L’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico…

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

C’è una pubblicità televisiva di qualche anno fa che mi torna in mente ogni volta che penso a Wittgenstein. È la pubblicità di una merendina, ma all’inizio si vedono solo due camionisti affaticati e sudati nel deserto; si fermano a un passaggio a livello, ma il treno non arriva, allora scendono per vedere che succede, il paesaggio è da allucinazione, sui binari passa un pinguino che fa andare un carrello. “Squeck squeck!”, fa il pinguino – “Squeck squeck!”, risponde pronto uno dei due umani. I quali poi si guardano, deducono di aver bisogno di una pausa rinfrescante, e aprono la cella frigo del camion, ristorandosi con lo snack di cui è inutile vi dica il nome, a questo punto. Snebbiata la mente, un camionista fa all’altro, quello che aveva risposto al pinguino: “Ma che vi siete detti?”. E lui: “Squeck squeck!”.

La frase di Wittgenstein è quella famosa: “Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”. Ora io non voglio fare la fine di quelli che su Amazon lasciano una stella a Joyce perché non sa usare le virgole, però mi pare che stavolta il grandissimo pensatore tedesco abbia toppato. Non lo capiremmo? E certo! È esattamente questo il motivo per cui non può parlare. Il leone non parla, ruggisce. Proprio come il pinguino fa squeck (almeno quello della pubblicità). E dietro il ruggito non ci sono delle parole che non riescono a uscire: perciò fanno ridere e un po’ pena quei “traduttori” dal linguaggio dei cani o dei gatti che ogni tanto saltano fuori. Quando il pinguino dice squeck, quello che vuole dire è precisamente: squeck.

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Breve storia del silenzio

Che suono fa il silenzio? La domanda potrà sembrare oziosa. Ma d’altra parte quale domanda – se escludiamo quelle due o tre fondamentali sul senso della vita e dell’universo (“come ti chiami?”, “quanti anni hai?”, “che fai stasera?”) – quale domanda non lo è.

Siamo abituati ad associare il silenzio a valori positivi. Dipende dal fatto che viviamo in una società iper tecnologica, iper connessa, iper stimolante. Il silenzio diventa allora il rifugio, la pausa, l’oasi: 5 minuti di silenzio, lasciatemi un po’ in silenzio. Diventa lo chalet in montagna, la cuffia con rumore bianco. È a partire dagli anni 60 che si inizia a parlare di “inquinamento acustico”, e che negli studi scientifici viene fuori che la vicinanza a fonti di rumore forte e costante (autostrade, aeroporti) comporta danni alla salute, in termini di pressione alta e disturbi cardiaci vari, perdita del sonno, acufeni.

Il silenzio quindi è considerato un’assenza, una mancanza di stimoli, negativi o positivi che siano. E come tale viene utilizzato in molte ricerche scientifiche: finché non ci si accorge che, be’, non è proprio così. Nel 2006 una ricerca condotta da Luciano Bernardi vuole indagare gli effetti fisiologici della musica: scopre, come c’era da aspettarsi, che a determinati tipi di suoni il corpo umano reagisce in modo determinato, e diverso. Quello che sorprende i ricercatori è che nelle pause tra un brano e l’altro il silenzio, usato come “controllo”, produce invece degli effetti come la musica. Sono effetti rilassanti, e sono maggiori rispetto a quelli prodotti da un silenzio “assoluto”: una pausa, una interruzione tra due suoni, stimola positivamente il cervello più che un periodo prolungato di calma.

(continua su Esquire)