Siamo tutti razzisti?

“Terroni di merda!”

“È finita la pacchia!”

“Senti che puzza / scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani”

Io lo so cosa state pensando: ecco, un pezzo di attualità politica, il solito pezzo di attualità politica, la polemica, anzi la polemichetta. E invece no. Questo pezzo nasce dallo stupore che ho provato quando mi sono trovato davanti a una frase scritta nel 1940, e dalle conseguenti riflessioni che arrivano a scavare nelle radici preistoriche di certi comportamenti. Attualità, come vedete, poca. Polemichetta, forse.

La frase è la seguente:

Come, hai preso il mio coadiutore per un napoletano! Che bestemmia! È mai venuto fuori da quelle parti, in quanto a geni politici, qualcosa che non sia un vile intrigante? Non trasuda forse, lui, Firenze da ogni poro? E non ricordi Palazzo Gondi, a Firenze, in piazza della Signoria, un po’ in fondo a sinistra guardando il Palazzo della Signoria? È quasi disadorno, ma bellissimo. L’abate napoletano di cui parli tu è, suppongo, l’abate Galliani; di lui ho letto solo alcuni estratti di lettere; ma sono più che sicura che somigliava a ben poco a Retz.

Ma chi l’ha scritta? È stata Simone Weil, la grande pensatrice, una delle menti più brillanti e stravaganti del 900. Lo ha fatto in una lettera al fratello André, insigne matematico, che all’epoca si trovava in carcere perché renitente alla leva (“ritengo mio dovere fare il matematico, non la guerra”). La corrispondenza tra i due è stata pubblicata di recente da Adelphi, in un librino che si chiama L’arte della matematica, nell’edizione italiana curato da Maria Concetta Sala. Un libro smilzo e pieno di meraviglie, di quelli che per ogni pagina potresti stare a pensare per una giornata.

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Il sanscrito, l’algebra babilonese vs la geometria greca, la politica dei cardinali a corte nel ‘600, la fisica e l’epica: questi gli argomenti, questo il tono dei discorsi tra i due. Simone Weil è capace di condire le sue lettere con disegni di triangoli e dimostrazioni matematiche; ma il suo è sempre un meta-discorso: come quando fa discendere dalla scoperta dell’incommensurabilità tra il lato del quadrato e la sua diagonale (il problema più noto come “quadratura del cerchio”, che secondo la leggenda venne tenuto segreto dai pitagorici perché scalfiva la perfezione dell’universo) una serie di conseguenze prima filosofiche e poi politiche, che sfoceranno nel crollo della civiltà greca.

Perciò Simone scrive al fratello: visto che di tempo libero nei hai, perché non mi spieghi a cosa lavori, su cosa si stanno spaccando la testa i matematici contemporanei? E André, che pure doveva essere un bel tipino, uno che nelle pause di lavoro si rilassava leggendo Balzac, non si fa incantare da cotanto sfoggio di cultura e replica: tentare di spiegare il mio lavoro a te, come a tutti i non addetti, sarebbe come far ascoltare una sinfonia a un sordo. Tié. Ma poi ne parla eccome: e in termini che rendono la lettura al profano non solo possibile, ma proficua – in termini artistici, da cui il titolo.

Bene. Com’è possibile allora che due delle migliori menti della loro generazione, un rigo dopo aver fatto acutissime osservazioni sulla misurazione delle piramidi, cadano in generalizzazioni come “napoletano = vile ed intrigante”? Stiamo parlando di ottanta anni fa, non ottocento o ottomila; di evo moderno, e di una epoca travagliata e oscura in cui uguaglianza e libertà venivano messe in discussione, e nessuno può testimoniarlo meglio di Simone Weil, che avrebbe sacrificato non solo il proprio pensiero ma la propria stessa vita. Eppure. Eppure anche André, in un altro scritto, avrebbe affermato:

Continuo sempre la lettura del cardinale… può essere anche simpatico, ma non si combina niente di grande con una mente così contorta. Ho fatto inorridire mia sorella quando le ho domandato se fosse originario di Napoli; sembra invece che i Gondi venissero da Firenze. Non possiede però lo spirito fiorentino, che è semplice e grande. Rimango dell’idea che nelle vene debba aver avuto sangue meridionale (intendo dell’Italia del Sud, ovviamente).

La domanda quindi è semplice: il razzismo è inevitabile? Il quesito è in qualche modo complementare a quello che qui Fabio Deotto ha sollevato partendo dal film Suburbicon di George Clooney: il razzismo è inconsapevole? Ora invece ci chiediamo: se anche una open minded come Simone Weil scivola nel pregiudizio razziale, che speranza c’è? Siamo tutti razzisti?

(disclaimer: non ho tanti amici neri, ma quei pochi mi perdoneranno se oso accostare uno stereotipo all’altro, una discriminazione all’altra. Napoletani e afroamericani non sono la stessa cosa, chiaro; ma ricordiamo che proprio per colpa dei meridionali, gli italiani che tra 800 e 900 emigravano in America non erano classificati come razza bianca ma “negroide”.)

(continua, in una versione modificata, su Esquire)

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L’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico…

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

C’è una pubblicità televisiva di qualche anno fa che mi torna in mente ogni volta che penso a Wittgenstein. È la pubblicità di una merendina, ma all’inizio si vedono solo due camionisti affaticati e sudati nel deserto; si fermano a un passaggio a livello, ma il treno non arriva, allora scendono per vedere che succede, il paesaggio è da allucinazione, sui binari passa un pinguino che fa andare un carrello. “Squeck squeck!”, fa il pinguino – “Squeck squeck!”, risponde pronto uno dei due umani. I quali poi si guardano, deducono di aver bisogno di una pausa rinfrescante, e aprono la cella frigo del camion, ristorandosi con lo snack di cui è inutile vi dica il nome, a questo punto. Snebbiata la mente, un camionista fa all’altro, quello che aveva risposto al pinguino: “Ma che vi siete detti?”. E lui: “Squeck squeck!”.

La frase di Wittgenstein è quella famosa: “Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”. Ora io non voglio fare la fine di quelli che su Amazon lasciano una stella a Joyce perché non sa usare le virgole, però mi pare che stavolta il grandissimo pensatore tedesco abbia toppato. Non lo capiremmo? E certo! È esattamente questo il motivo per cui non può parlare. Il leone non parla, ruggisce. Proprio come il pinguino fa squeck (almeno quello della pubblicità). E dietro il ruggito non ci sono delle parole che non riescono a uscire: perciò fanno ridere e un po’ pena quei “traduttori” dal linguaggio dei cani o dei gatti che ogni tanto saltano fuori. Quando il pinguino dice squeck, quello che vuole dire è precisamente: squeck.

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Evochiamo lo spirito della fantascienza

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

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Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

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Se Aldo Busi fosse nato oggi

Certo, se Steve Jobs fosse nato a Napoli, non avrebbe mica eccetera eccetera. Ma, e se Aldo Busi fosse nato oggi?

primopiano_aldo_busiMi sono ritrovato in mano (a casa dei miei: inopinata agnizione, direbbe lui) una copia di Seminario sulla gioventù. Una delle tante edizioni rivedute (questa, dell’88 a marchio Mondadori) del libro d’esordio, uscito per Adelphi nell’84. Ha una prefazione di Piero Bertolucci, che rievoca la lunga gestazione di questo romanzo, o meglio la lunga gestazione di questo scrittore. Racconta Bertolucci che un giorno del 1965 il ragazzo del bar, salito a riprendere i bicchieri, gli allungò un manoscritto, spaventoso per mole non meno che per titolo (Il Monoclino). Chissà come, lui non lo respinse, e addirittura lo lesse, “stupefatto di trovarmi davanti ogni tanto, nella farragine indescrivibile di quella colata di parole, una pagina perfetta, magistrale”.

Due cose gli furono subito chiare: il mostro era impubblicabile, il ragazzo era uno scrittore. Intuizione confermata dalla prova cui lo sottopose: scrivimi un racconto breve, e il barista gliene portò sette, di cui uno “strabiliante”. Nonostante questo – ecco il passaggio cruciale – quando il ragazzo chiese consiglio al redattore, quello cosa rispose?

Io gli dissi che in Italia l’abisso tra il barismo e il mondo delle lettere è da quest’ultimo considerato incolmabile, e che la parola “autodidatta” è un insulto mortale. Mi sembrava quindi opportuno che creasse una distanza almeno geografica tra passato e futuro e che, non essendo Montichiari, indubitabilmente, un luogo di provenienza abbastanza esotico, andasse all’estero, imparasse le lingue, facesse se possibile studi “regolari” e tornasse trionfalmente sulla scena.

Istruzioni che il giovane Busi, con tutta la sua sbadataggine e sbandataggine, eseguì in maniera pressoché letterale, che tenero. Via in Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, facendo i lavori più umili e imparando le lingue, poi di nuovo in Italia, il diploma, l’università, le traduzioni. Infine, l’ingresso trionfale: il libro, mille volte riscritto e mutato anche nel titolo, venne pubblicato da Adelphi. Quasi vent’anni dopo l’episodio di cui sopra.

Ora, riuscite a immaginare gli stessi avvenimenti oggi? Se cioè Busi fosse nato non nel ’48 ma nel ’96, e adesso diciassettenne spedisse il suo megafile a un grande editore? Giovanissimo, belloccio, illetterato, barista, nato in provincia: il massimo. L’ufficio marketing gli piomberebbe addosso, e incomincerebbe a costruire il personaggio. Il romanzo verrebbe emendato e levigato, dalla diretta mano di un editor in ombra o comunque sotto sua stretta sorveglianza, e pubblicato nel giro di pochi mesi. Riesco a leggere anche le fascette.

“Un talento istintivo per la narrazione”

“Il barista minorenne che ci farà impazzire tutti. Di piacere”

“Tra la campagna e i Campari, ma dove cavolo avrà imparato a scrivere così? (La Repubblica)”

“La dimostrazione che due lauree non servono a niente, se si hanno due palle (un blogger)”

A scanso di equivoci: non voglio fare l’elogio dei bei tempi andati. Anche da un punto di vista morale, non c’è differenza nel fatto che le caratteristiche di Busi – giovane, autodidatta, barista – cinquant’anni fa valessero come handicap, e oggi sono considerate atout: positivi o negativi, sempre di odiosi pregiudizi si tratta. Guardiamo alla sostanza: dove ci portano i due diversi metodi? Nel ’65, con il metodo Bertolucci, abbiamo ottenuto che un aspirante esordiente è rimasto tale per venti anni, e alla fine è diventato il formidabile scrittore che conosciamo. Oggi, avremmo l’ennesimo bimbo prodigio che dopo poco viene dimenticato. E ci perderemmo Aldo Busi.


I lampi di Tesla e quelli di Ornette

Per la seconda puntata della rubrica radiofonica Il libro che suona nella trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto (qui la prima puntata e la spiegazione di che cos’è) ho proposto questa accoppiata

Jean Echenoz, Lampi, Traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi 2012, pp. 176, euro 17,00

Giovanni Falzone, Around Ornette, Parco dela musica/Egea

Primo tratto in comune: non solo sono due opere dedicate ad altri – il libro a Nikola Tesla, il disco a Ornette Coleman – ma sono all’interno di serie dedicate ad altri. Il trombettista siciliano Falzone è uscito due anni fa con Around Jimi (Hendrix, s’intende, e Miles Davis – ne scrissi qui), mentre in questi giorni sta presentanto un progetto dedicato ai Led Zeppelin; lo scrittore francese Echenoz viene da due libri intitolati Ravel (altro collegamento con la musica) e Correre, dedicato all’atleta ceco Emil Zàtopek.

Nikola Tesla (1856-1943): inventore, genio, visionario, pazzo. Autore di pensate futuribili (un cavo sotto l’oceano per portare posta pneumatica) e di altre francamente assurde (un anello panoramico attorno alla terra). Un genio multiforme e distratto, disinteressato ai soldi, disinteressato alle donne, e disinteressato anche alle sue stesse invenzioni, un attimo dopo averle fatte: ne brevetta di innumerevoli, ma livello di bozza, e poi le lascia lì, facile preda di altri scienziati. Per dire le più eclatanti: pur avendo intuito i raggi X, titolarità e merito andranno a Roentgen; e addirittura la paternità della radio, che nessuno di noi si sognerebbe di revocare a Marconi, gli fu riconosciuta dalla Corte Superema americana. Ma quarantadue anni dopo, peccato.

Lo stile che Echenoz usa per raccontare questa storia di splendori (alla lettera) e miserie è ammirevole: infatti lui prima si fa il culo quadrato a raccogliere informazioni e leggere tutto il leggibile (il suo metodo romanzesco, lo ha raccontato, non è basato sul cambiare i fatti, ma sull’aggiungere interpretazioni, ipotesi negli interstizi, dove i fatti storici mancano). Poi però riesce a usare una leggerezza invidiabile, un tono colloquiale (come niente, a un certo punto può scrivere una frase tipo “a me però sta cosa inizia ad annoiarmi”) e divulgativo. Per esempio quando spiega che cos’è questa benedetta corrente alternata, per cui dobbiamo ringraziare Tesla se non c’è una centrale elettrica ogni tre chilometri, come sarebbe successo con la corrente continua: una paginetta, senza scendere in particolari tecnici e senza farti sentire un ignorante. O quando, en passant, ricorda di come la sedia elettrica sia stata il prodotto collaterale di una battaglia commerciale (in breve: Edison, che aveva il brevetto della continua, per screditare l’alternata organizzò prima folgorazioni pubbliche di animali, poi riuscì a convincere un penitenziario che l’elettricità fosse un metodo più veloce e indolore rispetto a fucili e cappio; naturalmente, sperava che non lo fosse, e non lo fu – non lo è).

E trovano spazio anche le fissazioni di Tesla. I numeri: contava tutto e tutti, e voleva solo cose (tipo il numero della camera) con il multiplo di tre. L”igiene: si lavava le mani centinaia di volte al giorno e consumava decine di asciugamani. E, in contrasto, i piccioni, che nutriva al parco, e poi curava, e infine iniziò a ospitare negli alberghi dove viveva. Ma ora let’s jazz.

Anche se non è questo il brano di Falzone che abbiamo ascoltato in radio, bensì Blues Connotation, una pietra miliare di Ornette Coleman. Comunque.  Un tratto in comune tra libro e disco è  il tono divulgativo, così per dire. Infatti il trombettista cosa fa: prende pezzi originali e cover dell’omaggiato, li alterna, li incrocia, li intreccia. Se si ascolta tutto il cd di seguito, prestando orecchio al mood più che ai temi, si ricava un’ottima impressione di compattezza: in altre parole il trombettista riesce a ornettizzare le proprie composizioni e a falzonizzare i brani di Ornette.

Ma i paralleli si possono estendere dalle opere ai protagonisti: cioè all’arte e alla vita di Tesla e Coleman. Il sassofonista afroamericano è stato per una vita (è vivo lui, eh) frainteso, equivocato: imbalsamato nell’immagine di inventore del free jazz, fu artefice prima e dopo di un movimento di rinnovamento musicale continuo. Come Tesla, ha inventato molte cose curandosi poco della paternità, e come Tesla ultimamente si è fissato su cose astruse o impossibili, come la concezione armolodica, una roba che l’ha capita solo lui.

Spesso bistrattato, considerato un millantatore, da pubblico critici e colleghi: suona strano non per scelta ma perché non sa suonare, quante volte gliel’hanno detto. Ma in realtà è professionista serio e preparatissimo. Proprio come Tesla, che anche se con idee bislacche, era uno scienziato, con nulla di esoterico: non si è mai presentato come un mago, con poteri soprannaturali (anche quando voleva usare i lampi per comunicare con gli alieni, ne era convinto da un punto di vista scientifico), però amava stupire il pubblico organizzando rappresentazioni spettacolari e non-divulgative.

E a questo punto in trasmissione ho letto un brano con la descrizione  di uno spettacolo a base di lampi e scariche da 200mila volt. Con il sottofondo di Lonely woman, altro capolavoro di Ornette: un po’ schizzato, ma adeguato alla scrittura frammentata, disuguale e colloquiale del libro. Com’è venuto? Ci azzecca? Ascoltate e ditemi voi.

(Altre cose, suggestioni, collegamenti: guardate questi due video curiosi sul blog Adelphi, tra cui uno che stabilisce un altro link con la musica, i White Stripes in un film di Jim Jarmusch. Altro riferimento musicale: i Tesla, band heavy metal anni ’80. E infine, sapete come si chiama il locale dove Falzone presenta i suoi progetti? Indovinate un po’…)