Il time(line) è un bastardo

Un racconto su twitter. È quello che in questi giorni sta facendo Jennifer Egan, autrice de Il tempo è un bastardo. O meglio, quello che la Egan ha fatto qualche mese fa sull’account del New Yorker, e che ora il suo editore italiano, minimum fax, sta riproponendo tradotto (ottimamente, meglio ancora del romanzo che le è valso il Pulitzer, da Matteo Colombo) sul suo twitter: tutte le sere, per sei giorni, dalle 22 a mezzanotte circa, va in onda Scatola nera. Un tweet ogni 60-120 secondi, più distanziati nella prima ora di trasmissione, più serrati verso la fine.

E com’è? Bellissimo, ma è dire poco. Rivoluzionario rende un po’ meglio l’idea. In questo momento Egan sembra una specie di Mida, che trasforma tutto ciò che tocca. L’anno passato è stato il turno del romanzo, quel vecchio arnese dato cento volte per spacciato, e da lei completamente rifondato, oltre il classico oltre l’avanguardia oltre il postmoderno. Ora è la volta del socialcoso, finora strumento di pallide sperimentazioni di microletteratura. Scatola nera apre nuovi orizzonti. Perché?

Jennifer Egan, incredibilmente, ha capito benissimo qual è il quid di twitter, e come usare questo quid a fini letterari. Incredibilmente, perché lei non sembra una grande utente del mezzo, con l’account @egangoonsquad che ha totalizzato ben 7 tweet dall’agosto 2010; ma evidentemente, non è necessario essere addicted ai nuovi media per sfruttarli al meglio: basta essere dei geni.

Il racconto Scatola nera, ma c’era da aspettarselo, è notevole per più versi. La trama, certo: una spy-story al femminile oscillante tra vetero-bondismo e sci-fi revisited, con interessanti implicazioni politico-patriottiche. La forma, certo, o meglio lo stile: la narrazione dei fatti è mascherata dietro un tono apodittico/prescrittivo, enunciazione di regole di condotta per la protagonista, alla quale il discorso è rivolto in seconda persona (“Congratulati con te stessa per essere riuscita a mantenere la vicinanza fisica e attiva il microfono auricolare”).

Ma non è questo il punto rivoluzionario. Il punto non è interno al racconto, ma esterno: ovvero attiene al mezzo-twitter, e all’averne colto, come si diceva, la sua specificità. Qual è la specificità di twitter? I 140 caratteri!, rispondiamo in coro. Mah. Non in questo caso. La brevità, ovvio, influenza il discorso. Ma trattandosi di una narrazione spalmata su una molteplicità di tweet, non è una grossa contrainte: esclude l’ampio periodare manzoniano, come il flusso di coscienza vecchio stile, ma non molto altro.

Il vero specifico di twitter è il tempo (la homepage non è detta anche timeline?). La scansione ritmica con cui si succedono i tweet è decisa dall’account. Il che vuol dire che la fruizione non è appannaggio dell’utente, ma dell’emittente. In questo senso, leggere un racconto su twitter non è tanto come leggere un racconto su carta o a video, ma si avvicina di più a guardare un film in tv. Non a caso, all’inizio mi è scappato scritto “va in onda”, stavo per correggermi ma poi ho pensato che è proprio così.

Naturalmente, uno può aspettare che si carichino un po’ di (o tutti i) tweet e poi leggerseli di fila, o ancor di più attendere il mattino dopo e riguardarsi la puntata sul blog minima&moralia, o addirittura aspettare che finisca tutto e prendersi l’ebook. Ma si perderebbe lo sfizio, il quid appunto: sentirsi completamente in balia della narrazione, non poter accelerare o rallentare a piacimento, stare lì a rodersi per il prossimo tweet cliccando in continuazione su refresh.

I modi in cui il tempo (Egan attraverso il tempo) si prende gioco di noi sono vari. Per esempio: siccome i tweet sono equidistanti, nel senso che mancano i soliti segni di orientamento di un testo tradizionale (capitoli, paragrafi, doppi a capo…), inserire un tweet in cui l’azione riprende di colpo dopo 6-8 tweet occupati da una digressione, è una bella botta di adrenalina; viceversa, dilatare i tweet o le frasi (nb: 140 caratteri sono il massimo, ma nulla vieta sentenze molto più brevi) in un momento in cui l’azione è concitata, ma la lettura no, contribuisce ad aumentare la suspense a livelli quasi intollerabili. Ancora una volta, Jennifer Egan si conferma una formidabile giocoliera del tempo. Ancora una volta, Jennifer Egan si conferma una formidabile e basta.

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Karen Russell, il Pulitzer del futuro

Insomma, ieri sono stati assegnati i Pulitzer 2012. E allora, qual è la notizia? La notizia è che quello per la letteratura, sezione fiction, non è stato assegnato. Come, non assegnato. Proprio così, tre candidati, nessun vincitore: evidentemente i giudici si riservano il diritto di dire sì, bravi, però non vince nessuno. Una gara senza vincitori, sembra un po’ contro la logica, ma se ci pensate non è un’ipotesi così sbagliata, in teoria.

Karen Russell, Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi, Elliot edizioni 2006

In pratica, stupore worldwide perché fra i tre c’era the late David Foster Wallace, santo subito, sicché negargli il trionfo è parso a molti bestemmia. Ma in mezzo ai tre c’era anche Karen Russell. Ed è di lei che vorrei parlarvi, perché è una scrittrice formidabile. Dico subito che non ho letto (ancora) Swamplandia!, romanzo uscito l’anno scorso e col quale era candidata al premio. Ma ho letto il suo primo libro, Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi, l’ho letto anni fa e non me lo tolgo più dalla testa.

Che cos’ha di così straordinario lei? Karen Russell è nata nell’81 ed è stata inserita tra i migliori scrittori americani under 35. Quindi la giovane età (beh relativa ormai, trent’anni, però il primo libro è uscito quando ne aveva venticinque e quindi è stato scritto quand’era ancora più piccola) e i precoci riconoscimenti. Ma questo non la rende unica: anche Paolo Giordano è giovane e pluripremiato, anche Benjamin Hale, anche Salvatore Scibona. Possiamo dare altre coordinate.

Diciamo innanzitutto della struttura del libro. Che si presenta come una raccolta di racconti, e poi piano piano molti elementi convergono: i personaggi che ritornano, l’ambientazione in una indefinita località tropicale che ricorre. Ma non si arriva mai al romanzo, alla trama unica ricostruita o ricostruibile. Una narrazione per frammenti, un puzzle di cui mancano molti pezzi, che sembra la nuova frontiera del post-postmoderno dopo la sbornia di new-neorealismo che ci hanno propinato negli ultimi anni. Anche qui, non sarebbe niente di nuovissimo: lo hanno fatto in vari di recente, da Elizabeth Strout con Olive Kitteridge, che però ha un mood molto malinconico e d’antan, allo spumeggiante Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan – di cui qui si è detto già e anche in forme strane – la quale non a caso è Pulitzer 2011. Ma c’è di più.

Lo sfondo, l’ambientazione giocano moltissimo nel creare straniamento: è una località tropicale con tutte le stranezze floro-faunistiche tra i Nationa Geographic e il realismo magico sudamericano. Ma si sente anche molto l’aria a stelle e strisce, e infatti è la Florida, una specie di Florida dentro un incubo. Perché non si capisce bene dove stiamo, se in un futuro molto prossimo, o in un presente alternativo andato a male. Distopia, o fantascienza di prossimità, e qui il punto di riferimento è George Saunders, con i suoi parchi tematici che simulano una realtà inesistente all’interno di una finzione che descrive una realtà altrettanto stralunata, e leggermente nauseante. Rispetto a Saunders però c’è meno ricorso a derive tecnologiche alla Dick, e più vicinanza al fantastico.

Il fantastico classico, se non suonasse strano il termine. Quello di Julio Cortàzar, per capirci. E infatti con l’argentino Russell ha in comune almeno due cose. Una è l’uso magistrale del non detto: non si spiega il contesto, l’ambientazione con tutte le sue stranezze e tutte le normalità è data per scontata, sta lì e basta. Da qui l’effetto spiazzante che rende grandiosamente incomprensibili alcuni racconti, come per esempio Casa occupata che apre la raccolta Bestiario. E poi la scoppiettante inventiva, in stile cronopios e famas, di nomi cose personaggi animali situazioni.

Infine, a rendere il tutto ancor più inquietante, il fatto che protagonisti siano sempre bambini e preadolescenti, che già di per sé sono un mondo governato da logiche a parte. Insomma, Karen Russell avrebbe potuto vincerlo il Pulitzer. E allora, qual è la notizia? Che lo vincerà in futuro, ne vincerà di premi in futuro, e se non li vincerà, sicuro li meriterà.


Il libro che suona: metti insieme Egan e Villalobos…

Oggi è andata in onda la prima puntata della mia nuova rubrica, all’interno della trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto. L’abbiamo chiamata “Il libro che suona”. E’ una cosa che avevo proposto a vari giornali, spiegandola così:

“L’idea è quella di parlare insieme di un libro e di un disco. Non è una novità in sé, è ma una novità il presupposto tecnologico su cui si basa: con i tablet e gli ebook reader è possibile ascoltare musica mentre si legge, quindi praticamente crearsi la propria colonna sonora per un libro. Quello che vorrei fare io è suggerire degli accostamenti, tra libri più o meno noti di recente uscita e dischi prevalentemente strumentali (perché le parole cantate non interferiscano con quelle lette). Il presupposto tecnologico è un pretesto perché si può fare benissimo con libro cartaceo + ipod, fotocopie + stereo eccetera”.

Ma non si era concretizzata da nessuna parte. Ora ho avuto l’opportunità di farla in radio, e direi che – al di là del fatto che è un mezzo con cui ho meno confidenza rispetto alla scrittura – è andata molto meglio così. Perché a viva voce e in diretta, grazie al supporto in studio dei due presentatori Kikka e Sancho, si può fare molto di più: facciamo ascoltare brani, e leggiamo pezzi dei libri, e spieghiamo perché sono simili o accostabili, trovando punti in comune sia tematici che di effettiva compatibilità lettura-ascolto.

Per la prima volta avevo proposto una serie di coppie, e quelli di Flatlandia hanno espresso preferenza per

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (minimum fax)

Ricardo Villalobos/Max Loderbauer, Re:ECM (Ecm)

Il che da un lato mi ha riempito di gioia, perché si tratta di due capolavori. E dall’altro di terrore, perché si tratta di due capolavori. Insomma ho debuttato direttamente in Champions league, per capirci. Come sono andato, se l’esperimento funziona ditemelo voi: qui si può ascoltare/scaricare il pezzo di trasmissione. Questa che segue non è la trascrizione né un ulteriore sproloquio sul tema: solo, già che mi trovavo, una specie di bella copia degli appunti che mi sono fatto.

Della Egan ho già scritto. Colgo solo l’occasione per aggiungere che, come ha considerato anche Gianluca Didino sul suo blog, quando sua maestà Cathleen Schine dice che il romanzo è “un’enorme epopea ottocentesca magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno” (frase nel risvolto di copertina dell’edizione italiana) azzecca proprio l’esatto contrario del libro, della sua grandezza, e grandiosa portata innovativa. Che è proprio quella di rifondare il postmoderno, di mostrare che c’è ancora un modo sperimentale di raccontare; facendosi però seguire grazie a un’apparenza ottocentesca, di romanzo tutto trama, fitto di personaggi. Per far vedere un minimo come Egan fa la giocoliera con il tempo, ho poi letto un pezzettino di Safari, capitolo notevole per più versi, in particolare per gli strepitosi flash forward.

Anche di Re:ECM ho scritto altrove. In trasmissione ho proposto un estratto da questo pezzo remixato di Louis Sclavis


Ma perché l’accostamento, insomma? Ecco i motivi, secondo me. Innanzitutto perché sono, appunto, due capolavori, due opere spartiacque, di quelle che tra qualche anno o decennio si dirà Ti ricordi? Ti ricordi di quando Jennifer Egan ci dimostrò che un altro romanzo è possibile? Ti ricordi di quando quei pazzi della Ecm si fecero celebrare e distruggere da un dj?

Poi, il citazionismo: la presenza di canzoni altrui, che nel disco sono i pezzi originali che si remixano, mentre nel libro tutta la trama gira attorno alla musica.

Strettamente collegato, il disorientamento spazio temporale che entrambe le opere innnescano: ogni volta è una sfida capire davanti a che epoca, che luogo, che personaggi ci troviamo.

Infine, l’immedesimazione: nei vari stili remixati, per quanto riguarda Villalobos, che comunque prima di stravolgere deve tenere conto del mood del brano originale. E nei vari protagonisti dei racconti, che sono ogni volta diversi, per la Egan: la cosa più sbalorditiva del romanzo è infatti la capacità non solo di cambiare lo stile a seconda delle circostanze, passando dalla prima alla terza persona con qualche inserimento della seconda, usando il flusso di coscienza come il dialogo minimalista, la fantascienza come le slide di Power point – il che tutto sommato sarebbe solo un arido sfoggio di bravura – ma soprattutto la sensibilità di adattare il mood al soggetto protagonista del racconto, di volta in volta una giovane punk, un tossico sbiellato, un manager sconfitto; in una parola, empatia.

Sì vabbè, ma alla prova dei fatti, Re:ECM funziona come sottofondo musicale de Il tempo è un bastardo? Secondo me sì perché non è invasivo, ma rafforzativo del senso di sospensione e inquietudine del libro. Però, siccome in radio abbiamo provato metterlo in pratica, qui sta veramente a chi ascolta giudicare.


Jennifer Egan, un Pulitzer a Napoli

(Pezzo uscito ieri sul Mattino, qui in versione integrale)

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, minimum fax 2011, pag. 350, euro 18

C’è un piccolo pezzo di Napoli nel grande romanzo americano di questi anni. Il romanzo si chiama Il tempo è un bastardo, è valso a Jennifer Egan il premio Pulitzer 2011 per la narrativa, e a vari mesi dall’uscita italiana (editore minimum fax) sta facendo ancora parlare di sé: qualche giorno fa lo scrittore Sandro Veronesi lo sosteneva pubblicamente su Twitter (“Lo dico ancora: è un grandissimo romanzo. Leggetelo. Io non ci guadagno niente”); l’autrice sarà in Italia dall”8 all’11 marzo. Il pezzo di Napoli è in un capitolo completamente ambientato tra le rovine di Pompei, i panorami del Vomero e soprattutto il misterioso buio dei vicoli: è la Napoli di fine anni ’80 – ma tanto simile a quella attuale, come se finito il “rinascimento” fossimo tornati al punto di partenza – con un centro storico degradato e poco ospitale, percorso da “giovani sfaccendati, non pulitissimi e vagamente minacciosi che gironzolavano per quella città in cui la disoccupazione era al 33%, membri di una generazione defraudata che si aggiravano intorno ai palazzi decrepiti dove i loro antenati quattrocenteschi avevano vissuto nello sfarzo, che si bucavano sui gradini di chiese nelle cui cripte quegli stessi antenati ora giacevano, in minuscole bare accatastate come legna da ardere”.

Questo passaggio partenopeo è tanto più notevole nell’economia del libro in quanto rappresenta un’eccezione: l’azione si svolge quasi tutta tra la California e New York. Dal punto di vista dello spazio Il tempo è un bastardo è abbastanza monotematico, mentre funambolico e spettacolare è il modo in cui è trattato, manco a dirlo, il tempo (a proposito, una volta tanto la scelta di cambiare titolo nella traduzione si dimostra azzeccatissima, e anzi meglio dell’originale A visit from the goon squad – la squadraccia). “Il tempo è un bastardo” è una frase che dice uno dei tanti personaggi sconfitti, quando dopo vent’anni si guarda indietro e si chiede quando esattamente ha perso il controllo e la sua vita è diventata solo una serie di reazioni a catena che l’hanno portato al fallimento. Ma più che altro, a essere bastarda col tempo, a confondere gli anni, o meglio i lettori, è stata Jennifer Egan: il romanzo infatti si presenta più come una serie di episodi, in cui ricorrono gli stessi personaggi (in certi capitoli protagonisti, in altri marginali, e viceversa), e soprattutto che sono sparsi a macchia di leopardo nel corso degli anni; il primo episodio è quasi contemporaneo, il secondo è del 2006, il terzo degli anni ’70, il quarto a cavallo degli ’80…

Ma sempre negli States, tranne due casi: un safari in Africa e, appunto, una fuga a Napoli. L’accostamento farebbe pensare a una visione esotica della nostra città, a un’accozzaglia di luoghi comuni. Tanto più che la Egan non appartiene al filone degli oriundi, i nipoti di emigranti che scrivono di Italia per ritrovare le radici, come John Fante o più recentemente Salvatore Scibona. Lei stessa confessa: “Sono stata a Napoli con mio marito in vacanza per una settimana circa. È insolito per me collocare una storia in un posto dove mi sono fermata per così poco, ma pensai che sarebbe stato possibile mentre ero ancora lì: Napoli era così grandiosamente moribonda, e il contrasto tra l’antico splendore e l’attuale degrado così acuto”. Ecco allora, sembra proprio il filone turistico, l’ammeregana che viene qualche giorno e se ne torna piena di stereotipi: i napoletani “che sembravano tutti grassi” e si facevano il bagno nell’acqua sozza di via Partenope, “l’onnipresente pallone”, i giovani vomeresi tutti in Vespa. (Eppure, non sono proprio i violenti contrasti che tutti noi amiamo e odiamo in questa città?)

Alla fine, però, tutti i pregiudizi sono ribaltati proprio dalla trama. Perché quella che sfila il portafoglio dalla tasca del turista è proprio l’americanissima protagonista dell’episodio. E il ricettatore a cui lo va a vendere? Si chiama Lars, è svedese.