Madonna delle campagne

(questo racconto è stato pubblicato il 27 aprile 2017 dalla rivista letteraria A4)

Quali parole? (…) Quelle di un modo di parlare diverso da quello usato per vendere carne in scatola e perciò quelle di un mondo diverso dove tutte le lingue sono una e le parole e le frasi sono esperienze di una storia di paure, di amore e di odio, di violenze fatte e subite allo stesso modo da tutti. (…) E queste parole erano quelle imparate dalla gente che ancora sa parlare perché chiama festa un giorno in cui si dice la verità e tutti la capiscono e chiama gioco la fatica di avere paura per non avere paura. (…) Ora io ho parlato usando le parole più semplici che sembrano difficili solo a chi non sa più parlare.

(Roberto De Simone, prefazione alla Gatta Cenerentola)

La porta di casa nostra in piazza si apriva pure da fuori. Certo, la notte si poteva inzerrare da dentro, ma il giorno, fino a che non la cambiammo insieme a tutto il resto dei lavori, stava così che uno che veniva poteva entrare senza bussare e senza che tampoco quelli di dentro dovevano correre a ràprere: non c’era manco la maniglia, bastava spentare. Questo pure perché ai tempi antichi era tutto nu iesci e trasi di gente tra parzonàri, coloni, compari, vattiàti e crisimati, e parenti.

In tutti i modi quella matina, che non era proprio una di quelle matine di vierno che si chiatra, si gela letteralmente dal freddo, pure di giorno, ma erano lo stesso tutti davanti a lu fuoco, quella matina trasette sbattenno la porta zio Giggino, guaitando dalla paura e dicendo che aveva visto la Madonna. Giggino che era il figlio maggiore poteva avere all’epoca massimo vent’anni, e a casa ci stavano, che era quasi mezzogiorno e si doveva mangiare, oltre al nonno e alla nonna, i frati cchiù zichi, minori, tra cui mio patre

Ovviamente quelli di casa strolagarono a sentire quello che dicìa. Diceva infatti che, iuto a caccia fuori paese, che non teneva la licenza e perciò stava dentro a boschi lontani e che non sapeva bene, si era spierto, e mentre cercava di orientarsi, in una campagna era comparsa una signora, vestuta tutta nìura, tutta strazzata, e però bellissima, con questi capelli biondi, ricci. La signora vedendolo gli aveva detto così, ‘Figlio mio, ma che cosa ci fai da queste parti!’ e gli aveva indicato la via del ritorno. ‘Oi ma’ – concludeva zi’ Giggino – ha parlato italiano! Chera era la Maronna!’.

Il nonno era un poco stonato, ma dopo un momento di smarrimento si battette la mano in fronte e disse solo: ‘Donna Luiggia!’. Poi s’assettaie a tavola e iniziò a spiegare. Questo è il cunto che contò.

(Continua su A4)

 

 


Caccia a JP Morgan

C’è mancato poco. Se la riforma di Renzi avesse superato l’ostacolo del referendum popolare a dicembre, saremmo stati il primo paese regolato da una Costituzione in parte scritta da una banca d’affari: la JP Morgan Chase. Peccato, davvero. Ma quel diavolo di JP ne ha combinate comunque tante di mattane da vivo e da morto, lasciando indizi sparsi qua e là, cosa che consente di ricostruirne i movimenti, in giro per il mondo e per la storia della letteratura. Un breve giro che alla fine ci riporterà, com’è doveroso, al punto di partenza.

John Pierpont Morgan nasce il 17 aprile del 1837 (centottant’anni oggi: oh, auguri!). Fondatore della banca che porta il suo nome, è in mezzo a tutti i più grossi affari che tra fine ‘800 e inizio ‘900 trasformano il capitalismo americano e lo proiettano nel futuro: la creazione della General Electric, della AT&T e delle più grandi industrie nel campo dell’acciaio e dell’agricoltura; ci ha messo una pezza in due crisi finanziarie (panic del 1893 e del 1907) e chissà se ci fosse stato nel ’29, o nel 2008… Speculatore senza scrupoli (uno dei primi colpi lo ha fatto con un bel margine su una vendita di armi durante la guerra civile) e mecenate della cultura, collezionista di libri e di pietre preziose, dedito alla beneficenza e all’acquisto di yacht, è passato alla storia semplicemente come il più grande banchiere d’America, e quindi dell’universo. Muore a Roma, più di cento anni fa; JD Rockfeller commenta: “…e non era neanche ricco”. In effetti aveva solo 80 milioni di dollari. Dell’epoca.

È ovvio che uno del genere si sia ficcato dappertutto, in particolar modo nella fantasia degli scrittori. Andando a ritroso JP Morgan lo vediamo comparire: nel western fantascientifico The Ghost of Watt O’Hugh di Steven Drachman (2011), dove fa un breve cameo, giusto il tempo di mandare in galera il protagonista con la falsa accusa di omicidio; nel thriller storico The Alienist di Caleb Carr (1994), dove con Theodore Roosvelt e altri personaggi esistiti si mescola a quelli inventati; nell’epopea storico-fantastica Ragtime di E.L. Doctorow (1975), dove si becca una lezione da Henry Ford. Ma queste sono tutte apparizioni in chiaro, anche se poi il personaggio compie azioni di fantasia. Già diverso è il caso di Quarto potere (1941), dove su JP pare sia ricalcata la figura di W.P. Thatcher, il tutore cui è affidato il piccolo Kane quando si scopre che è letteralmente seduto su una miniera d’oro; il tizio insomma che è alla base del trauma primario del futuro cattivissimo (il quale prima di venire strappato ai genitori gli scaglierà addosso lo slittino rosebud, e da grande la stampa scandalistica). Anche questa strada però non porta da nessuna parte. Dobbiamo andare ancora più indietro.

(Continua su Prismo)

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Come scrivere un romanzo che parla d’amore, spiegato male

minerva

Quella che segue è contemporaneamente una microrecensione e una non-recensione. Microrecensione perché si parlerà di una frase, un rigo appena. Non-recensione perché c’è un conflitto d’interessi grande come un’amicizia.

Alessandra Minervini è mia amica. O meglio, lo sarebbe diventata in seguito. Prima, tra noi c’è stato un tale intreccio di rapporti – editoriali, meramente editoriali – che fatico persino a metterli in fila. All’inizio, io ero redattore di una rivista de cuyo nombre no quiero acordarme, e lei giovine collaboratrice appena uscita dalla Holden (uh, i pezzi che non le ho fatto riscrivere… mi odierà ancora). Poi, lei fu editor occulta e seconda persona al mondo che leggeva il mio primo libro man mano che lo scrivevo (la prima essendo, visto che siamo in vena di confidenze, quella che all’epoca era la mia compagna e musa e sprone e coach, e che poi sarebbe diventata anche mia moglie); mi diede pochi ma decisivi consigli, prima che io lo sottoponessi all’editore, e ne fu uno dei più sinceri sponsor una volta che uscì, addirittura citandolo in qualche suo corso di scrittura creativa, se non erro. Infine, fu editor ufficiale del mio secondo libro, ma ancora prima fu quella che per conto di LiberAria mi chiese di scriverlo, poi insistette, poi rinunciò, poi si ripropose, poi mi diede le idee, poi mi seguì passo passo cercando di farmi togliere le parole in dialetto (senza riuscire).

Nel frattempo, in tutti questi anni, io sapevo che lei stava scrivendo il suo, di libro. Ogni tanto me ne parlava. Ogni tanto mi mandava qualche pezzo (su cui tacevo, e di cui non ho ritrovato neanche mezzo rigo nel testo pubblicato). Ogni tanto mi faceva leggere qualche racconto, ma puntualizzando che si trattava di ben altro. Adesso – adesso si fa per dire, è uscito a ottobre – finalmente, eccolo qua: Overlove. Minerva mi ha messo anche nei ringraziamenti, a suggello definitivo del conflitto, anche se continuo a non capire cosa ho fatto.

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