Nelson: «Come ho rubato il palco a Carlo Conti»

Se il nome di Nelson non vi dice niente, non è colpa vostra. Anche se il tipo ha un album all’attivo, prestigiose collaborazioni, e soprattutto non uno ma due David di Donatello per la migliore canzone: uno nel 2014 (’A verità, nel film Song’e Napule), uno nel 2018 (Bang bang, in Ammore e malavita) entrambe pellicole dei Manetti Bros. Probabilmente l’avete visto, lo scorso 21 marzo, proprio alla premiazione dei David, dove si è reso protagonista di un siparietto improvvisato, uno dei pochi momenti autentici di una cerimonia altrimenti noiosa: è salito sul palco esultando, e fuori protocollo si è lanciato sul microfono iniziando a parlare. Quando il bravo presentatore Carlo Conti ha provato a fermarlo, lui lo ha stoppato con un gesto e ha continuato il suo monologo (“Costo poco, e scrivo anche in italiano”).

Io che ho il privilegio, o la sfortuna, di conoscerlo da 30 anni (mammamia) ho pensato di approfittarne e intervistarlo. E siccome so che Alessandro Nelson Garofalo è uno che con le parole ci sa fare – non scrive solo canzoni ma anche status di facebook che sono delle micronarrazioni spassosissime, e poi racconti e chissà cos’altro – gli ho proposto: vogliamo fare un’intervista in chat? Quella che segue è la conversazione più o meno fedele della nostra delirante conversazione.

(Continua su Esquire)

Annunci

Borne in the USA

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

Nella metropoli dell’Atlantico meridionale dove sono nato, c’era un giardinetto in cui andavo quando ero piccolo. C’è ancora; anzi nel corso degli anni è stato migliorato: teorie di scivoli e tunnel dove prima era un prato spelacchiato, giostre elettriche dove una volta giravano dei pony mezzo drogati, una recinzione alta per evitare che di notte s’accampino ubriaconi e spinellati. Ma l’ultima volta che ci sono tornato, il giardinetto era chiuso: una vicenda che non ho ben compreso di alberi pericolanti e mancanza di fondi, la provvisorietà definitiva, insomma il solito mix di legalismo formalista e indolenza che abbiamo noi latini. Il parchetto, abbandonato a sé stesso per alcuni mesi, ha subito una metamorfosi sorprendente: un sottile strato di muschio ha ricoperto la pavimentazione, erbacce hanno forzato il passaggio tra le pietre, alcuni arbusti sono rinsecchiti, altri hanno avuto una crescita imprevedibile, assumendo forme abnormi. Colombi e altre bestiole meno visibili hanno colonizzato i manufatti umani, che nel mutato contesto assumono un’aria incongrua, spettrale. Uno spettacolo non bello – ché la natura non è bella ma semplicemente è: una visione miniaturizzata, potente e orrorifica, di quello che accadrebbe al mondo se si rompessero certi delicati equilibri.

E si badi: stiamo parlando di qualche metro quadro di giardino all’interno di un ambiente comunque fortemente antropizzato e controllato come quello di una grande città; e stiamo parlando dell’azione di forze naturali in una condizione di partenza compromessa ma non perdutamente degradata. Immaginate invece cosa succederebbe se un misto di catastrofi naturali e disastri umani decimasse la popolazione del globo; se i pochi superstiti iniziassero a vagare da una terra all’altra come profughi senza speranza, trovando fiumi sempre più inquinati, animali mutanti sempre più arrabbiati; se gli ultimi agglomerati venissero soggiogati da una misteriosa Compagnia dedita alla creazione di esseri-macchina, innesti di biologia e tecnologia, per scopi non benefici, e che le stesse creature, tra cui un plantigrade alto come un palazzo e in grado di volare, sfuggissero al controllo dei creatori seminando morte e distruzione. È in simile scenario, disperato e finale, che Rachel incontra il protagonista dell’ultimo, eponimo romanzo di Jeff VanderMeer.

Trovai Borne in una plumbea giornata di sole in cui Mord, l’orso gigante, si aggirava dalle parti di casa nostra. Ai miei occhi non era che materia organica di risulta, all’inizio. Non sapevo quanto sarebbe stato importante per noi. Non potevo sapere che Borne avrebbe cambiato tutto.

Questo è l’incipit di Borne (Einaudi, pag. 340, traduzione di Vincenzo Latronico). Un incipit fatto bene ti aggancia e fa venire voglia di continuare. Un incipit capolavoro è in grado di contenere, sia stilisticamente sia nella narrazione, l’intero libro che segue – non so, mi vengono in mente quello lussureggiante e pieno di time shift di Cent’anni di solitudine, o quello secco e psicotico de Lo straniero. VanderMeer ti mette ko in quattro parole: plumbea giornata di sole. Che mondo marcio sarà mai questo? È già tutto lì: il resto è una chiosa, una pleonastica e meravigliosa spiegazione.

Effetto simile me l’aveva provocato l’anno scorso Annientamento, primo libro della Trilogia dell’Area X (Autorità e Accettazione gli altri due; da poco Einaudi ha ripubblicato in volume unico il tutto), trilogia che della fantascienza ambientalista o new weird che dir si voglia di Jeff è – finora – il capolavoro. Verso l’inizio la protagonista, raccontando la spedizione nell’Area X, parla della sua squadra formata da una psicologa un’antropologa una biologa e una topografa, e dice: “Io ero la biologa”. Cioè, in che senso ero? (Qui dove scrivo non ho visto Annihilation, il film Netflix con Natalie Portman tratto da; ma voi che mi leggete nel futuro sì, invidia.) Eppure la trilogia, nella sua magnifica e angosciante bellezza, mi aveva progressivamente deluso: come se il passo lungo non reggesse la tensione; come se la necessità di spiegare tutto, alla fine, non riuscisse a cavarsi dall’impasse tra la banalizzazione e il finale alla Lost. Colpa del suo merito, della sua ambizione di voler essere romanzo mondo, onnicomprensivo e corale, al di là dello spazio e del tempo. Qui invece VanderMeer stringe il campo, e azzecca il colpo gobbo: non spiega – se non a brandelli – non teorizza, non contestualizza – potremmo essere sulla terra ma anche su un altro pianeta, in un futuro lontano o più probabilmente in un presente alternativo.

Come mai il mondo è diventato così?
Non lo so. Per colpa delle persone, Borne. Siamo stati noi a fare tutto questo -. E continuavamo a farlo.
È sempre stato così?
Non sempre. C’erano più persone, era meglio -. Ma non dipendeva dal fatto che ci fossero più persone.
Più persone, – aveva detto Borne, riflettendoci su.
Sì. E in tutto il mondo c’erano delle città in cui le persone vivevano in pace -. Non c’era mai stato un tempo in cui tutti, ovunque, vivessero in pace. Nessuno aveva mai conosciuto una pace duratura, se non ignorando le atrocità della storia, e cioè il fatto che la pace non aveva niente di duraturo. Il che significava che eravamo una specie irrazionale.
Città ovunque, – aveva detto Borne, come incapace di comprendere il significato delle mie parole.

 

Il bello di Borne (libro) è che Borne (personaggio) è un mistero anche per i protagonisti della storia, non solo per il lettore. All’inizio sembra una cosa, poi uno scarto organico. Poi Rachel se lo porta a casa e lo tratta come una pianta; poi scopre che si muove; infine inizia a parlare, prima a ripetere le parole degli altri poi a fare domande, a capire. Ehi ma, state pensando anche voi, è precisamente quello che succede con un bambino! Eh già, bravi; d’altra parte il gioco è esplicito fin dal titolo: Borne è born(nato) ma anche borne (portato), participio passato di bear (che vuol dire anche orso). È il figlio che Rachel e il suo socio-compagno Wick non potranno mai avere, è l’incarnazione di un desiderio? Se sentite anche voi puzza di metafora, state tranquilli: è molto di più, e molto di meno.

Proprio come un figlio Borne cresce, anche fisicamente, e poi se ne va a dormire in un’altra stanza, e poi scappa di casa, e infine viene cacciato di casa. Ma la similitudine ha un limite, perché Borne non è un adolescente ribelle, non è un umano, forse non è nemmeno un essere vivente – cosa è non lo sa neanche lui, e non smette di chiederselo – ha una forma e un colore assurdi, anche se può variarli più o meno a piacimento; e fa delle cose terribili che lui chiama “conoscere”. È un mostro, come il figlio-mostro della Metamorfosi di Kafka? (E qui c’è un critico, del cui nome non voglio ricordarmi, che avanza in privato una interpretazione psicanalitica aberrante: Borne sarebbe la proiezione del desiderio frustrato di genitorialità, sì ma non dei personaggi, bensì dell’autore, di Jeff VanderMeer e sua moglie Ann, socia collega e sodale; questa impossibilità deriverebbe poi dalla omosessualità latente e repressa di Jeff, che verrebbe a galla nella sua tendenza a scegliere protagoniste femminili, e a immedesimarsi in esse alla perfezione).

Il cielo era solcato da avvoltoi – buon segno. Un cadavere voleva dire che c’era stato qualche cosa di vivo, almeno temporaneamente.

Quasi contemporaneamente, è uscita una stupenda antologia di racconti, curata da Ann e Jeff: Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo(Nero Editions, pag. 536, coordinamento traduzioni di Claudia Durastanti e Veronica Raimo). Autrici che dagli anni 70 a oggi hanno rivoluzionato la letteratura combattendo una doppia battaglia contro le discriminazioni: di genere (femminile) e di genere (fantascientifico). Pilastri come Ursula Le Guin e James Tiptree jr., ma anche nomi meno noti ma altrettanto meritevoli (molti dei quali, tra l’altro, destinatari delle deliranti lettere di Jan Schrella ne Lo spirito della fantascienza di Bolaño, ma questa è una storia che in parte abbiamo già raccontato, e in parte non racconteremo mai).

Racconti diversi per ambienti e stili, ma accomunati da fili conduttori: mondi alternativi spesso crudelmente impossibili, o prossimi al precipizio; mutazioni animali e miseri umane. Leggere Le visionariegiustapposto a Borne – cosa che consiglio di fare, cioè leggerli entrambi ASAP – è suggestivo: si finisce per pensare che curatori e autori abbiano lavorato ai due libri contemporaneamente, e che idee e topos si siano riversati dall’uno all’altro, come in una sorta di progetto transmediale e collettivo.

Eravamo crostacei senza coscienza, sia morti sia vivi.

Chi vi ricorda? Esatto. VanderMeer non ha timore di citare, omaggiare, frullare e ricreare in modo originale, tutto quanto c’è stato di grandioso nella letteratura fantastica degli ultimi decenni. L’ambiguità tra umano e “creato” è puro Dick, perché se gli androidi sognano pecore non elettriche, allora anche gli umani possono avere ricordi impiantati. Gli innesti di tecnologie nei corpi pagano dazio alla tradizione cyberpunk, ma gli inserimenti di materiale biologico nei macchinari mi sembrano meno vicini alla science fiction (e più alla realtà odierna?). Certi paesaggi sconsolati senza redenzione, inquinati senza speranza, incapaci di uccidere solo perché siamo tutti già morti, sono cugini stretti di Antoine Volodine (Terminus radioso, ma anche Gli animali che amiamo, 66thand2nd editore) – e nipotini delle interminabili agonie di Beckett.

Summa del genere e capolavoro autonomo, Borne (il libro, non il personaggio) che cos’è? Azzardo: la distopia post-apocalittica di un’ucronia; ovvero il futuro andato a male di un presente alternativo. O forse no – o forse no.

E tu cosa avresti fatto, lettore, che sei riuscito a seguirmi come mi ha seguita la Maga, invisibile e sempre all’erta e completamente irrilevante?

 


La fantascienza è femmina. Anzi, è femminista

Dopo il primo racconto, bellissimo, ho lasciato un segno, pensando: in un’oceano di 500 e più pagine, poi non li ritrovo più. Letto il secondo, ho fatto lo stesso. Con il terzo, pure. E così via. Sicché a un certo punto ho smesso: la mia mappa dei racconti più belli de Le visionarie rischiava di diventare la fotocopia del sommario de Le visionarie. Perciò ho deciso che non ne avrei nominato nessuno, per rendere giustizia a tutti. Ma poi, quando ho iniziato a scrivere, mi è venuto un dubbio.

E il dubbio è questo: sono abilitato a parlare? Io in quanto maschio, bianco, occidentale e borghese: soprattutto in quanto maschio (ma anche le altre caratteristiche non sono da meno, come vedremo). Già, perché la questione è delicata e di questi tempi ancora di più. Allora: posto che non esistono libri PER maschietti e libri PER femminucce, ovvio, e chi ci prova viene giustamente sbertucciato.

(Continua su Esquire)


L’uomo del tempo

(Questo racconto è stato pubblicato il 9 marzo 2018 dalla rivista online CrapulaClub)

Fu allora che vide i due C-landestini. Ciondolavano spavaldi in mezzo alla strada, incuranti delle vetture che sfrecciavano pochi centimetri sopra le loro teste, e parlavano ad alta voce. Che fossero C-landestini lo si capiva facilmente dal design somatico, dagli abiti dozzinali tipici della loro zona d’origine, ma soprattutto dal fatto che non stavano lavorando. Vedendoli avvicinarsi, Burk provò una leggera inquietudine, subito scavalcata dall’indignazione. Che sfacciati, girare così in pieno giorno-opera all’interno della zona B, senza neanche far finta di essere occupati. Il solo fatto di non stare all’opera in attività demolitive o ristrutturative bastava a qualificare i nativi della zona C come C-landestini.

Purtroppo la frontiera esterna doveva essere quotidianamente aperta per consentire l’ingresso di manodopera: la tecnontemporaneità aveva risolto tanti problemi, ma non quello della sicurezza edilizia. Per costruire quartieri abitativi resistenti alle intemperie, l’uso di braccia-uomo era ancora necessario. O meglio, era conveniente, perché le fattorie di ultima generazione erano riuscite a produrre tecno-muratori, ma a costi troppo elevati: le frequenti cadute dalle impalcature, provocate dalla raffica anomala, rendevano economicamente preferibile la perdita di un nativo C rispetto alla distruzione di una tecno-macchina. Tanto, nella zona C continuavano a riprodursi come scarafaggi, o almeno così recitava l’adagio, dato che da almeno un paio di generazioni, cioè dal periodo delle Scosse di assestamento, di scarafaggi nessuno ne aveva più visti.

(continua su Crapula.it)


La mano di Frances McDormand

C’è un momento in Tre manifesti a Ebbing, Missouri che da solo vale tutto il film (se non di più). Un film strano, molto bello ma a tratti spiazzante, che sembra scivolare verso un grottesco in stile fratelli Coen, ma poi non lo fa del tutto. Un film che è stato anche criticato per il trattamento marginale riservato agli afroamericani, ma che secondo me riserva un trattamento ancora peggiore ai personaggi femminili di contorno, soprattutto le giovani donne, macchiette al limite dell’idiozia. Un film per cui però la protagonista Frances McDormand ha ricevuto un meritatissimo Oscar.

Il momento è quello in cui lei riceve una delle tante mazzate – posto che la principale, la figlia stuprata e uccisa, l’ha ricevuta prima ancora dell’inizio del film – che nel corso della storia la fanno vacillare ma non cedere. È seduta, abbassa la testa e se la regge con la mano, nel classico gesto di sconforto. La faccia sparisce dietro la mano. La camera stringe su di lei: il dorso della mano è al centro dello schermo. È una mano che parla, è una mano che recita.

È una mano forte, è una mano grande. È una mano da cui sporgono le nocche, percorsa da vene sbalzate in rilievo. È una mano che non trema; è una mano fragile e disperata, è una mano che potrebbe uccidere, che lo ha quasi fatto. È una mano con un’espressione, più significativa e intensa non solo delle due famose espressioni di Clint, col cappello e senza, ma di molti bellocci di Hollywood. È una mano che da sola, in pochi secondi, riassume tutta la determinazione e la debolezza del personaggio interpretato da McDormand. È una mano che ha ragione da vendere. È una mano che ha torto marcio. Come tutti noi. Ma lei di più.

(Il mio contributo al pezzo collettivo di Esquire dell’11 marzo. Leggi tutto)


Quello che non mi ha convinto di Black Panther

Sono stato anche io nel Wakanda. I supereroi non sono my cup of tea, ma mi sembrava troppo epocale per trascurarlo. Di Black Panther si è parlato in abbondanza: del film, dei suoi precursori, della sua importanza politica, della colonna sonora, del fumetto. Ma so che non vedevate l’ora di sentire anche la mia (ah ah). Anche perché c’è qualcosa che non mi ha convinto.

Capiamoci: è molto bello, e molto significativo. Il fatto che non esistano i buoni e i cattivi nettamente divisi, il dissidio tutto interno alla comunità nera sulla linea da tenere, i dilemmi etici che sono inevitabili quando si maneggia un grande potere come quello dell’Anell… ehm volevo dire del Vibranio. Ma secondo me c’è qualcosa che non va. (E non è la faccia un po’ così di Daniel Kaluuya, la cui espressione perplessa era in effetti più adatta alla follia di Get Out! che al piglio di un generale.)

bla

L’ho trovato, nei momenti d’azione – battaglie e duelli – come dire, irreale. Grazie, direte voi, è un film di supereroi, che c’entra il realismo. Sgombero il campo da un equivoco: io non sono fissato col realismo, non mi metto a sbuffare se vedo un elfo o un superpotere; sono appassionato di fantasy e fantascienza, di mondi alternativi in genere. Penso però una cosa: un mondo può essere costruito sulle leggi più assurde, va bene, ma poi le conseguenze logiche devono essere portare fino all’estremo. Diceva il buon Tolkien che se in un universo ci sono dei maghi che fanno incantesimi capaci di annientare un esercito di 100.000 soldati, in quel mondo non ci saranno eserciti di 100.000 soldati. E quindi: se esiste un materiale che ti rende invulnerabile anche se ti arriva addosso una bomba atomica, perché i tuoi avversari – che lo sanno – si gettano su di te con lance e pistole? Perché tu e il tuo antagonista, rivestiti completamente di Vibranio, mi intrattenete con un match di 20 minuti in cui si sa che non vi potete fare neanche un graffio?

Ma vi ripeto: forse il problema sono io, che non capisco i cinema di mazzate.


Black Mirror 5: quello che sappiamo già (e quello che non volevamo sapere)

Il cellulare vibra in tasca. Piove e fa freddo, ma devo guardarlo subito. Mi fermo in un portone buio, la mano scorre tremando sullo schermo: ecco, lo sapevo. Una notifica, anzi due, e contengono entrambe le parole blackmirrorvideo.

La quinta stagione di Black Mirror, la serie fantascientifica distopica horror o quello che volete voi di Netflix si farà. Questo è quello che annuncia il primo video, sull’account ufficiale di Twitter.

(Continua su Esquire)