Perché d’estate leggo solo libri di racconti

L’estate è la stagione giusta per le grandi letture? Ma non diciamo fesserie. L’estate è l’orizzonte mitico dove si proiettano le nostre buone intenzioni di aspiranti lettori forti – e dove poi si seppelliscono. È un grande weekend, un’enorme serata: come durante la giornata ci mettiamo da parte le letture più curiose, che poi la sera nonguarderemo; come durante la settimana ci conserviamo i longform e gli approfondimenti e le inchieste, che nel weekend non mancheremo di trascurare; così durante l’anno aspettiamo l’estate per attaccare finalmente Proust, o quella saga fantasy di dodicimila pagine.

Io per esempio quest’anno avrei da finire il capolavoro classico di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto, un incredibile trip nei miti, anzi nel mito (uno) degli antichi; e La mente del corvo, dalla collana Adelphi sulle intelligenze animali, dopo mammiferi e polpi, un’altra meraviglia; e Abbacinante, la trilogia indescrivibile di Mircea Cărtărescu. Poi potrei iniziare il fresco uscito Come cambiare la tua mente, il genio di Pollan alle prese stavolta con LSD & co., e uno che viceversa mi guarda dallo scaffale da tempo, L’Opera galleggiante di John Barth, succo del postmoderno.

Ma per una volta ho deciso di guardarmi in faccia prima, e ammettere: non li leggerò, almeno non questa estate. E non è questione di pesante o leggero, è proprio un fatto di tempo ristretto, e soprattutto frammentato. Perciò io quest’estate leggerò – sto leggendo – solo racconti. Che hanno il vantaggio di poter riempire pause anche brevi con storie autoconclusive, e anche quello che ti permettono di saltare da un libro all’altro, a seconda dell’esigenza, dell’umore, di quello che ti trovi ficcato in borsa tra un asciugamano e una crema solare.

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La classe

Queste due foto sono girate sui social negli ultimi giorni. Due foto parallele, con molti punti in comune. In entrambe il soggetto è un ragazzino con la pelle scura. In entrambe ci sono dei libri. Entrambe sono diventate, come si dice, virali. Ma poi le somiglianze finiscono e iniziano le differenze, anzi le opposizioni. Perché queste due immagini raccontano due storie opposte. Il primo, il ragazzino che legge a Wimbledon, è stato spernacchiato, diventando lo zimbello di tutto l’internet: ma come, è in corso una delle partite più belle di sempre, forse l’ultima sfida di una rivalità che ha segnato un’era del tennis, e tu tieni gli occhi bassi su un libro? E che libro potrà mai essere se è meglio di Federer-Nadal, lo voglio anche io, hanno ironizzato alcuni (e altri hanno fatto come capita sempre, l’ironia dell’ironia: voglio proprio vedere se lo sfottevate così, se invece di un libro si fosse distratto con un telefonino). Il secondo, il ragazzino che porta via i libri nello sgombero di Primavalle, è diventato eroe e simbolo per l’italico popolo del web: simbolo di dignità, schiaffo morale ai poliziotti, speranza per il futuro che è dei bambini, e dei bambini che studiano ecc ecc.

Ma ovvio, nella realtà è tutto il contrario: la rete in questo caso non è lo specchio, pur deformante, della realtà, ma ne costituisce il negativo fotografico, il fantasma in controluce. Il ragazzino di Wimbledon è il vero vincitore, perché può permettersi di essere lì, dove tutti volevamo essere, e può permettersi di annoiarsi, di fare altro, di non volerci essere (ed è inutile fare ironie, è capitato a tutti noi, bambini o meno, di voler scappare da quello che per altri era lo spettacolo più bello del mondo: di addormentarsi all’opera, di sentirsi impazzire in discoteca, di guardare il telefonino al cinema). Il ragazzino di Primavalle, passata rapidamente l’ondata di sdegno social, rimarrà senza un tetto, sballottato qua e là a decine di chilometri di distanza dalla sua scuola. Allora, qual è la differenza? I SOLDI, direte voi. Naturale, certo. Ma torniamo all’inizio: qual è la prima cosa in comune? Sono due ragazzini, due bambini. In quella situazione – in quella nazione, in quella famiglia, con quel portafoglio – ci sono nati. Non hanno scelto niente, non hanno fatto niente: è una cosa che si ritrovano, e che stanno cercando di gestire – entrambi – come meglio possono. Allora, qual è la vera differenza? Esatto.


João Gilberto, riccio

Tom Zè, genio irregolare della musica brasiliana, un trickster capace di passare da messinscene dadaistico-politiche sul palco a ricerche etnomusicologiche che recuperano le poliritmie degli indios dell’Amazzonia, nel 2008 se ne uscì con un album intitolato Estudando a bossa (ultimo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 1976 con Estudando o samba e ripresa trent’anni dopo con Estudando o pagode). Sempre sul filo sottilissimo tra precisione filologica e parodia feroce, in un pezzo intitolato João nos tribunais argomentava: “Se João Gilberto intentasse una causa per il riconoscimento dei diritti d’autore sui samba-canção che grazie alle sue registrazioni sono diventati bossa nova, qualsiasi giudice togato di qualsiasi tribunale gli assegnerebbe la vittoria nel processo” (giuro non lo sto facendo parlare come un azzeccagarbugli anzi sto semplificando).

“Prendiamo il caso di Chega de saudade, un samba registrato nel ’58 da Elizeth Cardoso, parole di Vinicius de Moraes. Il pezzo era divino, delizioso, ma era pur sempre un samba-canção e niente più. Ma quattro mesi dopo João lo registrò con la voce sincopata, la chitarra stravolta: il cantante fu definito stonato, senza ritmo, ventriloquo, ma davanti al desafinado il mondo si inchinò… E nacque la bossa nova”.

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Desafinado. Slightly out of tune, e out ot time: l’essenza della bossa. Ecco potremmo anche finirla qui. Tocca invece proseguire perché João Gilberto è morto, il 6 luglio 2019, a 88 anni. Questo però non è un necrologio, ma un pezzo di autobiografia. Un pezzo di vita di un ragazzo degli anni 90, musicofilo impenitente e musicista fallito che improvvisamente aveva scoperto l’eldorado (improvvisamente e fuori tempo massimo, ché João era già vecchio quando io ho iniziato a sentire musica, e già contestato e abbattuto a colpi di tropicalismo dalla generazione successiva, quella dei Caetano Veloso e Gilberto Gil e Zè, quando io ancora dovevo nascere: ma appunto la bossa nova ci diceva che essere fuori tempo, e anche un po’ fuori intonazione, non era un problema: dava una speranza a tutti). Un ragazzo che come me odiava i Beatles e i Rolling Stone, per il quale il jazz era troppo e il pop-rock troppo poco, le suggestioni etniche mediterranee e sudamericane un po’ troppo ovvie, e altre declinazioni world un po’ troppo deep: la bossa era perfetta perché teneva tutto insieme, ci sembrava di capirla e contemporaneamente era un trip, la capata di una novità assoluta.

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Pauillac

Un detto dal sapore un po’ fascista, un po’ motivazionale cheap (ma qual è la differenza?*) recita: Il perdente trova sempre una scusa, il vincente trova sempre una strada.

Quando a fine 2017, in pieno periodo di furia iconoclasta post #metoo – ma il metoo è una cosa seria, capperi – in piena fase di caccia alle streghe, si parlò tra i vari artisti anche di Balthus, il disturbante Balthus, il quasi pedofilo Balthus – ma missing the point alla grandissima, che una cosa è condannare chi approfitta del potere per estorcere sesso (Weinstein), altra è boicottare l’arte di chi nella vita ha avuto comportamenti non proprio irreprensibili (Caravaggio, Allen?), altra ancora censurare a posteriori un quadro di 80 anni fa che oggi (ma non all’epoca?) istigherebbe ad azioni illegali e immorali – e si propose quindi addirittura di rimuovere dal museo la Therese che sogna, quando è successo tutto questo non mi pare che sia stato ricordato un caso molto simile che 25 anni prima vide come protagonista sempre il conte polacco.

La storia inizia in realtà nel 1945, quando un altro nobile, il barone Philippe de Rothschild, titolare dell’azienda vitivinicola Château Mouton Rothschild, nella pregiatissima zona del Medoc, cuore del bordolese, ebbe la brillante idea di far disegnare l’etichetta di ogni annata a un grande artista. E quindi si avvicendarono Braque, Dalì, Mirò, Chagall, Picasso, Kandinsky, Andy Wahrol, Francis Bacon… Attenzione, non illustrava i vini con riproduzioni di quadri esistenti, chiedeva proprio a loro di fare l’artwork, parlandoci da vivi, pazzesco neh. Insomma nel 1993 è la volta di Balthus, che tratteggia una delle sue ragazzine, con un accenno delicatissimo a matita, un bianco e nero quasi impercettibile eppure inconfondibile, come dice ancora oggi il sito della cantina “une adolescente au regard absent, à la grâce perverse et fragile”. Ma negli Stati Uniti il Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms disse che no, non andava mica bene, okay l’alcol il tabacco e le pistole, ma una ninfetta proprio no.

Château Mouton doveva quindi sostituire l’etichetta, e come fece? Altro colpo di genio, ci mise: niente. Lo sfondo dell’opera, l’impercettibile beigiolino, e basta: come a dire, raga qui prima c’era qualcosa ma adesso. Risultato? Il Pauillac 1993 Château Mouton Rothschild USA label è una rarità che fa impazzire i collezionisti di mezzo mondo, introvabile o quasi, e dalle quotazioni altissime: mentre il Balthus si può comprare anche a 400 o 500 euri, il beigiolino come minimo sta a 10 volte tanto. Morale: morale? Parafrasiamo? Parafrasiamo.

Il censore trova sempre una scusa, il capitalismo trova sempre una strada.

balthus