10 Adelphi bellissimi e insoliti

C’è bisogno di presentazioni? Adelphi costituisce un unicum nel panorama editoriale italiano, forse mondiale. Certo, ci sono altre case editrici che pubblicano libri di qualità e con vendite anche superiori, come ci sono editori di nicchia oggetto di adorazioni sotterranee ai limiti dell’esoterismo (penso a SE/Abscondita, nomen omen). Ma Adelphi è un culto, che appartiene a tanti, ostinati come pochi. Sull’unicità di questo editore è stato già detto molto, e molto bene. C’è addirittura chi, folle, ha trasformato i dati del catalogo in statistiche e bellissimi grafici. Qui si può solo ripetere che il segreto di Adelphi è probabilmente nella sua vocazione a pubblicare libri unici – come disse il leggendario fondatore, Bobi Bazlen, all’attuale dominus Roberto Calasso, e come il Calassone stesso racconta ne L’impronta dell’editore – cioè libri che sono ognuno una storia a sé, un mondo a sé.

Paradossalmente è proprio questa unicità, in un catalogo quanto mai vario e ormai dopo cinquanta e più anni di storia anche bello nutrito, a stabilire la cifra: i libri Adelphi – da quello più mistico a quello di fisica teorica, da quello più reazionario a quello più anarchico – disegnano un paesaggio mentale unitario; non definisconoun’appartenenza, ma la suggeriscono. La casa editrice ha, com’è d’uopo, anche avuto i suoi detrattori: da Giulio Einaudi, che la criticava da sinistra per un certo abboccamento con il lato oscuro, e scriveva “Adelphy” per sfottere; al complottismo delirante di Maurizio Blondet (lui sì, reazionario estremo) con Gli “Adelphi” della dissoluzione. Ma più sono gli ammiratori, e trasversali soprattutto: anzi transgenerazionali, come si sarebbe detto una volta. Tanto che sui social girano post e pagine in stile memetico e con una semantica prettamente Gen Z, ma dedicate al nostro mito.

Sicché quando, come ogni anno, arriva il momento degli sconti (25%, mica bruscolini, su un catalogo che mantiene prezzi medio alti) si scatena la follia generale. C’è chi fa i salti di gioia, e chi si dispera perché ora non saprà resistere e darà fondo a tutti i suoi risparmi. E c’è chi è paralizzato dalla vastità della scelta: io stesso ogni anno mi metto un budget, e poi passo le giornate a limare, a mettere e togliere titoli dal carrello virtuale, fin quasi allo scadere del termine (e puntualmente, alla fine, compro più di quanto potevo spendere, e soprattutto più di quanto potrò leggere). La seguente lista quindi vuole essere una piccola guida negli angoli più riposti del catalogo, o alla scoperta delle opere minori di autori maggiori, ma senza snobismi. Proprio perché cercherò di stare nel mezzo, correrò il rischio di deludere tutti, risultando troppo banale per i sacerdoti del culto, e troppo hard per i novizi. Io stesso non sono d’accordo con questa lista, perché lascio fuori l’amore della mia vita Borges (quale scegliere?), e alcuni autori bandiera, che siano storici come Milan Kundera o Bernhard, che siano classiconi come Faulkner o Nabokov, o di successiva acquisizione come Sciascia o Bolaño. E dando per scontato che Austerlitz di Sebald, il più bel libro del secolo finora, ce l’abbiamo tutti. Coraggio.

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Psycho come non l’avete mai letto

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della prima stagione di Fleabagè il fatto che la protagonista nei momenti più intensi e improbabili – un vertiginoso dialogo, una scopata come si deve – si gira verso la camera, verso di noi, e ci spara una battuta micidiale, aggiungendo ulteriori layer di lettura e di ironia. Questo costante abbattimento della quarta parete è più divertente che dirompente, come negli a parte dei commedianti a teatro – e in effetti Phoebe Waller-Bridge dal teatro viene, dal teatro ha adattato la serie TV.

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della seconda stagione di Fleabag è che questo giochino continua ma il coprotagonista, il prete di cui la ragazza si innamora, sembra accorgersi di qualcosa. Non capisce appieno, non sente quello che lei dice, ma percepisce un’assenza, una distrazione (non dice cos’hai detto o con chi parlavi, chiede: dov’eri). Perché? Come cacchio fa?

Possiamo fare diving in spiegazioni al limite dell’esoterico: ci azzeccano bene interpretazioni di tipo psicanalitico, o di stampo religioso, perché il prete è in contatto con Dio e quindi avverte la presenza di un altrove rispetto alla realtà della serie-mondo (e l’altrove siamo noi: questo a sua volta può essere letto in senso cattolico, giansenista, gnostico), o semplicemente in chiave romantica.

Guarda in camera anche Belmondo per tutto Fino all’ultimo respiro. Guarda in camera, ma solo alla fine, sollevando gli occhi mentre l’inquadratura stringe, Norman Bates in Psycho. Guarda “in camera” uno dei due vecchioni che spiano Susanna prima di provare a insidiarla, nella versione del mito biblico dipinta dal Guercino, ed è una chiamata in correità: ehi tu porco, anche tu, mio caro spettatore del quadro, stai spiando la ragazza nuda come noi, quindi non fare tanto l’anima candida, non ci giudicare. Ma forse, anche quelle di Belmondo e Bates (per non parlare di Waller-Bridge), più che a parte teatrali, più che richieste di aiuto o dialogo, sono chiamate in correità.

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Le streghe non se ne sono mai andate

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Il maschile, il forte, il grande, il sopra, il celeste, la luce, il sole, la realtà, la ragione, la logica, l’ordine, la scienza, il saggio e il romanzo, da una parte. Il femminile, il debole, il piccolo, il sotto, il terrestre, il buio, la luna, la fantasia, il sentimento, l’intuito, il caos, la magia, la poesia e il racconto, dall’altra. Riconoscere e utilizzare i simboli, le categorie contrapposte che sono alla base di molte religioni e sapienze tradizionali (della Filosofia perenne, direbbe Aldous Huxley con uno dei suoi scritti più profondi, e meno celebrati), conoscere e usare dicevo, non significa accettare supinamente – e politicamente, perché poi è lì che si va a finire.

Nell’ultimo periodo sono usciti vari libri con queste tre caratteristiche in comune: sono racconti, fantastici, scritti da donne. Che le tre caratteristiche siano poi naturalmente collegate si può pensarlo o meno – io lo penso – ma va fatto alla luce di quanto detto sopra: sono simboli, non stereotipi reazionari e altre fesserie tipo “la scrittura femminile”. Loredana Lipperini, giornalista culturale e voce di Fahreneit, tra un saggio e un romanzo, se n’esce con una raccolta di storie brevi intitolata Magia nera (Bompiani), addirittura recuperando materiali e spirito dalla sua alter ego fantasy, l’oscura e compianta Lara Manni.

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L’eterno Bolaño

Quando ci si trova davanti a un libro di Bolaño una delle prime cose che viene da chiedersi è a quale categoria appartenga. Il corpus dello scrittore cileno infatti può essere sezionato lungo varie assi: poesie vs prose; e tra queste ultime romanzi o raccolte di racconti; oppure, libri mostruosamente lunghi e belli (I detective selvaggi2666) di qua, libri altrettanto belli di là; e ancora, a seconda dell’uscita, libri pubblicati Bolaño vivente (1953-2003), e libri postumi. Questa ultima distinzione in realtà ha poco senso (non che le altre…), dato che Roberto Bolaño scrisse furiosamente fino alla fine della sua non lunga vita, lasciando romanzi praticamente pronti o quasi; piuttosto tra i postumi si può distinguere tra questi ultimi, che lo sono solo per un triste accidente, e i veri e propri recuperi dall’archivio, inediti o bozze che dir si voglia, operazioni filologiche ma non per questo meno interessanti: provare per credere Lo spirito della fantascienzauscito a inizio 2018.

La pista di ghiaccio, questo il libro fuori ora per Adelphi, appartiene alla categoria degli editi-editi, anzi in molti lo stanno sbandierando come l’esordio di Bolaño, il che è contemporaneamente falso e non vero: sia perché la sua prima pubblicazione fu ovviamente una raccolta di poesie, dato che B. nasce come poeta e si piega alla narrativa per bieche ragioni economiche (pregasi rileggere le ultime parole senza ridere); sia perché sul fronte della narrativa la sua prima uscita è un curioso esperimento a quattro mani scritto con Antoni García Porta, dal titolo Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce. Però via, di fatto La pista de hielo fu il primo romanzo pubblicato solo a nome Bolaño, e quindi. Inoltre, vero che in Italia era uscito decenni fa per Sellerio, come molto altro di B., ma qui arriva nella nuova traduzione dell’ormai affezionatissima Ilide Carmignani: ce n’è d’avanzo (e sia chiaro, non sto tentando di convincervi a leggerlo; io non ne ho l’autorità, lui non ne ha bisogno).

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(continua su Esquire)


Siamo tutti razzisti?

“Terroni di merda!”

“È finita la pacchia!”

“Senti che puzza / scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani”

Io lo so cosa state pensando: ecco, un pezzo di attualità politica, il solito pezzo di attualità politica, la polemica, anzi la polemichetta. E invece no. Questo pezzo nasce dallo stupore che ho provato quando mi sono trovato davanti a una frase scritta nel 1940, e dalle conseguenti riflessioni che arrivano a scavare nelle radici preistoriche di certi comportamenti. Attualità, come vedete, poca. Polemichetta, forse.

La frase è la seguente:

Come, hai preso il mio coadiutore per un napoletano! Che bestemmia! È mai venuto fuori da quelle parti, in quanto a geni politici, qualcosa che non sia un vile intrigante? Non trasuda forse, lui, Firenze da ogni poro? E non ricordi Palazzo Gondi, a Firenze, in piazza della Signoria, un po’ in fondo a sinistra guardando il Palazzo della Signoria? È quasi disadorno, ma bellissimo. L’abate napoletano di cui parli tu è, suppongo, l’abate Galliani; di lui ho letto solo alcuni estratti di lettere; ma sono più che sicura che somigliava a ben poco a Retz.

Ma chi l’ha scritta? È stata Simone Weil, la grande pensatrice, una delle menti più brillanti e stravaganti del 900. Lo ha fatto in una lettera al fratello André, insigne matematico, che all’epoca si trovava in carcere perché renitente alla leva (“ritengo mio dovere fare il matematico, non la guerra”). La corrispondenza tra i due è stata pubblicata di recente da Adelphi, in un librino che si chiama L’arte della matematica, nell’edizione italiana curato da Maria Concetta Sala. Un libro smilzo e pieno di meraviglie, di quelli che per ogni pagina potresti stare a pensare per una giornata.

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Il sanscrito, l’algebra babilonese vs la geometria greca, la politica dei cardinali a corte nel ‘600, la fisica e l’epica: questi gli argomenti, questo il tono dei discorsi tra i due. Simone Weil è capace di condire le sue lettere con disegni di triangoli e dimostrazioni matematiche; ma il suo è sempre un meta-discorso: come quando fa discendere dalla scoperta dell’incommensurabilità tra il lato del quadrato e la sua diagonale (il problema più noto come “quadratura del cerchio”, che secondo la leggenda venne tenuto segreto dai pitagorici perché scalfiva la perfezione dell’universo) una serie di conseguenze prima filosofiche e poi politiche, che sfoceranno nel crollo della civiltà greca.

Perciò Simone scrive al fratello: visto che di tempo libero nei hai, perché non mi spieghi a cosa lavori, su cosa si stanno spaccando la testa i matematici contemporanei? E André, che pure doveva essere un bel tipino, uno che nelle pause di lavoro si rilassava leggendo Balzac, non si fa incantare da cotanto sfoggio di cultura e replica: tentare di spiegare il mio lavoro a te, come a tutti i non addetti, sarebbe come far ascoltare una sinfonia a un sordo. Tié. Ma poi ne parla eccome: e in termini che rendono la lettura al profano non solo possibile, ma proficua – in termini artistici, da cui il titolo.

Bene. Com’è possibile allora che due delle migliori menti della loro generazione, un rigo dopo aver fatto acutissime osservazioni sulla misurazione delle piramidi, cadano in generalizzazioni come “napoletano = vile ed intrigante”? Stiamo parlando di ottanta anni fa, non ottocento o ottomila; di evo moderno, e di una epoca travagliata e oscura in cui uguaglianza e libertà venivano messe in discussione, e nessuno può testimoniarlo meglio di Simone Weil, che avrebbe sacrificato non solo il proprio pensiero ma la propria stessa vita. Eppure. Eppure anche André, in un altro scritto, avrebbe affermato:

Continuo sempre la lettura del cardinale… può essere anche simpatico, ma non si combina niente di grande con una mente così contorta. Ho fatto inorridire mia sorella quando le ho domandato se fosse originario di Napoli; sembra invece che i Gondi venissero da Firenze. Non possiede però lo spirito fiorentino, che è semplice e grande. Rimango dell’idea che nelle vene debba aver avuto sangue meridionale (intendo dell’Italia del Sud, ovviamente).

La domanda quindi è semplice: il razzismo è inevitabile? Il quesito è in qualche modo complementare a quello che qui Fabio Deotto ha sollevato partendo dal film Suburbicon di George Clooney: il razzismo è inconsapevole? Ora invece ci chiediamo: se anche una open minded come Simone Weil scivola nel pregiudizio razziale, che speranza c’è? Siamo tutti razzisti?

(disclaimer: non ho tanti amici neri, ma quei pochi mi perdoneranno se oso accostare uno stereotipo all’altro, una discriminazione all’altra. Napoletani e afroamericani non sono la stessa cosa, chiaro; ma ricordiamo che proprio per colpa dei meridionali, gli italiani che tra 800 e 900 emigravano in America non erano classificati come razza bianca ma “negroide”.)

(continua, in una versione modificata, su Esquire)


L’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico…

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

C’è una pubblicità televisiva di qualche anno fa che mi torna in mente ogni volta che penso a Wittgenstein. È la pubblicità di una merendina, ma all’inizio si vedono solo due camionisti affaticati e sudati nel deserto; si fermano a un passaggio a livello, ma il treno non arriva, allora scendono per vedere che succede, il paesaggio è da allucinazione, sui binari passa un pinguino che fa andare un carrello. “Squeck squeck!”, fa il pinguino – “Squeck squeck!”, risponde pronto uno dei due umani. I quali poi si guardano, deducono di aver bisogno di una pausa rinfrescante, e aprono la cella frigo del camion, ristorandosi con lo snack di cui è inutile vi dica il nome, a questo punto. Snebbiata la mente, un camionista fa all’altro, quello che aveva risposto al pinguino: “Ma che vi siete detti?”. E lui: “Squeck squeck!”.

La frase di Wittgenstein è quella famosa: “Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”. Ora io non voglio fare la fine di quelli che su Amazon lasciano una stella a Joyce perché non sa usare le virgole, però mi pare che stavolta il grandissimo pensatore tedesco abbia toppato. Non lo capiremmo? E certo! È esattamente questo il motivo per cui non può parlare. Il leone non parla, ruggisce. Proprio come il pinguino fa squeck (almeno quello della pubblicità). E dietro il ruggito non ci sono delle parole che non riescono a uscire: perciò fanno ridere e un po’ pena quei “traduttori” dal linguaggio dei cani o dei gatti che ogni tanto saltano fuori. Quando il pinguino dice squeck, quello che vuole dire è precisamente: squeck.

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Evochiamo lo spirito della fantascienza

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

bolano

Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

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