Ernesto Sabato e i demoni di Buenos Aires

Ernesto Sabato, L'Angelo dell'abisso, Sur, traduzione di Raul Schenardi, pag. 528, euro 17

Ernesto Sabato, L’Angelo dell’abisso, Sur, traduzione di Raul Schenardi, pag. 528, euro 17

E poi ci sono quelli che hanno così tanto talento che una vita, se pure lunghissima, non gli basta a contenerlo tutto. Tipo Elias Canetti, che esordì con un romanzo incredibile, Autodafè, e avrebbe potuto farne tanti altri – e infatti solo mentre elaborava il primo ne stava progettando altri otto – ma preferì dedicarsi alla saggistica, e con risultati altrettanto eccelsi. Tipo Ernesto Sabato, che in cento anni di vita e di libri scrisse solo tre romanzi, una sorta di allucinata trilogia: Il tunnel nel ’48, Sopra eroi e tombe nel ’61, L’Angelo dell’abisso nel ’74. Quest’ultimo, molti anni dopo, venne ripreso e profondamente modificato dall’autore: è quindi quasi un inedito quello che esce oggi, tradotto per la prima volta in italiano a cura della benemerita Edizioni Sur (costola di minimum fax esclusivamente dedicata alla letteratura sudamericana, ha pubblicato finora chicche di Bolaño, César Aira, Cabrera Infante, lo stesso Sabato con la sua autobiografia intellettuale Prima della fine).

Buenos Aires, primi anni ’70: il mondo è dominato da potenze oscure, forze sotterranee che si esprimono tramite veggenti, medium, persone moralmente abiette e fisicamente deformi, topi, pipistrelli. È una discesa agli inferi che Sabato compie in prima persona, novello Dante: e proprio come per Dante i due piani – personaggio e autore – si intersecano e si confondono. Lo scrittore argentino, ex scienziato “pentito” e marxista eterodosso, viene tanto seguito ossessivamente da studenti polemici che gli chiedono conto delle sue posizioni politiche e culturali, quanto tormentato dai protagonisti dei suoi precedenti romanzi, che tornano per proseguire le loro storie, insieme a lui o nonostante lui.

Ma non è un gioco intellettuale di tipo pirandelliano, anzi: giustamente Mario Luzi, nello scritto messo a mo’ di postfazione, richiama la natura demoniaco-dostoevskiana del libro (e di Sabato, e di tutto un filone della letteratura argentina che inizia negli anni ’30 con Roberto Arlt – di cui guarda caso Sur manda contemporaneamente in libreria I sette pazzi). In effetti L’Angelo dell’abisso sembra un romanzo russo per tanti versi: la lunghezza, più di 500 dense pagine; la caterva di personaggi, che vengono gettati nella mischia senza presentazione; il fatto di essere un romanzo “di idee” oltre che di azioni. Sabato usa tutte le forme letterarie possibili: ci sono dialoghi serrati, ritagli di giornale, parti teoriche, spezzoni onirici, satira sociale, ricostruzioni storiche (come l’ultima marcia nella selva e la morte di Che Guevara).

Tutto però congiura a svelare una sola cosa: il mondo è governato dal male. Tutto serve: le tesi a dir poco eretiche – all’inizio dei tempi è Satana che ha sconfitto Dio, e ora regna facendoci credere il contrario – come gli incubi grotteschi, le visioni surreali come le purtroppo reali torture della dittatura militare. La grandezza di Sabato è questa: dimostrare, e non dichiarandolo in teoria ma mettendolo in pratica, che quello tra arte e verità è un falso dilemma. Che si può (si deve) fare insieme poesia e impegno civile, letteratura e vita, parlare insieme di eternità e cronaca, cosmogonie gnostiche e mendicanti che muoiono di fame. Tutto questo, grazie al Male. Tutto questo grazie a un libro. E allora forse, anzi sicuramente un libro non ci salverà dal male, ma almeno.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

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