Lion e la risposta di Pirandello

Qualche giorno fa ho visto un film assurdo, che pur senza appartenere al genere fantastico racconta una storia estremamente irrealistica. Si chiama Lion, il protagonista è Dev Patel – l’ex ragazzo prodigio di The millionaire – ed è del 2016 (negli ultimi dieci anni sono andato al cinema così poche volte che per me il 90% delle pellicole uscite dopo il 2008 è una novità assoluta, come vedere un’anteprima mondiale – il restante 10% sono film di animazione: su quelli sì, sono ferratissimo).

Per una serie di coincidenze una più improbabile dell’altra il protagonista, un bambino indiano di 4 anni, si trova a vivere in Tasmania. Sentite qua: a) sale su un treno parcheggiato in una stazioncina mentre aspetta il fratello maggiore; lui s’addormenta e il treno parte; b) non è un treno passeggeri quindi le porte non si aprono e lui non riesce a scendere se non a Calcutta, 1600 km dal suo villaggio; c) il suo villaggio è talmente piccolo e lui ne pronuncia il nome talmente male che nessuno riesce a capire da dove viene; d) sopravvive in strada agli assalti di criminali, pedofili e sfruttatori; e) finisce in un orfanotrofio e di lì viene adottato da una coppia australiana; f) venti anni dopo, si mette alla ricerca delle proprie origini, riavvolge il sottilissimo filo e, grazie a google maps e a una serie di coincidenze fortunate, e riesce a tornare al villaggio; g) la mamma è ancora lì che lo aspetta (il fratello era morto quella notte stessa in cui lui si era perso).

Pazzesco, no? Una trama talmente assurda che non sta in piedi; gli sceneggiatori non hanno pensato che una storia così potesse risultare per nulla credibile? Sì che ci hanno pensato: infatti nei titoli di testa campeggia la scritta TRATTO DA UNA STORIA VERA, e durante quelli di coda si vede il vero Saroo al villaggio con le sue vere due mamme. Non può non venire in mente l’introduzione alla seconda edizione de Il fu Mattia Pascal, quando Pirandello risponde a chi lo aveva accusato di aver scritto una storia troppo inverosimile, semplicemente citando un caso di cronaca – avvenuto dopo la pubblicazione del romanzo – che ne ripeteva le vicende in maniera quasi pedissequa.

Morale? (Morale?) Che la realtà supera la fantasia? Vero, ma ovvio. Forse anche che la nostra fantasia, al contrario di quello che pensiamo, è così limitata e gretta che certe cose ci sembrano assurde, fino a che non succedono davvero (NB: non è un endorsement al PD).

(Il mio contributo al pezzo collettivo di Esquire del 25 febbraio. Leggi tutto)

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Il reality che ti fa commettere un omicidio

Si chiama agente provocatore il poliziotto che si finge un criminale e si infiltra in una organizzazione mafiosa, per esempio, partecipando o ancora meglio organizzando un’azione delittuosa, per poi arrestare i delinquenti veri. Oppure quello che si finge un bambino su internet e si fa adescare da un pedofilo, per poi incastrarlo all’ultimo momento.

Questa figura in Italia è controversa, tendenzialmente non ammessa, e a ragion veduta: se tu prima crei i presupposti per un reato e poi incrimini una persona per il reato che hai contribuito a far esistere – che senza di te non sarebbe esistito! – qual è il senso, dov’è la giustizia? In Italia questo lavoro sporco lo fanno i giornalisti: sta facendo molto discutere in questi giorni la cosiddetta inchiesta di una testata che ha assoldato un ex criminale e gli ha fatto mettere in atto un tentativo di corruzione. Al di là del pentolone di malaffare che scoperchia, questo modo di agire mi sembra ancora più assurdo nel metodo: cioè, tu non scopri un crimine che esiste e lo racconti, ma crei un crimine apposta per poi raccontarlo. Mah.

(continua su Esquire)


Evochiamo lo spirito della fantascienza

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

bolano

Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

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La settimana di Esquire: 9 febbraio 2018

(Questo è il mio contributo al pezzo settimanale collettivo)

I racconti online

Io sono un grande fan dei racconti brevi. Una forma trascurata, di nicchia, considerata di serie B: ma per me è la Champions. Li cerco e ne leggo in continuazione. Quando ne trovo qualcuno online che mi convince, che non voglio perdere, lo metto sul mio profilo twitter, che uso più che altro come un block notes, appunto.

Per forza di cose, caso o circostanze, dalla lista di fine anno qualcosa è rimasto fuori. Per esempio Curzio, la rivista-newsletter di mini racconti di fantascienza, scritta e mandata da Pietro Minto: fantascienza ironica, meta- e post-, ovvio, ma non meno interessante.

Oppure la rivista online Carie, nata per gioco in uno studio dentistico (!) e arrivata al sesto numero in due anni. Ogni racconto è illustrato, ogni numero è leggibile su browser o scaricabile in pdf. Aperta a tutti: ci scrivono giovani esordienti e scrittori già pubblicati da major (nell’ultimo numero Piergiorgio Pulixi e Valentina Stella). In redazione sono in nove, e per scegliere i pezzi migliori se le danno di santa ragione. D’altra parte, solo nel 2017 sono arrivate più di 600 proposte: decisamente, la nicchia si allarga.

(Leggi il pezzo completo su Esquire)


Alieni a Sanremo: i cantanti che non c’entravano niente con il Festival

Il Festival di Sanremo ha fatto la storia della musica italiana: salire sul palco del teatro Ariston è il sogno di qualsiasi artista di qualità.

No un attimo, cosa sto dicendo, mi è uscita male, rifacciamola.

Il Festival di Sanremo è la vergogna della musica italiana: sul palco dell’Ariston vengono cantate macchiette nazional-popolari, quando va bene, e schifezze assolute negli altri casi.

Aspettate, forse sto esagerando nel senso opposto.

Tra questi due estremi, mainstream e radical chic, pop e snob, dove sta la verità? Da qualche parte nel mezzo, ovvio (un po’ più spostata verso il secondo termine, per chi scrive). Stanno a dimostrarlo i tanti artisti di nicchia, di qualità, alternativi o chiamateli come volete, che hanno calcato il palco del festival. Per motivi diversi: chi a inizio carriera, chi alla fine quando non aveva più niente da perdere o dimostrare, chi con il chiaro intento di stupire. Ecco una selezione dei più assurdi e insoliti.

(Continua su Esquire)