Caccia a JP Morgan

C’è mancato poco. Se la riforma di Renzi avesse superato l’ostacolo del referendum popolare a dicembre, saremmo stati il primo paese regolato da una Costituzione in parte scritta da una banca d’affari: la JP Morgan Chase. Peccato, davvero. Ma quel diavolo di JP ne ha combinate comunque tante di mattane da vivo e da morto, lasciando indizi sparsi qua e là, cosa che consente di ricostruirne i movimenti, in giro per il mondo e per la storia della letteratura. Un breve giro che alla fine ci riporterà, com’è doveroso, al punto di partenza.

John Pierpont Morgan nasce il 17 aprile del 1837 (centottant’anni oggi: oh, auguri!). Fondatore della banca che porta il suo nome, è in mezzo a tutti i più grossi affari che tra fine ‘800 e inizio ‘900 trasformano il capitalismo americano e lo proiettano nel futuro: la creazione della General Electric, della AT&T e delle più grandi industrie nel campo dell’acciaio e dell’agricoltura; ci ha messo una pezza in due crisi finanziarie (panic del 1893 e del 1907) e chissà se ci fosse stato nel ’29, o nel 2008… Speculatore senza scrupoli (uno dei primi colpi lo ha fatto con un bel margine su una vendita di armi durante la guerra civile) e mecenate della cultura, collezionista di libri e di pietre preziose, dedito alla beneficenza e all’acquisto di yacht, è passato alla storia semplicemente come il più grande banchiere d’America, e quindi dell’universo. Muore a Roma, più di cento anni fa; JD Rockfeller commenta: “…e non era neanche ricco”. In effetti aveva solo 80 milioni di dollari. Dell’epoca.

È ovvio che uno del genere si sia ficcato dappertutto, in particolar modo nella fantasia degli scrittori. Andando a ritroso JP Morgan lo vediamo comparire: nel western fantascientifico The Ghost of Watt O’Hugh di Steven Drachman (2011), dove fa un breve cameo, giusto il tempo di mandare in galera il protagonista con la falsa accusa di omicidio; nel thriller storico The Alienist di Caleb Carr (1994), dove con Theodore Roosvelt e altri personaggi esistiti si mescola a quelli inventati; nell’epopea storico-fantastica Ragtime di E.L. Doctorow (1975), dove si becca una lezione da Henry Ford. Ma queste sono tutte apparizioni in chiaro, anche se poi il personaggio compie azioni di fantasia. Già diverso è il caso di Quarto potere (1941), dove su JP pare sia ricalcata la figura di W.P. Thatcher, il tutore cui è affidato il piccolo Kane quando si scopre che è letteralmente seduto su una miniera d’oro; il tizio insomma che è alla base del trauma primario del futuro cattivissimo (il quale prima di venire strappato ai genitori gli scaglierà addosso lo slittino rosebud, e da grande la stampa scandalistica). Anche questa strada però non porta da nessuna parte. Dobbiamo andare ancora più indietro.

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Come scrivere un romanzo che parla d’amore, spiegato male

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Quella che segue è contemporaneamente una microrecensione e una non-recensione. Microrecensione perché si parlerà di una frase, un rigo appena. Non-recensione perché c’è un conflitto d’interessi grande come un’amicizia.

Alessandra Minervini è mia amica. O meglio, lo sarebbe diventata in seguito. Prima, tra noi c’è stato un tale intreccio di rapporti – editoriali, meramente editoriali – che fatico persino a metterli in fila. All’inizio, io ero redattore di una rivista de cuyo nombre no quiero acordarme, e lei giovine collaboratrice appena uscita dalla Holden (uh, i pezzi che non le ho fatto riscrivere… mi odierà ancora). Poi, lei fu editor occulta e seconda persona al mondo che leggeva il mio primo libro man mano che lo scrivevo (la prima essendo, visto che siamo in vena di confidenze, quella che all’epoca era la mia compagna e musa e sprone e coach, e che poi sarebbe diventata anche mia moglie); mi diede pochi ma decisivi consigli, prima che io lo sottoponessi all’editore, e ne fu uno dei più sinceri sponsor una volta che uscì, addirittura citandolo in qualche suo corso di scrittura creativa, se non erro. Infine, fu editor ufficiale del mio secondo libro, ma ancora prima fu quella che per conto di LiberAria mi chiese di scriverlo, poi insistette, poi rinunciò, poi si ripropose, poi mi diede le idee, poi mi seguì passo passo cercando di farmi togliere le parole in dialetto (senza riuscire).

Nel frattempo, in tutti questi anni, io sapevo che lei stava scrivendo il suo, di libro. Ogni tanto me ne parlava. Ogni tanto mi mandava qualche pezzo (su cui tacevo, e di cui non ho ritrovato neanche mezzo rigo nel testo pubblicato). Ogni tanto mi faceva leggere qualche racconto, ma puntualizzando che si trattava di ben altro. Adesso – adesso si fa per dire, è uscito a ottobre – finalmente, eccolo qua: Overlove. Minerva mi ha messo anche nei ringraziamenti, a suggello definitivo del conflitto, anche se continuo a non capire cosa ho fatto.

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Forward to the future

Se il tempo esistesse, sarebbero passati 81 anni, 3 mesi e 29 giorni dalla morte di Woody Allen. Ma il tempo – come gli orientali sanno, i mistici insegnano e persino i fisici delle particelle hanno iniziato a capire – non esiste. Perciò non abbiamo bisogno di ricorrenze, di anniversari tondi o quadrati, per parlare di forward to the past – la vita all’incontrario: un topos narrativo che curiosamente appare in luoghi e con forme molto diverse.

Prima però di dire che cos’è, dobbiamo specificare cosa non è. Non è una tecnica di montaggio, cioè un modo per raccontare dalla fine all’inizio cose che sono successe nell’ordine consueto. Questa maniera di disporre l’intreccio (la quale poi non è altro che una maniera particolare di ordinare gli episodi in modo mescolato rispetto al tempo, come nel paradigmatico Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan) è altrettanto interessante e si ritrova in luoghi disparati. A me vengono in mente, per esempio: il film Irreversible con Bellucci e Cassel, il film Memento di Christopher Nolan, il romanzo Dove le strade non hanno nome di Angelo Carotenuto. In ognuna di queste narrazioni la tecnica è usata per produrre effetti diversi. Irreversible è una specie di apologia del determinismo, perché farci iniziare con il futuro significa costringerci ad attribuirgli la qualità che naturalmente attribuiamo al passato: l’immodificabilità; le cose sono andate così, ve le faccio vedere dalla fine perché voi capiate, cambiando l’ordine il risultato non cambia, anzi è proprio inevitabile. Simile senso di irrimediabilità, di sconfitta e rassegnazione (era già tutto previsto…) vuole trasmettere Carotenuto; in più lo scopo è quello di creare suspense non sul finale ma sull’inizio della storia, sulla causa oscura che ha mosso l’azione. Il capolavoro di Nolan è storia a sé: montare le sequenze al contrario è l’unico modo che ha il regista per far sì che lo spettatore assuma il punto di vista del protagonista, un disperato che perde in continuazione la memoria.

E attenzione. Anche se può sembrare uguale, non stiamo parlando neanche di storie come Il curioso caso di Benjamin Button, con le sue versioni, i suoi epigoni e ispiratori. Il racconto del 1922 di F.S. Fitzgerald parla di un uomo che nasce vecchio e muore bambino, ma “inserito in un ambiente perfettamente normale”, ipse dixit: un caso curioso, appunto, straordinario. La storia ricompare in un libro del 2004 di A.S. Greer, Le confessioni di Max Tivoli, oltre ovviamente a essere trasposta nel tempo dal film del 2008 con Brad Pitt. Ma un’idea simile aveva Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino, pubblicato nel 1911 da Giulio Gianelli, poeta crepuscolare e scrittore di novelle per ragazzi. Possibile che il grande Francis Scott avesse preso spunto dal tenero Giulio? In realtà Fitzgerald raccontò di aver tratto la scintilla da un’osservazione di Mark Twain sull’ingiustizia della nostra vita, che mette il meglio all’inizio e il peggio alla fine; e di aver poi ritrovato un simile sviluppo in certi appunti di Samuel Butler. Sia come sia, in tutte queste vicende non è il mondo che va al contrario, ma solo una persona. E dal contrasto tra le due sfere, quella del protagonista e quella di tutti gli altri, sfere che ubbidiscono a leggi opposte, da lì nasce il sugo della storia: mentre tutti crescono e peggiorano, lui migliora e poi rimpicciolisce; gli amori impossibili, strazianti di Button e Tivoli sono l’esemplificazione perfetta di questo dissidio.

A pensarci bene però, l’osservazione buttata lì da Twain, sembra alla base più dello sketch di Woody Allen che del racconto di Fitzgerald. In effetti dire che la nostra vita sarebbe più giusta se andasse al contrario, significa immaginare un mondo in cui tutte le vite iniziano con la morte e finiscono con la nascita; quindi non il mondo normale con un caso curioso per lo mezzo, ma un mondo in cui la regola è che il tempo all’incontrario va. Questo è quanto hanno fatto i tre autori che stiamo per esaminare. È ora, veniamo a noi.

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Breve relazione a proposito dei tetti spioventi e di altre peculiarità botaniche della nostra regione

(questo racconto è stato pubblicato il 15 marzo 2017 dalla rivista letteraria Inutile)

Από δοθέν σημείο εκτός δοθείσης γραμμής (ευθείας), διέρχεται το πολύ μία γραμμή (ευθεία), που δεν τέμνει την δοθείσα (Ευκλείδη)

Cherteston (…) immagina che ai confini orientali del mondo vi sia un albero che è più e meno di un albero, e ai confini occidentali una torre, la cui sola architettura è malvagia (Jorge Luis Borges)

 

Nella nostra terra i tetti delle case sono talmente spioventi da essere quasi verticali. Curiosa coincidenza, tanto nel nostro idioma quanto nel vostro il termine “spiovente” deriva da “pioggia”, ma è per fare fronte ad altro genere di precipitazione atmosferica che questi tetti sono nati: la soffice, incorporea, eppure massiccia, pericolosamente pesante, fantastica neve.

L’estensore del presente rapporto – e dio solo sa quanto mi costa dovermi esprimere in prima persona, essendo la modestia connaturata alla mia personale indole come alla nostra cultura di gente schiva – l’estensore ha avuto un privilegio raro: solcare i mari e calpestare terre lontane, possibilità negata alla maggior parte della gente nata qui. Viaggiando, ho sempre notato come l’angolo dei tetti cambi, al pari di altre graduali e costanti variazioni nella flora, divenendo meno acuto man mano che ci si sposta verso meridione, fino a farsi completamente piatto nel Grande Sud; o almeno questo narrano i racconti su quella regione mitica, nella quale nessuno di noi, neanche l’estensore, è mai giunto, e della quale molti qui mettono addirittura in dubbio l’esistenza.

In ogni caso, nella nostra isola i tetti spioventi sono talmente verticali da sembrare quasi delle pareti. Per ragioni meno ovvie di quelle che si possono intuire, oltre alla scienza botanica la nostra civiltà ha sviluppato una finissima elaborazione della scienza giuridica: uno dei postulati del diritto civile è che la proprietà su un terreno si estende, partendo da quella superficie di territorio, nel sottosuolo fino agli inferi e nell’etere fino al cielo. Ora, mentre la prima ipotesi è meramente di scuola, dato che nessuno ha mai trovato possibile né utile spingersi dall’altro lato del suolo, il secondo caso è vero nel suo senso più letterale: le nostre case sono provviste di mansarde altissime, delle quali non si vede la fine. Raggiungendo il sottotetto, e stando saldamente appoggiati al pavimento di esso, alzando lo sguardo verso l’alto spesso, anzi sempre, la vista si perde nelle nebbie della distanza e dell’altezza.

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Il post-esotismo: preludio e fuga a 44 voci (di A. Volodine)

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Antoine Volodine non esiste. Antoine Volodine non è l’eteronimo di un autore pericoloso che ha scelto di entrare in clandestinità. Antoine Volodine contiene moltitudini: è la divinità creatrice di un collettivo di quarantaquattro scrittori, e contemporaneamente è uno dei loro personaggi. Quarantaquattro scrittori che sono Volodine proprio come trenta uccelli sono il Simurg. Quarantaquattro scrittori in ciascuno dei quali Volodine entra ed esce a piacimento, a seconda della voce da usare e delle cosa da dire, come lo sciamano comunista pazzo protagonista di Terminus radioso fa con le povere creature dei suoi sogni. Quarantaquattro scrittori che sono stati combattenti – criminali, terroristi, rivoluzionari, come vi piace. Quarantaquattro scrittori che sono tutti morti. E che tuttavia continuano a parlarci da un non luogo di non morte non vita. Questo e non altro – questo, e molto altro – è il post-esotismo.

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Quanti romanzi si trovano in un solo racconto di Cortázar? (La risposta ti lascerà senza fiato)

cortazarAvete presente Enrico Mucca? Ricordo ancora la sensazione di vertigine, di ottovolante sonoro, di impossibilità fisica rispetto a quello che pure era davanti ai miei occhi, anzi alle mie orecchie, la prima volta che un mio amico mi fece ascoltare gli Henry Cow. E dire che non cadevo dalle nuvole: avevo già fatto il callo alle stranezze e alle sperimentazioni del rock tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, non mi impressionavano più la musica quasi solo strumentale, i brani lunghi, le contaminazioni con la classica e il jazz e il rumorismo, l’invenzione continua, i cambi di tempo e di melodia e di timbro e di umore… Ma ragazzi, quella era un’altra cosa: era un’astronave in accelerazione supersonica verso lo spazio, era un caleidoscopio in mano a un cronopio sotto acido. Ricordo distintamente che dopo aver ascoltato i primi due minuti di Nirvana for mice sbottai: ma con tutte queste idee i Pink Floyd ci facevano dieci album! (I miei preferiti, i Pink Floyd, ma mi rendevo conto che erano capaci, anzi era questo il loro genio, di prendere un riff e mezzo e costruirci un LP intero).

La stessa vertigine, la stessa sensazione trovarmi davanti a una fantasia strabordante, quasi sprecona, l’avrei ritrovata solo ascoltando certi pezzi dei Naked City (Speedfreaks su tutti, un compendio di storia della musica in cinquantadue secondi; ma con effetto cercato, postmoderno, con intento citazionista e parodistico). Oppure leggendo Cortázar.

Torna la microrecensione, cioè la recensione (non necessariamente breve) di qualcosa di breve estratto da qualcosa di lungo: un rigo una frase una pagina una singola idea, presa da un libro. In questo caso è una microrecensione speciale, perché il cortissimo testo di Julio Cortázar si ritaglia già di per sé un’autonomia particolare all’interno della raccolta in cui si trova (Storie di cronopios e di famas, parte 1: Manuale di istruzioni), raccolta a sua volta composta da testi brevissimi e surreali, del tutto scollegati tra loro. Ma Istruzioni-esempi sul modo di avere paura è altro ancora.

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Per la distopia sbagliata

Ho visto milioni di persone terrorizzate dall’idea di essere osservate dal Big Brother; le ho viste alzare lo sguardo al cielo con angoscia, e non trovarci nessun occhio; le ho viste abbassare la testa, alquanto rincuorate, e mettersi in coda per comprare l’ultimo smartphone con videocamera a 16 megapixel e grandangolo a 135°.

(Se ci trovassimo in un romanzo paranoide di Philip K. Dick, si potrebbe iniziare il discorso in questi termini. E forse anche finirlo, senza aggiungere altro. Invece siamo nella cosiddetta “realtà”: dobbiamo parlare di “fatti”, dobbiamo partire dalla cronaca, dobbiamo iniziare così:)

Da quando Donald Trump ha iniziato il suo mandato presidenziale, il libro 1984 di George Orwell ha avuto un boom di vendite, fino addirittura a tornare in classifica. Comprensibile. Una realtà in cui il passato è modificabile a seconda delle convenienze politiche, e in cui una persona può credere vera un’affermazione e la sua smentita, in barba al principio elementare di non contraddizione, ricorda da vicino la distopia orwelliana. Alternative facts, il bipensiero. Eppure. Una società del controllo, oppressiva, violenta, totalitaria: siamo proprio sicuri di stare preoccupati per la distopia giusta?

(continua su Prismo)

tramp

Torino, Rondò della forca

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