Roll over Beethoven

Aldo Varriale + 30 agosto 2012

(Poi dice che faccio sempre le premesse, poi dice che parlo sempre dei fatti miei. Ma questa è curiosa. Il seguente racconto l’avevo scritto per una rivista di musica, e perciò è di ambientazione musicale, anche se quelli che hanno letto Non siamo mai abbastanza ci riconosceranno qualche personaggio: insomma è una specie di spin off del libro mio. Però quando si sono accorti che io collaboro e anzi ho addirittura una rubrica su un’altra rivista musicale (Blow up), hanno fermato la pubblicazione. Non si capisce quale danno avrebbero potuto ricavarne, ma forse si capisce qualcosa sullo stato comatoso dell’editoria italiana attuale. Comunque, questo è il racconto, enjoy it!)

Appena entri dentro alla sala prove tutti si fermano e si girano a guardarti, manco avessero visto la buonanima di Kurt Cobain. L’imbarazzo lo puoi quasi sentire, è come il ronzio fastidioso che fa il jack quando Amitrano lo stacca dalla chitarra senza abbassare il volume dell’amplificatore, fino a che qualcuno se ne accorge e dice Guagliù ma chi è ‘o strunz’ ca nun ha stutato. Ma naturalmente non lo puoi sentire davvero, l’imbarazzo, e neanche il ronzio, perché gli strumenti sono tutti attaccati, stavano già suonando. Stai là immobile, pensi chi me l’ha fatto fare, è la prima volta che rimetti piede in sala, stanno tutti immobili, ma in qualche modo si deve risolvere. Risolve Rafele Amitrano con una delle sue, si avvicina con la fender a tracolla e il sorrisetto non-me-ne-frega-un-cazzo-di-voi-borghesi-di-merda-e-del-vostro-politicamente-corretto, ti porge la chitarra Vuoi suonare. Tu alzi il dito medio ma ti metti a ridere, ridono tutti e ti iniziano a salutare. Dice Pierluca Perrone Vabbuò perlomeno fai ‘na canna Marcolì, e ti mette un pezzo di fumo in mano. Tu ti siedi sul divano assieme agli altri parassiti e inizi a squagliare. La sala prove di via Iommelli, un’enclave di libera cannabis, e anche il locale annesso, sembra di stare ad Amsterdam, pubblico ma spinello-free, come quell’altro posto nel centro storico, la Caverna di Dioniso, altra enclave, vabbè che ultimamente a Napoli sono più i posti dove si fuma tranquilli che altro, si fuma a piazza San Domenico con i guardi affianco, si fuma a Casa bruciata, si fuma ai giardinetti di via Aniello Falcone, si fuma a Valle dei Re, un’enclave appresso all’altra e in mezzo qualche piccola zona proibita.

Guardi Raffaele che anche mentre Perrons canta si accanisce sulla pentatonica, come cazzo fa a fare gli assoli pure sotto alla voce, pure senza chitarra ritmica, non capisci. Amitrano tecnicamente forse è inferiore a te, ma sicuramente ha più musicalità, e poi ti ha dato tanto, ti ha fatto vedere il blues, ti ha insegnato a lasciar andare la testa mentre suoni. Una nota, una nota lunga mette all’inizio dei pezzi, di solito la quinta, sol se l’accordo è DO, ed è come la sua firma. Chiudi la bomba e la fai accendere a Mario Mari che si era messo dall’inizio a falcheggiare vicino a te, Mario Mari si chiama proprio così, e non solo, ha pure la sorella che si chiama Maria e ultimamente hai scoperto che ce n’è un’altra, Mariella, Mariella Mari: ‘sti genitori, pensi, ma una fricchettonata del genere i tuoi non l’avrebbero mai fatta, apposta non ti hanno messo nome Carlo anche se gli piaceva, Carlo De Carlo, ma ci pensi, e il risultato è che mo’ un sacco di gente ti chiama Carlo, anche quelli che non sanno il tuo cognome e che quindi non si capisce con cosa si confondono. Mario è il capofila dei parassiti: tutte le volte che andate in sala, una volta a settimana, si accodano una serie di personaggi che con la musica non ci appizzano niente, che non tengono manco lo stereo a casa, ma che gli fa comodo fumare al sicuro e al calduccio. E soprattutto a scrocco. Sono cinque o sei personaggi, e neanche degli amici più intimi, femmine manco a parlarne, se non qualche rara guagliona di qualcuno, che per lo più se ne sta tutto il tempo a sbuffare in mezzo alla cappa che dopo cinque minuti già appesta la sala sigillata. Almeno, questo era l’andazzo prima, ma evidentemente non è cambiato.

Alfonso da dietro la tastiera e la sigaretta ti osserva, non capisci se con più curiosità o più compassione. Non la riesci a decifrare quella sua faccia da uomo fatto, eppure è il più piccolo di tutti, sempre quella barba di un giorno, da cinquantenne sconfitto, quello sguardo triste o tamarro, non si sa. Fonzo, Fonzarello, è lui il vero mito del gruppo, talento puro, non sa manco i nomi degli accordi, dice Questa quale canzone è, Luca, quella dove c’è Mi col nero. Intende Mi maggiore. E intanto è lui l’unico che riesce a tenere testa al tizio della sala prove, uno dei due che la gestiscono fa il batterista, ogni tanto viene ad affacciarsi e quando vede che siete alla deriva si mette dietro ai tom e parte. Una volta fecero un duetto lui e Fonzo, che tu provasti a mettere due note ma subito Rafele ti fece Ssssh. Una cosa totalmente improvvisata, ritmo assoluto e fuochi artificiali, sembrava uno di quegli album free-fusion di Billy Cobham, finì con una rullata micidiale e Fonzo che sbatteva sui tasti con le mani aperte, crollando sulla tastiera ma in perfetto sincrono con l’ultima mazzata sui piatti, e poi cadendo a terra appresso allo strumento e al supporto e a tutto. Con voi che non aveste il tempo di fare la ola perché vi cacaste sotto pensando che si era fatto male, Alfonso è zoppo, non si è mai capito bene che tiene, Pierluca dice che è progressiva, che al liceo lo vedeva arrivare a scuola in bicicletta, e mo’ a stento ce la fa a portare il motorino, e per camminare ci vogliono due persone che lo aiutano, che lo trascinano. Dice pure, Pierluca che è suo amico, cioè l’unico che lo conosce un poco meglio e che ci parla, che i genitori non lo vogliono far uscire tanto, che mo’ che la scuola è finita non ha scuse per stare in giro, e perciò pure è importante suonare, così lo costringete a venire fuori, che forse se facesse un po’ di fisioterapia migliorerebbe, o peggiorerebbe più lentamente, ma loro lo tengono chiuso in casa, che è sopra al ristorante che tengono, tamarri e ricchi sfondati, ‘sti genitori, i tuoi non farebbero mai niente del genere ma che c’entra, ogni genitore è stronzo a modo suo.

Ti passano lo sbrinoffio e fumi, avevi paura che non saresti riuscito più, che per come sei combinato ti sarebbe esploso il cervello, visto che già prima certe volte un po’ andavi in paranoia, invece ora no, anzi. Aspiri, gratta in gola, vorresti darlo a Perrone così magari si calma, lo vedi che si agita e urla e si fa rosso e gli si gonfia il collo e una vena della fronte, il pezzo è quello dove c’è l’accelerazione, che inizia tutto tranquillo e poi aumenta di dinamica e di velocità, e poi di nuovo giù, e poi di nuovo su, due accordi da massacrarti le dita, tu, ma una delle cose migliori del gruppo, almeno ha un senso. Piero Perrone, se non fosse per lui che ci tiene così tanto, e che anche dopo ha insistito per continuare, ma mica te la potevi prendere. Sa suonare sia chitarra che pianoforte ma in gruppo canta solo, lui è quello che scrive i testi, lui è quello che compone le musiche, lui è quello che offre il fumo a tutti. Qualche volta ci hai anche provato, a cambiare le cose, a proporre qualche cover riarrangiata, o qualche pezzo strumentale facile facile, ma niente, i Crack non fanno pezzi di altri, i Crack, che originalità, che poi un giorno Pierperron se n’esce che ha scoperto che un gruppo che si chiama Crack c’è già e quindi dovete cammbiare nome, come se qualcuno vi potesse sgamare poi, come se pubblicaste dischi o suonaste nei locali, e comunque Filuccio Amitrano tutto gasato dice Senti senti che nuovo nome geniale ha trovato Pierluca. E Perrone tutto soddisfatto: Ex-Crack.

Tino Treves scende dalla pedana rialzata dove è messa la batteria e si avvia fuori. Non si è incazzato, credi, anche se è il tipo che fa le sparate, è che semplicemente deve prendere un po’ d’aria. Poverino, è l’unico che non fuma, manco le sigarette, e gli dà un fastidio di pazzi. In realtà è l’unico che fuori di lì non fa parte della comitiva, non esce con voi, non avete molto in comune tranne la musica, anzi manco tanto quella veramente, a lui piace roba strana, una volta è arrivato in sala con un walkman nelle orecchie e si è messo a suonare, poi ti passava le cuffie e diceva Senti, senti che bello, è Mango, dài prendi la chitarra, vienimi dietro. Poverino però, anche lui ci tiene assai, forse la prima volta che venne a provare, a un cento punto tra un pezzo e l’altro si alza, si mette la mano sul petto e fa: Ragazzi, ve lo dico col cuore in mano, voi mi state facendo vivere. E poi è stato il primo dopo il fatto che ti ha mandato un sms. Come fai a mandarlo via uno così anche se non ci azzecca niente, e poi anche volendo come fareste senza batteria, già vi manca cronicamente il basso, come fareste, come farebbero.

E tu, qual è il tuo ruolo. Ti piaceva pensare di essere l’arrangiatore, anche se quali arrangiamenti, quattro accordi in loop e poi si parte in un flusso di coscienza collettivo dove ognuno fa quello che vuole, entra e esce a piacere. A volte era bello starci dentro, ti sentivi in una di quelle cavalcate tipo Grateful Dead o jazz-rock modale, qualche volta di queste dobbiamo registrare perché tutta questa bellezza è come i sogni che si dimenticano all’alba, pensavi, poi un giorno avete fatto una cassetta ma riascoltarla è stato penoso, tutti fuori tempo e gli strumenti scordati, hai voglia a dire colpa del registratorino, hai voglia a dire colpa che siamo sconvolti, siete scarsi e basta.

Basta, ti alzi e vai verso la porta, niente, non è stata una buona idea venire, volevi fargli una sorpresa o una provocazione ma la provocazione non è arte tua, volevi dimostrare qualcosa a te stesso, ma che hai dimostrato, questo, che non ce la puoi fare. Stai girato di spalle, gli amici ti stanno chiamando, pensi che ti stanno chiamando, perché non puoi sentirli, non puoi leggere il labiale, non puoi guardarli gesticolare in un rudimentale LIS che alcuni di loro si stanno sforzando di imparare, che teneri. Magari si pensano che stai tipo piangendo, o che comunque sei disperato, perché non puoi più suonare, perché non puoi più ascoltare, perché hai perso la musica, ma non è vero, perché tu la musica ce l’hai in testa, e finalmente è solo quella che vuoi tu, senza limiti tecnici e senza compromessi umani, per esempio in questo momento ti stai suonando in capa una cover assurda, una pietra miliare del rock ma in versione super rallentata stile funeral band, con le cornette che stridono come nei pezzi del Keith Tippett Group, Roll over Beethoven, rullala anche tu sta canna, vecchio sordo.

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Younis Tawfik: straniero a chi?

(Articolo uscito il 22 gennaio 2012 sul Mattino di Napoli)

Younis Tawfik è uno scrittore italiano. Sì vabbe’, e io sono Napoleone. Già, italiano: perché è vero che è nato in Iraq e ci è rimasto fino a ventidue anni. Ma vive in Italia ormai dal ’79, si è laureato in letteratura italiana. E soprattutto: scrive in italiano. Questo è un fatto insolito per noi, storicamente popolo di emigranti e solo di recente terra di immigrazione: è il fenomeno dei migrant writers, che altre nazioni conoscono bene per cause storiche (il colonialismo), economiche, o di egemonia culturale (pensate all’irlandese Beckett o al ceco Milan Kundera che a un certo punto si sono messi a scrivere in francese). Da una decina d’anni la truppa dei nostri scrittori migranti s’è infoltita: ora va per la maggiore Nicolai Lilin, il ceceno-siberiano che sforna un libro all’anno, ma c’è l’iraniano Hamid Ziarati, l’albanese Ornela Vorpsi, e molti altri. Di questa schiera Tawfik è capofila, dato che il suo esordio, La straniera, risale al ’99 ed è stato, come si dice, un successo di pubblico e critica. Ora esce La sposa ripudiata, sempre per Bompiani.

Younis Tawfik spesso racconta che ha imparato l’italiano per avere il piacere di leggere la Divina Commedia in originale. Questo spiega molto del suo stile. Che è comunque uno stile strano: aver imparato se pur da studioso una lingua in età adulta, non è la stessa cosa che praticarla dalla nascita. Si sente un tocco alieno, una lieve sfasatura, per esempio dice: “era un giorno di metà novembre, oscuro”. Niente di sgrammaticato, ma niente che un madrelingua direbbe: eppure questo invece che infastidire, è il fascino della sua scrittura. Che risente anche della tradizione letteraria araba, eminentemente poetica: frequenti sono gli innesti di versi, sia da poesie classiche, sia da canzoni. Ma la lirica gioca anche un ruolo indiretto, e più pervasivo, nella prosa di Tawfik: quasi una prosa poetica, piena com’è di similitudini (“il silenzio l’assediava come branchi di bestie affamate”, ecco Dante) e passaggi intimisti.

Ibrido lo stile, ibrido e migrante anche il contenuto. Come spesso nei suoi romanzi al centro della trama c’è una storia d’amore, e vista dal lato femminile; come spesso la straniera non viene dall’Iraq ma dall’altro estremo del mondo arabo, il Marocco. La sposa del titolo, appena ripudiata dal marito, è in ospedale e sta partorendo. Ogni capitolo segue brevemente il travaglio e poi apre un lungo flashback. Si parte dall’infanzia marocchina, in un contesto più arcaico che bigotto, con il padre che si ubriaca e picchia moglie e figlie perché non riesce ad avere un maschio. Si vola in Italia sulle ali di un amore che presto si trasforma in un inferno di incomprensioni familiari, ostacoli di lingua e di temperatura, solitudine.

Poi la svolta: il marito, che si era convertito all’islam solo per accontentare i familiari della sposa, prende a frequentare la moschea, e in seguito le frange più estremiste, fino ad allontanarsi dalla moglie e diventare pedina di un gioco più grande. L’immigrazione, l’integrazione, la religione, il velo, il fondamentalismo, il terrorismo: tanti i temi di stringente attualità, quasi tutti, forse troppi. Ma è questa la realtà che viviamo. E per raccontarcela ci voleva uno straniero. Pardon, un italiano.


Il libro che suona: metti insieme Egan e Villalobos…

Oggi è andata in onda la prima puntata della mia nuova rubrica, all’interno della trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto. L’abbiamo chiamata “Il libro che suona”. E’ una cosa che avevo proposto a vari giornali, spiegandola così:

“L’idea è quella di parlare insieme di un libro e di un disco. Non è una novità in sé, è ma una novità il presupposto tecnologico su cui si basa: con i tablet e gli ebook reader è possibile ascoltare musica mentre si legge, quindi praticamente crearsi la propria colonna sonora per un libro. Quello che vorrei fare io è suggerire degli accostamenti, tra libri più o meno noti di recente uscita e dischi prevalentemente strumentali (perché le parole cantate non interferiscano con quelle lette). Il presupposto tecnologico è un pretesto perché si può fare benissimo con libro cartaceo + ipod, fotocopie + stereo eccetera”.

Ma non si era concretizzata da nessuna parte. Ora ho avuto l’opportunità di farla in radio, e direi che – al di là del fatto che è un mezzo con cui ho meno confidenza rispetto alla scrittura – è andata molto meglio così. Perché a viva voce e in diretta, grazie al supporto in studio dei due presentatori Kikka e Sancho, si può fare molto di più: facciamo ascoltare brani, e leggiamo pezzi dei libri, e spieghiamo perché sono simili o accostabili, trovando punti in comune sia tematici che di effettiva compatibilità lettura-ascolto.

Per la prima volta avevo proposto una serie di coppie, e quelli di Flatlandia hanno espresso preferenza per

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (minimum fax)

Ricardo Villalobos/Max Loderbauer, Re:ECM (Ecm)

Il che da un lato mi ha riempito di gioia, perché si tratta di due capolavori. E dall’altro di terrore, perché si tratta di due capolavori. Insomma ho debuttato direttamente in Champions league, per capirci. Come sono andato, se l’esperimento funziona ditemelo voi: qui si può ascoltare/scaricare il pezzo di trasmissione. Questa che segue non è la trascrizione né un ulteriore sproloquio sul tema: solo, già che mi trovavo, una specie di bella copia degli appunti che mi sono fatto.

Della Egan ho già scritto. Colgo solo l’occasione per aggiungere che, come ha considerato anche Gianluca Didino sul suo blog, quando sua maestà Cathleen Schine dice che il romanzo è “un’enorme epopea ottocentesca magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno” (frase nel risvolto di copertina dell’edizione italiana) azzecca proprio l’esatto contrario del libro, della sua grandezza, e grandiosa portata innovativa. Che è proprio quella di rifondare il postmoderno, di mostrare che c’è ancora un modo sperimentale di raccontare; facendosi però seguire grazie a un’apparenza ottocentesca, di romanzo tutto trama, fitto di personaggi. Per far vedere un minimo come Egan fa la giocoliera con il tempo, ho poi letto un pezzettino di Safari, capitolo notevole per più versi, in particolare per gli strepitosi flash forward.

Anche di Re:ECM ho scritto altrove. In trasmissione ho proposto un estratto da questo pezzo remixato di Louis Sclavis


Ma perché l’accostamento, insomma? Ecco i motivi, secondo me. Innanzitutto perché sono, appunto, due capolavori, due opere spartiacque, di quelle che tra qualche anno o decennio si dirà Ti ricordi? Ti ricordi di quando Jennifer Egan ci dimostrò che un altro romanzo è possibile? Ti ricordi di quando quei pazzi della Ecm si fecero celebrare e distruggere da un dj?

Poi, il citazionismo: la presenza di canzoni altrui, che nel disco sono i pezzi originali che si remixano, mentre nel libro tutta la trama gira attorno alla musica.

Strettamente collegato, il disorientamento spazio temporale che entrambe le opere innnescano: ogni volta è una sfida capire davanti a che epoca, che luogo, che personaggi ci troviamo.

Infine, l’immedesimazione: nei vari stili remixati, per quanto riguarda Villalobos, che comunque prima di stravolgere deve tenere conto del mood del brano originale. E nei vari protagonisti dei racconti, che sono ogni volta diversi, per la Egan: la cosa più sbalorditiva del romanzo è infatti la capacità non solo di cambiare lo stile a seconda delle circostanze, passando dalla prima alla terza persona con qualche inserimento della seconda, usando il flusso di coscienza come il dialogo minimalista, la fantascienza come le slide di Power point – il che tutto sommato sarebbe solo un arido sfoggio di bravura – ma soprattutto la sensibilità di adattare il mood al soggetto protagonista del racconto, di volta in volta una giovane punk, un tossico sbiellato, un manager sconfitto; in una parola, empatia.

Sì vabbè, ma alla prova dei fatti, Re:ECM funziona come sottofondo musicale de Il tempo è un bastardo? Secondo me sì perché non è invasivo, ma rafforzativo del senso di sospensione e inquietudine del libro. Però, siccome in radio abbiamo provato metterlo in pratica, qui sta veramente a chi ascolta giudicare.


La verità su Lipperini Manni (e non solo…)

Dovete sapere che se uno decide di fare il giornalista o lo scrittore è perché ha un ego smisurato. Lo aspettano infatti ristrettezze economiche, derisione sociale, impazienze familiari. Ricompensate (?) da una cosa sola: la firma. Che poi vuol dire: la gente mi legge, la gente mi vede. Che poi vuol dire: la fama. Insomma, lo stesso ego che spinge la gente ad andare al GF o sui troni di Maria, solo mascherata con la cultura e la finta modestia.

Se uno poi fa il giornalista e lo scrittore, come nel mio caso, peggio che mai. E se uno poi addirittura decide di aprire un blog, come nel mio caso, è la fine. Perché il refresh compulsivo sulla bacheca di facebook, o la ricerca del proprio “nome cognome” su google, che caratterizzano i momenti di cazzeggio e/o scarsa autostima, vengono da quel momento in poi sostituiti da un solo feticcio: la pagina delle statistiche.

Quante persone sono entrate da stamattina sul blog? Solo 14? Con tutto che il bellissimo post di oggi l’ho linkato sia su facebook che su twitter? Magari lo posto di nuovo, va’. E quali pagine hanno visto di più? E che link in uscita hanno cliccato? E da dove sono arrivati?

Ecco, da dove sono arrivati. Da facebook, soprattutto, visto che posti e riposti sempre gli stessi pezzi, e gli amici pur di non vederti più, ci cliccano. Ma anche, sorpresa, dai motori di ricerca. C’è chi ci arriva googlando frasi prevedibili, chi in modi inspiegabili (una volta ho trovato la seguente chiave “luc-boltanski enigmes-et-complots il-foglio”, e giuro che non ho mai scritto neanche una delle suddette parole, prima d’ora s’intende, potete controllare): c’è chi molto più spiritoso di me ne ha fatto proprio una rubrica annuale.

Ora, nei giorni scorsi ho notato che ritorna con insistenza la chiave di ricerca “Lipperini Manni” declinata nelle sue varie forme, con i nomi propri o solo con uno o senza. Ancora ieri ricompare: chiaramente i navigatori approdano qui in cerca di gossip letterario e invece trovano solo i due link nel blogroll. Per dare loro soddisfazione, e ringraziarli della fiducia che ripongono in me, ho deciso allora di indagare sul caso, e ho scoperto la verità, ovvio. Già che c’ero, ho poi gettato luce su un altro paio di questioni rimaste a lungo in sospeso nel mondo della cultura. Ecco a voi la scienza.

Loredana Lipperini non esiste, in realtà è Lara Manni: ne ho le prove (1).

Antonio D’Orrico non esiste, in realtà è Giorgio Faletti: ne ho le prove (2).

Domenico Starnone non esiste, in realtà è Elena Ferrante: ne ho le prove (3)

Emma Bovary non esiste, in realtà è Gustave Flaubert: ne ho le prove (4)

Leonardo da Vinci non esiste, in realtà è Monna Lisa: ne ho le prove (5)

Massimiliano Parente non esiste, in realtà è Massimiliano Parente (6)

Io non esisto, in realtà sono Gian Paolo S3r1n0 (7)

Maradona è meglio ‘e Pelé (8)

Le prove

1) Lo ha detto un blog che dice sempre la verità

2) Nessuno lo ha mai visto, ha scritto un solo romanzo con lo stesso stile, ha creato uno pseudonimo apposta per potersi recensire positivamente

3) Solo una donna poteva scrivere un romanzo erotico al maschile per dimostrare di non essere una donna

4) Lo ha detto lui

5) Lo hanno detto tutti

6) Non lo ha detto nessuno

7) Lo dico io

8) Si sa


Toti Scialoja, il poeta è un giocatore

Questo è un post che volevo scrivere da un sacco di tempo. (Lo faccio oggi che è la giornata mondiale della poesia, va’). Perché è da un sacco di tempo che sto leggendo questo libro, e non l’ho ancora finito. Non che sia particolarmente lungo, 250 pagine sì e no. O che sia particolarmente difficile, anzi. È che, quando l’avrò finito, avrò finito di leggere Toti Scialoja. E per me sarà un giorno molto triste, più di quando è morto, nel 1998, che a stento sapevo chi era.

Toti Scialoja è vittima di almeno tre equivoci.

1. Innanzitutto, siccome oltre a scrivere poesie è stato anche artista, la vulgata corrente vuole che sia stato notevole come pittore e tutto sommato trascurabile come letterato. Invece è il contrario: almeno a quello che mi dicono alcuni esperti d’arte, il suo apporto figurativo non fu granché originale; mentre nei versi, e questo è un mio parere, giganteggia.

Contro te, povero verme
le lagnanze sono eterne

2. Poi, è passato alla storia come poeta per bambini, quindi minore. A parte il fatto: ma che avete da dire contro i bambini? Che tra l’altro sono i critici letterari più severi, perché non fanno finta: se una storia o una filastrocca non funzionano, non si fanno prendere e basta. Ma poi, per bambini perché? Perché le sue poesie sono brevi? Allora anche M’illumino d’immenso: una sciocchezzuola. Perché parlano di animali? Allora pure Esopo e Orwell: scrittori per l’infanzia. Perché sono in rima? Allora da Dante a Caproni, tutti minori. Perché fanno ridere? Suvvia, siamo seri! La verità è che questi spassosissimi animali che cucinano, fumano e chiacchierano, sono noi e non sono noi, sono una metafora e un mondo magico: ci fanno perdere e poi ritrovare, e poi tornare a perdere, e non è esattamente questo che chiediamo alla poesia, alla lettura?

Ovunque il guardo io giro
vedo il tuo sonno, o ghiro!

Addirittura ci sarebbe una cesura netta nella produzione di Scialoja, un doppio binario poesia per bambini / poesia per adulti, sancito ufficialmente dal fatto che i due filoni confluiscono in due distinte raccolte, come due operae omniae: questa Versi del senso perso (1961-1985) e Poesie 1979-1998 (Garzanti, con prefazione di Giovanni Raboni). Ora, al di là della parziale sovrapposizione cronologica, l’idea che Scialoja scrive filastrocche per l’infanzia fino a un certo punto, e poi rinsavisce e si mette a poetare seriamente, è una favola mal riuscita, di quelle a cui non crederebbe neanche un bambino, appunto. Alla prova dei fatti non c’è soluzione di continuità fra una poesia dell’ultima raccolta per l’infanzia e la prima “normale”: non a caso una si chiama Tre lievi levrieri e l’altra Scarse serpi. Anzi, sfido a riconoscere la provenienza tra questa

La tristizia il nevischio il solstizio d’inverno
nel buio natalizio sono sempre di turno
quando cespi di vischio sono appesi all’inferno
e scherza senza rischio la dama col liocorno
o tristizia o nevischio o solstizio d’inverno

e questa

All’ombra dei cipressi
sulle sponde di Cipro
il cancello d’ingresso
viene sprangato al vespro.

Oltre gli addii reciproci
e tornare sui passi
che potranno proporci
i cippi – i corvi bassi?

Con ciò non voglio dire che lo stile di Scialoja sia rimasto sempre uguale. Anzi. Ma c’è un’evoluzione costante e graduale, che se poi si prendono i due estremi appare come una traversata oceanica (è il percorso di una vita: voi siete gli stessi di trent’anni fa?). Ecco l’epigrammaticità della prima raccolta

Se busso
la lepre
che m’apre
mi copre
di baci
la punta
del naso
mi dice

mi piaci
per puro caso”

Qui invece il respiro amplissimo degli anni ’90, una sorta di esametro ispirato – a detta dello stesso poeta – a una traduzione di Omero fatta da Pascoli. Versi lunghissimi che sfondano il muro dell’endecasillabo, quattordici quindici anche sedici sillabe

Stremati giungemmo al guado e in fila attraversammo il fiume
l’acqua ci arrivava al petto così finalmente prendemmo
riposo mentre andavamo così si scioglieva l’infamia
spinti e sorretti dall’acqua qualcuno tranquillo reggendo
per le corna la capra scarmigliata che al suo fianco annaspa

Il fuoco ancora a qualcuno era negli occhi ma il dolore
si era alleggerito! Sparso con una parità inattesa
in ogni parte dell’acqua che allentava i colpi del cuore
per tutti il peso totale del dolore era uguale al peso
del liquido che la parte immersa della capra sposta

3. Infine, lo stigma: poeta del nonsense. Avallato da lui stesso, che intitola la raccolta totale Versi del senso perso (ma sarebbe curioso sapere quanto ci sia di suo – anche se le assonanze sono tipicamente scialojane – e quanto di scelta editoriale, dato che i singoli libri hanno titoli come Una vespa! Che spavento e Ghiro ghiro tonto). In realtà Scialoja sapeva che le parole sono fatte di lettere, di suoni, di altre parole, e che con tutte queste cose ci si può giocare, anzi ci si deve – non a caso l’edizione che ho io, uscita nel 2009 dopo penosi anni di fuori catalogo, è in una collana diretta da Stefano Bartezzaghi (e con una dotta e divertita prefazione di Paolo Mauri). Nonsense, poi. Ma una cosa così, la prima della prima raccolta, è mancanza di senso o metafisica pura?

Topo topo
senza scopo
dopo te cosa vien dopo?

Dall’altro lato, la poesia è musica, “musica sovra ogni cosa!”, e quindi melodia, timbro, suono – di qui le assonanze, che in Scialoja funzionano ancora meglio se lette ad alta voce – e anche ritmo, perciò rima, alla faccia del succitato Verlaine.

Vive a Zara anzi vi langue
la zanzara senza zeta
non si azzarda a succhiar sangue
ma nient’altro la disseta

Poi ci sono le citazioni (“La lepre ha il più crudele dei musi…”) e qui ditemi se anche il postmoderno è una roba da bambini.

T’amo, o pio bue!
anzi, ne amo due

Ancora un esempio, dove intrecci di assonanze, ritmo lento e senso di tristezza, raggiungono la vetta.

Stanca stasera cala la starna
sopra la panca scruta la Marna
poco starnazza, molto starnuta
la strana scarna starna canuta

Ma secondo me il vero capolavoro è un altro, quello che in due versi raccoglie tutta la poetica di Toti Scialoja: la musica, gli animali, il senso che si torce su se stesso ma alla fine esce più limpido di prima, il bere, l’angoscia esistenziale.

Quando il sorcio
beve un sorso
di fernet
si contorce
dal rimorso
d’esser me


Radical shock

E l’etno-chic. E i radical chic. E i radical choc. E i radical shock. E i radical sciòcc. Ma farà più chic scrivere choc o shock? E Giorgio, che per diventar Gaber da che era Gaberschik, si è tolto proprio lo chic? Cos’è stato, più choc o più sciòcc? (A. Arbasino)

Gran bella lettura, La Lettura. Si deve proprio dire, l’unica vera novità nel (pregasi aggiungere aggettivo a piacere tra: asfittico, desolante, periferico) panorama culturale italiano negli ultimi dieci anni. Però gli spiritosi non li sanno fare. Sarà l’aplomb del Corrierone, sarà la serietà, sarà la terzietà. Ma mentre nel lanciare temi profondi sono bravissimi, e anche nel parlare con leggerezza di e con i nuovi media (secondo me hanno fatto scoprire a un sacco di gente, per esempio, che twitter non è solo una roba per seguire i vip), quando vogliono provocare non ce la fanno e basta.

Già era successo qualche settimana fa con Piccolo, che aveva scosso il mondo con la tesi mai sentita per cui la sinistra è conservatrice e barbosa. Ora replicano con un sarcastico ritratto dei radical chic, che sarebbero in via d’estinzione. Un pezzo deprimente: non perché ci sfotte, a noi radical chic, ma perché vorrebbe e non ci riesce. Mi aspettavo i fuochi d’artificio, invece è un elenco di banalità, e d’altra parte come la stessa Mariarosa Mancuso ricorda, la feroce definizione di Tom Wolfe risale al 1966: possibile che in quasi cinqaunt’anni gli anti-chic (che poi, voglio vedere se loro davvero comprano il salamino a un euro al discount e guardano la Maria De Filippi) siano riusciti a produrre solo un “Ora che Berlusconi non c’è più non sapete cosa dire”?

Unico momento emozionante, la citazione del bulgur. Ma allora molto meglio un mitico thread di qualche tempo fa, una cosa da rotolarsi a terra. Forse non è colpa del Corriere, allora. Forse, Wolfe e McLuhan non me ne vogliano, argomenti del genere possono essere trattati solo così, senza teorie, senza prendersi sul serio più di quelli-che-si-prendono-sul-serio. Con le liste, e facendosi una risata.

Ps: e come scrivono sui migliori giornali, su Facebook sorgono gruppi a difesa della categoria. Se sei un radical chi e ti senti sotto attacco, join us!


Il linguaggio segreto dei titoli

Il linguaggio segreto dei fiori

I messaggi segreti dei fiori

I fiori del giardino segreto

 

Il libro segreto delle sirene

Il segreto del regno perduto

Il messaggio segreto delle stelle cadenti

 

Il segreto del libro proibito

Il segreto delle viole andaluse

Il messaggio segreto delle farfalle

 

La scuola degli ingredienti segreti

Gli ingredienti segreti dell´amore

La cucina degli ingredienti magici

 

Il gusto segreto del cioccolato amaro

Il gusto proibito dello zenzero

Il gusto proibito della cannella

 

Profumo di spezie proibite

Il profumo delle foglie di limone

Il sentiero nascosto delle arance

 

Il profumo dei fiori d’acacia

Il profumo del tè e dell´amore

Il crocchio dei semi di zucca

 

Il profumo dello zucchero a velo

Il profumo dei fiori in Iraq

Il profumo della rugiada all’alba

 

Il profumo del pane alla lavanda

Il profumo della sabbia e del vento

Il profumo della farina calda

Tutti i titoli riportati sopra appartengono a libri realmente usciti negli ultimi mesi, tranne uno. Riuscite a indovinare, senza cercare su Google, di quale di tratta?

Ho detto senza andare su Google!