Il mio Roth preferito: La macchia umana

È stato il primo libro di Roth che ho letto: è successo quando, più o meno a cavallo tra lo scorso millennio e questo, ho pensato che era ora di smetterla di fare lo snob e leggere solo autori morti. Ho quindi iniziato dai classici contemporanei, e nel 2000 Roth classico lo era già. All’inizio però La macchia umana mi diede un po’ fastidio, proprio perché contemporaneo: tutti quei riferimenti a Clinton, al caso Lewinski (1998), a una Storia che a me sembrava ancora troppo vicina, contingente, cronaca. Ma subito dopo il libro prende il volo: grazie alla scrittura di Roth, alla sua capacità di prenderti per mano e guidarti per periodi lunghissimi eppure cristallini; grazie al suo genio capace di cogliere l’universale nel concreto, nell’immanente. Essere ebrei in America, essere neri in America – essere privilegiati o reietti in America: un groviglio di contraddizioni, un sovrapporsi di strati che la storia di Coleman Silk illumina.

E poi: Philip Roth è considerato uno scrittore misogino se va bene, altrimenti sessista, quasi becero nel privilegiare in modo assoluto il punto di vista del maschio. Eppure con Faunia Farley, l’inserviente analfabeta, ci ha regalato uno dei personaggi femminili più duri, spettacolari e sorprendenti dell’intera storia della letteratura. Ma sopra ogni cosa La macchia umana è un capolavoro sull’ineluttabilità di certi destini, o di tutti; sull’agire eroico e inutile di noi piccoli umani. Ha la potenza, e la bellezza, di una tragedia greca. Contemporaneo, classico.

(mio contributo al pezzo collettivo che si può leggere su Esquire Italia)

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Perché innamorarsi di César Aira prima che vinca il Nobel

César Aira è uno dei migliori scrittori di lingua spagnola in tutto il mondo, a detta di Fuentes e Bolaño buonanime. César Aira è uno degli scrittori argentini meno noti in Italia, e probabilmente è destinato a esserlo ancora: infatti se anche la metà delle persone che leggono un solo libro all’anno leggesse la metà dei libri che ha scritto, Aira continuerebbe a essere un mezzo sconosciuto. Per i motivi che presto si diranno. Perciò l’uscita della sua più recente pubblicazione italiana, un libro in realtà del 1993 (Il pittore fulminato, Fazi, traduzione di Raul Schenardi, pag. 93, euro 16, disponibile in ebook) offre l’occasione per innamorarsi perdutamente di César Aira, o continuare ad esserlo; e senza speranza di poterne afferrare l’essenza, come in ogni fall in love che si rispetti. Ma traendone un grande piacere. I motivi:

1. Ha scritto tantissimi libri, ma tutti molto brevi

Nessuno può dire quanti sono i libri pubblicati a nome César Aira, nato nel 1949 e attivo dal 1975: probabilmente neanche lui stesso. Ma lui stesso ha più volte smentito di essere un autore prolifico, e il ragionamento non fa una piega. Scrivo poco e lentamente, ma tutti i giorni, ha spiegato: non più di una pagina. E quando arriva attorno alle 100 pagine, considera il libro finito: prende e lo dà a un editore (quale che sia: infatti ha pubblicato per nomi prestigiosi e per case oscure; perciò la sua opera è ancora più dispersa). Il conto è presto fatto: 365 pagine all’anno, sono 3 o 4 libri all’anno, e in effetti è quello che succede da decenni. Quindi: leggere tutto Aira è impossibile, leggere un Aira è facilissimo. Anche perché:

(continua su Esquire)


«Quella volta che ho bevuto il mescal di Malcom Lowry»

Mettiamo che uno non abbia mai letto Sotto il vulcano. Che ne conosca la posizione, tra i capolavori della letteratura moderna. Che abbia sempre sentito parlare di Malcom Lowry, un Joyce ubriaco, esotico erotico politico. Che sia attratto da questo romanzo ambientato in una città immaginaria di un Messico fin troppo reale, con un protagonista assurdo, diviso tra delirium tremens e antifascismo, amore e morte. Che lo abbia lì in wishlist, insieme a tante, troppe altre cose, e non sia mai riuscito a leggerlo. Può capitare. A me è capitato.

Mettiamo che Feltrinelli decida di ristamparlo, in una veste grafica spartana, e con una nuova traduzione. A questo punto non cogliere l’occasione sarebbe autolesionismo. Mettiamo poi che uno abbia la ventura, addirittura, di conoscere il traduttore: Marco Rossari. Che piano piano sta traducendo tutti i grandi, da Dickens in poi. Che è anche poeta (!) e scrittore eclettico: autore di romanzi candidati allo Strega (Le cento vite di Nemesio), di offerte musicali (Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità), di deliziose disintegrazioni della forma (L’unico scrittore buono è quello morto); e ad aprile 2018 esce Nel cuore della notte per Einaudi, wow.

Con queste premesse, sarebbe stata una fesseria non intervistarlo, e una cosa senza senso non utilizzare ancora il formato dell’intervista via chat. Chat di twitter, ché Rossari mica sta su Facebook. Con generosità, con spirito, lo sventurato rispose.

(continua su Esquire)


Il pendolo di Roland Barthes

Nel 1978 il governo francese propone l’abolizione dello studio della filosofia a scuola. Nel 1979, in segno di protesta, su iniziativa di Jacques Derrida si riuniscono gli Stati Generali della Filosofia: vi prendono parte tutti i più grandi pensatori di Francia. Il 25 febbraio 1980 Roland Barthes viene investito da un furgoncino mentre attraversa la strada: morirà un mese e un giorno dopo.

Da quest’ultimo avvenimento, e dalla temperie politico-culturale di quel contesto, prende le mosse l’ultimo libro di Laurent Binet, professore universitario e autore di HHhH, altro romanzo storico (su Heydrich e Himmler) e metaletterario con cui nel 2010 ha vinto il Goncourt per l’esordio. L’ipotesi che accende la miccia de La settima funzione del linguaggio (La nave di Teseo, traduzione di Anna Maria Lorusso) è che non si sia trattato di un incidente ma di un omicidio, o almeno di un’aggressione finalizzata a prendere possesso di un misterioso documento. Da lì parte un intrigo internazionale che porterà i due protagonisti a venire sballottati in giro per il mondo, tra Bologna e gli Stati Uniti, tra aule universitarie e sordidi hammam, tra servizi segreti bulgari e altri personaggi ancora più nell’ombra, tra cene eleganti e una società segreta devota alla retorica; mentre violenze e morti si accavallano.

(Continua su Esquire)


Borne in the USA

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

Nella metropoli dell’Atlantico meridionale dove sono nato, c’era un giardinetto in cui andavo quando ero piccolo. C’è ancora; anzi nel corso degli anni è stato migliorato: teorie di scivoli e tunnel dove prima era un prato spelacchiato, giostre elettriche dove una volta giravano dei pony mezzo drogati, una recinzione alta per evitare che di notte s’accampino ubriaconi e spinellati. Ma l’ultima volta che ci sono tornato, il giardinetto era chiuso: una vicenda che non ho ben compreso di alberi pericolanti e mancanza di fondi, la provvisorietà definitiva, insomma il solito mix di legalismo formalista e indolenza che abbiamo noi latini. Il parchetto, abbandonato a sé stesso per alcuni mesi, ha subito una metamorfosi sorprendente: un sottile strato di muschio ha ricoperto la pavimentazione, erbacce hanno forzato il passaggio tra le pietre, alcuni arbusti sono rinsecchiti, altri hanno avuto una crescita imprevedibile, assumendo forme abnormi. Colombi e altre bestiole meno visibili hanno colonizzato i manufatti umani, che nel mutato contesto assumono un’aria incongrua, spettrale. Uno spettacolo non bello – ché la natura non è bella ma semplicemente è: una visione miniaturizzata, potente e orrorifica, di quello che accadrebbe al mondo se si rompessero certi delicati equilibri.

E si badi: stiamo parlando di qualche metro quadro di giardino all’interno di un ambiente comunque fortemente antropizzato e controllato come quello di una grande città; e stiamo parlando dell’azione di forze naturali in una condizione di partenza compromessa ma non perdutamente degradata. Immaginate invece cosa succederebbe se un misto di catastrofi naturali e disastri umani decimasse la popolazione del globo; se i pochi superstiti iniziassero a vagare da una terra all’altra come profughi senza speranza, trovando fiumi sempre più inquinati, animali mutanti sempre più arrabbiati; se gli ultimi agglomerati venissero soggiogati da una misteriosa Compagnia dedita alla creazione di esseri-macchina, innesti di biologia e tecnologia, per scopi non benefici, e che le stesse creature, tra cui un plantigrade alto come un palazzo e in grado di volare, sfuggissero al controllo dei creatori seminando morte e distruzione. È in simile scenario, disperato e finale, che Rachel incontra il protagonista dell’ultimo, eponimo romanzo di Jeff VanderMeer.

Trovai Borne in una plumbea giornata di sole in cui Mord, l’orso gigante, si aggirava dalle parti di casa nostra. Ai miei occhi non era che materia organica di risulta, all’inizio. Non sapevo quanto sarebbe stato importante per noi. Non potevo sapere che Borne avrebbe cambiato tutto.

Questo è l’incipit di Borne (Einaudi, pag. 340, traduzione di Vincenzo Latronico). Un incipit fatto bene ti aggancia e fa venire voglia di continuare. Un incipit capolavoro è in grado di contenere, sia stilisticamente sia nella narrazione, l’intero libro che segue – non so, mi vengono in mente quello lussureggiante e pieno di time shift di Cent’anni di solitudine, o quello secco e psicotico de Lo straniero. VanderMeer ti mette ko in quattro parole: plumbea giornata di sole. Che mondo marcio sarà mai questo? È già tutto lì: il resto è una chiosa, una pleonastica e meravigliosa spiegazione.

Effetto simile me l’aveva provocato l’anno scorso Annientamento, primo libro della Trilogia dell’Area X (Autorità e Accettazione gli altri due; da poco Einaudi ha ripubblicato in volume unico il tutto), trilogia che della fantascienza ambientalista o new weird che dir si voglia di Jeff è – finora – il capolavoro. Verso l’inizio la protagonista, raccontando la spedizione nell’Area X, parla della sua squadra formata da una psicologa un’antropologa una biologa e una topografa, e dice: “Io ero la biologa”. Cioè, in che senso ero? (Qui dove scrivo non ho visto Annihilation, il film Netflix con Natalie Portman tratto da; ma voi che mi leggete nel futuro sì, invidia.) Eppure la trilogia, nella sua magnifica e angosciante bellezza, mi aveva progressivamente deluso: come se il passo lungo non reggesse la tensione; come se la necessità di spiegare tutto, alla fine, non riuscisse a cavarsi dall’impasse tra la banalizzazione e il finale alla Lost. Colpa del suo merito, della sua ambizione di voler essere romanzo mondo, onnicomprensivo e corale, al di là dello spazio e del tempo. Qui invece VanderMeer stringe il campo, e azzecca il colpo gobbo: non spiega – se non a brandelli – non teorizza, non contestualizza – potremmo essere sulla terra ma anche su un altro pianeta, in un futuro lontano o più probabilmente in un presente alternativo.

Come mai il mondo è diventato così?
Non lo so. Per colpa delle persone, Borne. Siamo stati noi a fare tutto questo -. E continuavamo a farlo.
È sempre stato così?
Non sempre. C’erano più persone, era meglio -. Ma non dipendeva dal fatto che ci fossero più persone.
Più persone, – aveva detto Borne, riflettendoci su.
Sì. E in tutto il mondo c’erano delle città in cui le persone vivevano in pace -. Non c’era mai stato un tempo in cui tutti, ovunque, vivessero in pace. Nessuno aveva mai conosciuto una pace duratura, se non ignorando le atrocità della storia, e cioè il fatto che la pace non aveva niente di duraturo. Il che significava che eravamo una specie irrazionale.
Città ovunque, – aveva detto Borne, come incapace di comprendere il significato delle mie parole.

 

Il bello di Borne (libro) è che Borne (personaggio) è un mistero anche per i protagonisti della storia, non solo per il lettore. All’inizio sembra una cosa, poi uno scarto organico. Poi Rachel se lo porta a casa e lo tratta come una pianta; poi scopre che si muove; infine inizia a parlare, prima a ripetere le parole degli altri poi a fare domande, a capire. Ehi ma, state pensando anche voi, è precisamente quello che succede con un bambino! Eh già, bravi; d’altra parte il gioco è esplicito fin dal titolo: Borne è born(nato) ma anche borne (portato), participio passato di bear (che vuol dire anche orso). È il figlio che Rachel e il suo socio-compagno Wick non potranno mai avere, è l’incarnazione di un desiderio? Se sentite anche voi puzza di metafora, state tranquilli: è molto di più, e molto di meno.

Proprio come un figlio Borne cresce, anche fisicamente, e poi se ne va a dormire in un’altra stanza, e poi scappa di casa, e infine viene cacciato di casa. Ma la similitudine ha un limite, perché Borne non è un adolescente ribelle, non è un umano, forse non è nemmeno un essere vivente – cosa è non lo sa neanche lui, e non smette di chiederselo – ha una forma e un colore assurdi, anche se può variarli più o meno a piacimento; e fa delle cose terribili che lui chiama “conoscere”. È un mostro, come il figlio-mostro della Metamorfosi di Kafka? (E qui c’è un critico, del cui nome non voglio ricordarmi, che avanza in privato una interpretazione psicanalitica aberrante: Borne sarebbe la proiezione del desiderio frustrato di genitorialità, sì ma non dei personaggi, bensì dell’autore, di Jeff VanderMeer e sua moglie Ann, socia collega e sodale; questa impossibilità deriverebbe poi dalla omosessualità latente e repressa di Jeff, che verrebbe a galla nella sua tendenza a scegliere protagoniste femminili, e a immedesimarsi in esse alla perfezione).

Il cielo era solcato da avvoltoi – buon segno. Un cadavere voleva dire che c’era stato qualche cosa di vivo, almeno temporaneamente.

Quasi contemporaneamente, è uscita una stupenda antologia di racconti, curata da Ann e Jeff: Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo(Nero Editions, pag. 536, coordinamento traduzioni di Claudia Durastanti e Veronica Raimo). Autrici che dagli anni 70 a oggi hanno rivoluzionato la letteratura combattendo una doppia battaglia contro le discriminazioni: di genere (femminile) e di genere (fantascientifico). Pilastri come Ursula Le Guin e James Tiptree jr., ma anche nomi meno noti ma altrettanto meritevoli (molti dei quali, tra l’altro, destinatari delle deliranti lettere di Jan Schrella ne Lo spirito della fantascienza di Bolaño, ma questa è una storia che in parte abbiamo già raccontato, e in parte non racconteremo mai).

Racconti diversi per ambienti e stili, ma accomunati da fili conduttori: mondi alternativi spesso crudelmente impossibili, o prossimi al precipizio; mutazioni animali e miseri umane. Leggere Le visionariegiustapposto a Borne – cosa che consiglio di fare, cioè leggerli entrambi ASAP – è suggestivo: si finisce per pensare che curatori e autori abbiano lavorato ai due libri contemporaneamente, e che idee e topos si siano riversati dall’uno all’altro, come in una sorta di progetto transmediale e collettivo.

Eravamo crostacei senza coscienza, sia morti sia vivi.

Chi vi ricorda? Esatto. VanderMeer non ha timore di citare, omaggiare, frullare e ricreare in modo originale, tutto quanto c’è stato di grandioso nella letteratura fantastica degli ultimi decenni. L’ambiguità tra umano e “creato” è puro Dick, perché se gli androidi sognano pecore non elettriche, allora anche gli umani possono avere ricordi impiantati. Gli innesti di tecnologie nei corpi pagano dazio alla tradizione cyberpunk, ma gli inserimenti di materiale biologico nei macchinari mi sembrano meno vicini alla science fiction (e più alla realtà odierna?). Certi paesaggi sconsolati senza redenzione, inquinati senza speranza, incapaci di uccidere solo perché siamo tutti già morti, sono cugini stretti di Antoine Volodine (Terminus radioso, ma anche Gli animali che amiamo, 66thand2nd editore) – e nipotini delle interminabili agonie di Beckett.

Summa del genere e capolavoro autonomo, Borne (il libro, non il personaggio) che cos’è? Azzardo: la distopia post-apocalittica di un’ucronia; ovvero il futuro andato a male di un presente alternativo. O forse no – o forse no.

E tu cosa avresti fatto, lettore, che sei riuscito a seguirmi come mi ha seguita la Maga, invisibile e sempre all’erta e completamente irrilevante?

 


La fantascienza è femmina. Anzi, è femminista

Dopo il primo racconto, bellissimo, ho lasciato un segno, pensando: in un’oceano di 500 e più pagine, poi non li ritrovo più. Letto il secondo, ho fatto lo stesso. Con il terzo, pure. E così via. Sicché a un certo punto ho smesso: la mia mappa dei racconti più belli de Le visionarie rischiava di diventare la fotocopia del sommario de Le visionarie. Perciò ho deciso che non ne avrei nominato nessuno, per rendere giustizia a tutti. Ma poi, quando ho iniziato a scrivere, mi è venuto un dubbio.

E il dubbio è questo: sono abilitato a parlare? Io in quanto maschio, bianco, occidentale e borghese: soprattutto in quanto maschio (ma anche le altre caratteristiche non sono da meno, come vedremo). Già, perché la questione è delicata e di questi tempi ancora di più. Allora: posto che non esistono libri PER maschietti e libri PER femminucce, ovvio, e chi ci prova viene giustamente sbertucciato.

(Continua su Esquire)


Evochiamo lo spirito della fantascienza

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

bolano

Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

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