E’ facile scegliere un titolo, se sai come farlo

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Non ci potete credere, vero? Neanche io. Ancora penso di avere le allucinazioni visive. Evidentemente ci sono delle sequenze di parole che a un certo punto gli inventori di titoli iniziano a venerare come formule magiche, capaci di trasmettere il successo da un libro all’altro indipendentemente dall’argomento, dall’autore, dalla case editrice e – ovviamente – da quello che c’è scritto.

Le formule magiche, come tutte le altre cose, vanno a ondate, sono soggette alle mode, ai trend. Ricorderete qualche anno fa, i titoli di film, soprattutto tradotti (quello delle traduzioni delle pellicole straniere è argomento che meriterebbe un libro, altor che post), con lo schema fisso IF… THEN…: Se scappi ti sposo, Se mi lasci ti cancello, Se non mi aliti in faccia ti voglio più bene etc etc. Un trend dalla coda lunga è quello dello “spiegato a mio figlio”: da Tahar ben Jelloun in poi, decine di libri pretendono di spiegare tutto lo scibile a ste povere creature, tanto che non è lontano il giorno in cui uscirà un definitivo Mio figlio spiegato a mio figlio. Anzi, devo sbrigarmi a scriverlo io, prima che qualcuno di voi mi rubi l’idea.

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Galiazzo, lo scrittore scomparso nella quarta dimensione (una recensione con i disegnini)

Scrivere è una raffinata forma di narcisismo. Nascosta dietro il velo della cultura c’è sempre l’aspirazione al successo. Perché, altrimenti, scrivere? Per diventare ricchi? Ma fatemi il piacere. Per un intimo e disperato bisogno di dare una forma ai propri incubi? Uahahah. Lo scrittore – come tutti – vuole arrivare (che poi questo per alcuni significhi il Nobel, per altri la partecipazione all’Isola dei famosi, e per altri ancora la semplice pubblicazione con un editore non a pagamento, è un discorso diverso). Per questo fa scalpore ogni forma di ascesi, di astensione, di ritiro dalla scena letteraria. Le modalità sono varie: scrivere ma tenere segreta la propria vita privata (Thomas Pynchon) o addirittura la propria identità (Elena Ferrante), continuare a scrivere ma smettere di pubblicare (Salinger), annunciare la fine delle operazioni a ottant’anni suonati (Philip Roth). Matteo Galiazzo ha scelto l’ascesi più estrema: ha smesso di scrivere.

Galiazzo, lo ricordate? No, eh? (Neanche io.) Ma ricordate i cannibali: la nuova onda di scrittori lanciati da un’antologia (Gioventù cannibale, Einaudi) nel ’96, e dalla quale poi sarebbero emersi Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, e in ambito leggermente diverso Daniele Luttazzi. Bene, Matteo Galiazzo era tra questi magnifici undici. Non solo, ma a stretto giro pubblicò altri due o tre libri, sempre col blasonato struzzo. Poi basta. Accaduta una serie di cose, certe oggettive (il compimento dei trent’anni, la fine del periodo universitario) certe soggettive (essersi accorto che scrivere “tende a rendere un po’ stronzi”), Galiazzo iniziò a lavorare e cessò di scrivere. Il che lo ha reso oggetto di un piccolo culto.

Olympic Games 2012 Archery

Nella foto, Galiazzo. Marco Galiazzo, campione olimpico di tiro con l’arco. Non vedo perché se uno vuole scomparire come Matteo, bisogna perseguitarlo non solo con le recensioni ma anche con le foto. Però a questo punto un’immagine ci voleva. E allora. (E poi un po’ gli somiglia) (non è vero)

Tutto questo, però, secondo me distrae, monopolizza l’attenzione ancora una volta sul personaggio, sullo scrittore-anacoreta, sullo scrittore-postumo di se stesso (non a caso Sinapsi, antologia di racconti raccolti da riviste e web, e pubblicata l’anno scorso da Indiana, porta come sottotitolo Opere postume di un autore ancora in vita). Non vedete come sono rimasto ipnotizzato anch’io, che volevo buttarmi subito a parlare di Cargo, e invece mi sono intalliato per due paragrafi e mezzo? Il libro, allora. Pubblicato da Laurana, solo in ebook, con una strepitosa copertina ideata dallo stesso autore (ma non aveva smesso? Ah, di scrivere, non di pensare), la prefazione di Marco Drago e in appendice una recensione d’epoca di Maria Corti. E sempre Laurana annuncia che farà uscire a breve anche gli altri due: evviva.

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Il libro: per chi non c’era, e per chi come me inseguiva la chimera del controcorrente, per cui se una cosa è contemporanea, e per di più à la page, è il male. Cargo è un libro multiforme, magmatico. Neanche tanto lungo, per quanto effettivamente io non sappia dire con precisione quanto sia lungo: sull’ebook, almeno sul mio, non è segnato il numero totale delle pagine scorse, ma solo quello capitolo per capitolo (veramente lui li divide in gruppi di paragrafi denominati “frattali”, capito il tipo?). Che sgomento, e che sollievo, finalmente, poter leggere un libro quasi come si guarda un film, senza sapere in ogni momento esattamente a che punto si è.

È un libro pieno di teorie e sfide: matematica, fisica, chimica, astronomia, economia, letteratura, arte, musica. Tutte queste materie sono padroneggiate dall’autore, che le tira in ballo nei loro punti più affascinanti ed estremi, i punti di rottura, quelli dove una disciplina o si autodistrugge o svela la vera essenza dell’universo. La ricorsività e il teorema d’incompiutezza di Gödel, i quanti e gli universi paralleli, la confutazione del Big bang e la natura del tempo, la possibilità di un’arte a quattro dimensioni e di un iper-romanzo. Teorie discusse, e fatte discutere dai personaggi, ma teorie anche messe letterariamente in pratica, sicché il libro diventa piano piano sotto le nostre mani un mostro che parla nella sostanza, e applica nella forma quello di cui parla. Vabbè. Detta così sembra un casino. E infatti lo è, ma è un casino divertente, zero pedanteria e pesantezza.

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The power of the trio

brainkillerStavolta facciamo una prova: allarghiamo lo sguardo, allunghiamo i tempi. Tre dischi al posto di uno: tre gruppi insoliti, tutti da scoprire; tre tipi di musica diversi, ma con molte cose in comune. A partire dal numero dei musicisti: indovinate? Esatto, tre. Il trio è una strana bestia: senza il respiro ampio del collettivo che hanno i gruppi dai quattro elementi in su, da un lato; e senza la corrispondenza d’amorosi sensi, il dialogo telepatico che si stabilisce nel duo, dall’altro. Quando poi la potenza di fuoco espressa dall’esile manipolo eguaglia e supera quella di un intero battaglione orchestrale, si usa parlare di power trio: tali furono la Jimi Hendrix Experience, o i Cream di Eric Clapton con Baker e Bruce. E ben calzano questi richiami, perché i trii di cui stiamo per parlare, benché di estrazione jazz, hanno molto del rock, del potere, della potenza. Altro elemento in comune, l’insolito accostamento degli strumenti: perché normalmente il trio si basa su una solida e fissa sezione ritmica di basso&batteria, su cui poi lo strumento solista fa leva, primeggia, e determina il carattere (pianoforte nel trio jazz, chitarra elettrica nel rock, sax o altro nelle combinazioni più avanzate). Qui invece in tutti e tre i casi vengono rimescolate le carte in vario modo, ma con la presenza fissa della batteria, e con l’assenza fissa del basso, consentendo gli accrocchi più insoliti tra fiati, tastiere e sei corde. Ulteriori trait d’union: sono tutti dischi che travalicano i generi e mescolano le influenze; sono stranamente composti da pezzi di breve durata, insomma non si abbandonano a interminabili esibizioni muscolari; sono in maggior parte strumentali, e curiosamente dove appaiono inserti cantati, la voce è più un elemento di disturbo e straniamento che di orecchiabilità.

Eponymous-230x230Quanto detto vale per tutti e tre, ma vediamoli ora nel dettaglio, con il consiglio di ascoltarli di fila e nell’ordine indicato: faranno da sottofondo a un magnifico “lungo” in tutto il suo dolore e la sua gloria. Si parte con i Brainkiller, Colourless Green Superheroes (RareNoise Records), che sono Jacob Koller al piano e Fender Rhodes, Brian Allen al trombone ed Hernan Hecht alla batteria. Ed è una partenza bella vivace come si conviene: un torrente di idee e situazioni, un fuoco d’artificio continuo, che prende dai vari generi quanto offrono di più creativo e stimolante. Il jazz moderno, in particolare quello più geometrico e ragionato del progressive; il rock anni ’70 con i suoi sfrenati programmi e le sue fredde incazzature (a volte sembra di sentire i secondi King Crimson); le avanguardie classiche; le suggestioni dance elettroniche. Ogni tanto il ritmo ha come delle tachicardie, delle extrasistole, dei salti di battito; il che ci porta diretti alla parte centrale della nostra corsa, al secondo cd della nostra sequenza. Hobby Horse, Eponymous (Parco della Musica Records), ovvero Dan Kinzelman e Joe Rehmer, americani residenti in Umbria, e Stefano Tamborrino, batterista di Firenze. Dei tre, è il trio più jazz, più tendente all’improvvisazione, all’instabilità: un suono che in certi momenti sembra sul punto di frantumarsi, di disgregarsi e perdersi; proprio come nel bel mezzo di un allenamento, a traguardo ancora lontano, le forze sembrano smarrirsi, le gambe cedere. Ma poi la forza di volontà, l’esperienza e l’energia hanno la meglio: perciò anche il free, il rumorismo acquistano un senso, perché proprio come la sofferenza fisica non sono fini a se stessi, ma funzionali a proseguire la corsa.
Che infatti continua con rinnovata lena grazie a Third Reel, Third Reel (Ecm), cioè Nicolas Masson sax e clarinetto, Roberto Pianca chitarra, Emanuele Maniscalco batteria. Un perfetto trio alla pari; uno splendido album che inizia in maniera abbastanza sostenuta e scattante, per poi addolcirsi man mano, sfumare in atmosfere più tipicamente Ecm, senza mai perdere mordente ma accompagnandoci morbido verso la fine dell’allenamento, quando ormai il peggio è passato, e si è sempre più in pace con se stessi, sempre più leggeri.

(Articolo uscito sul numero di agosto del mensile sportivo Correre)


Accompagnamento Sodo

sodoMusica nata per accompagnare. Guido Sodo è leader e anima dei Cantodiscanto, uno dei gruppi più interessanti – anche se dalla produzione ahimé troppo rada – dell’etno-fusion all’italiana: dalle tradizioni del nostro sud al Mediterraneo fino all’ovunque. Esperando sono (Materiali Sonori) è un disco a nome solo suo, in cui però si ritrova facilmente la stessa varietà d’ispirazioni. È una raccolta di brani composti in diverse situazioni, tutte però accomunate dalla caratteristica di essere legate al teatro, al suono in funzione di altro: come accompagnamento, colonna sonora, in scena o meno, dal vivo o meno, di pièces e allestimenti e spettacoli. Canzoni d’autore e cantate popolari, trombe jazz su ritmi etnici, spruzzi d’elettronica. Musica che travalica i generi, ma che travalica anche la musica: verrebbe da dire quasi d’ambiente, nel senso più artistico e meno parassitario del termine. I pezzi cantati hanno un insolito taglio spiritoso o bizzarro; poi, soprattutto nella seconda parte, Sodo canta poco, il che non ce ne voglia ma è un bene, essendo più che l’interpretazione e la vocalità, la composizione e l’organizzazione il suo punto forte. Così negli strumentali la fantasia prende il volo, e la corsa idem. Divertente e piacevolmente vario, ottimo per un ascolto attento sul divano di casa, quanto eccellente come accompagnamento di un allenamento leggero e defatigante.

(Articolo uscito sul numero di agosto del mensile sportivo Correre)