Perché innamorarsi di César Aira prima che vinca il Nobel

César Aira è uno dei migliori scrittori di lingua spagnola in tutto il mondo, a detta di Fuentes e Bolaño buonanime. César Aira è uno degli scrittori argentini meno noti in Italia, e probabilmente è destinato a esserlo ancora: infatti se anche la metà delle persone che leggono un solo libro all’anno leggesse la metà dei libri che ha scritto, Aira continuerebbe a essere un mezzo sconosciuto. Per i motivi che presto si diranno. Perciò l’uscita della sua più recente pubblicazione italiana, un libro in realtà del 1993 (Il pittore fulminato, Fazi, traduzione di Raul Schenardi, pag. 93, euro 16, disponibile in ebook) offre l’occasione per innamorarsi perdutamente di César Aira, o continuare ad esserlo; e senza speranza di poterne afferrare l’essenza, come in ogni fall in love che si rispetti. Ma traendone un grande piacere. I motivi:

1. Ha scritto tantissimi libri, ma tutti molto brevi

Nessuno può dire quanti sono i libri pubblicati a nome César Aira, nato nel 1949 e attivo dal 1975: probabilmente neanche lui stesso. Ma lui stesso ha più volte smentito di essere un autore prolifico, e il ragionamento non fa una piega. Scrivo poco e lentamente, ma tutti i giorni, ha spiegato: non più di una pagina. E quando arriva attorno alle 100 pagine, considera il libro finito: prende e lo dà a un editore (quale che sia: infatti ha pubblicato per nomi prestigiosi e per case oscure; perciò la sua opera è ancora più dispersa). Il conto è presto fatto: 365 pagine all’anno, sono 3 o 4 libri all’anno, e in effetti è quello che succede da decenni. Quindi: leggere tutto Aira è impossibile, leggere un Aira è facilissimo. Anche perché:

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La nostra garanzia si chiama complottismo

(Questo racconto è stato pubblicato il 13 aprile 2018 dalla rivista online Minima&Moralia)

Allora, mio caro Generale, come va?

Bene, Eminenza, molto bene, grazie. Un po’ in ansia per quel piccolo conflitto, laggiù…

Quell’ultimo che è esploso, dice? Oh misericordia divina, certo nonostante quei popoli ci siano più che abituati, è sempre triste vederli sterminarsi a vicenda… Speriamo che finisca al più presto, vero?

Presto? E perché mai… Ah, sì giusto, lei dice per i civili, per le vittime accidentali. Per quanto, definire civili quelle genti… Ma sa, vanno anche salvaguardate esigenze di stabilità, gli equilibri internazionali, la geopolitica, la filiera produttiva, le forniture delle industrie… La mia preoccupazione era proprio per questo. Lei piuttosto, cosa mi racconta? Tutto bene dal punto di vista, come si dice, spirituale?

Sì, senza dubbio. Siamo molto felici del fatto che la terra sia stata liberata dall’oscura minaccia incombente da Est. C’è giustizia all’altro mondo, ma a volte anche in questo mondo. E soprattutto siamo soddisfatti di come sia stata liberata, grazie all’intercessione del Vicario di Nostro Signore… Lei è conscio, non è vero, che la Storia ha già attribuito il merito a lui, molto più che a voi soldati.

Eh, certo certo, come no. E cosa dice lui, Sua…

Santità, caro Generale. Sua Santità è sempre molto impegnato, ma sta benone: riesce ancora a soddisfare, ad un occhio esterno, tutti i crismi dell’autonomia di corpo e spirito. Sembra perfettamente indipendente, insomma, e quindi, di fatto, lo è, non so se mi spiego.

Alla perfezione, Eccell… volevo dire, Eminenza.

Non si preoccupi, Colonnello, siamo tra amici. Oh, scusi.

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«Quella volta che ho bevuto il mescal di Malcom Lowry»

Mettiamo che uno non abbia mai letto Sotto il vulcano. Che ne conosca la posizione, tra i capolavori della letteratura moderna. Che abbia sempre sentito parlare di Malcom Lowry, un Joyce ubriaco, esotico erotico politico. Che sia attratto da questo romanzo ambientato in una città immaginaria di un Messico fin troppo reale, con un protagonista assurdo, diviso tra delirium tremens e antifascismo, amore e morte. Che lo abbia lì in wishlist, insieme a tante, troppe altre cose, e non sia mai riuscito a leggerlo. Può capitare. A me è capitato.

Mettiamo che Feltrinelli decida di ristamparlo, in una veste grafica spartana, e con una nuova traduzione. A questo punto non cogliere l’occasione sarebbe autolesionismo. Mettiamo poi che uno abbia la ventura, addirittura, di conoscere il traduttore: Marco Rossari. Che piano piano sta traducendo tutti i grandi, da Dickens in poi. Che è anche poeta (!) e scrittore eclettico: autore di romanzi candidati allo Strega (Le cento vite di Nemesio), di offerte musicali (Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità), di deliziose disintegrazioni della forma (L’unico scrittore buono è quello morto); e ad aprile 2018 esce Nel cuore della notte per Einaudi, wow.

Con queste premesse, sarebbe stata una fesseria non intervistarlo, e una cosa senza senso non utilizzare ancora il formato dell’intervista via chat. Chat di twitter, ché Rossari mica sta su Facebook. Con generosità, con spirito, lo sventurato rispose.

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Il pendolo di Roland Barthes

Nel 1978 il governo francese propone l’abolizione dello studio della filosofia a scuola. Nel 1979, in segno di protesta, su iniziativa di Jacques Derrida si riuniscono gli Stati Generali della Filosofia: vi prendono parte tutti i più grandi pensatori di Francia. Il 25 febbraio 1980 Roland Barthes viene investito da un furgoncino mentre attraversa la strada: morirà un mese e un giorno dopo.

Da quest’ultimo avvenimento, e dalla temperie politico-culturale di quel contesto, prende le mosse l’ultimo libro di Laurent Binet, professore universitario e autore di HHhH, altro romanzo storico (su Heydrich e Himmler) e metaletterario con cui nel 2010 ha vinto il Goncourt per l’esordio. L’ipotesi che accende la miccia de La settima funzione del linguaggio (La nave di Teseo, traduzione di Anna Maria Lorusso) è che non si sia trattato di un incidente ma di un omicidio, o almeno di un’aggressione finalizzata a prendere possesso di un misterioso documento. Da lì parte un intrigo internazionale che porterà i due protagonisti a venire sballottati in giro per il mondo, tra Bologna e gli Stati Uniti, tra aule universitarie e sordidi hammam, tra servizi segreti bulgari e altri personaggi ancora più nell’ombra, tra cene eleganti e una società segreta devota alla retorica; mentre violenze e morti si accavallano.

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