Intervista a me stesso

(no, non fatta da me, non sono ancora a questi livelli, ma da Marco Parlato sul suo bel blog)

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L’odore dei solidi

book smell

Meglio il libro di carta o meglio l’ebook? Ogni tanto ritorna questa discussione demenziale, anzi questo dibattito manicheo tra passatisti e tecnoentusiasti, con corollario di insulti nerd: “nostalgici luddisti!” – “smanettoni ingenui e ignoranti!”. I difensori della carta strepitano: “Il libro non morirà mai! Mai verrà sostituito da una manciata di bytes!”. I sostenitori della lettura digitale sfotticchiano: “Ah sì? E perché mai? In che cosa è conveniente, in cosa è superiore la carta? Perché è insostituibile? Avanti ditecelo, un motivo, uno solo!”.

I conservatori a questo punto, messi alle strette, di solito tirano fuori l’arma finale: l’odore della carta. Anche quelli che hanno l’olfatto meno sviluppato di un’aquila (non lo so in realtà come sente gli odori un’aquila, però siccome viene magnificata per la vista, immagino che il naso non sia il suo forte), anche quelli che trangugiano senza fiatare hamburger scaduti al fast food, amano vedersi come inguaribili romantici che, se gli passi un libro la prima cosa che fanno è socchiudere gli occhi, aprire delicatamente le pagine e ficcarci le froge in mezzo, inebriandosi. Balle! La prima cosa che fate è girare per vedere la foto dell’autrice in quarta di copertina, e poi subito il prezzo. Tanto che alcuni, l’account twitter di Einaudi se non ricordo male, provocatoriamente ricordano che, se è per quello, hanno inventato il profumo di libro (quello che avete visto in apertura, e come tutte le cose lo trovate anche nella versione cheap).

book smells

In effetti, cos’ha il libro digitale, che quello di carta non ha? Anzi ha solo cose in più: più leggero, più economico, più comodo per prendere appunti… Ragionando laicamente (e ve lo dice uno che ha letto 15 ebook e 1500 libri), qual è il problema? Ebbene, io un punto a favore del libro l’avrei trovato, ma non è dentro al libro: è fuori. E dire che sul momento non ci avevo neanche fatto caso. Successe in Val d’Aosta, un paio di anni fa, in un bed and breakfast. Che era un vero b&b, non un finto albergo, cioè dormivamo sul serio a casa della signora, nella stanza degli ospiti, con tutte le cose loro in mezzo, i soprammobili, le foto, i vestiti nei cassetti, i dischi. E i libri. Centinaia di libri in tutte le stanze e di tutti gli argomenti, non solo le tipiche guide turistiche e i depliant su cosa fare in zona. Tanto che io spulciando un po’ pescai un libro di Borges (non ve l’aspettavate, eh?) che non avevo mai visto – una raccolta di lezioni universitarie, che in quanto tali non rientrano nell’opera omnia ufficiale, neanche nel Meridiano Mondadori – e me lo divorai in tre giorni.

Ora, ve la immaginate la stessa scena tra cinquant’anni? Arrivo nella stanza, poso le valige, e che succede? Il mio device si connette automaticamente alla rete del b&b, che mi riconosce come ospite e quindi mi fa accedere, e mi scarica tutti i titoli presenti nella library della proprietaria? Mah. E così mi sono venute in mente le mille situazioni in cui è stato protagonista il libro come oggetto fisico. Le tante volte in cui entrando in camera di un amico, la prima cosa che facevo era andare a spiare i titoli sugli scaffali, per vedere somiglianze e differenze, e soprattutto per capire cosa chiedergli in prestito. Quella volta in treno che alzando gli occhi dal mio libro, un Jorge Amado credo, vidi che il ragazzo di fronte a me era immerso nella lettura… dello stesso libro! Un tuffo al cuore, una coincidenza più unica che rara, cercai di intercettarne lo sguardo ma era troppo preso, pensai di interromperlo e farglielo notare, magari in modo carino, ma non ebbi il coraggio: poteva essere l’uomo della mia vita, e lo feci scendere senza parlargli. O quell’altra volta, pochi giorni fa, che ho visto un signore camminare per strada, anche abbastanza rapido, ma leggendo un libro, e mi sono messo a corrergli dietro come un pazzo, facendo strane contorsioni per cercare di leggere sulla copertina, perché cavoli un libro che ti prende così tanto dev’essere una meraviglia, ma quella volta non sono riuscito a vedere il titolo.

Il punto è, secondo me, che la concorrenza libri-ebook è un falso problema. È un problema nel momento in cui vogliono farlo diventare tale. E questo succede perché i due si pestano i piedi a vicenda. I libri tentano di essere ebook, e prendono dall’ebook il peggio: l’essere effimeri, il contenuto deperibile, lo stile sciatto; soprattutto vogliono avvicinarsi, dell’ebook, al prezzo. Gli ebook vogliono essere libri, nient’altro che la trasposizione in digitale del libro di carta: lunghi, pesanti, impaginati male, una colata di piombo. Invece, sempre per come la vedo io, ognuno dovrebbe sfruttare la propria specificità. L’ebook dovrebbe essere rapido, interattivo, aggiornato al secondo prima dell’uscita, multiforme. E ovviamente solo ebook: come ad esempio questo di Effe sui Book Blog. O i libri di Zandegù, editore reincarnato in versione esclusivamente digitale. Il libro dovrebbe essere solo cartaceo, inimitabile su ereader e non solo per l’odore: un libro-oggetto, qualcosa di più o qualcosa di meno di un libro. E qui le tipologie possono essere le più varie: ne avevo citato qualche esempio dopo l’ultimo Salone del Libro.

Era solo qualche spunto, per chi vuole la discussione continua, online ma anche dal vivo, per chi può: giovedì 12 dicembre alle 19 da Luna’sTorta a Torino, nel corso degli Zandedays (tre giorni di incorntri promossi dalla suddetta editrice Zandegù), ne parlo con Ivan Rachieli e Ciccio Rigoli (autori del Kit di sopravvivenza del lettore digitale edito da Tropico del Libro), e Marianna Martino, promotrice della campagna “Non aver paura dell’ebook!”. E ora scusate ma devo andare a sniffare un po’ di colla.


Danza/2: Barbiero-Cojaniz e i movimenti immaginari

babiero-cojanizIl binomio danza-jazz già sembra un controsenso. Quando si tratta di danza moderna e jazz sperimentale, poi, vi lascio immaginare. E immaginare è l’unica cosa che possiamo fare in questo caso: il disco infatti (Danza pagana, etichetta Splasc(h) records) è la registrazione di una performance dal vivo all’Open Jazz festival di Ivrea, in cui le percussioni di Massimo Barbiero e il pianoforte di Claudio Cojaniz accompagnavano il ballo di Giulia Ceolin. Solo che, appunto, si tratta di un disco, non di un dvd: i movimenti della protagonista, tranne che per le due o tre foto del booklet, sono lasciati alla nostra fantasia. E meglio così, perché gli occhi dobbiamo tenerli sulla strada. Ma l’energia della danza, che è suscitata dalla musica, a sua volta si è riverberata sui musicanti stessi, e questo si percepisce anche al solo ascolto. Partendo dalla seconda traccia (scelta consigliata, perché la prima è un po’ astratta) potrete sentire il ritmo anche nei passaggi più lenti e meditabondi: il ritmo, che in un insolito e riuscito scambio è spesso dato dal pianoforte, mentre le percussioni quasi cantano. Sorpresa: il jazz più spinto accompagna benissimo la corsa, anche quando si muove tra cover usuali o meno (Crepuscule with Nellie di Monk, un pezzo della Messa Tedesca di Schubert) e citazioni che vengono a galla nel mezzo di un’improvvisazione (i più fanatici riconosceranno ad esempio il ritmo sbilenco della balcanica Jovano). E il vostro movimento sarà tutt’altro che immaginario.

(Articolo uscito sul numero di novembre del mensile sportivo Correre)


Danza/1: il nuovissimo flamenco di Almoraima

almoraimaIl flamenco è una danza – e una musica – spagnola dalle chiare origini arabe (l’Andalusia è stata araba per quasi un millennio), dal ritmo complicato e dalle sonorità essenziali: chitarra, voce, percussioni rudimentali come nacchere e battito di mani. Già il grande Paco de Lucìa ne introdusse una versione moderna, con strumentazione allargata e spazio per l’improvvisazione, in stile quasi jazz. Gli Almoraima (e Almoraima è anche il titolo di un album del chitarrista spagnolo) partono dal Salento per ampliare ulteriormente il discorso. Amor gitano è stato il loro esordio nel 2010, ora è uscito Banjara (etichetta Anima Mundi). Saltando a pie’ pari la danza locale – l’ormai quasi obbligatoria pizzica – muovono dal flamenco con sicura competenza tecnica: si vede dalla perizia chitarristica del leader Massi, e dall’uso filologicamente corretto di molti tra i ritmi codificati (tangos, fandangos, bulerìa, soleà…). Da un lato poi recuperano le origini arabe, con le meravigliose percussioni mediorientali, dall’altro si connettono ad altre tradizioni iberiche, come la musica sefardita (ebrei di Spagna) e quella catalana. Infine, una spruzzata di rumba balcanica, e un’affascinante viola che regala all’ensemble un suono dolce e straniante. Il tutto suonato con una forza e una leggerezza che si trasmetteranno facilmente alla vostra corsa, rendendola ugualmente solida e lieve.

(Articolo uscito sul numero di novembre del mensile sportivo Correre)