L’accusata. Tratto da una storia Wiera

Agata Tuszynska, Wiera Gran. L’accusata, Einaudi, traduzione di Margherita Botto, pag. 336, euro 20

Questo libro è tratto da una storia falsa. Wiera Gran. L’accusata parla di Vera Gran, all’anagrafe Wiera Grynberg, e già sul nome abbiamo più versioni. Donna di bellezza magnetica (come si vede nella foto di copertina), cantante dalla voce calda e sensuale: questi due – e l’ambientazione nella Varsavia occupata dai nazisti – sono gli unici punti su cui tutti sono d’accordo. Per il resto, la storia della Gran sono due storie, e allora per forza di cosa una sarà vera e l’altra falsa: ma quale? Da una parte c’è la ragazzina ebrea di talento che ogni impresario teatrale vuole portarsi a letto, dall’altra la giovane donna altezzosa e fredda; da una parte l’artista nel ghetto che per mantenere sé, la mamma e le sorelle, non può far altro che esibirsi dovunque e comunque, dall’altra la diva che calca le scene di locali ambigui frequentati da tedeschi e collaborazionisti; da una parte la benefattrice che fonda un orfanotrofio, dall’altra la riccona, la “puttana della Gestapo”; da una parte quella che riesce a fuggire dal ghetto e resta nascosta come un topo fino alla fine della guerra, dall’altra quella che viene vista girare liberamente per la parte ariana della città, e sempre in compagnia di alti ufficiali dei Reich.

Finita la guerra, scampato l’orrore della deportazione e del lager, inizia l’orrore che accompagnerà Wiera per tutta la sua lunghissima vita: si presenta da Szpilman, il suo pianista di tanti concerti, e quello invece di accoglierla con un “Che bello rivederti viva”, dice “Come, non sei morta?!”. Sarà solo il primo di tanti: la meraviglia si muta in sospetto, il sospetto in accusa. Nell’immediato dopoguerra ebrei e polacchi erano molto severi con i collaborazionisti, e c’è da crederci. Wiera si fece processare per fare chiarezza, e fu anche assolta. Ma quell’ombra, quella costante occasione di ricatto, la perseguitò ovunque, dalla Francia a Israele fino in Sudamerica: fino a stroncarle una carriera sempre sul punto di spiccare il volo (si esibì a fianco di Aznavour, venne definita “la Piaf polacca”) ma mai definitivamente decollata; fino a farla lentamente impazzire. Szpilman, il pianista, scrisse un libro, da cui venne tratto il famoso film di Polanski: nel libro, e nel film, la Gran semplicemente non c’è, una sorta di damnatio memoriae a vittima ancora in vita.

Agata Tuszynska, figlia di una sopravvissuta del ghetto, è autrice di biografie (Isaac B. Singer) come di dolorosi racconti di vicende familiari: qui tiene insieme magnificamente entrambi i lati. La giornalista-scrittrice conosce Wiera Gran nel 2003, quando ormai l’ex cantante vive barricata in casa, e tormentata dai deliri di persecuzione (se ne intuisce il motivo…) vede microspie e scarafaggi dappertutto. Ma la Tuszynska non demorde, si fa raccontare da lei tutto quel che ricorda, cerca di separare l’astio dalla paranoia, compulsano insieme atti giudiziari e lettere private; poi cerca e interroga tutti i testimoni dell’epoca, quelli ancora vivi. Il libro non è una biografia romanzata, ma neanche un’inchiesta: piuttosto la storia del coinvolgimento personale dell’autrice mentre conduce l’inchiesta. Agata più va avanti, tra documenti e racconti, più i dati che accumula sono divergenti, contraddittori, finché si convince che trovare la verità non è impossibile: è inutile.

Pensiamoci: è facile parteggiare per le vittime o per gli eroi; è comodo per noi, che nel ghetto o a Treblinka non ci siamo mai stati, metterci nei panni di Anna Frank o di Primo Levi, di Schindler o di Perlasca. Mettiamoci invece nei panni della gente comune, che in una situazione estrema ha una sola, risicatissima possibilità di sopravvivere. Faremmo di tutto per portare a casa la pelle? E che si intende per “tutto”? E che si intende per “collaborare”? Arruolarsi nella polizia ebraica, che aiutava i tedeschi a caricare i propri fratelli sui treni diretti ai campi di sterminio, certo, è collaborare – anche se pure su quello ci sarebbe da dire, perché la deportazione non era iniziata subito, e la polizia era una specie di servizio d’ordine, si trattava in sostanza di fare da cuscinetto tra Gestapo ed ebrei. Ma per esempio, redigere un giornale che per forza di cose sarà sottoposto al controllo tedesco, quando scrivere è l’unico lavoro che si sa fare: è collaborare o tentare di sopravvivere? E gestire un locale dove inevitabilmente verranno a farsi un bicchiere ufficiali invasori? E cantare in uno di questi locali? Ed essere costretta, come capitò a Wiera, a esibirsi un paio di volte e sotto implicita minaccia (di cosa, è ovvio) in una festa a casa di un noto collaborazionista?

No, giudicare non è possibile, provare a capire invece sì: questa è l’unica verità. Perciò, questo libro è tratto da una storia vera.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino)

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