Riscatti: l’unico modo per ricordare il passato è inventarlo

Nella vecchia dimora di paese dove sto scrivendo questo articolo c’è un salone. Nel salone c’è un pianoforte a coda. Sul pianoforte c’è un album di famiglia. Dentro l’album ci sono decine di fotografie: sono tutte ritratti o foto di gruppo, tutte in posa, tutte in bianco e nero; in maggior parte di persone morte, nella quasi totalità di persone per me sconosciute, o irriconoscibili, che è lo stesso.

Il paese, è quello di mio padre: il nome ora non importa, il luogo neanche, basti sapere che è a sud di Eboli, e questo ancora oggi dice qualcosa, dice tutto. Il salone, come tutta la casa, è stato ristrutturato solo pochi decenni fa. Del pianoforte, mi piacerebbe affermare che ha conosciuto giorni migliori, ma è talmente scordato e scassato che fatico molto a credere abbia mai suonato una nota giusta; eppure papà mi raccontava di grandi feste danzanti nel salone di sopra, prima che la casa venisse divisa: che uno poi s’immagina, come io m’immaginavo da piccolo, lussuosi balli e decadenti, stile quello del Gattopardonella magione del principe di Salina, invece la nobiltà locale era sostanziata da chiunque possedesse un pezzo di terra appena più ampio di un orto, e protagonisti della post bellica movida dobbiamo figurarci il figlio del segretario comunale, il figlio del farmacista, il figlio del prete (avete letto bene), quello del notaio no, qui non c’era, stava nel paese a fianco.

Su tale mobile, non spicca l’album, anzi si mimetizza con la sua copertina color legno decrepito, si confonde in mezzo a più appariscenti suppellettili antiche, scompare tra gli artefatti in plastica dalle tinte vivaci acquistati e subito abbandonati dai miei figli piccoli. È liso e sformato, con le pagine di carta spessa, legate con lo spago. Molte foto non sono più attaccate ai supporti, altre non sono mai state, e stanno da sempre infilate in mezzo, alla rinfusa, gonfiando all’inverosimile il raccoglitore ormai stremato. Non importa: l’album fotografico della nostra famiglia costituisce comunque una delle maggiori attrazioni e per gli abitanti e per i visitatori della casa. Il gioco implicito consiste nel riconoscere i soggetti (“Uh guarda com’era carina la zia da giovane, quanto avrà avuto, vent’anni?”), ché la maggior parte delle immagini non riporta nulla se non una data, e a volte neanche quella: proprio quest’anno ho notato un particolare che mi era sempre sfuggito, l’usanza che una volta si aveva – in tempi in cui una fotografia era cosa dispendiosa e rara – di farsi fare un ritratto e regalarlo a una persona cara, vergando sul retro una dedica (“Alla carissima nonna Peppina, il piccolo Flavio”). Il gioco consiste nel riconoscere le persone, ma è un gioco sempre più a perdere: tra parenti emigrati in America, bisavoli mai visti neanche sulla lapide al camposanto, compari e conoscenti un tempo così intrinseci da non risultare fuori luogo in una foto di famiglia ma ora perduti nel tempo.

(Continua su Esquire)