit della mia rubrica Caravan, su Blow Up del mese di aprile)

You can’t judge one by looking at the other (Willie Dixon)

Una cosa è una cosa è una cosa è una cosa. Un’altra è un’altra è un’altra è un’altra. Trattasi della base su cui si fonda la nostra civiltà, la nostra logica. È il principio di non contraddizione, quello per cui A è uguale ad A, ed è diverso da B. Questo principio è messo in discussione dall’esistenza della cover. Che cos’è una cover? È una cosa (l’originale coverizzato) o un’altra (la versione interpretata)? O per caso tutte e due? E ancora: di chi è la canzone? La stessa Wikipedia, che tanto ci tiene alla precisione e ti cazzéa e cassa se non citi le fonti, nel presentare il brano da cui è tratta la citazione e il titolo, confonde ancor più le acque: “You Can’t Judge a Book by the Cover is a 1962 song by rock and roll pioneer Bo Diddley. Written by Willie Dixon…”. Cioè, un pezzo di Bo Diddley, però scritto da Willie Dixon. Vabbè, ma qui stiamo scadendo nella filosofia spicciola, e proprio in un momento in cui anche gli spiccioli sono preziosi. Mentre io volevo parlarvi, se non s’era capito, di cover.

La cover, che nel jazz è standard, nella musica classica esecuzione, e nella musica etnica furto. Le varianti sono infinite: c’è la cover omaggio (quasi tutte le versioni di Garota de Ipanema) e la cover oltraggio (quasi tutte le versioni di ‘O sole mio), la cover per assimilazione, che ribadisce un’indentità, e la cover per contrasto, che mira a sorprendere. C’è la cover-wannabe dell’artista sconosciuto che tenta di legittimarsi con una bellezza presa in prestito, e la cover-Mida, dell’artista famoso che benedice con condiscendenza e tenta di tramutare in oro il gruppo clandestino; c’è la cover decostruzionista che rende irriconoscibile il tema originario, e l’auto-cover di riappropriazione (Paolo Conte che fa “Azzurro di Celentano”). Per non parlare dei gruppi che fanno solo cover e di un solo artista (tribute band), degli album-mostre coverizzati in toto (Dark side of the moon incredibilmente ne conta più d’una), degli artisti che per sempre o a tratti fanno interi album di soli standard (mr. Jarrett, u there?). Più interessante è chi mischia le carte, chi confonde le idee, proprie e degli ascoltatori, chi si astiene dall’una purezza (“Io solo brano originali, tsk”) come dall’altra (“Io comporre? Per carità, di fronte a questi giganti…”). Insomma chi mescola cover e no, tentando di fare un discorso unitario. Perciò con questa Caravan non viaggeremo nello spazio ma nel tempo, rimbalzando tra i dischi e le epoche musicali. In quattro uscite recenti faremo una specie di percorso, un’ascesa perché partiamo da chi di cover ne fa solo una a chi riempie mezzo disco. Giudicheremo l’uno guardando all’altro, alla lettera.

Tappe principali
Andy Sheppard, Trio Libero, Ecm
Paolo Bernardi, Fahrenheit project, Dodicilune
Giovanni Ceccarelli, Météore, Bonsai
Arlo Bigazzi, Alabastro Euforico, Materiali Sonori

(… continua in edicola)