Sette ipotesi per scrivere una recensione a “Terra ignota” di Vanni Santoni

terra ignota

Ipotesi 1. Non recensirlo affatto. D’altra parte il fantasy, come tutta la letteratura che una volta si chiamava “di genere”, non è materia mia. Cioè, mi piace l’idea, sono contento che esista, ecco: ma non l’ho mai frequentata tanto da potermi definire non dico recensore esperto, ma anche semplice aficionado. Quindi, non fa niente che Santoni il suo libro me l’ha mandato a casa, anzi che l’ho espressamente autorizzato a farlo, così accettando di leggerlo: difatti l’ho letto, non vengo mica meno a una promessa.

Ipotesi 2. D’altra parte, però, devo dire che senza dubbio mi è piaciuto. L’ho letto in fretta – quindi è scritto bene – e da metà in avanti addirittura l’ho divorato: segno che funziona, perché è questo lo scopo a cui mira un libro del genere, no? E poi Vanni è mio amico, da piccoli giocavamo insieme a Dungeons & Dragons (non è vero, ma avremmo potuto). Quindi, potrei fare una recensione purchessia, un pezzo come viene viene.

Ipotesi 3. Un pezzo come viene viene non esiste: una recensione ha sempre un taglio, è come quella storia della scelta, che anche non scegliere è una scelta. Per cui, scrivere una recensione normale. D’altra parte, di un libro normale si tratta, mica di un enhanced book interattivo o di un’app per tablet dove la vicenda si modella sulle scelte del lettore: è un bel librone di quattrocento e passa pagine, fatte di carta, con la copertina rigida e tutto. Raccontare sommariamente l’autore (1978, Personaggi precari – libro e progetto – Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, Scrittura industriale collettiva – progetto e coordinamento di In territorio nemico), la voglia di cimentarsi con cose nuove e il vezzo di firmarsi HG, l’ambientazione (un mondo tutto inventato: geografia, scrittura, leggi, intrighi di corte, magia), la trama (ragazzina incredibilmente forte parte da remota isola ad estremità impero per cercare sua migliore amica e vendicarsi nientedimeno che su potentissimo generale).

Ipotesi 4. Cercare un’alternativa: pezzo normale troppo ovvio, a chi potrebbe interessare? Non agli appassionati, né a quelli che leggono Roth; non all’autore, né forse a me stesso. Idea: andare a pescare (ma come?) un ragazzo, uno con 20-25 anni meno di me, di quelli che sarebbero davvero in target rispetto al prodotto – d’altra parte nelle prime pagine il sito indicato è lo specifico YA ragazzimondadori.it. Così, fargli leggere Terra ignota e vedere la faccia che fa. Chiedergli se secondo lui tutto fila liscio, se per esempio è una mia pippa da matusa che sopratutto nella prima metà ci sia tanta azione, tante mazzate e poco contesto, poco sviluppo e spiegazione dell’universo di riferimento. Cose così, insomma. Una recensione delegata.

Il_signore_degli_anelli

Ipotesi 5. Al contrario, sfruttare e sottolineare al massimo il coté intellettuale e colto dell’operazione. Qui sì che sarei a mio agio. Perché Santoni inserisce, e neanche andandoci leggero, tutta una serie di rimandi più o meno occulti non solo ai referenti che ci si aspetterebbe – la mitologia nordica, i giochi di ruolo, Tolkien, le rune e bla bla – ma anche ai pilastri della cultura alta, come si diceva una volta, che poi sarebbe la sua. Esempio: le Cinquantaquattro Città che sono indipendenti dall’impero ma che questi cerca di sottomettere, hanno i nomi – e sovente la forma – delle Città invisibili di Calvino; in una di queste per potenziare la magia si usa il Soma (da Huxley, Il mondo nuovo, con funzioni diametralmente opposte); e non sono che i casi più eclatanti, ma il libro è pieno. (Un’altra spia dell’elevato livello di consapevolezza ed elaborazione: anche se l’universo di riferimento è inventato da cima a fondo, e l’azione si svolge su e giù per questi luoghi – città e mari e foreste – il libro è programmaticamente privo di una mappa). Scrivere un pezzo colto e raffinato come merita un fantasy postmoderno.

Ipotesi 6. Oppure ancora. Giocarmi l’azzardo d’autore. Cercare l’invenzione sorprendente, l’esercizio di stile, il colpo di tacco. Provare una meta-recensione fantasy. Inserirmi cioè nel gioco, ma a un livello esterno. Fare finta di scrivere da un mondo inventato, nel quale le vicende dell’impero e del Cerchio Magico sono la sua risaputa mitologia. Un tentativo del genere potrebbe iniziare così: “Il popolo che risiede nella zona montuosa di Uqbar ha collocato – com’è noto – tutte le sue narrazioni mitologiche nell’immaginario universo di Tlön. Nelle adiacenti, sterminate pianure della Beringia, che il nostro popolo abita sin dai tempi della grande inondazione, si tramanda altra mitologia: l’Imperatrice e l’Imperatore presidiano i suoi palazzi, stregoni e guerrieri e lepri popolano i suoi versi. Il libro di cui questa nota si occupa, non è altro che un tentativo – letterale non meno che divulgativo – di diffondere le nostre millenarie narrazioni mediante un linguaggio comprensibile ai più giovani. O almeno…”. Ma poi davvero, che presunzione. Inserirmi così in un mondo inventato da un altro, e addirittura subordinarlo al mio.

Ipotesi 7. Non seguire nessuna delle ipotesi precedenti. Cioè, seguirle tutte. Cioè, pubblicare questi appunti così come sono, e basta.

Annunci

George Saunders, questi sì che sono racconti (e non c’è niente da ridere)

Prima togliamo di mezzo un paio di equivoci. Innanzitutto, che questo sia un buon momento per i racconti, dato che Alice Munro ha vinto il Nobel. Alice Munro – che è una grandissima scrittrice senza dubbio, e che stramerita il Nobel (così come lo strameritano Roth, Murakami e Kundera, per dire) – non scrive racconti. Scrive romanzi. Solo che, siccome ne scrive tanti, ed è una persona onesta, li pubblica a sette-otto insieme, stampati su pagine grandi e con carattere piccolo. Ma volendo, uno scritto che nel caso suo viene definito racconto, potrebbe benissimo essere pubblicato – e in molti casi italiani in effetti è pubblicato – in forma di romanzo breve: allargando bene i margini e il corpo, si arriva serenamente alle circa cento pagine. (Che poi il criterio quantitativo sia sufficiente a tracciare il limite tra racconto e romanzo è senz’altro discutibile; ma siccome a volerne immaginare altri si entra subito nel campo del soggettivo e/o nei metafisici territori dell’ermeneutica, ci teniamo quello, no?).

Dopodiché, io che sono un fervente sostenitore della forma racconto, sia come lettore che come, ehm, scrittore, non posso che gioire di questo equivoco: se grazie a Munro si vendono o si stampano tre libri di racconti in più, viva Munro. Però che sia ben chiaro, ciò non vada a diminuire i meriti di chi coraggiosamente da anni scrive e pubblica racconti brevi, cioè una forma negletta e minoritaria nell’ambito di un settore negletto e minoritario come quello del libro, insomma la nicchia della nicchia. Tipo:

dieci_dicembre

George Saunders, Dieci dicembre, minimum fax, traduzione Cristiana Mennella, pag 222, euro 15

Secondo equivoco, specificamente riferito a George Saunders. Che sia uno scrittore dal tono sarcastico, o satirico, o addirittura ironico. Basta solo buttare un occhio alla quarta di Dieci dicembre: “sovversivo, spassoso ed emotivamente penetrante” (Jennifer Egan); “una voce piena di grazia, inquietante, sincera ed esilarante” (Thomas Pynchon); “spiritoso, intenso” (The Guardian). Che vi devo dire. Sarò privo di sense of humour. Sarò un tipo impressionabile. Ma a me le situazioni messe in gioco da Saunders mi hanno sempre messo rabbia, paura, angoscia. Divertimento, mah. Certo, leggerlo può essere spassoso come è spassoso per un esperto di scacchi guardare una sfida tra due campioni, nel senso del puro piacere che si prova nel vedere all’opera un’intelligenza superiore. Ma il più delle volte è esilarante come, che ne so, guardare il tizio che si è buttato dall’aereo senza paracadute cercare disperatamente il cordino e poi – dopo troppo tempo – schiantarsi al suolo.

Evitate le trappole, e già per vie traverse incensato Saunders, che vi devo dire? Che, come pronosticò il New York Times a gennaio, questo è il più bel libro che ho letto quest’anno? Ancora una volta, dissento. Non lo so, io quest’anno ho letto almeno tre o quattro libri che mi sono sembrati sensazionali – Jakuta Alikavazovic e Matteo Galiazzo, come pure Karen Russell e Piergiorgio Paterlini – e se dovessi dire che Dieci dicembre gli dà una pista a tutti, non lo so (e sto parlando solo di quelli effettivamente usciti quest’anno, che poi io, sapete, sono ignorante, e quindi ogni tanto recupero delle cose che non avevo mai letto, recentemente Seminario sulla gioventù di Busi e Vita di Pi di Martel mi sono piaciuti proprio assai: è vero, sono di anni o decenni addietro, ma che vuoi New York Times, l’hai detto tu “il più bel libro che leggerete quest’anno”).

Non lo so, se è il più bello di quest’anno. Sicuramente, non è il più bello di Saunders. Io a lui l’avevo conosciuto anni fa imbattendomi per caso (sono le letture migliori) in una copia de Il declino delle guerre civili americane. Ed ero stato subito risucchiato in una realtà inquietante, troppo simile alla nostra per lasciarci indifferenti, ma troppo diversa per non turbarci. Avevo poi recuperato su ibs Pastoralia, e divorato anche quello, avevo poi salutato con un finalmente l’uscita di Nel paese della persuasione. Questi ultimi due non mantengono costante in ogni racconto l’altissimo livello del primo, che per me – come spesso capita al primo letto, come spesso capita al primo uscito – resta il migliore. Ma comunque, parliamo sempre di rendimenti superlativi. Avevo coniato, in occasione dell’uscita del penultimo, una definizione che ha avuto larga risonanza nella critica (ah ah): fantascienza di prossimità. Sia perché descrive situazioni quotidiane molto simili alle nostre, ma inserendo due o tre elementi leggermente abnormi, difformi, deformi. Sia perché quell’incubo potrebbe essere il nostro futuro, ma non tra mille o cento anni: già dopodomani.

pillolarossa

Bene. Il fatto è che ogni tanto, sempre più spesso, i racconti di Dieci dicembre escono da questo schema. Per collocarsi senza dubbio ai giorni nostri, con un’ambientazione schiettamente realista. Ed è quasi sempre lo squallore della cittadina americana, tra famiglie sull’orlo del collasso e personaggi grassocci di scarso successo, fra drammi personali e invidia sociale, tra poveri stupidi e stupidi ricchi. Intendiamoci, stiamo sempre di fronte a un gran maestro: nello stile, nell’intreccio, nella suspense. Ma i parchi tematici e le distopie probabili mi piacevano di più, mentre qui sono in minoranza (Fiasco cavalleresco, Fuga dall’Aracnotesta). Eppure.

Eppure a guardare bene, il vecchio George non ha perso smalto. Tutt’altro. Ha affinato gli strumenti, anzi. Ha reso la distopia più sottile, ai limiti dell’impercettibile. Come nel racconto centrale, il lungo (ma sempre più corto del più corto di Munro) Le Ragazze Semplica. Dove all’interno di un ordinario, ma già di per sé disturbante, quadro familiare/sociale di lavori deprimenti e bambini che si sentono inferiori perché non hanno il ponte e la cascata in giardino, un po’ alla volta si inizia a intuire qualcosa di veramente strano, che viene fatto a delle ragazze usate come… ma no, non posso rovinarvi la sorpresa! Vi basti sapere che, proprio perché inserito in maniera subdola e con aria innocente, l’elemento di disturbo viene fuori agghiacciante: la nausea ti prende di botto. E così, apparentemente defilati, ma si sospetta decisivi, sono gli elementi di disturbo in altri racconti: a cosa serviranno i gettoni MiiVOXmin e MiiVOXmax che un reduce dall’Iraq in piena sindrome post traumatica si ritrova in mano, entrando per caso in quello che sembra un negozio, mentre si aggira tra le macerie della sua famiglia cercando di non dare di matto? E quale sarà il misterioso lavoro che in Esortazione il responsabile di reparto invita a fare bene e col sorriso sulle labbra, anche se costringe a compiere azioni che non ti fanno proprio sentire a postissimo? Non lo sapremo mai. E in questo sta la grandezza di Saunders: nel nascondere il mostro nell’ombra, così che sembri ancora più grande e cattivo. Sicché ho iniziato a dubitare di tutto, anche dei racconti cosiddetti realisti: e se ci fosse qualche trucco anche lì? Fammi andare a rileggere… Insomma, mi hai messo al tappeto ancora una volta, vecchio George.

(oggi anche su www.giudiziouniversale.it)


Susanne Abbuehl, bellezza rara

 

Se c’è una parola per definire Susanne Abbuehl e la sua musica, questa parola è: rara. Rara nel suo percorso di vita e d’arte: nata in Svizzera, si trasferisce a Los Angeles dove inizia a studiare canto classico e jazz; poi torna nella vecchia Europa, diplomandosi al conservatorio dell’Aia; comincia a scrivere e incidere dischi, ma continua ad approfondire materie toste come la composizione e l’analisi musicale; il tutto senza farsi mancare frequenti capatine a Bombay dov’è allieva di uno dei più rinomati maestri di canto indiano. E ha solo 43 anni.

Rare sono le sue uscite discografiche. Se grandi geni della musica come Miles o De André sono dovuti arrivare alla saggezza della maturità per distillare un album ogni cinque o sei anni, aspettando di avere davvero qualcosa di notevole da dire, e lasciandosi alle spalle la frenesia compulsiva a registrare della gioventù, la nostra Susanne possiede questa grazia al naturale, senza sforzi. L’esordio è del ’97 con I Am Rose (Suisa), disco talmente fuori catalogo che non lo nomina neanche lei stessa sul sito. Poi il passaggio definitivo in casa Ecm, con il pluripremiato April nel 2001. Ancora cinque anni e nel 2006 esce Compass. Ora, e siamo a più sette, arriva The Gift. Si vede che l’artista riflette parecchio, prima di mettersi a cantare, anzi prima ancora di mettersi a scrivere. E la riflessione si sente tutta, perché ogni album è meravigliosamente diverso dall’altro.

Dal lato strumentale, ad esempio…

(Su Blow Up di ottobre. Continua in edicola)


Pericopes, il coraggio del jazzista da giovane

pericopes_doublesidevol2-2013Ci vuole energia, per mettersi in moto. Ma ci vuole anche coraggio. È quello che non manca a due giovani musicisti italiani: Emiliano Vernizzi, sassofonista, e Alessandro Sgobbio, pianista. Già per fare jazz ci vuole tanta fiducia, non solo in se stessi ma anche nel mondo, che deve darti ascolto. (E sarà un caso che i due, ancora molto giovani, vivano e operino già più all’estero, tra Parigi e New York?). Una dose ulteriore di fegato ci vuole per mettere in piedi un progetto in duo secco, sax e piano, quanto di meno easy e commerciale si possa immaginare. (Eppure Pericopes, questo il nome, va raccogliendo premi, partecipazioni a festival e altri onori). Ma siamo alla follia se si pensa a qual è il frutto di questo lavoro: nell’era della smaterializzazione e degli mp3, non un disco semplice ma un doppio, The Double Side, che in realtà sono proprio due dischi separati. (È la stessa follia che porta un cinquantenne sedentario a mettersi le scarpette e sognare di correre una maratona, per dire). Ma se consigliamo questa musica non è solo per le evidenti analogie con il nostro mondo di corsa. È proprio per la musica in sé, che dietro un’apparenza ostica e rigorosa rivela mille sfaccettature, di ritmi e di melodie. (Tra i due, in particolare indicheremmo il disco Lights, solare e ottimista, lasciando in ombra l’altro, Shadows). Il corridore musicofilo ne valuterà le sfumature d’origine controllata; lo sportivo coraggioso, tanto meglio per lui, ne apprezzerà i vantaggi direttamente nelle gambe.

(Articolo uscito sul numero di settembre del mensile sportivo Correre)