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Un saggio a bivi sulle narrazioni a bivi.

Si legge su L’Indiscreto.


Il pesto di Stanisław Lem e l’agrodolce di Petrarca

E il giallo dell’estate? Fino ad alcuni anni fa, qualche incomprensibile nostalgico si lamentava del fatto che non ci fossero più i tormentoni estivi, quelle canzoni dal ritornello fastidiosamente orecchiabile che per due o tre mesi sentivi dappertutto e poi sparivano nel nulla da cui erano venute. Ma adesso direi KARAOKE GUANTANAMERA che questo non costituisce più un problema.
Nessuna notizia invece – e neanche questa ormai è più una notizia – dal fronte della letteratura: il giallo dell’estate è un topos che sembra scomparso per sempre. Sopravvive come caso di cronaca che infiamma la nostra sete di sangue per quindici giorni. Ma che fine hanno fatto invece quei tomazzi tipo Io uccido di Faletti, che in certi anni letteralmente tutti ci portavamo in spiaggia? O i più maneggevoli Montalbàn, o i comodissimi Camilleri, che avevano l’unico difetto di finire troppo in fretta, massimo due o tre bagni?

Quest’anno di disgrazia 2020 un buon candidato poteva essere Riccardino, l’ultimo Montalbano lasciatoci in eredità da Andrea Camilleri, ma non mi pare sia stato mandato a memoria come i dpcm di Conte. Il mio giallo dell’estate è stato Febbre da fieno di Stanisław Lem, lo scrittore polacco famoso per Solaris, una delle più grandi menti di sempre. Pubblicato nel 1976 con il titolo originale di Katar, è uscito per la prima volta in Italia (grazie a Voland e alla traduzione di Lorenzo Pompeo).
Credevo fosse un libro di fantascienza – se pure coltissima e incline più alla speculazione che alle battaglie di astronavi, come tutti i capolavori di Lem – e invece l’unico collegamento è dato dal fatto che il protagonista è un’astronauta in pensione. E anche dallo scenario di fondo: un universo parallelo in cui gli attentati terroristici sono all’ordine del giorno, e domina un sistema ossessivo di tecnologie e architetture del controllo (scenario che dall’11 settembre fino all’altroieri sarebbe suonato inquietante e profetico, che tenerezza). Ma per il resto, è una storia che potrebbe svolgersi ai giorni nostri, o meglio in giorni qualunque. Una serie di morti misteriose, che potrebbero come non potrebbero essere collegate, che potrebbero come non potrebbero essere intenzionali. Persone che impazziscono all’improvviso, scienziati che sperimentano nell’ombra, indagini che non devono apparire tali. È una vicenda in cui la verità viene ribaltata più volte, anzi in cui più volte viene messa in discussione l’esistenza stessa di una verità. È tutto un complotto di forze oscure e malefiche? Oppure siamo in balia del caos che ci sballotta e strangola in modo altrettanto crudele, e per di più senza neanche un disegno, un’intenzione, una cattiveria?
Queste domandine da niente porta a farci Lem con Febbre da fieno. (A pensarci bene, in tempi di attivisti russi avvelenati e teorie del complotto che entrano nelle stanze dei bottoni, uno scenario non di meno inquietante e profetico.)

Ma si è fatta ora di pranzo, torniamo coi piedi per terra, parliamo di cibo. 

(Continua su La Ricerca)


Libri sull’estinzione

Estinzione, ci meritiamo l’estinzione! Così ruggiamo con voce tremula, ogni volta che qualcuno dice o fa qualcosa che non ci trova d’accordo. Forza asteroide, sei la nostra unica speranza! Ragliamo invocando la soluzione finale. Poi, arriva un’epidemia con un tasso di mortalità dello 0,002%, e tutti impazziamo di paura. Giustamente, eh: qui non si sta minimizzando il problema, o sostenendo che è poco più di un’influenza. Che la pandemia da coronavirus sia la cosa peggiore che ci è capitata dalla fine della seconda guerra mondiale – almeno in Italia, almeno in Europa se si esclude l’ex Jugoslavia – è certo. Altrettanto certo è che, ancheconsiderando le sole epidemie, quella attuale si piazza molto indietro (attorno al 25esimo posto) come mortalità rispetto al totale della popolazione: per capirci la peste del ‘300, in cima alla classifica, sterminò più del 40% degli abitanti del mondo.

Il fatto è che l’estinzione è inconcepibile: non riusciamo a pensarla, a livello di specie, proprio come a livello individuale nessuno riesce a concepire la propria morte. Come sarebbe il mondo senza di noi? È un giochino che possiamo fare solo come esercizio retorico, come simulazione sci-fi. L’estinzione è un concetto a ndimensioni, che per quanto ci giriamo a attorno non riusciamo ad osservare nella sua completezza, un iperoggetto secondo la definizione di Timothy Morton, proprio come il climate change. Eppure ci viviamo in mezzo, a un’estinzione di massa: non riguarda la nostra specie (per ora) ma un numero molto alto di specie, significativamente più alto della media. E al riscaldamento globale la sesta estinzione di massa è collegata, perché ne è figlia, anzi sorella: dato che entrambe hanno lo stesso ascendente, che è – indovinate un po’ – l’azione dell’uomo.

Concepire l’inconcepibile: perché non è che uno si affaccia alla finestra e dice toh, c’è un’estinzione in corso. Facile allora cadere preda del negazionismo, del tutto sommato che vuoi che sia. Serve uno sguardo laterale, mediato. Ecco allora un percorso tra alcuni libri che affrontano il tema dell’estinzione: alcuni prendendolo di petto, altri in maniera trasversale; ci sono saggi scientifici appassionanti come romanzi e opere di fiction che potrebbero diventare realtà.

(Continua su Esquire)


L’Africa non è un’isola

“Com’è vivere su un’isola? … Perché l’Africa è un’isola, vero?…”. Chimamanda Ngozi Adichie ha raccontato l’imbarazzo di aver ricevuto questa domanda, una volta che era a un party o a un evento, da parte di una donna mediamente colta e giovane e benestante: una donna all’apparenza come lei, solo… americana. L’autrice di Americanah Dovremmo essere tutti femministi, nigeriana in Usa, per pietà non ha raccontato il seguito: ma il seguito tocca a noi mettercelo. Noi, che da un lato abbiamo gioco facile a sghignazzare sulla famigerata ignoranza geografica degli statunitensi, i quali oltre i loro confini percepiscono un indistinto e generico altro. Ma che in quanto abitanti del primo mondo – non americani, ma comunque non africani – sospettiamo di non essere esenti da generalizzazioni e stereotipi. Cosa sappiamo delle cosmologie igbo, delle guerre di religione, delle lingue bantu?

L’articolo che state per leggere è una conferma di questi stereotipi, dato che pretende di parlare di “letteratura africana” come se fosse un concetto unitario, un’isoletta: ponendo il focus sulla Nigeria, ma neanche in via esclusiva. E d’altra parte proprio questa dichiarata ignoranza vuole essere una spinta ad approfondire il discorso, a partire per un viaggio alla scoperta di alcune realtà, non attraverso pensosi saggi di geopolitica, ma grazie alle storie che ci raccontano. Un viaggio in quattro libri che sottintende un percorso, addirittura una progressione: seguiamolo, e il filo apparirà.

Il primo libro è Terra violata (traduzione di Alberto Bracci Testasecca, edizioni e/o), di Mohamed Mbougar Sarr, scrittore senegalese classe 1990. Inizia con l’esecuzione pubblica di una giovane coppia di amanti, colpevoli solo di non essere sposati: la storia è quella di un paese spaccato in due, ma non dalla guerra civile, bensì da un’azione di conquista da parte di un gruppo di estremisti islamici, genericamente denominato Fratellanza. È un paese inventato ma purtroppo estremamente verosimile e riconoscibile (un po’ come la nazione imprecisata del medioriente in cui è ambientato il primo romanzo di Mathias Enard, La perfezione del tiro). I protagonisti tentano di organizzare una bozza di resistenza tramite un foglio clandestino, in mezzo a una popolazione scontenta ma paralizzata dal terrore, e a un certo punto le cose sembrano poter cambiare, o forse no.

(continua su Esquire)


La Zona è la Zona, e Geoff Dyer è il suo profeta

Geoff Dyer è un visionario. Riesce a vedere la possibilità di un libro dove altri tirano fuori tutt’al più un articolo, un post su Facebook, una chiacchiera al bar (che poi è la stessa cosa). Ognuno ha il suo libro cult di Dyer: chi ama la musica – io tra questi – impazzisce per le storie così vere da sembrare finte, o viceversa, di Natura morta con custodia di sax, uno dei più bei pezzi sul jazz e di jazz che siano mai stati scritti, secondo forse solo al Persecutore di Cortázar. Altri preferiranno i reportage narrativi come Un’altra formidabile giornata per mare, lo sguardo laterale sulla fotografia de L’infinito istante, le divagazioni geografiche e mentali di Sabbie bianche.

Sicché quando finalmente è arrivato in Italia Zona (per il Saggiatore, traduzione di Katia Bagnoli), la curiosità di capire come fosse fatto era a mille. Il tema di Zona infatti è Stalker, il film del grande regista russo Andrej Tarkovskij: pellicola misteriosa, impegnativa e affascinante come poche. Bene, un libro su un film. Non che sia una novità assoluta, eh: ci sono libri che parlano di un quadro, di un’opera teatrale, di un film, persino di un altro libro. Ma insomma dal nostro amico Geoff ci si aspettava qualcosa di diverso, di originale. E invece. E infatti.

Zona inizia raccontando la prima scena di Stalker. E poi, prosegue descrivendo le scene successive di Stalker. Se uno non l’ha visto di fresco magari non ci fa subito caso, ma prima o poi la consapevolezza arriva. È una vera e propria sinossi, l’occhio dello scrittore è quello dello spettatore del film, mentre sta guardando il film. Banalissimo. Assurdo. Eppure, a pensarci bene, un libro del genere non si poteva fare in altro modo che questo. O forse, uno come Geoff Dyer non lo poteva fare in altro modo.

(continua su Esquire)


I racconti di Ligotti: horror? Solo un Poe

C’è una sala immersa nel buio. Sulle pareti laterali, qualche luce fioca si agita debolmente. Al centro della stanza, alcune figure si intuiscono nell’oscurità: una forza superiore le tiene sedute, le tiene in silenzio. In fondo alla sala, un personaggio che ha fattezze umane, ma non è umano, sta parlando. E dice:

“Desidero condividere con te una geniale intuizione che ho avuto, durante la mia missione qui. Mi è capitato mentre cercavo di classificare la vostra specie. Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi”.

A questo punto forse l’avrete riconosciuto: è il famoso monologo dell’Agente Smith. Siamo infatti solo in una sala cinematografica, dove stanno proiettando in anteprima Matrix, che già prima di uscire viene acclamato come uno dei capisaldi della fantascienza filosofica contemporanea.

La macchina prosegue:

“Tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è?”.

Si alza una voce dall’oscurità del pubblico, e urla rubando la battuta all’attore: “Il virus!”. Quella voce appartiene allo scrittore Thomas Ligotti.

nottuario

Traduzione di Luca Fusari

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