La finale dello Strega spiegata con gli archetipi

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito su Esquire)

Chi vincerà lo Strega? Un attimo: ma perché, c’è lo Strega? Non che ci abbia mai tolto il sonno, ma quest’anno, dopo tutto quello che è successo, l’arrivo del consueto appuntamento con il maggior premio letterario d’Italia ci coglie particolarmente di sorpresa. Sarà perché l’edizione numero 74 si è svolta un po’ in sordina, senza la giostra di eventi causa Covid, senza particolari polemiche (almeno finora), ma che quest’anno si faccia lo Strega sembra quasi surreale. Eppure oggi, data ufficiale 2 luglio, data percepita 123 febbraio, al Ninfeo di Villa Giulia verrà decretato il romanzo dell’anno.

Lo Strega è un po’ il Sanremo della letteratura italiana: tutti lo criticano, ma alla fine tutti lo guardano. Con il Festival, il Premio condivide la natura di Rito, cui si partecipa con un misto di noia e segreta speranza che possa accadere qualcosa di eccitante – se non nella sostanza almeno nella forma, un Morgan o un Moresco che abbandonano il palco. Un Rito, diciamolo, un po’ per boomer, convinti che sia quello il cuore pulsante della Cultura e dell’Arte. Solo che, questa è la differenza, rispetto a Sanremo si può affermare per certo che la vera Musica sia da un’altra parte, e che finito l’incantesimo della settimana festivaliera tutti si torni altrove: i Jalisse nessuno li conosceva fino a un attimo prima che vincessero, e certo nessuno ne ha comprato milioni di dischi dopo.

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La vera storia del Signore delle mosche: forse non facciamo così schifo?

Rutger Bregman: il nome non ci dice molto. Magari vedendo la sua faccia, una scintilla potrebbe accendersi. Ma sicuramente, guardando o anche solo nominando questo famoso video, torna in mente tutto: è lui, lo storico olandese che fece saltare il banco al Forum di Davos l’anno scorso. Quello che ai ricchi e potenti della Terra disse chiaro e tondo: non fatevi belli con la beneficenza, pagate le tasse. E che riferendosi a quel prestigioso consesso e al suo convitato di pietra, il riscaldamento globale, notò: è come un raduno di pompieri dove è vietato usare la parola acqua.

Accadeva a gennaio 2019: quest’anno, ha sottolineato lui stesso qualche mese fa, a Davos non mi ci hanno invitato, guarda un po’. Video virale a parte, Rutger Bregman non è certo un fuoco di paglia: classe 1988, è considerato uno dei più promettenti pensatori europei. Ha scritto vari libri di argomento storico e filosofico, ma uno in particolare ha avuto una certa risonanza internazionale: Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale. Le sue proposte sono semplici e radicali: reddito di base universale, libertà di movimento globale, settimana lavorativa di quindici ore.

Bregman è un inguaribile ottimista, questo è il punto. Non un tecno-entusiasta come gli anarco-capitalisti della Silicon Valley, intendiamoci. E neanche un difensore dello status quo travestito da debunker, come l’Hans Rosling di Factfulness. Il mondo per lui va cambiato, ma farlo è possibile. Perché, udite udite, l’uomo non è così cattivo come si dipinge. Da qualche anno, va a caccia di storie che supportino la sua idea: lo fa per lavoro, è infatti giornalista del sito olandeseDe Correspondent, ma con il ruolo di battitore libero, senza cioè l’obbligo di stare dietro alla stretta attualità (tossica per la mente come lo zucchero è per il corpo, dice lui, perché ti fa concentrare sugli aspetti eccezionali della realtà, cioè quelli negativi).

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Possiamo salvare il mondo, a cena

C’è quel meme degli squali, non so se avete presente, potrebbe sembrare un meme benaltrista ma invece no, è catastrofista: non dice infatti che ben altro è il problema, ma che per ogni problema terrificante ce n’è uno ancora più orribile. La sua versione “ai tempi del coronavirus” – virgolette ammiccanti per far capire che la frase fatta non ci piace – è questa:

Covid-19 < Crisi economica < riscaldamento globale. A pensarci bene poi, fuori dall’inquadratura ci starebbe un altro squalo, ancora più grande. Come definirlo? Sovrappopolamento fa troppo Malthus, anche se in sostanza di quello si tratta: ma arrivati alle soglie degli otto miliardi, situazione attuale, e proiettati verso i 10 – secondo alcune stime addirittura entro il decennio – il discorso dell’affollamento umano sul pianeta si articola su più dimensioni.

C’è l’aspetto alimentare, quello di cui si preoccupava appunto il malthusianesimo classico, ovvero: ce la farà l’orto della Terra a sfamare tutta ‘sta gente? E poi c’è il movimento contrario, e cioè: ce la farà tutta ‘sta gente che mangia a non distruggere la Terra? I due discorsi sono intrecciati, naturalmente. E le due facce della medaglia, sovrappopolamento/sfruttamento, sono poi collegate agli altri squali: il collasso climatico, la crisi economica, le stesse zoonosi come il coronavirus; tanto che dovremmo parlare, più che di squalo ulteriore, di un meta-squalo.

Da questi dati di fatto prende le mosse Agnese Codignola per parlare di quello che mangeremo nel futuro, ed è un futuro prossimo: Il destino del cibo (Feltrinelli) è un libro che contiene una impressionante mole di dati, che stimola incessanti riflessioni, che trasporta in un viaggio alla scoperta di incredibili – ma tutt’altro che improbabili – invenzioni in campo alimentare. Agnese Codignola, ricercatrice e poi giornalista scientifica, è un po’ la nostra Michael Pollan; anche se il leggendario food writer americano è partito con dei bellissimi libri sul cibo (Il dilemma dell’onnivoro, Cotto) per poi approdare agli psichedelici (Come cambiare la tua mente), mentre Codignola ha fatto il percorso inverso, passando dalla monumentale ricerca sull’acido lisergico (LSD è del 2018) a questo. Secondo Jonathan Safran Foer Possiamo salvare il mondo, prima di cena; secondo Codignola possiamo salvare il mondo, a cena.

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Libri sull’estinzione

Estinzione, ci meritiamo l’estinzione! Così ruggiamo con voce tremula, ogni volta che qualcuno dice o fa qualcosa che non ci trova d’accordo. Forza asteroide, sei la nostra unica speranza! Ragliamo invocando la soluzione finale. Poi, arriva un’epidemia con un tasso di mortalità dello 0,002%, e tutti impazziamo di paura. Giustamente, eh: qui non si sta minimizzando il problema, o sostenendo che è poco più di un’influenza. Che la pandemia da coronavirus sia la cosa peggiore che ci è capitata dalla fine della seconda guerra mondiale – almeno in Italia, almeno in Europa se si esclude l’ex Jugoslavia – è certo. Altrettanto certo è che, ancheconsiderando le sole epidemie, quella attuale si piazza molto indietro (attorno al 25esimo posto) come mortalità rispetto al totale della popolazione: per capirci la peste del ‘300, in cima alla classifica, sterminò più del 40% degli abitanti del mondo.

Il fatto è che l’estinzione è inconcepibile: non riusciamo a pensarla, a livello di specie, proprio come a livello individuale nessuno riesce a concepire la propria morte. Come sarebbe il mondo senza di noi? È un giochino che possiamo fare solo come esercizio retorico, come simulazione sci-fi. L’estinzione è un concetto a ndimensioni, che per quanto ci giriamo a attorno non riusciamo ad osservare nella sua completezza, un iperoggetto secondo la definizione di Timothy Morton, proprio come il climate change. Eppure ci viviamo in mezzo, a un’estinzione di massa: non riguarda la nostra specie (per ora) ma un numero molto alto di specie, significativamente più alto della media. E al riscaldamento globale la sesta estinzione di massa è collegata, perché ne è figlia, anzi sorella: dato che entrambe hanno lo stesso ascendente, che è – indovinate un po’ – l’azione dell’uomo.

Concepire l’inconcepibile: perché non è che uno si affaccia alla finestra e dice toh, c’è un’estinzione in corso. Facile allora cadere preda del negazionismo, del tutto sommato che vuoi che sia. Serve uno sguardo laterale, mediato. Ecco allora un percorso tra alcuni libri che affrontano il tema dell’estinzione: alcuni prendendolo di petto, altri in maniera trasversale; ci sono saggi scientifici appassionanti come romanzi e opere di fiction che potrebbero diventare realtà.

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Libri sugli animali selvatici

Tiger King lo abbiamo visto tutti, no? Mi sembra anche giusto: con il suo mix di weirdness e suspence, era l’unica cosa che poteva distrarci dall’ossessione pandemica per un’oretta al giorno. Enormi felini spupazzati come micetti, l’allucinante dato per cui ci sono più tigri in Texas che in India, più in cattività negli Stati Uniti che libere nel resto del mondo; ed è solo l’inizio, perché ben presto il focus si sposta dagli animali agli uomini, personaggi che non credevamo possibili e storie che fanno a gara nel superarsi in assurdità. Proprio questo è il punto per cui alcune delle critiche e perplessità che il documentario su Netflix ha sollevato, sono fuori fuoco: in particolare l’obiezione secondo cui i maltrattamenti e la sofferenza degli animali non sono ben evidenziati, o vengono trattati con taglio aneddotico. Tiger King non è un documentario sugli animali, è un documentario sugli uomini.

Per saperne di più sugli animali selvaggi, sulle meraviglie e gli orrori della wildlife, conviene rivolgersi altrove. Per esempio, al nostro pezzo sul ligre e sugli altri incroci tra felini, che avvengono solo in cattività e non hanno che scopi commerciali. Oppure ai libri. Di romanzi che hanno come protagonisti gli animali esotici, dal Libro della giungla a Zanna bianca, sono piene le librerie. Ma non è di questo che si parla qui: perché la realtà – come Joe Exotic insegna – può essere più stupefacente dell’invenzione. Ecco quindi alcuni saggi sugli animali selvatici, sul loro comportamento nell’ambiente naturale e su come anche questo stia subendo modifiche a causa della sempre più pervasiva azione dell’uomo. Non solo tigri, ma anche tigri.

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Le fasi del cibo in quarantena spiegate con la Trilogia dell’Area X

Voi che siete gente studiata le conoscete meglio di me, le cinque fasi di elaborazione del lutto. Identificate dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, fondatrice della psicotanatologia ed esponente di punta dei death studies(allegria), sono: negazione, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione. La teoria delle cinque fasi è stata sviluppata osservando le reazioni delle persone cui viene fornita una prognosi mortale, malati terminali e incurabili insomma. Riguarda quindi la propria fine, anche se viene utilmente applicata anche a chi deve elaborare un lutto nel senso comunemente inteso, cioè la perdita di una persona cara, e persino un lutto ideologico.

E noi, che tipo di elaborazione dovremo mettere in atto. Ovviamente, è troppo presto per parlarne: è sempre troppo presto per parlarne, finché non è troppo tardi. Secondo gli alfieri del “quando tutto questo sarà finito”, a un certo punto il virus scomparirà all’improvviso così come magicamente è apparso; le misure restrittive saranno tolte da un giorno all’altro; di botto, mentre un attimo prima ci guardavamo in cagnesco dai balconi, scenderemo tutti in strada abbracciando gli sconosciuti. Vi pare possibile?

Ma di perdite, se non vogliamo parlare di lutti, ne dovremo affrontare, e anche grosse. La perdita delle vittime, il lutto letterale: che andando avanti così, prima o poi a ognuno di noi verrà a mancare un caro, un amico, un conoscente. Poi ci saranno le conseguenze psicologiche dei mesi di clausura: saranno pesanti e a scoppio ritardato per i bambini costretti in casa, per le persone con disagi psichici – per non parlare di quelle che subiscono violenze domestiche. Ci saranno le conseguenze economiche, che la crisi del 2008 sarà una passeggiata di salute al confronto: magari servirà a mettere in discussione il modello di crescita infinita e drogata che finora abbiamo sempre considerato l’unico possibile – i più ottimisti già parlano di “fine del neolibersimo”, quel che è certo è che niente tornerà come prima, e questo per certi versi è un bene.

Infine, continuando ad allargare il cerchio, ci saranno conseguenze sul nostro stile di vita in generale: forse invece di abbracciarci, continueremo a mantenere le distanze, a guardarci con un po’ di diffidenza. Anche, e soprattutto, a tavola: forse smetteremo di affollarci ai banconi dell’apericena, forse i ristoranti – come ora sta succedendo in Cina, che è due mese avanti a noi – dimezzeranno i coperti. Forse, forse, forse. Ma poi, fondamentalmente, quello che succederà non lo sappiamo.

(Continua su Dissapore)

 


Cosa succederebbe se scomparissimo tutti dalla faccia della Terra?

Qualche giorno fa, in questo tempo che sembra un’ininterrotta domenica pomeriggio silenziata da una coltre di neve, e invece era martedì e c’erano già 22 gradi, ho sentito un uccello cantare fuori dalla finestra, e non l’ho riconosciuto. Non era uno degli amabili piccioni, e neanche una delle ancor più adorabili cornacchie; non era il passero solito, e non era neppure il merlo che da qualche settimana bazzica il cortile. Giurerei di non averlo mai sentito, ma non sono un ornitologo e non ho un grande orecchio musicale, ho attribuito il tutto alla suggestione, al riverbero nelle strade vuote.

Ho riabbassato lo sguardo sul computer, lì dove succedono le cose, ma per una di quelle strane coincidenze – come quando da bambino imparavi una parola nuova e da quel momento iniziavi a sentirla dappertutto – tra le news sui nuovi contagiati e le polemiche sui fantomatici farmaci che funzionano, hanno iniziato a spuntare loro: gli animali. Prima in estremo oriente, dove tutto è iniziato: un esercito di scimmie che invade le piazze deserte di Bangkok, i cervi del Nara park in Giappone che girano per la città.

Ma presto il lockdown è arrivato anche da noi, con le sue conseguenze, immaginabili o sorprendenti. La pianura padana subito meno inquinata, come era successo anche in Cina, e okay. Ma anche le acque trasparenti della laguna di Venezia: ah, quindi il beige fogna non era il colore di default?

E poi, e soprattutto, gli animali: i delfini più intrepidi che mai nel porto Cagliari, e su fino a Trieste, le anatre nella barcaccia in Piazza di Spagna a Roma e i daini nelle piscine ancora in Sardegna. A Milano vengono filmate lepri nei giardini e persino cigni sui navigli. È come se gli animali non fossero scomparsi, ma se ne stessero ben nascosti negli angoli, pronti a balzare fuori alla prima occasione, non appena noi umani facciamo un passo indietro.

“La natura che si riprende i propri spazi” è diventato un vero e proprio genere giornalistico: da quando ho avuto l’idea di questo articolo al momento in cui lo sto scrivendo, gli avvistamenti e i conseguenti articoli e post di social si sono moltiplicati. Sono parentesi per rifiatare in mezzo a tante notizie ansiogene; sono manna dal cielo per gli ambientalisti: “quando tutto questo sarà finito”, come dice il mantra del momento, dovremo riconsiderare il nostro posto nella natura, insieme a mille altre cose, dall’organizzazione della sanità al reddito di base universale (vaste programme, ma speriamo).

(Continua si CheFare)


Febbre non è il romanzo del Coronavirus, ma qualcosa ci insegna

La febbre di Shen è un ceppo particolarmente aggressivo. Si contrae inalando. L’area di origine della febbre è Shenzhen, in Cina.

Nelle sue fasi iniziali, la febbre di Shen è difficile da individuare. I primi sintomi includono mal di testa, respiro faticoso e spossatezza. Poiché questi sintomi sono spesso scambiati per un raffreddore comune, di rado i pazienti sono consapevoli di aver contratto la febbre di Shen. A volte possono sembrare produttivi e sono ancora in grado di eseguire le normali attività quotidiane. Tuttavia, ben presto i sintomi iniziali peggiorano.

Al momento la febbre di Shen è considerata un focolaio, non un’epidemia. La velocità di trasmissione non è abbastanza rapida. Per ora è piuttosto contenuta.

Sounds familiar? Queste frasi, che sembrano provenire da una cronaca delle ultime settimane, sono invece tratte dal romanzo Febbre, di Ling Ma (Codice edizioni, traduzione di Anna Mioni), uscito in America nel 2018 e da noi a metà 2019. Cioè appena qualche mese prima che iniziasse l’era del coronavirus. Gli elementi in comune sono così tanti che mettono i brividi: più che una suggestiva somiglianza, sembra una terribile profezia.

(Facile profezia, si dirà, dato che almeno dalla Sars dei primi anni zero, la comunità scientifica si attende il contagio da oriente. Basta leggere quello che scrive Agnese Codignola in un libro che parla di tutt’altro, Il destino del cibo, pubblicato a febbraio 2020 ma ovviamente ‘chiuso’ prima: “La Cina (…): con un miliardo e mezzo di cittadini da sfamare, il paese cerca affannosamente fornitori, per la carne come per il latte e per gli altri alimenti basilari le cui produzioni locali oggi, oltre a essere del tutto insufficienti, sono pericolosissimi serbatoi per infezioni che potrebbero innescare pandemie, che molti temono e che qualcuno ritiene ormai inevitabili”.)

Purtroppo, o per fortuna, la similitudine tra la febbre di Shen e l’epidemia da Covid-19 finisce presto. L’infezione del romanzo infatti non è causata da un virus ma da spore fungine. Soprattutto, non si trasmette da persona a persona ma tramite le cose: l’esatto opposto del Coronavirus. E poi, porta a un collasso totale della società, disegnando uno scenario post-apocalittico in cui pochi sopravvissuti si aggirano tra le rovine delle metropoli: cosa che qui, insomma, nonostante il crollo delle borse mondiali e qualche inquietante segnale di isteria di massa, spereremmo di evitarci. Con tutte le differenze, però, qualcosa Febbre può insegnarci. Come e più delle altre pandemie letterarie.

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Amelia Gray è la scrittrice che dovresti conoscere ora

Nella short story americana c’è un filone minore, eppure persistente. Il mainstream, si sa, è realista, dall’asciuttezza di Hemingway al minimalismo di Carver. Chi batte altre strade lo fa non solo e non tanto sperimentando con lo stile, ma soprattutto allargando lo sguardo al fantastico, alla fantascienza, e a qualcosa di più sottile e indefinibile, il “dark side”.

Filone minore poi, si fa per dire: dato che il capostipite è E.A. Poe, e nei ranghi sono da annoverare penne distanti come Shirley Jackson e George Saunders. Ultime rappresentanti, due giovani donne: Rita Bullwinkel (Lingua Nera, edizioni Black Coffee, 2019) e soprattutto Amelia Gray.

Autrice di decine di racconti sparsi sulle riviste più prestigiose e oscure, ha pubblicato tre raccolte di storie brevi e due romanzi (per la blasonata Farrar, Straus and Giroux), è stata finalista del PEN/Faulkner Award for Fiction, è richiesta sceneggiatrice di serie TV. Il suo esordio risale a più di dieci anni fa ma in Italia arriva solo adesso, con la raccolta Viscere (traduzione di Stefano Pirone), grazie alla piccola Pidgin Edizioni. Meglio tardi che mai, per conoscere una voce perfetta per questi tempi angosciati e perplessi.

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Aldo Buzzi, food blogger

Quella di Aldo Buzzi è una figura anomala nel mondo della cultura italiana. Questo comasco di nascita, milanese d’adozione e giramondo per passione, poliglotta e uomo di multiforme ingegno, ha avuto una vita lunghissima (1910-2009) durante la quale ha scritto pochissimi libri, oggetto di un culto carbonaro. In un ambiente culturale in cui chiunque abbia pubblicato un romanzetto si sente Proust, Buzzi si macchia dell’imperdonabile peccato di modestia. Defilato, non sgomita, preferisce che abbiano ragione gli altri: potrebbe fare di tutto, e lo fa, ma sempre con understatement, con un mezzo sorriso scettico. Architetto, esercita anche per qualche anno la professione. Editor, lavora alla Rizzoli dove diventa redattore capo, ma senza clamori, senza attribuirsi successi altrui. Regista e scenografo, collabora con Alberto Lattuada ed è amico di Fellini e Flaiano, ma si trova suo agio solo nel ruolo del secondo (e infatti il suo primo libro s’intitola Taccuino dell’aiuto-regista).

Infine, ma soprattutto, scrittore, rifugge la retorica, la struttura impegnativa, l’opera-mondo. E abbraccia la poetica del frammento: taccuini, viaggi, lettere, e ricette, naturalmente ricette. Perché se Buzzi è un minimo famoso, lo deve ai suoi scritti sul cibo: quelli che compongono L’uovo alla kok, certo, ma anche tutta una serie di momenti sparsi che intersecano la sua opera. Dalle considerazioni di viaggio ai giudizi sui grandi scrittori che hanno parlato di cibo. Buzzi ha lo sguardo del food lover, non del gastrofighetto ma di quello che ha avuto la felice intuizione del cibo come lente attraverso cui guardare, e capire, tutto il resto. L’uscita del volume che raccoglie Tutte le opere (per La nave di Teseo, a cura di Gabriele Gimmelli) è l’occasione per scoprirlo/rileggerlo, e ammettere un semplice fatto: Aldo Buzzi ha inventato il food blogging.

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