Da Wu Ming al jazz etiope, siamo tutti meticci

Ci sono due tipi di libri magici. Quelli che ti trascinano nel loro mondo, e quelli che invadono il tuo mondo. I libri del primo tipo sono quelli che mentre li leggi, la realtà esterna svanisce e tu sei completamente risucchiato nell’universo della finzione; poi magari chiudi il libro, e finisce lì. I libri del secondo tipo sono quelli che mentre li leggi, sì bello, ma magari ti puoi pure distrarre, te ne puoi pure staccare senza tanta pena; però poi, mentre sei lì che vai al lavoro, o che carichi la lavastoviglie, ti sorprendi a pensare: chissà che starà facendo tizia, chissà come va a finire quell’incontro di caio. E ti accorgi che pensi ai personaggi del libro come a delle persone vere, peggio, come a degli amici.

Wu Ming 2 e Antar Mohamed, Timira, Einaudi

Ora , è vero che nel caso di Timira i personaggi sono persone vere per davvero. Ma è anche vero che sono protagonisti di vicende così straordinarie, eppure così emblematiche, da meritare la qualifica di romanzesche: da meritare un romanzo. Timira è il libro che ho scelto per l’ultima puntata – per quest’anno – della mia rubrica radiofonica Il libro che suona (che cos’è) nella trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto. A Flatlandia avevano già parlato di questo “romanzo meticcio” la settimana scorsa intervistando Wu Ming 2. Comunque: è la storia di Isabella Marincola, nata a Mogadiscio da un ufficiale italiano e una donna somala, portata a neanche due anni a Roma, cresciuta lì con la moglie del padre insieme al fratello Giorgio (che morirà partigiano nel ’45), modella e attrice, tornata a Mogadiscio nel ’62 per sposare un somalo conosciuto in Italia, ritornata qui nel ’91 come profuga a causa della guerra civile che sconquassa(va) la Somalia. Meticcia la protagonista, meticcia la scrittura: Antar Mohamed, coautore, è il figlio di Isabella nonché ovviamente personaggio del romanzo.

Come si capisce, questa storia personale incrocia più volte la Storia cosiddetta maiuscola – come sempre nelle narrazioni del collettivo Wu Ming e suoi derivati. Ed è una Storia in parte dimenticata, rimossa: quella del colonialismo all’italiana. Un aspetto di cui non ci siamo mai presi la responsabilità fino in fondo, a differenza di imperi come Francia o Inghilterra, che con le ex colonie hanno un rapporto molto stretto, in parte non risolto, ma comunque riconosciuto. Noi no, e questo sia a livello politico che a livello di coscienza sociale: se mi chiedi a bruciapelo “L’Italia è stata una potenza coloniale?” ti rispondo no, quando mai. Forse perché la Seconda guerra mondiale ci ha messo mentalmente nella parte dei perdenti, dei poveracci, altro che potenza, e poi noi il fascismo lo abbiamo subito, mica voluto. Una sorta di rimozione collettiva, che ci porta a sapere magari tutto sulle schifezze fatte dal re del Belgio in Congo, o ad aver imparato a memoria La battaglia di Algeri, e però ignorare la Somalia, sia di allora che di ora.

Altre rimozioni toccate nel libro: episodi come la strage di Stramentizzo, dove perde la vita Giorgio Marincola, unico partigiano coloured della storia d’Italia, a quanto risulta. Questo eccidio nazista, attenzione alle date, avviene il 4 maggio ’45, cioè nove giorni dopo la conclusione ufficiale delle ostilità: che a guerra brutta e finita ci siano stati scontri e stragi come quella, non è proprio una cosa che abbiamo tutti sulla punta della lingua.

L’oblio storico fa pendant con quello personale: Isabella Marincola è un nome che a nessuno dice niente – anche a causa del fatto che nelle sue apparizioni pubbliche figurò di volta in volta con il cognome del padre, con quello della madre, con quello del primo o del secondo marito, e in certi casi cambiando anche il nome proprio in Timira, appunto – ma visse da protagonista nella scena artistica romana del dopoguerra. Modella per pittori e scultori, compreso un arrapatissimo Guttuso, ma diciamo che nessuno si salva dal cliché del “sarà disponibile in quanto”… giovane modella squattrinata? o giovane gazzella africana? Ma anche attrice, di teatro e di cinema: era una delle lavoratrici del mitico Riso amaro – en passant, la mondina con la pelle nera, un impossibile nel vercellese del ’48, eppure fortemente voluto dal regista De Santis: per dire quanto di surreale, di fantastico, di letterario ci fosse nel cosiddetto neorealismo. Anche se poi proprio a causa del suo color caffellatte non ha potuto mai avere parti di primissimo piano. Comunque i suoi ricordi sono pieni di incontri con personaggi famosi: c’è per esempio una bellissima foto con Sordi – nel libro è costante anche se discreta la presenza di materiali d’archivio e immagini – e c’è uno scambio di battute in cui il mammasantissima Indro Montanelli fa la figura del razzista cretino.

Il disco con cui ho azzardato il parallelo è:

Mulatu Astatqè, Ethiopiques 4, Buda musique

Azzardato perché, come racconta la stessa Isabella in una memorabile pagina che in radio ho letto, l’Etiopia non è la Somalia, guarda un po’. Anzi è “un vicino ingombrante, sempre pronto a invadere, a imporre un impero”. E ricevere, come le è capitato, un mazzo di rose con annesso biglietto “Per la principessa Makonnen”, sovrana etiope appunto, è un po’ come se a una signorina polacca un cascamorto tedesco offrisse dei fiori con dedica “Per la zarina di Russia”. Con sprezzo del pericolo, mi sono avventurato nel paragone. Un po’ per le somiglianze storiche di fondo – anche l’Etiopia è stata colonia italiana – che fanno risaltare ancora di più le differenze, e un po’ per essere meticci fino in fondo.

Mulatu Astatqè è nato in Etiopia, ha studiato musica in Galles, poi a Londra, e infine – primo africano in assoluto – all’università mondiale del jazz, la Berklee di Boston. Vibrafonista e compositore, fu seguace, come tanti jazzman dell’epoca, dei ritmi afro-caraibici; in seguito si è inventato una originale miscela di latin jazz e musica etiope, fondando quello che è passato alla storia come un genere a sé, l’Ethio-jazz. Ecco: considerato che l’Italia ha avuto dal ’50 al ’60 l’amministrazione fiduciaria della Somalia – cioè la gestione del cammino verso l’indipendenza, oggi diremmo transizione democratica – ed è stato un caso unico nella storia, dato che non si è mai fatto fare il tutor all’ex colonizzatore; considerato che invece l’altra parte dell’Africa orientale, l’Etiopia appunto, fu affidata agli inglesi; insomma, e forzando un po’ la mano, potremmo evidenziare la differenza dei risultati: loro hanno prodotto Mulatu Astatqè, noi Siad Barrè.

E per chiudere, a proposito di meticciato. Uno dei leitmotiv di Timira è “essere profughi significa…”, e di volta significa una cosa diversa, ma mai consolante. Io direi che la parola centrale non è profugo, è un’altra: questo libro va al di là dei meritori, e centratissimi, obiettivi di chiarezza storica e sociale. Oltre le intenzioni coscienti degli autori, resta poi l’oggetto narrativo come cosa autonoma: e questo Timira, come i migliori prodotti della letteratura contemporanea, pone il problema dell’identità. Chi sono? Chi sei? Chi è Isabella Marincola / Timira Hassan, africana di nascita ed europea di educazione, negra che traduce il greco e il latino, troppo scura per non essere guardata con razzismo in Italia e troppo chiara per non essere vista con sospetto in Somalia, ragazza a Roma e donna a Mogadiscio – ma senza imparare in trent’anni più di qualche parola in somalo – e anziana a Bologna?

C’è un bellissimo passaggio che parte dalla parola “stronza” per diventare un apologo sull’equivoco verbale, sull’equivoco tout court: o lo leggete direttamente nel libro, o lo ascoltate qui – letto da me e con il sottofondo di Mulatu – e mi dite com’è venuto.

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D’Angelo e Rava: un altro mondo è passibile

Oggi ricorre l’anniversario della strage di Brescia. A Brescia sta Radio onda d’urto, che ospita la trasmissione Flatlandia, che ospita la mia rubrica Il libro che suona. Che va in onda l’ultimo lunedì del mese, per cui proprio oggi. Mi è sembrato doveroso restare in tema, anche se indirettamente (direttamente ne hanno parlato nel resto della trasmissione, intervistando Francesco Barilli che insieme a Matteo Fenoglio è autore della graphic non-fiction Piazza della Loggia vol. 1). Perciò ho parlato di un altro momento tragico: il G8 di Genova 2001, un altro frangente in cui lo Stato è venuto meno. Sia durante i fatti, sia ancor di più dopo, come ci accorgiamo tristemente dallo svolgimento di processi senza colpevoli, o dall’indisturbata carriera nelle istituzioni di personaggi coinvolti in avvenimenti come minimo censurabili.

Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, minimum fax

A Genova nell’estate 2001 è ambientato il libro di Filippo D’Angelo. Un libro con diversi piani di lettura: letterario innanzitutto. A partire dal titolo, bello: La fine dell’altro mondo, che in realtà non è riferito alla fine del mondo ma a uno scritto di Cyrano de Bergerac, considerato in un certo senso precursore dei romanzi di fantascienza, e intitolato appunto L’altro mondo. Il protagonista del libro di D’Angelo, che è un dottorando in letteratura francesce specializzato nel Seicento, a un certo punto si convince che l’opera di Cyrano aveva una conclusione diversa, e si metta alla caccia di un’edizione con queste pagine altrove mancanti: la fine de L’altro mondo. Ma c’è anche sotteso un gioco di parole con lo slogan dei noglobal (ricordate? sembra cent’anni fa) “un altro mondo è possibile”. E invece no: fine. Il 2001, prima con il G8 di Genova e poi con l’11 settembre, mise a segno l’uno-due che fece andare ko il movimento noglobal.

Altri piani di lettura: intimo, sessuale e politico. C’è tanto sesso, forse troppo; ma ecco la riflessione che in proposito fa il protagonista:  “La vita sessuale degli individui gli era sempre parsa essere la cartina di tornasole della loro personalità, e ogni distrazione tra il pubblico e il privato una pagliacciata morale”. Pubblico e privato, o meglio “il personale è politico”, come si diceva una volta.

E il politico in questo libro è soprattutto personale, espresso attraverso un conflitto, un sentimento che arriva all’odio verso la generazione dei padri: innanzitutto i genitori biologici, ma poi tutti i politici, imprenditori e intellettuali nati tra il 1945 e il 1955, come dice il protagonista Ludovico in una memorabile tirata. Com’era quella frase, la mia generazione ha perso? Ecco, sembra suggerire D’Angelo, la mia generazione non è neanche scesa in campo. Per dire: Cyrano muore a 36 anni, ha fatto in tempo a vivere un’esistenza avventurosa e a scrivere capolavori; oggi io a 37 o lo stesso D’Angelo, a 39 anni al suo primo romanzo, possiamo essere definiti senza un filo d’ironia “giovani di belle speranze”.

Ma è proprio l’insistere sul privato, il dipanarsi intimo di una vicenda che inizia male e va sempre peggio, tra alcolismo, velleità accademiche e impotenza sentimentale, a dare il senso politico dello sfacelo. Geniale è ambientazione temporale pre-G8: l’appuntamento che per tutto il libro incombe ma quasi distrattamente, che affiora ogni tanto ma senza tanta importanza. E questo dà suspense perché noi che leggiamo oggi sappiamo, sappiamo quello che è successo subito dopo, il destino collettivo verso cui tutti precipitano e a cui non possono sottrarsi neanche i figli del riflusso. Un po’ come quando vedi un thriller e tu spettatore sai che dietro la porta c’è l’assassino mentre il personaggio è beatamente inconsapevole.

Ma è arrivato il momento di farlo suonare, il libro.

Enrico Rava, Tribe, Ecm. Il disco proposto per accompagnamento l’ho scelto per somiglianza e contrasto. Somiglianza per l’umore malinconico che sprigiona dal quintetto, e per la commistione di vari stili e livelli di lettura, in questa come in altre incisioni della colonna del jazz italiano: sperimentalismo e melodia, ricerca e semplicità. Ma anche contrasto, perché a differenza del romanzo, propone un rapporto padri-figli pacificato: Rava ha 73 anni e si è circondato da una serie di musicisti emergenti, giovani o giovanissimi. Negli ultimi tempi anzi lo scouting è diventato il leitmotiv della sua produzione, una sorta di passaggio di testimone. Cosa che avviene molto spesso nel mondo della musica, e quasi mai nella politica, nella società.

Alla fine della puntata come al solito ho letto un brano con la musica in sottofondo: per verificare se l’accoppiamento è azzeccato, e ascoltare tutta la rubrica, cliccate qua.


I lampi di Tesla e quelli di Ornette

Per la seconda puntata della rubrica radiofonica Il libro che suona nella trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto (qui la prima puntata e la spiegazione di che cos’è) ho proposto questa accoppiata

Jean Echenoz, Lampi, Traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi 2012, pp. 176, euro 17,00

Giovanni Falzone, Around Ornette, Parco dela musica/Egea

Primo tratto in comune: non solo sono due opere dedicate ad altri – il libro a Nikola Tesla, il disco a Ornette Coleman – ma sono all’interno di serie dedicate ad altri. Il trombettista siciliano Falzone è uscito due anni fa con Around Jimi (Hendrix, s’intende, e Miles Davis – ne scrissi qui), mentre in questi giorni sta presentanto un progetto dedicato ai Led Zeppelin; lo scrittore francese Echenoz viene da due libri intitolati Ravel (altro collegamento con la musica) e Correre, dedicato all’atleta ceco Emil Zàtopek.

Nikola Tesla (1856-1943): inventore, genio, visionario, pazzo. Autore di pensate futuribili (un cavo sotto l’oceano per portare posta pneumatica) e di altre francamente assurde (un anello panoramico attorno alla terra). Un genio multiforme e distratto, disinteressato ai soldi, disinteressato alle donne, e disinteressato anche alle sue stesse invenzioni, un attimo dopo averle fatte: ne brevetta di innumerevoli, ma livello di bozza, e poi le lascia lì, facile preda di altri scienziati. Per dire le più eclatanti: pur avendo intuito i raggi X, titolarità e merito andranno a Roentgen; e addirittura la paternità della radio, che nessuno di noi si sognerebbe di revocare a Marconi, gli fu riconosciuta dalla Corte Superema americana. Ma quarantadue anni dopo, peccato.

Lo stile che Echenoz usa per raccontare questa storia di splendori (alla lettera) e miserie è ammirevole: infatti lui prima si fa il culo quadrato a raccogliere informazioni e leggere tutto il leggibile (il suo metodo romanzesco, lo ha raccontato, non è basato sul cambiare i fatti, ma sull’aggiungere interpretazioni, ipotesi negli interstizi, dove i fatti storici mancano). Poi però riesce a usare una leggerezza invidiabile, un tono colloquiale (come niente, a un certo punto può scrivere una frase tipo “a me però sta cosa inizia ad annoiarmi”) e divulgativo. Per esempio quando spiega che cos’è questa benedetta corrente alternata, per cui dobbiamo ringraziare Tesla se non c’è una centrale elettrica ogni tre chilometri, come sarebbe successo con la corrente continua: una paginetta, senza scendere in particolari tecnici e senza farti sentire un ignorante. O quando, en passant, ricorda di come la sedia elettrica sia stata il prodotto collaterale di una battaglia commerciale (in breve: Edison, che aveva il brevetto della continua, per screditare l’alternata organizzò prima folgorazioni pubbliche di animali, poi riuscì a convincere un penitenziario che l’elettricità fosse un metodo più veloce e indolore rispetto a fucili e cappio; naturalmente, sperava che non lo fosse, e non lo fu – non lo è).

E trovano spazio anche le fissazioni di Tesla. I numeri: contava tutto e tutti, e voleva solo cose (tipo il numero della camera) con il multiplo di tre. L”igiene: si lavava le mani centinaia di volte al giorno e consumava decine di asciugamani. E, in contrasto, i piccioni, che nutriva al parco, e poi curava, e infine iniziò a ospitare negli alberghi dove viveva. Ma ora let’s jazz.

Anche se non è questo il brano di Falzone che abbiamo ascoltato in radio, bensì Blues Connotation, una pietra miliare di Ornette Coleman. Comunque.  Un tratto in comune tra libro e disco è  il tono divulgativo, così per dire. Infatti il trombettista cosa fa: prende pezzi originali e cover dell’omaggiato, li alterna, li incrocia, li intreccia. Se si ascolta tutto il cd di seguito, prestando orecchio al mood più che ai temi, si ricava un’ottima impressione di compattezza: in altre parole il trombettista riesce a ornettizzare le proprie composizioni e a falzonizzare i brani di Ornette.

Ma i paralleli si possono estendere dalle opere ai protagonisti: cioè all’arte e alla vita di Tesla e Coleman. Il sassofonista afroamericano è stato per una vita (è vivo lui, eh) frainteso, equivocato: imbalsamato nell’immagine di inventore del free jazz, fu artefice prima e dopo di un movimento di rinnovamento musicale continuo. Come Tesla, ha inventato molte cose curandosi poco della paternità, e come Tesla ultimamente si è fissato su cose astruse o impossibili, come la concezione armolodica, una roba che l’ha capita solo lui.

Spesso bistrattato, considerato un millantatore, da pubblico critici e colleghi: suona strano non per scelta ma perché non sa suonare, quante volte gliel’hanno detto. Ma in realtà è professionista serio e preparatissimo. Proprio come Tesla, che anche se con idee bislacche, era uno scienziato, con nulla di esoterico: non si è mai presentato come un mago, con poteri soprannaturali (anche quando voleva usare i lampi per comunicare con gli alieni, ne era convinto da un punto di vista scientifico), però amava stupire il pubblico organizzando rappresentazioni spettacolari e non-divulgative.

E a questo punto in trasmissione ho letto un brano con la descrizione  di uno spettacolo a base di lampi e scariche da 200mila volt. Con il sottofondo di Lonely woman, altro capolavoro di Ornette: un po’ schizzato, ma adeguato alla scrittura frammentata, disuguale e colloquiale del libro. Com’è venuto? Ci azzecca? Ascoltate e ditemi voi.

(Altre cose, suggestioni, collegamenti: guardate questi due video curiosi sul blog Adelphi, tra cui uno che stabilisce un altro link con la musica, i White Stripes in un film di Jim Jarmusch. Altro riferimento musicale: i Tesla, band heavy metal anni ’80. E infine, sapete come si chiama il locale dove Falzone presenta i suoi progetti? Indovinate un po’…)


Il libro che suona: metti insieme Egan e Villalobos…

Oggi è andata in onda la prima puntata della mia nuova rubrica, all’interno della trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto. L’abbiamo chiamata “Il libro che suona”. E’ una cosa che avevo proposto a vari giornali, spiegandola così:

“L’idea è quella di parlare insieme di un libro e di un disco. Non è una novità in sé, è ma una novità il presupposto tecnologico su cui si basa: con i tablet e gli ebook reader è possibile ascoltare musica mentre si legge, quindi praticamente crearsi la propria colonna sonora per un libro. Quello che vorrei fare io è suggerire degli accostamenti, tra libri più o meno noti di recente uscita e dischi prevalentemente strumentali (perché le parole cantate non interferiscano con quelle lette). Il presupposto tecnologico è un pretesto perché si può fare benissimo con libro cartaceo + ipod, fotocopie + stereo eccetera”.

Ma non si era concretizzata da nessuna parte. Ora ho avuto l’opportunità di farla in radio, e direi che – al di là del fatto che è un mezzo con cui ho meno confidenza rispetto alla scrittura – è andata molto meglio così. Perché a viva voce e in diretta, grazie al supporto in studio dei due presentatori Kikka e Sancho, si può fare molto di più: facciamo ascoltare brani, e leggiamo pezzi dei libri, e spieghiamo perché sono simili o accostabili, trovando punti in comune sia tematici che di effettiva compatibilità lettura-ascolto.

Per la prima volta avevo proposto una serie di coppie, e quelli di Flatlandia hanno espresso preferenza per

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (minimum fax)

Ricardo Villalobos/Max Loderbauer, Re:ECM (Ecm)

Il che da un lato mi ha riempito di gioia, perché si tratta di due capolavori. E dall’altro di terrore, perché si tratta di due capolavori. Insomma ho debuttato direttamente in Champions league, per capirci. Come sono andato, se l’esperimento funziona ditemelo voi: qui si può ascoltare/scaricare il pezzo di trasmissione. Questa che segue non è la trascrizione né un ulteriore sproloquio sul tema: solo, già che mi trovavo, una specie di bella copia degli appunti che mi sono fatto.

Della Egan ho già scritto. Colgo solo l’occasione per aggiungere che, come ha considerato anche Gianluca Didino sul suo blog, quando sua maestà Cathleen Schine dice che il romanzo è “un’enorme epopea ottocentesca magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno” (frase nel risvolto di copertina dell’edizione italiana) azzecca proprio l’esatto contrario del libro, della sua grandezza, e grandiosa portata innovativa. Che è proprio quella di rifondare il postmoderno, di mostrare che c’è ancora un modo sperimentale di raccontare; facendosi però seguire grazie a un’apparenza ottocentesca, di romanzo tutto trama, fitto di personaggi. Per far vedere un minimo come Egan fa la giocoliera con il tempo, ho poi letto un pezzettino di Safari, capitolo notevole per più versi, in particolare per gli strepitosi flash forward.

Anche di Re:ECM ho scritto altrove. In trasmissione ho proposto un estratto da questo pezzo remixato di Louis Sclavis


Ma perché l’accostamento, insomma? Ecco i motivi, secondo me. Innanzitutto perché sono, appunto, due capolavori, due opere spartiacque, di quelle che tra qualche anno o decennio si dirà Ti ricordi? Ti ricordi di quando Jennifer Egan ci dimostrò che un altro romanzo è possibile? Ti ricordi di quando quei pazzi della Ecm si fecero celebrare e distruggere da un dj?

Poi, il citazionismo: la presenza di canzoni altrui, che nel disco sono i pezzi originali che si remixano, mentre nel libro tutta la trama gira attorno alla musica.

Strettamente collegato, il disorientamento spazio temporale che entrambe le opere innnescano: ogni volta è una sfida capire davanti a che epoca, che luogo, che personaggi ci troviamo.

Infine, l’immedesimazione: nei vari stili remixati, per quanto riguarda Villalobos, che comunque prima di stravolgere deve tenere conto del mood del brano originale. E nei vari protagonisti dei racconti, che sono ogni volta diversi, per la Egan: la cosa più sbalorditiva del romanzo è infatti la capacità non solo di cambiare lo stile a seconda delle circostanze, passando dalla prima alla terza persona con qualche inserimento della seconda, usando il flusso di coscienza come il dialogo minimalista, la fantascienza come le slide di Power point – il che tutto sommato sarebbe solo un arido sfoggio di bravura – ma soprattutto la sensibilità di adattare il mood al soggetto protagonista del racconto, di volta in volta una giovane punk, un tossico sbiellato, un manager sconfitto; in una parola, empatia.

Sì vabbè, ma alla prova dei fatti, Re:ECM funziona come sottofondo musicale de Il tempo è un bastardo? Secondo me sì perché non è invasivo, ma rafforzativo del senso di sospensione e inquietudine del libro. Però, siccome in radio abbiamo provato metterlo in pratica, qui sta veramente a chi ascolta giudicare.