La fine del mondo che non c’è

(Questo racconto è stato pubblicato dalla rivista online Il primo amore il 9 novembre 2018)

Eppure, non riesco a capire che differenza ci sarebbe.

Eh? Ma che stai dicendo?

No pensavo… alla fine del mondo, sai.

Ah, bravo! Che originale.

Senti bella, sfotti poco… no ma sul serio: cioè, è ovvio che stiamo parlando in linea teorica, chiaramente anche stavolta non succederà niente, la gente si preoccupa delle profezie dei Maya e di Malachia, di asteroidi e di invasioni aliene, mentre qui stiamo distruggendo il mondo con le nostre mani, lentamente ma senza scampo, però certo i dati sull’effetto serra e sulle emissioni inquinanti non hanno lo stesso sex appeal dell’apocalisse… comunque non è di questo che volevo parlare.

E menomale, figuriamoci se volevi farlo.

Ah-ah. Ma senti qua: in astratto, a livello di pura ipotesi, se tu muori

Tie’!

Evvabbè, poi sono io il meridionale scaramantico: allora, se IO devo morire, che muoio solo io o che appresso a me muoiono altri sette miliardi di uomini, a me che mi cambia?

Ma che discorsi. Cambia eccome, cambia tutto.

E cioè? No, senza polemiche: cambia in meglio o in peggio? È preferibile dipartire in solitudine, o al massimo in ristretta compagnia, così che il resto del mondo rimanga lì a piangerti per l’eternità? Oppure è meglio andarsene in comitiva, all together: se ne trae una specie di consolazione, tipo pereat mundus, tipo muoia sansone con tutti i filistei, tipo apré muà le delush?

Devi dirle tutte? Ti sei dimenticato mal comune mezzo gaudio. Sì comunque, immagino che sia così, almeno per la maggior parte della gente, io per me non ci ho mai riflettuto.

Allora vedi cara, che ho ragione? Perché non ci hai riflettuto? Perché in realtà, nel profondo, non te ne frega niente. Perché in realtà per ogni uomo

Allora io non c’entro.

E dài. Per ogni maschio di razza umana, sia egli maschilista o femminista, come per ogni femmina di razza umana, sia ella femminista o

Attento!

Basta, insomma, fammelo dire: per ogni uomo la propria fine è la fine del mondo. Ma che pensiero raffinato, quasi un aforisma: vedrai che perfezionandolo un po’ finirà per andare sulle magliette.

Eh, come dici?

Ma sì, quella del bruco e della farfalla, com’era…

Ah ho capito. Eheheh, giusto, aspetta, vediamo come sarebbe: “Quello che un uomo chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama… ma dove l’ha ficcato sto testamento il nonno?”

Ahahah, no ascolta: “Quel che un uomo chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama… tu guarda quanto cazzo costano le imprese funebri!”

Brava. Oppure, allargando il discorso all’intera specie: “Quello che l’uomo chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama finalmente si sono tolti dalle palle sti scimmioni glabri”.

(Continua su Il primo amore)

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Breve relazione attorno alla pena capitale e ad altre consuetudini in vigore nella nostra comunità

(questo racconto è stato pubblicato il 1 novembre 2018 sul sito letterario Nazione Indiana)

Nella nostra terra è ancora in vigore la pena capitale. Siamo coscienti che questo può determinare un pregiudizio negativo nei nostri confronti, né possiamo in tutta sincerità negare la fondatezza di eventuali critiche che partano da questo dato di fatto. Tuttavia invitiamo ad usare tolleranza, e una certa misura di benevola prudenza, verso la nostra comunità: d’altro canto per noi la democrazia e i diritti civili sono conquiste recenti, sia in generale sia rispetto alla millenaria storia della nostra razza. Le libertà personali, l’uguaglianza, lo stato di diritto: sono concetti che abbiamo assunto nel nostro sistema di valori teorici, e che purtuttavia spesso abbiamo difficoltà a tradurre in pratica. Non siamo incivili; o meglio lo siamo, ma non del tutto: sappiamo che possiamo, anzi dobbiamo migliorare, e stiamo compiendo degli sforzi in tal senso, come si potrà desumere dal seguito del presente rapporto.

In verità, la pena capitale non è l’unica particolarità che contraddistingue gli usi vigenti, essendoci relativamente ad essa un’altra antica tradizione: la sentenza non specifica la data dell’esecuzione. Quest’ultima può avere luogo tanto immediatamente, quanto svariati anni dopo la condanna; e in questo lasso di tempo non è affatto scontato che il soggetto sia privato della libertà personale. Si sono dati casi di persone che hanno circolato senza ostacoli per decenni, ma che non sono sfuggite all’Amministrazione quando è arrivato il momento opportuno: la libertà di movimento non è un problema per l’Amministrazione, che ha i suoi mezzi per controllare e raggiungere i condannati ovunque siano.

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