Breve intervista a Dario De Marco

(un’intervista che mi ha fatto Stefano Amato, dopo aver pubblicato su A4 il racconto che precede – sempre bello poter usare la funzione “reblog”)

A4

Abbiamo intervistato Dario De Marco, l’autore del racconto contenuto nell’ultimo numero di “A4”, Madonna delle campagne. Ringraziamo l’autore per la disponibilità.

“A4”: Madonne delle campagne è scritto in una lingua, o forse sarebbe meglio dire un dialetto, che nella realtà non esiste, una via di mezzo fra il napoletano e il cilentano. Eppure è comprensibile anche a chi, come me, non è di quelle parti. Come sei riuscito in questo prodigio? Quanto lavoro c’è dietro? È la prima volta che usi questa lingua o l’avevi già “rodata” da qualche altra parte?

Dario De Marco: Mio padre era di un paesino del Cilento, mia mamma è della provincia di Napoli, io sono nato e cresciuto a Napoli. Anche se a casa mia quando ero piccolo non si parlava in dialetto perché i miei avevano paura che crescevo cafone e non m’imparavo bene l’italiano, a un certo punto…

View original post 1.031 altre parole

Annunci

Il post-esotismo: preludio e fuga a 44 voci (di A. Volodine)

volodine2

Antoine Volodine non esiste. Antoine Volodine non è l’eteronimo di un autore pericoloso che ha scelto di entrare in clandestinità. Antoine Volodine contiene moltitudini: è la divinità creatrice di un collettivo di quarantaquattro scrittori, e contemporaneamente è uno dei loro personaggi. Quarantaquattro scrittori che sono Volodine proprio come trenta uccelli sono il Simurg. Quarantaquattro scrittori in ciascuno dei quali Volodine entra ed esce a piacimento, a seconda della voce da usare e delle cosa da dire, come lo sciamano comunista pazzo protagonista di Terminus radioso fa con le povere creature dei suoi sogni. Quarantaquattro scrittori che sono stati combattenti – criminali, terroristi, rivoluzionari, come vi piace. Quarantaquattro scrittori che sono tutti morti. E che tuttavia continuano a parlarci da un non luogo di non morte non vita. Questo e non altro – questo, e molto altro – è il post-esotismo.

Leggi il seguito di questo post »


10 motivi per cui “La bionda e il bunker” è uno dei 10 libri più belli degli ultimi 10 anni

0. Prima o poi doveva succedere. La presente non-recensione contravviene a una regola che mi sono auto imposto: quella di non parlare mai di libri pubblicati dal mio editore. Ma a quasi due anni dall’uscita del libro mio, si può ancora definire il mio editore, devo ancora sentirmi in conflitto d’interessi? In ogni caso, davanti a una tale meraviglia, ho ceduto.
(C’è un’altra questione, un autolesionismo che fa tenerezza. Già io quando ho pubblicato il romanzo con 66thand2nd – che si legge Sixty-six and second, e il cui logo è però 66THA2ND – me ne sono viste di tutti i colori: dalle richieste di spiegazioni dettagliate ai refusi nelle recensioni, dai lievemente ironici “Puoi farmi lo spelling per favore?” agli aggressivi “Ahò, ma di’ al tuo editore de cambia’ nome!”. Ma insomma, qua pare che se le vanno a cercare: voi ve l’immaginate il lettore che entra in libreria per chiedere sto romanzo? “Per favore, vorrei Jakuta Alikavazovic, no non talicazzov, A-li-ca-va-zo-vi-cce, sì, l’editore è Sic-sti-sics-end-second, grazie, aspetto qui, eh”. Menomale che il titolo, originale e lasciato intatto, è La bionda e il bunker).

alikavazovic_bionda_piatto_per-web

Jakuta Alikavazovic, La bionda e il bunker, 66thand2nd, traduzione di Elena Sacchini, pag. 192, euro 15

Ecco, i motivi.

1. Borges. Da fan, ogni volta che sento parlare – e capita in continuazione – di “borgesiano” o di “nuovo Borges”, metto mano alla pistola. (L’ultima volta che ci sono cascato era il secolo scorso, un’amica mi regalò Chiamate telefoniche, la delusione mi tenne lontano da Bolaño per troppo infelice tempo; ma sul cileno cfr. infra) (Uguale a come faccio quando sento parlare di “nuovi Pink Floyd”: perciò non ho mai approfondito Radiohead e Sigur Rós, e stavolta senza pentimenti). Però, ragazzi, qui ci andiamo davvero vicini. Basta leggere l’incipit, e si avverte subito un altro respiro, un’altra musica.

Nelle pubblicazioni, piuttosto rare, che ne fanno cenno, la collezione Castiglioni è spesso descritta come «effimera». L’aggettivo è infelice; la Castiglioni è, senza ombra di dubbio, fuggitiva, addirittura sfuggente – ammesso che i due termini si addicano a una collezione d’arte. Nell’appendice a un saggio, non datato e senza numero di pagina, l’autore – un certo N. Scymanzski – la definisce «caduca»; anche attenendosi alla mera accezione botanica, il termine è improprio. La collezione non può in alcun modo dirsi temporanea. Né tantomeno fugace. È, piuttosto, erratica.

2. Stile. L’uso frequente del punto e virgola; visto però non come sostituto più blando del punto, ma come strumento ritmico, e spesso posto dopo poche parole dall’inizio di un periodo, cosa insolita. La presenza poco meno che invasiva delle parentesi; anche qui, con uso quasi sperimentale: a volte sono delle specie di a parte teatrali, o retropensieri; altre volte, come etichette, risaltano più delle frasi che stanno al di fuori; a volte sono esageratamente lunghe e a volte di una sola parola (o due). L’aggettivazione, molto sorvegliata, in certi casi imbrocca il miracolo, quell’accoppiare una qualità fisica e una morale che faceva impazzire Borges (il quale citava Shakespeare: “Where a malignant and turbanted Turk…”)

3. Struttura. Circolare, anzi labirintica. Ed è un labirinto ancora più ingannevole perché non sembra. Mi spiego: i capitoli non sono disposti in ordine cronologico, ma si muovono avanti e indietro nel tempo, oltre che qua e là nello spazio; però, i capitoli hanno dei titoli ricorrenti che ci fanno capire sempre dove e quando ci troviamo. Ciononostante, si ha costante l’impressione che qualcosa ci sfugga, ci sia sottratto; che qualcuno stia giocando al gatto col topo, e il topo siamo noi.

4. Arte. Un albero che cade nella foresta fa rumore? E i sogni che svaniscono all’alba, sono mai esistiti? La vicenda è intrecciata all’arte, e ai discorsi sull’arte, e all’interpretazione dell’arte come una metafora no, non della vita, ma dell’arte. Un’opera che nessuno vede, esiste? E un’opera di cui non vi è più traccia, irrecuperabile anche dalla memoria, è mai esistita? La fantomatica collezione Castiglioni ricorda i Rosacroce di Eco: se esiste, è solo perché qualcuno se l’è inventata, e qualcun altro ci ha creduto così forte da farla esistere.
(E oltre all’arte, c’è anche la fotografia, la protagonista femminile è fotografa, e forse oggetto dello scatto che ha consacrato la fama del marito; e c’è anche la letteratura, perché il marito è uno scrittore famoso, e ci sono anche cenni di metaletteratura, ma nonostante ciò, nonostante i libri-che-hanno-per-protagonisti-quelli-che-scrivono-libri siano una delle cose più intollerabili, qui non c’è un briciolo di autoreferenzialità. Sia messo agli atti come ulteriore nota di merito).

5. Storia. Perché non c’è solo la forma, la dispositio, la retorica, l’intreccio. Ci sono i fatti, per quanto a volte oscuri, a volte omessi: il protagonista maschile diventa amante della fotografa; poi, confidente del marito; poi, viene nominato nella sua eredità; poi, si mette in cerca della collezione. E ci sono i sentimenti, per quanto ambigui, per quanto occultati sotto coltri di ghiaccio.
(E c’è il bunker, certo, altro leitmotiv; in forma di ossessione, che il padre dello scrittore aveva per i rifugi antiatomici: è l’angoscia che ha accompagnato la nostra civiltà per cinquant’anni di guerra fredda; in forma di citazione, perché lo scrittore e la fotografa vivono in una strana casa con quell’apparenza, e quando il protagonista va a stare da lei, gli sposi si sono separati, ma lui vive lì, nel seminterrato).

6. Bionda. Tema principale, si direbbe: le bionde (meglio se finte, meglio se cattive: Lucrezia Borgia, Messalina), la biondezza (carattere fenotipico apparso molto di recente in homo sapiens e che presto, dicono, tenderà a svanire). Tanto che a un certo punto viene il sospetto che tutta la storia non sia che una grande allegoria della Bionda per eccellenza, altro mito della modernità insieme alla Bomba; anche perché seguendo l’ovvia regola degli enigmi codificata dallo stesso Borges (“In un indovinello sulla scacchiera, qual è l’unica parola proibita? La parola scacchiera”) il nome di colei viene sempre sfiorato ma mai pronunciato; finché di punto in bianco, toh, Marlyn Monroe, e anche quest’illusione sfuma.
(A sproposito, ma davvero. Tra le novità più dirompenti degli ultimi anni è uscita Jennifer Egan; e poi Karen Russell; e adesso Jakuta Alikavazovic, che per me non ha niente da invidiare. Tre donne, alé).

7. Giallo. Scommettiamo che La bionda e il bunker NON sarà il giallo dell’estate? Purtroppo, eh. Eppure, a rigor di presentazione sarebbe un polar, mezzo poliziesco mezzo noir, bah. Troppo anomalo, per quanto. A un certo punto il giovane protagonista, senza che sia stato fatto o detto niente di particolare, smette di togliersi i guanti in quasi ogni circostanza (per non lasciare impronte nel bunker? L’angoscia s’impenna). E il morto, quello c’è subito, anzi viene annunciato come il “primo morto della storia”, ingenerando vane aspettative. Ma la scena centrale (alla lettera, perché gli andirivieni temporali fanno come un balletto attorno a quel punto) viene rivelata solo poco a poco, per reticenze e vie indirette; e vista, mai.

8. Bolaño. Sicché appena finito di leggerlo l’ho sparata grossa, ma il tuit di 66th ha alzato la posta (non si accontentano mai, questi editori).

66tuit

E sì che c’è di Bolaño: c’è precisamente questo giocare a nascondino con il lettore. Parlando de I dispiaceri del vero poliziotto, lo scrittore cileno l’aveva esplicitato (ma lo stesso si può dire di tutti i suoi romanzi): il poliziotto è il lettore, sballottato tra una serie di misteri e indizi, e il dispiacere è tutto suo, ché non ne viene a capo. Alikavazovic, come Bolaño, e a differenza di Borges, porta a un altro livello la finzione, l’enigma, il gioco di specchi. L’autore di Finzioni e L’Aleph costruisce dei rompicapi assurdi, delle vere maratone dell’intelligenza, ma alla fine ti spiega tutto, come un giallista classico; e tu ti senti intelligente. Borges (e Bioy Casares) ipotizza “un romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori – a pochissimi lettori – di indovinare una realtà atroce o banale”. Bolaño (e Alikavazovic) quel romanzo lo scrive. E tu sospetti che ci sia una realtà altra, ma non sei tra quei pochissimi, non la indovini. E ti senti un cretino.

10. Breve. E tutti questi universi, Jakuta, dentro a neanche duecento pagine!

(Oggi anche su Giudizio Universale)


Caro libro

Caro Non siamo mai abbastanza, il 20 ottobre del 2011 uscivi dagli scatoloni e vedevi la luce nelle librerie, perciò domani sarà passato un anno, domani è il tuo compleanno: auguri!

Caro Non siamo mai abbastanza,  sì lo so che il tuo primo nome era diverso, e sì, certo, sei stato concepito molto prima, più di un anno prima rispetto a quella data, però che ci vuoi fare, sei un libro, e quel che conta è l’uscita ufficiale, e il titolo ufficiale, perciò indicare quel giorno ha un senso, no? Comunque, non volevo solo farti gli auguri, ma anche ringraziarti. Sei stato il mio primo libro – no, mi spiace, non il primo che ho scritto, ma il primo in carta e ossa, ancora una volta è l’ufficialità che conta, non fare il geloso, su! – ma non è solo questo.

Caro Non siamo mai abbastanza, quest’anno passato insieme a te è stato pieno di novità e divertimento. Grazie a te oggi mi trovo non solo se mi cerco su Google, ma anche su Amazon; grazie a te sono diventato ricco (ahahah, dài, era solo una battuta); grazie a te ho fatto anche questo blog. E non sono mancate le sorprese: pensavo sarebbero successe delle cose che si sono invece verificate solo in minima parte (niente paparazzi, sigh…), mentre ne ho scoperte altre francamente inattese. Tipo che mi diverto a parlare in pubblico, e non sono neanche così negato: abbiamo girato un po’ tutta l’Italia, insieme, passando da Palermo a Padova, da festival affollati a librerie per pochi intimi, da solenni aule di Consigli Comunali a scalcagnate aulette di Istituti tecnici commerciali, condividendo il microfono con professori universitari e giovani nerd, salendo su palchi in compagnia di altri nove scrittori o in tremebonda solitudine… E tramite te ho conosciuto, come si dice, ‘n sacco di ggente interessante, ho recuperato amicizie che si stavano allentando, ho rischiato di perdere amicizie solide.

Caro Non siamo mai abbastanza, un anno di vita per un libro è tantissimo, corrisponde a essere maggiorenne, che dico, a essere sulle soglie della pensione. No, non ti sto mollando, e credo che avremo ancora varie occasioni per fare due chiacchiere insieme; però insomma, la maggior parte di quel che potevamo fare l’abbiamo fatto. Ti auguro un felice compleanno, e una lunga strada ancora da percorrere: ora puoi camminare sulle tue gambe, e io anche.


Presentazioni del libro: l’Italia da Palermo a Milano

Non siamo mai abbastanza - immagine di copertinaAltre due presentazioni del libro – ancora? ma in Trinacria non c’ero mica stato, e nella capitale immorale, può sembrare strano, neanche. Due incontri diversi dalle solite serate inutili (leggete questo, in proposito, fa scompisciare). Due cose particolari, ognuna per motivi diversi, ma insomma un po’ speciali. Almeno spero.

Domenica 29 aprile, Palermo
Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79) – ore 11
Avete letto bene, alle 11 di mattina: questa originale libreria palerminata organizza dei brunch letterari, gli autori parlano e la gente mangia, ci auguriamo avanzando qualcosa per gli oratori.
Altra particolarità, l’incontro è collettivo: insieme a me ci saranno due autori della casa editrice e/o, Marco Rossari (L’unico scrittore buono è quello morto) e Claudio Morici (L’uomo d’argento); argomento “Nuovi narratori italiani” o qualcosa di simile, coordina Matteo Di Gesù, che in queste robe ci sguazza.
(Qui l’evento su facebook)

Update: dalla Modusvivendi rettificano giustamente sia sulla natura dell’incontro – colazione e non brunch, data l’ora! – sia sul titolo: “L’Italia è (ancora) un paese per scrittori?”. Qui l’evento, io sono il primo solo in ordine alfabetico, eh.

 

Martedì 15 maggio, Milano
Accademia della felicità (Via Federico Confalonieri 11) – ore 19
Non è una libreria, incredibile, ma un posto che fa formazione personale e coaching, aperto da poco, e con una filosofia che… vabbuo’, il nome parla da solo, e in tempi di crisi è proprio quello che ci vuole. Che c’entro io con loro? Ci siamo incontrati, grazie a un’altra coach, ci siamo piaciuti e loro mi hanno proposto di parlare del libro in modo anomalo, e forse di fare anche altre cose, che poi vi dirò. Intanto c’è questo appuntamento a cui hanno dato un titolo fantastico, contropresentazione interattiva, cercherò di essere all’altezza. Parlerò dei fatti miei, come e più del solito, parlerò dei fatti vostri, cercherò di coinvolgere chi viene. Insomma, vedremo.
(Qui l’evento su facebook)


Torno a scuola

Una cosa che non avevo detto, a proposito del mini tour di presentazioni di questi giorni (oggi Roma, Libri Come, sala piena e grandi interventi di La Porta e Pascale, grazie! casomai poi ne scrivo e/o metto qualche foto) è che tra una cosa e l’altra stamattina ho un incontro in una scuola, il De Nicola a Napoli. Pensavo: non è un incontro pubblico, nel senso che è riservato agli studenti, quindi non lo pubblicizzo. Poi però mi è venuto in mente che mi piacerebbe fare qualcosa di interattivo con i ragazzi e le ragazze, non la solita cosa pallosa dello scrittore che va a farsi pubblicità. E che la cosa poteva, dopo l’incontro, coivolgere anche il blog. Non so ancora precisamente cosa succederà oggi, e cosa succederà in seguito. Spero qualcosa, vedremo.

Update delle 13.30 – L’incontro è andato benissimo, scuola ospitale, preside gentilissimo, presentazione lusinghiera delle professoresse, ma soprattutto ragazzi fantastici. Hanno accettato volentieri, e non era per niente scontato, di partecipare al mio esperimento di scrittura “di getto”. Mi hanno fermato per ore alla fine dell’incontro. Se mi manderanno qualcosa che hanno scritto o scriveranno, la pubblicherò sul blog, magari in un’apposita sezione. Guagliù, vi aspetto.