Distopia delle birrette

Ed ecco a voi un’altra non-recensione, dopo quella dello scrittore morto, e come in quel caso, lo spunto viene dai fatti di Palermo. Quindi recensirli proprio no, non si puote, che qui è tutto uno smarchettarsi a vicenda e se c’è una cosa che non mi attira, nel magico mondo delle lettere, è proprio questa. Però, parlarne in tono informale, perché no, in fondo Rossari e Morici non sono miei amici, non li conoscevo neanche, prima, e in realtà nel momento in cui scrivo non li conosco ancora; né sono della mia casa editrice, ma tutti e due di e/o; e poi comunque, l’importante è dichiararlo prima, il potenziale conflitto, e io l’ho fatto all’inizio.

Premesso il disclaimer, devo dire però che fare una lettera semiaperta come nel caso precedente, non me la sentivo. Ché Morici è personaggio che un poco di soggezione te la mette: viaggiatore incessante (“L’uomo d’argento è stato scritto in almeno trenta paesi diversi”, recita il risvolto di copertina), e low cost, però non nel senso che preferisce Transavia ad Alitalia come tutti noi, ma nell’interpretazione più estrema e zozzona. Il che ha diretta influenza nel libro, ambientazione e personaggi. Un tipo poi che prende la sua opera a pistolettate, o che la smembra con la precisione dell’operaio specializzato. Magari si offende. Speriamo di no.

Anche perché poi, che dire de L’uomo d’argento. Raccontare la trama – come ormai si riducono a fare molti pezzi di pagine culturali, i pochi che non sono interviste s’intende – mi sembra uno sgarbo al lettore: metti che uno poi se lo compra e se lo legge davvero, gli levi lo sfizio. E d’altra parte, descrivere lo sfondo, il contesto, mi pare un insulto all’autore: come dire, ora lo spiego io, per davvero, e anche con meno parole. Come spiegare tra l’altro, se non avendola vissuta o immaginata, che è lo stesso, una realtà fatta di sballo continuo, di ottundimento fisico e cerebrale a mezzo di sesso droghe e alcol al posto del rock’n’roll (programma di una serata del protagonista: una birra, una canna, un bicchiere di vino, una canna, una birra, una canna…).

Ma lo sballo, e qui sta il bello, è non solo la norma, ma Norma, nel mondo sognato da Morici. Infatti in questa città post qualcosa, enclave felice in un mondo ancora traumatizzato, divertirsi non solo è giusto, ma obbligatorio. E niente, non si capisce una mazza, mi rendo conto, e menomale. Vabbe’, citerò solo, e mai avrei pensato di poterlo fare, Chuck Palahniuk: il quale nei tredici consigli di scrittura (ma non erano sempre dieci? troppa grazia), spesso prolissi e a volte contraddittori, ne mette uno lapidario. Scrivi il libro che vorresti leggere. Ecco, L’uomo d’argento è un libro che vorrei aver scritto.

Non so, invece, se è il libro dentro il quale mi piacerebbe vivere, con tutto che diciamo, marijuana e birrette e cazzeggio tutto il dì, non so se rendo. Però poi vengono fuori un po’ di cose inquietanti, tipo che dal lavoro in un modo o nell’altro proprio prescindere non si può, e poi pure che insomma, tutta sta felicità obbligatoria, non sarà un po’ artefatta. Insomma non mi ci trasferirei, a meno che, aspettate un attimo, non è che ci siamo già? Il problema dei libri così, della fantascienza di prossimità, è proprio questo: è tutto talmente assurdo, ma talmente probabile che ti viene paura che possa arrivare da un momento all’altro, che ti giri e zac, eccoci qua.

D’altra parte, l’aveva già detto Neil Postman in Divertirsi da morire: tutti a farcela addosso temendo l’avverarsi della distopia dittatoriale minacciata da Orwell, e invece quello che si sta avverando è il rincoglionimento soft, felice e consenziente, profetizzato da… oh come si chiamava quello là… dài, quello che si calava pure la mescalina… Vabbuo’ ja’, mo’ basta con sti discorsi intellettuali, passa sta canna.

Annunci

Viste da dietro

Un po’ di tempo fa qui si era giocato un po’ sul linguaggio segreto dei titoli dei bestseller e aspiranti tali, costruiti tutti sullo steso schema e con le stesse parole (a proposito, oggi ne ho visto un altro: Il colore del mare in tempesta). Ma i trend, cioè le mode, assalgono come virus qualsiasi aspetto sia markettizzabile, insomma pur di arginare in qualche modo il costante deflusso di lettori… Alla libreria Koob di Roma, per esempio, hanno notato che nelle ultime uscite ricorreva un certo modello di immagine in copertina. E visto che comunque non ci puoi fare niente, come si dice, if you can’t beat ‘em fatte ‘na risata: hanno pensato proprio a uno scaffale a tema. Guardate qua


Lettera semiaperta a uno scrittore vivo

Caro Marco Rossari, questa non è una recensione del tuo ultimo libro L’unico scrittore buono è quello morto. Perché all’inizio io di questo libro non ne volevo scrivere, lo volevo solo leggere. Anzi all’inizio inizio proprio, non lo volevo neanche leggere, anche se mi sembrava curioso, sfizioso, divertente, a quel che ne leggevo in giro. Però sai, leggiamo tante cose, troppe, più per lavoro che per piacere, e si finisce per non provare più piacere, anche quando magari un libro ti sarebbe piaciuto, solo perché sei obbligato a leggerlo. Per non parlare dei classici, addio, ma come fai a non aver letto questo o quell’altro grande, attenzione non ti dicono “come fai a non leggere”, ma “a non aver letto”, uno deve nascere che i classici già li ha letti, e buttarsi subito sulle novità, vabbè.

Insomma, però, visto che dovevamo fare sta cosa a Palermo, mi sembrava educato arrivarci con un minimo di preparazione, di sapere chi siete che fate, e così mi sono preso il libro tuo (e quello di quell’altro pazzo). E poi ho iniziato a seguirti, a leggere il tuo sito, ti ho chiesto l’amicizia su twitter – rectius, abbiamo iniziato a followarci a vicenda, che detta così sembra una roba vagamente porno. E sinceramente, ho iniziato pure un poco a invidiarti, per una serie di motivi, perché fai il traduttore che sarà pure una fatica oscura ma pur sempre un lavoro è, e poi significa che sai bene l’inglese, perché sei stimato e ritwittato da gente che ha un sacco di follower (e dàlli), perché hai un editore che ti fa fare titoli con i giochi di parole, tipo quell’altro che si chiamava Invano veritas, e le biografie cazzare nel risvolto di copertina (“Marco Rossari è nato”, punto). Perché insomma, in generale, mi sembra che tu sia un minimo più inserito, più avviato, più stabile di me in questo mare di precariato intellettuale in cui tutti annaspiamo.

Perché poi, e qui volenti o nolenti veniamo al tuo libro, il problema che mi tormenta (in astratto eh, ché in concreto ben altri) è sempre quello: com’è che qua tutti vogliono fare lo scrittore, o il giornalista, o tutt’e due? Come mai, visto che l’editoria non promette ormai né i soldi, né il successo, né la gloria, anzi assicura l’opposto. E dire che la risposta non dovrebbe essere difficile, dato che tutti gli scrittori – tutti noi scrittori, dovrei dire, e ancora esito, non so se per modestia o rimozione – tutti sono stati, prima, aspiranti scrittori. Ecco, appunto: il tuo libro, prima di leggerlo, stando alle recensioni e alle citazioni, questo mi sembrava: una carrellata sarcastica non meno che iperrealistica nello squallido mondo dell’editoria, e nelle teste bacate degli aspiranti. E questo in maggior parte è, naturalmente.

Aforismi, battute fulminanti, racconti di dieci righe, di cinque righe, di due, di una, di mezza riga, racconti che non esistono. E poi parodie, straniamenti spaziotemporali come Tolstoj intervistato in una radio de Roma o Joyce che rimane inedito. Grazie che sono quelle cose fatte apposta per essere citate nei pezzi, grazie che vengono citate, saccheggiate, mi sembra giusto, non dico di no. Però il senso del tuo libro mi sembra stia altrove, ed è il motivo per cui mi è piaciuto anche di più di quel che credevo.

Siccome voglio fare il tipo originale, hai visto che di aforismi non ne ho messi, e non ne voglio mettere, tranne uno, che mi serve.

C’era uno scrittore che non voleva arrivare al successo e ci riuscì

Perché invece la tragicommedia, il bello viene proprio quando il successo arriva, inatteso o meno. Come succede in quei racconti un po’ più lunghi, sempre sulle cinque o sei pagine per carità, dove per esempio uno scrittore viene tormentato a tal punto dalle voci che escono dalle pagine che legge da dover fuggire in convento; o uno scrittore iniziano a perdere il controllo delle parole sulla pagina, tra le mani, in bocca; o uno scrittore riesce a proporre, far correggere e pubblicare il suo libro leggendolo sempre lui a voce alta, dopodiché la fine.

Poi certo, mi sono piaciuti assai anche l’elogio-insulto della poesia, che è dappertutto e da nessuna parte; o l’immersione nel mondo allucinato e frustrante dei traduttori (e a proposito, pur’io ho sempre pensato che il monologo di Amleto dovrebbe iniziare con una cosa tipo “Vivere o morire? Qui casca l’asino!”); o ancora la tirata anti-beatnik, sul genere i vostri sogni sono diventati i nostri fallimenti. Ma insomma, come ti dicevo per me il core del libro sta in quei momenti in cui sì, sempre di scrittori si parla, però più che sbeffeggiare le loro debolezze, ti (e ci) cali nel loro intimo dramma: la sensazione, che dico la certezza, che la realtà ti si possa disgregare davanti da un momento all’altro, col massimo aplomb. E mi voglio allargare, quello della zanzara è a livello di Buzzati, ma mo’ basta con i violini, ci vediamo, a presto, ciao.


La mia Liberazione

A un certo punto ti è venuto questo pensiero terribile. Ti sei fatto i conti e ti sei accorto che tuo papà era già grandicello quando la guerra era finita, addirittura più grande di te adesso. Della guerra lui ti ha sempre parlato, della guerra e della miseria e della fame, ma di prima. Di prima no. Allora sei corso da lui e gli hai chiesto Papà, ma quando ci stava il fascismo tu eri fascista. Ha fatto lui Certo, tutti eravamo fascisti: non era proprio in discussione, essere fascisti era obbligatorio per legge, durante il fascismo.

Non era vero, ma lo hai scoperto solo più avanti. È stato allora, è stata quella la tua Liberazione.


I lampi di Tesla e quelli di Ornette

Per la seconda puntata della rubrica radiofonica Il libro che suona nella trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto (qui la prima puntata e la spiegazione di che cos’è) ho proposto questa accoppiata

Jean Echenoz, Lampi, Traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi 2012, pp. 176, euro 17,00

Giovanni Falzone, Around Ornette, Parco dela musica/Egea

Primo tratto in comune: non solo sono due opere dedicate ad altri – il libro a Nikola Tesla, il disco a Ornette Coleman – ma sono all’interno di serie dedicate ad altri. Il trombettista siciliano Falzone è uscito due anni fa con Around Jimi (Hendrix, s’intende, e Miles Davis – ne scrissi qui), mentre in questi giorni sta presentanto un progetto dedicato ai Led Zeppelin; lo scrittore francese Echenoz viene da due libri intitolati Ravel (altro collegamento con la musica) e Correre, dedicato all’atleta ceco Emil Zàtopek.

Nikola Tesla (1856-1943): inventore, genio, visionario, pazzo. Autore di pensate futuribili (un cavo sotto l’oceano per portare posta pneumatica) e di altre francamente assurde (un anello panoramico attorno alla terra). Un genio multiforme e distratto, disinteressato ai soldi, disinteressato alle donne, e disinteressato anche alle sue stesse invenzioni, un attimo dopo averle fatte: ne brevetta di innumerevoli, ma livello di bozza, e poi le lascia lì, facile preda di altri scienziati. Per dire le più eclatanti: pur avendo intuito i raggi X, titolarità e merito andranno a Roentgen; e addirittura la paternità della radio, che nessuno di noi si sognerebbe di revocare a Marconi, gli fu riconosciuta dalla Corte Superema americana. Ma quarantadue anni dopo, peccato.

Lo stile che Echenoz usa per raccontare questa storia di splendori (alla lettera) e miserie è ammirevole: infatti lui prima si fa il culo quadrato a raccogliere informazioni e leggere tutto il leggibile (il suo metodo romanzesco, lo ha raccontato, non è basato sul cambiare i fatti, ma sull’aggiungere interpretazioni, ipotesi negli interstizi, dove i fatti storici mancano). Poi però riesce a usare una leggerezza invidiabile, un tono colloquiale (come niente, a un certo punto può scrivere una frase tipo “a me però sta cosa inizia ad annoiarmi”) e divulgativo. Per esempio quando spiega che cos’è questa benedetta corrente alternata, per cui dobbiamo ringraziare Tesla se non c’è una centrale elettrica ogni tre chilometri, come sarebbe successo con la corrente continua: una paginetta, senza scendere in particolari tecnici e senza farti sentire un ignorante. O quando, en passant, ricorda di come la sedia elettrica sia stata il prodotto collaterale di una battaglia commerciale (in breve: Edison, che aveva il brevetto della continua, per screditare l’alternata organizzò prima folgorazioni pubbliche di animali, poi riuscì a convincere un penitenziario che l’elettricità fosse un metodo più veloce e indolore rispetto a fucili e cappio; naturalmente, sperava che non lo fosse, e non lo fu – non lo è).

E trovano spazio anche le fissazioni di Tesla. I numeri: contava tutto e tutti, e voleva solo cose (tipo il numero della camera) con il multiplo di tre. L”igiene: si lavava le mani centinaia di volte al giorno e consumava decine di asciugamani. E, in contrasto, i piccioni, che nutriva al parco, e poi curava, e infine iniziò a ospitare negli alberghi dove viveva. Ma ora let’s jazz.

Anche se non è questo il brano di Falzone che abbiamo ascoltato in radio, bensì Blues Connotation, una pietra miliare di Ornette Coleman. Comunque.  Un tratto in comune tra libro e disco è  il tono divulgativo, così per dire. Infatti il trombettista cosa fa: prende pezzi originali e cover dell’omaggiato, li alterna, li incrocia, li intreccia. Se si ascolta tutto il cd di seguito, prestando orecchio al mood più che ai temi, si ricava un’ottima impressione di compattezza: in altre parole il trombettista riesce a ornettizzare le proprie composizioni e a falzonizzare i brani di Ornette.

Ma i paralleli si possono estendere dalle opere ai protagonisti: cioè all’arte e alla vita di Tesla e Coleman. Il sassofonista afroamericano è stato per una vita (è vivo lui, eh) frainteso, equivocato: imbalsamato nell’immagine di inventore del free jazz, fu artefice prima e dopo di un movimento di rinnovamento musicale continuo. Come Tesla, ha inventato molte cose curandosi poco della paternità, e come Tesla ultimamente si è fissato su cose astruse o impossibili, come la concezione armolodica, una roba che l’ha capita solo lui.

Spesso bistrattato, considerato un millantatore, da pubblico critici e colleghi: suona strano non per scelta ma perché non sa suonare, quante volte gliel’hanno detto. Ma in realtà è professionista serio e preparatissimo. Proprio come Tesla, che anche se con idee bislacche, era uno scienziato, con nulla di esoterico: non si è mai presentato come un mago, con poteri soprannaturali (anche quando voleva usare i lampi per comunicare con gli alieni, ne era convinto da un punto di vista scientifico), però amava stupire il pubblico organizzando rappresentazioni spettacolari e non-divulgative.

E a questo punto in trasmissione ho letto un brano con la descrizione  di uno spettacolo a base di lampi e scariche da 200mila volt. Con il sottofondo di Lonely woman, altro capolavoro di Ornette: un po’ schizzato, ma adeguato alla scrittura frammentata, disuguale e colloquiale del libro. Com’è venuto? Ci azzecca? Ascoltate e ditemi voi.

(Altre cose, suggestioni, collegamenti: guardate questi due video curiosi sul blog Adelphi, tra cui uno che stabilisce un altro link con la musica, i White Stripes in un film di Jim Jarmusch. Altro riferimento musicale: i Tesla, band heavy metal anni ’80. E infine, sapete come si chiama il locale dove Falzone presenta i suoi progetti? Indovinate un po’…)


Ironia della morte

La macchina della morte, Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki !, ed. Guanda, pag 533, euro 19

Almeno sapere di che morte dobbiamo morire! È da quando l’uomo è uomo che fa a botte con questa idea: da quando ha acquistato coscienza della morte, differenziandosi dagli animali, quindi appunto da quando è uomo. La conoscenza dei fatti futuri, e in particolare di quel fatto, da un lato attrae, dall’altro spaventa. Può paralizzarti la vita, o incasinartela, anche perché spesso è una conoscenza incompleta, ambigua. I greci e i latini su questo ci hanno costruito un’intera letteratura: ibis et redibis non morieris in bello (in italiano suonerebbe “andrai e tornerai mai morirai in battaglia”) è il famigerato responso della Sibilla che, a seconda se la virgola la metti prima o dopo il “mai”, significa salvezza o morte; e non a caso “sibillino” è passato nell’uso comune. Per non parlare degli oracoli della Pizia, con Edipo e i genitori, per dirne una, che fanno di tutto per stare lontani, e finisce come sappiamo.

Data l’immensità, la monumentalità dei precedenti, a nessuno sarebbe venuto in mente di tornare a misurarsi con quell’idea. Tranne che, ovviamente, a tre giovanotti americani, i quali come si sa hanno sprezzo del ridicolo e un rapporto molto più sciolto con la cultura classica. Di qui un intero progetto, solo al termine del quale è arrivato il librone oggi pubblicato da Guanda: La macchina della morte, sottotitolo Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki ! (così, con lo spazio e poi il punto esclamativo, mah). L’ingranaggio è stato messo in moto da una striscia di fumetti, addirittura: s’immaginava un racconto in cui appunto una macchina ti preleva il sangue e poi sputa fuori la sentenza, con poche e determinate caratteristiche. Subito incominciarono ad arrivare le ipotesi dei lettori, al che i curatori esplicitamente invitarono tutti a mandare racconti, tenendo come vincoli le tre semplici caratteristiche: uno, sul foglietto c’è il solo responso, di poche parole, né data né altro; due, è volutamente ambiguo (ironia della morte: se ti esce “vecchiaia” sei felice e tranquillo, ma il giorno dopo vieni ucciso da un vecchio); tre, la macchina non sbaglia mai.

Sono trenta racconti (tra i seicento e oltre arrivati) più quattro dei curatori, brevi e morbosamente intriganti. Veramente ce n’è per tutti i gusti, dall’horror alla fantascienza al noir, dal giallo all’umoristico al tragico. Alcuni caratteri comuni: spesso il protagonista non muore, il racconto cioè non inquadra il momento della morte, ma a volte quello della scoperta, a volte semplicemente la vita quotidiana (si fa per dire) di chi sa. Indagate spesso sono le figure tipiche che ruotano attorno alla macchina: il custode che consegna i foglietti ai clienti, il direttore marketing che deve inventarsi una campagna di lancio del prodotto, in ben tre casi i racconti si concentrano sugli inventori. Altre volte invece l’ambientazione è post-apocalittica, in un mondo dove, decenni dopo la scoperta della macchina, il test è obbligatorio alla nascita e la popolazione è divisa in caste a seconda dei risultati. Spesso, com’è naturale, le narrazioni si concentrano sulle implicazioni logiche: siccome la macchina non sbaglia, anche se sai come muori non puoi fare niente per evitarlo, sicché spesso finisci per provocarlo; è la vecchia terribile storia della profezia che si auto-avvera, ben esemplificata dal caso di quelli a cui esce “suicidio”, e che subito dopo averlo letto iniziano a incupirsi, a cercare cause di depressione, fino ad ammazzarsi ben presto. In questo ambito un fulminante capolavoro è il racconto che porta il titolo (e che non va molto oltre il titolo, ora capirete perché) HIV contratto tramite ago di Macchina della Morte.

Pur se a volte la tentazione, quasi la necessità, connaturata al racconto breve, di piazzare il finale a sorpresa, rende alcuni pezzi incomprensibili, nella maggior parte dei casi è divertimento puro. O terrore puro. Ma non solo: “Il test fa sembrare la morte più vicina, più normale. Siamo tornati a renderci conto che è ovunque, intorno a noi, in continuazione”, dice un personaggio. In effetti lo sconvolgimento che una macchina del genere porterebbe nella realtà, perfettamente plausibile anche se completamente illogico, ci porta a riflettere a contrario sul fatto che, anche se non sappiamo il come, abbiamo la certezza del se: siamo tutti moribondi, c’è poco da fare, e l’angoscia che ci prende nel rifletterci su dimostra che la morte è la Grande Rimossa della nostra civiltà.

Per cui va bene, non lo leggiamo tutto in una volta perché è lungo (533 pagine) e l’inevitabile ripetitività nuocerebbe agli ultimi racconti, che invece non mancano di riservare qualche variazione inattesa (come quello esplicitamente intitolato Niente, o quello che ipotizza che a un certo punto la macchina si sia messa a sputare, ogni tanto, previsioni complete di data esatta, creando così una sottocasta di disperati intoccabili). Teniamolo lì, e andiamo a piluccare una storia ogni tanto. In modo che la prossima volta che qualcuno ci dice “ricordati che devi morire”, potremo rispondere meglio di Troisi: “Aspe’, mo’ me lo leggo”.

(Una versione ridotta di questo articolo è uscita oggi sul Mattino di Napoli)


Le parole per darla: “sfigato”

C’è una parola che si aggira per la politica italiana. Ehi un attimo, direte voi, mo’ ti metti a parlare anche di politica? Hai detto che questo è un blog monotematico, o quasi. Hai promesso letteratura, giornalismo, musica e poco altro. Sì è vero. Ma a parte che l’argomento mi sta a cuore, ne ho già scritto, e penso che la questione femminile sia da non lasciare solo alle femministe, né solo alle femmine. Poi: qui non si parla di politica, si parla di parole, e quindi non siamo affatto off topic.

La parola è “sfigato”. Già il fatto che sia nel linguaggio comune da una trentina d’anni fa e che venga ora sbandierata nel discorso pubblico, produce un effetto comicamente anacronistico, come se uno per far vedere di essere gggiovane si mettesse a raccontare battute di Drive in. Ma vabbè. Sull’uso politico di “sfigato” ha scritto ieri, al solito magistralmente, Filippo Ceccarelli su Repubblica:

C’è una parola che purtroppo fiorisce sempre più spesso sulla labbra dei potenti, un termine odioso che discrimina e si accanisce contro le altrui condizioni con un eccesso di superba crudeltà: «sfigato», «sfigati». Prima il sottosegretario Martone sui laureati ritardatari, poi l’onorevole Stracquadanio su chi guadagna 500 euro e adesso il «Celeste» Formigoni che ha designato «sfigati» quei giornalisti del Corriere della Sera che a differenza di lui non conoscerebbero la gioia delle vacanze in gruppo. Ora, è ovvio che la «sfiga», cioè la jella, non c’entra nulla. C’entra una pretesa inferiorità fatta pesare come definitiva; e un po’ c’entra anche il cinismo disperato di chi non riesce più a riconoscere l’altro nemmeno in se stesso. Sta di fatto che nel passaggio non solo lessicale da «poveri Cristi» a «sfigati» si misura la carità dei tempi.

Magistrale, ma anche magistralmente fuori fuoco sul punto centrale della questione. Vero, è termine “odioso”, “discrimina”,  “si accanisce con crudeltà”. Ma nei confronti di chi? Dei poveri cristi, solo di loro? L’Italia intera si è sollevata contro Martone, ma nessuno o quasi ha portato il ragionamento alle sue conseguenze. Ecco, forse farlo è necessario proprio perché il peggior razzismo è quello di cui non ci accorgiamo.

Alla lettera la parola “sfigato”, che Ceccarelli come tutti liquida quale sinonimo di “jellato”, non vuol dire “senza (s- privativo) fortuna”, ma “senza figa”. La “figa”, o in alcune varianti regionali “fica”, è termine volgare ma ormai anch’esso super-sdoganato per indicare l’organo sessuale femminile. Lo sfigato quindi è, sarebbe, colui il quale non ha, non possiede la figa. Alla lettera, tutti gli esseri umani di sesso maschile sono sfigati: perché senza figa, perché non hanno con sé, non sono dotati di figa, o fica.

Ma naturalmente, siamo davanti a una figura retorica, nella fattispecie a quel tipo di sineddoche che indica la parte per il tutto. Esempi classici: i senza tetto (=casa), la fuga dei cervelli (=persone intelligenti). Attenzione però alle trappole, perché indicare la parte per il tutto può contenere degli intenti o comunque degli effetti discriminatori, nel caso in cui la parte nominata non sia neutra: “il panzone” o “la culona” non sono certo complimenti; e in alcuni casi l’appellativo diventa addirittura nome d’uso comune, anzi prevalente: il barbone, per dire. O la figa.

Vieni a ballare al discopub stasera?, dice il ragazzo all’amico. Risposta: dipende, c’è figa? Non credo ci sia bisogno di argomentare sul fatto che possa essere riduttivo, offensivo, discriminatorio identificare una donna – tutte le donne – con il proprio organo genitale. E quindi con la propria funzione esclusivamente, oggettivamente sessuale. Già, perché poi lo scopo, il motivo per cui dev’esserci figa, non è mica ammirarla. No, è averla, possederla: perché se non hai la figa, se non la fai tua, se non la possiedi, che sei? Un buono a nulla, un emarginato. Uno sfigato, appunto.

Sfigato: un concentrato in purezza di machismo anni ’80 e maschilismo patriarcale. Vogliamo fare la prova del nove? Prendiamo il corrispettivo maschile: scazzato. Come l’analogo “sfavato” o, spostandoci di qualche centimetro, “scoglionato”, significa annoiato, senza forza né voglia di pensare o fare alcunché. Si conferma così quanto dicono le donne di noi maschietti, che l’organo con il quale ragioniamo, che ci fa prendere decisioni e passare all’azione non è propriamente quello racchiuso all’interno della scatola cranica.