Riscatti: l’unico modo per ricordare il passato è inventarlo

Nella vecchia dimora di paese dove sto scrivendo questo articolo c’è un salone. Nel salone c’è un pianoforte a coda. Sul pianoforte c’è un album di famiglia. Dentro l’album ci sono decine di fotografie: sono tutte ritratti o foto di gruppo, tutte in posa, tutte in bianco e nero; in maggior parte di persone morte, nella quasi totalità di persone per me sconosciute, o irriconoscibili, che è lo stesso.

Il paese, è quello di mio padre: il nome ora non importa, il luogo neanche, basti sapere che è a sud di Eboli, e questo ancora oggi dice qualcosa, dice tutto. Il salone, come tutta la casa, è stato ristrutturato solo pochi decenni fa. Del pianoforte, mi piacerebbe affermare che ha conosciuto giorni migliori, ma è talmente scordato e scassato che fatico molto a credere abbia mai suonato una nota giusta; eppure papà mi raccontava di grandi feste danzanti nel salone di sopra, prima che la casa venisse divisa: che uno poi s’immagina, come io m’immaginavo da piccolo, lussuosi balli e decadenti, stile quello del Gattopardonella magione del principe di Salina, invece la nobiltà locale era sostanziata da chiunque possedesse un pezzo di terra appena più ampio di un orto, e protagonisti della post bellica movida dobbiamo figurarci il figlio del segretario comunale, il figlio del farmacista, il figlio del prete (avete letto bene), quello del notaio no, qui non c’era, stava nel paese a fianco.

Su tale mobile, non spicca l’album, anzi si mimetizza con la sua copertina color legno decrepito, si confonde in mezzo a più appariscenti suppellettili antiche, scompare tra gli artefatti in plastica dalle tinte vivaci acquistati e subito abbandonati dai miei figli piccoli. È liso e sformato, con le pagine di carta spessa, legate con lo spago. Molte foto non sono più attaccate ai supporti, altre non sono mai state, e stanno da sempre infilate in mezzo, alla rinfusa, gonfiando all’inverosimile il raccoglitore ormai stremato. Non importa: l’album fotografico della nostra famiglia costituisce comunque una delle maggiori attrazioni e per gli abitanti e per i visitatori della casa. Il gioco implicito consiste nel riconoscere i soggetti (“Uh guarda com’era carina la zia da giovane, quanto avrà avuto, vent’anni?”), ché la maggior parte delle immagini non riporta nulla se non una data, e a volte neanche quella: proprio quest’anno ho notato un particolare che mi era sempre sfuggito, l’usanza che una volta si aveva – in tempi in cui una fotografia era cosa dispendiosa e rara – di farsi fare un ritratto e regalarlo a una persona cara, vergando sul retro una dedica (“Alla carissima nonna Peppina, il piccolo Flavio”). Il gioco consiste nel riconoscere le persone, ma è un gioco sempre più a perdere: tra parenti emigrati in America, bisavoli mai visti neanche sulla lapide al camposanto, compari e conoscenti un tempo così intrinseci da non risultare fuori luogo in una foto di famiglia ma ora perduti nel tempo.

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È arrivata la fine del mondo (e finalmente so cosa mettermi)

Allora, ‘sta fine del mondo arriva o no? Secondo i soliti catastrofisti sta per arrivare, sta sempre per arrivare. Secondo una visione più politica, per così dire, la fine del mondo, o meglio la fine del mondo as we know it, della realtà che conosciamo, è già avvenuta e non ce ne siamo accorti: o forse solo adesso incominciamo ad accorgercene, con la pandemia e i suoi effetti globali e quotidiani, con il riscaldamento globale sempre più tangibile. Secondo altri, ed è l’ipotesi più accreditata in ambito scientifico, l’apocalisse non appartiene né al passato né al futuro, bensì al presente: ci siamo in mezzo, è l’acqua in cui nuotiamo. 

Solo che sta succedendo talmente al ralenti che non ce ne capacitiamo: l’estinzione delle specie viventi, che si sta verificando a un ritmo dieci, cento volte più rapido rispetto alla media, e che quindi corre a una velocità pazzesca per i tempi geologici, tanto da farci parlare di sesta estinzione di massa, è però, rispetto al punto di vista di una vita umana – letteralmente un punto su una retta infinita – talmente lenta da essere impercettibile. Come dice Massimo Sandal in La malinconia del mammut (il Saggiatore) non è che uno si sveglia una mattina, si affaccia alla finestra e dice toh, un’estinzione di massa.

Scriveva Kermode, di cui il Saggiatore ha da poco ripubblicato Il senso della fine, che proprio da questa certezza continuamente disattesa – dal fatto cioè che l’apocalisse è sempre percepita come prossima e mai si verifica – nascono i miti, e poi le religioni, e poi la narrativa. La fine del mondo da imminente diventa immanente, in progress, un po’ come l’impero romano di Ermanno Cavazzoni, che sono duemila anni che sta crollando: la sensazione di essere alla fine dei tempi come condizione di vita, the new normal

Nell’indecisione tra passato, presente e futuro, per non offendere nessuno la casa editrice effequ se n’esce con un libro assurdo, un libro che è tre libri, firmati da tre autori: Trilogia della catastrofe, per l’appunto. Questo piccolo editore fiorentino, un pezzettino alla volta – tra un’analisi linguistica femminista e un’incursione nella theory fiction, tra un viaggio nei tarocchi e uno nell’incubo digitale – sta contribuendo a costruire un nuovo modo di fare cultura in Italia: competente e vivace, militante e bizzarro. Trilogia della catastrofe, in un catalogo giovane ma che ha già le sue belle punte di originalità, è sicuramente la scommessa più azzardata. Ma vinta.

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Nuovo DNA Antico


articolo che state per leggere è scritto in italiano, ma il suo autore è italiano solo in minima parte. Almeno questo è quanto si dovrebbe evincere dal mio DNA: 35% greco, 22% mediorientale, 16% sardo, 10% dell’Asia occidentale, e gli spiccioli rimanenti italiano, iberico, nordafricano. Un paio di anni fa mia moglie ed io abbiamo lasciato dei residui organici su dei tamponi – in sostanza ci siamo strofinati in bocca una specie di cotton fioc, per non contaminare il reperto l’abbiamo fatto dopo alcune ore di digiuno – che poi abbiamo inviato per posta a una società americana specializzata. Per 50 euro o poco più, dopo qualche mese ci sono arrivati via email i risultati. Il responso mi ha permesso di fantasticare sui miei antenati. Tutto molto suggestivo, ma quasi completamente sbagliato, e non solo perché l’affidabilità scientifica di questi test casalinghi è ancora bassa.

La genetica contemporanea, infatti, non è davvero capace di questo – svelare nel dettaglio il percorso genealogico di ognuno di noi –, ma allo stesso tempo è capace di molto di più. C’è una branca, in particolare, che negli ultimi anni ha portato una nuova ondata di ricerche e, come succede in questi casi, molti entusiasmi e qualche scetticismo: l’analisi del DNA antico, che sta fornendo nuove prove utili alla ricostruzione del sentiero di Homo sapiens, delle sue migrazioni, delle parentele evolutive e le convivenze con altre e differenti forme umane.

La scienza dell’evoluzione è un percorso interdisciplinare che comprende il dialogo tra tante discipline: ecologia, geologia, linguistica, paleoantropologia, anatomia comparata. In questo puzzle, la genetica è diventata una tessera decisiva proprio grazie allo studio del DNA antico, di quelle parti di genoma rintracciabili nei siti paleoantropologici da fossili di decine di migliaia di anni fa, possibile oggi grazie a tecniche di campionamento e analisi sempre più raffinate.

Proviamo a raccontare questo campo di ricerca, ancora in espansione, usando come guida due libri divulgativi di successo: Chi siamo e come siamo arrivati fin qui di David Reich (Raffaello Cortina, 2019) e Breve storia di chiunque sia mai vissuto, di Adam Rutherford (Bollati Boringhieri, 2017). Rutherford, scrittore e divulgatore, racconta il lavoro di vari scienziati, tra cui lo stesso Reich. Reich è stato allievo di Luigi Luca Cavalli-Sforza – decano della genetica delle popolazioni  scomparso nel 2018 – e ha iniziato la sua carriera lavorando nel laboratorio di Svante Pääbo, tra i fondatori della paleogenetica e primo esploratore del DNA neanderthaliano. Oggi ha la sua equipe di ricerca ed è uno dei capofila dello studio del DNA antico. Per orientarci ancora meglio, abbiamo fatto qualche domanda a Guido Barbujani, genetista e autore tanto di ricerche scientifiche quanto di capisaldi della divulgazione in Italia (da L’invenzione delle razze, all’ultimo Sillabario di genetica).

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Distopie domestiche

oval e pechino pieghevole

Che cosa viene dopo la gentrification? In questo momento, mi rendo conto, non sarà la domanda più urgente, però io a volte me la pongo. Perché la sequenza è nota: quartiere residenziale – svuotamento – degrado – criminalità – affitti bassi – studenti e artisti – fermento culturale – hype – concept bar bio – gentrification. Lo abbiamo visto succedere tante volte sotto i nostri occhi, a volte sulla nostra pelle, che lo sappiamo a memoria. Ma poi, cosa succede poi? Una soluzione potrebbe essere: si ricomincia da capo. D’altra parte, il punto iniziale dello schema assomiglia molto al punto finale. Ma quello che visto in 2D sembra un cerchio, in realtà è una spirale, come insegnano i moderni interpreti dei corsi e ricorsi storici (è una delle tante idee brillanti contenute nell’intramontabile Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier). Insomma quando la storia si ripete, lo fa a un livello più alto – non ho detto migliore: sembra girare su sé stessa, ma contemporaneamente avanza – non ho detto progredisce.

Sembra avallare questa ipotesi un romanzo uscito di recente: si chiama Oval (Zona 42, traduzione di Chiara Reali) ed è l’esordio narrativo di Elvia Wilk, scrittrice che si occupa di arte, architettura e tecnologia, e dell’incrocio tra esse. La questione della casa è centrale nella storia, in cui una giovane coppia di Berlino partecipa a un esperimento abitativo diretto dall’alto: nella zona dell’ex aeroporto di Tempelhof è stata eretta una montagna artificiale, la Berg, e in cima ad essa costruite delle case che sono dei gioiellini di alta tecnologia e pensiero sostenibile. Ambiente bucolico, energia pulita, riciclo, compostaggio: è un ritorno all’antico ma condotto con i più avanzati mezzi della domotica. Le case sembrano intelligenti – sono in grado ad esempio di regolare autonomamente la temperatura interna, e gli umani non possono disinserire il pilota automatico. Un paradiso algoritmico immerso nella natura, una specie di comune hipster dove però gli scambi tra abitanti non sono affatto incoraggiati, la condivisione è vietata e l’informazione circola solo in verticale, non in orizzontale. 

Le case, abbiamo visto, sembrano intelligenti, ma non è corretto, diciamo che sembrano vive: hanno comportamenti che non sono dettati da motivazioni totalmente razionali, reagiscono piuttosto come esseri sensibili e un po’ dispettosi, rendendo certe stanze caldissime e con un’umidità da sauna, o rifiutandosi di processare i rifiuti o di far funzionare i tubi – secondo un sistema di premi e sanzioni che non è chiaro agli stessi abitanti. Un sogno che lentamente diventa incubo, una scalinata verso il paradiso che si tramuta in un girone infernale: la montagna produce fango, marciume e muffe, le strade non sono mai state completate, i tassisti si rifiutano di salirvi costringendo i giovani residenti a scarpinate assurde. Sembra tutto plausibile nel romanzo di Elvia Wilk; e naturalmente è tutto falso – ma fino a quando?

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Estate 2020, libri da leggere / 2: Altri Animali

La mia vita gira attorno ai racconti – anche la vostra, no? Ma spiazzanti e indefinibili come quelli di Edina Szvoren (Darsi del tu, Mimesis, traduzione di Claudia Tatasciore) non ne leggevo da tempo. La scrittrice ungherese gioca tutto sull’elisione, sull’omissione di elementi fondamentali: non si sa chi parla, o di cosa si parla, o perché succedono le cose (come nella vita? Come nella vita).

Di Georgi Gospodinov conoscete Fisica della malinconia, ma l’uscita di Tutti i nostri corpi, prose brevissime, mi ha dato il destro di recuperate i precedenti E tutto divenne luna e il primo, stupendo …e altre storie: tutti per Voland, tutti tradotti da Giuseppe Dell’Agata, tutti esplosivi – da qualche parte tra Borges, Daniil Charms e Čechov, hai detto niente.

Ogni tanto faccio anche un’escursione fuori dalla short story, e addirittura fuori dalla narrativa, ma deve valerne la pena. Nel caso di Gianluca Didino (Essere senza casa, minimum fax) vale eccome: un saggio multidisciplinare e caleidoscopico, che parte dalle cento sfaccettature che stanno attorno all’abitare, ma le usa come grimaldello per parlare delle diecimila questioni che riguardano il vivere questi tempi assurdi. Sorry perfida Albione, ma il nuovo Mark Fisher ce l’abbiamo noi (anche se, ops, Didino vive a Londra).

E ora vorrei leggere: Carbé/La Forgia/D’Isa, Trilogia della catastrofe (Effequ); Merlin Sheldrake, L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi (Marsilio); Stanislaw Lem, Febbre da fieno (Voland); Julian Barnes, Il pedante in cucina (Einaudi).

(Il mio contributo ai consigli per l’estate della rivista Altri Animali)


Estate 2020, libri da leggere / 1: l’Indiscreto

E ora, qualcosa che non vi aspettate: si parla di microbiologia, analisi sensoriale, supply chain, etanolo. In una parola, di birra. Sulla scia del fortunato Il tempo in una bottiglia. Storia naturale del vino, l’affiatata coppia DeSalle-Tattersall torna con Storia naturale della birra (Codice edizioni, traduzione di Gianni Pannofino). Ian Tattersall è antropologo e paleontologo, Rob DeSalle è biologo e genetista: un arco di scienza necessario per quella che è probabilmente la bevanda alcolica più antica al mondo. Dalla scoperta della fermentazione all’odierna rinascita dei birrifici artigianali; dagli effetti che l’alcol fa al cervello (e alla panza) fino agli aspetti sociali nelle varie epoche e regioni; dal labirinto delle varietà e dei metodi alle questioni politiche: la birra si presta a essere guardata da innumerevoli sfaccettature. Lo diceva anche Gilgamesh: mangiare pane e bere birra – che poi sono la stessa cosa in forma diversa – è ciò che distingue l’uomo civile dal selvaggio. È un viaggio caleidoscopico, Tattersall e DeSalle raccontano di tutto. Ma, e anche questo è un pregio, non raccontano tutto: lasciano buchi, dubbi, domande, voglia di approfondire. Ed è il servizio migliore che un divulgatore può rendere alla birra. Volevo dire alla scienza.  

E ora, qualcosa che vi aspettate: si parla di arte, speculative fiction, inconscio, occultismo. In una parola, di Surrealismo. È appena uscito un altro folgorante libro di China Miéville. Gli ultimi giorni della nuova Parigi (Fanucci, traduzione di Pierluigi Fazzini) appartiene a quel genere particolare di fantascienza che va sotto il nome di ucronia: la creazione di una realtà parallela alla nostra, un universo dove a un certo punto è successo qualcosa che ha deviato i binari. Il topos più diffuso nel genere, tanto diffuso da costituire un vero e proprio sottogenere, è l’ambientazione un mondo in cui i nazisti hanno vinto la guerra: Fatherland di Robert Harris, Il signore della svastica di Norman Spinrad, e ovviamente su tutti The man in the high castle (Il signore della svastica) di Philip K. Dick. Qui siamo nel 1950, e se il Reich non ha vinto è solo perché la guerra non è ancora finita. Ma il fatto davvero assurdo è l’innesco che ha provocato il deragliamento: l’esplosione di una bomba all’interno del leggendario caffè parigino Les Deux Magots, bomba che ha realizzato le sfrenate fantasie dei surrealisti. Si aggirano così – per una Parigi dilaniata da una guerriglia eterna fra nazisti, spie, partigiani e altre oscure forze – cadaveri eccellenti e donne-bicicletta (il Vélo di Leonora Carrington), l’elefante robot di Max Ernst e i telefoni-aragosta di Dalì. Ex opere d’arte, ora sono mostri in carne e metallo, manifestazioni tridimensionali di una insuperabile energia spirituale, colloquialmente detti manif. Ha un po’ di Tolkien e un po’ di VanderMeer, un’atmosfera alla Volodine e un ricordo di Lovercraf, ma è sempre il nostro ineffabile Miéville. Gli ultimi giorni della nuova Parigi sta tra fantasy e sci-fi, new weird e steampunk, ma è in definitiva, e soprattutto, surrealista. Anzi, surreale.

(Il mio contributo ai consigli per l’estate de L’Indiscreto)


Micro (non) fiction

1.
Il racconto più breve? Sei parole.

(Esempio di micro-non-fiction in 6 parole)

2.
Qui si parla di due libri di narrativa breve, o molto breve, usciti negli scorsi mesi: Microfictions di Régis Jauffret (Clichy, traduzione di Tommaso Gurrieri) e Tutti i nostri corpi di Georgi Gospodinov (Voland, traduzione di Giuseppe Dell’Agata). E grazie a loro, attraverso di loro, di molti altri libri, altri autori, altre forme che hanno a che fare in qualche modo con la narrativa breve, molto breve, brevissima.

3.
Qui si parla di narrativa breve brevissima, e per quella particolare forma di pigrizia che si chiama mimesi, se ne parla in maniera frammentata, con dei paragrafi che potrebbero essere racconti brevi, se non fosse che difettano del carattere narrativo, e quindi sono… saggi brevi, micro-non-fiction, flash theory? D’altra parte se il romanzo può contrarsi, restringersi all’essenziale e diventare racconto, perché non può fare altrettanto il saggio? (e nel caso, cosa diventa, aforisma? Mi sovviene che uno dei vertici più alti del pensiero occidentale, il Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein, consta di brevi proposizioni, flash theory, e ora ho paura).

4.
Cos’è un racconto? Sarebbe logico partire da qui, ma con la promessa di non farla troppo lunga o difficile – d’altra parte non siamo tra critici letterari o teorici di narratologia. Dunque un racconto è, dovrebbe essere, uno scritto di contenuto narrativo e di dimensioni ridotte. Lasciamo da parte le tentazioni qualitative e atteniamoci per il momento al lato quantitativo: il racconto è una cosa piccola. Okay, ma quanto piccola? Raymond Carver – che non è il mio raccontista preferito ma insomma, un po’ ne sapeva – spiegò che lui si era specializzato nella forma breve perché era l’unica che gli consentiva di sedersi con un’idea, scriverla e avere la ragionevole certezza di portarla a termine. Quindi, il racconto è quel pezzo di narrativa che si può produrre nell’ambito di un’unica sessione di scrittura. Lato lettore, perché lettori siamo, estenderei il metodo e direi che il racconto è quel pezzo di cui si può fruire nel corso di una sola sessione di lettura. Questo dovrebbe portare a escludere degli scritti che sono nella communis opinio racconti, ma che a mio parere ci azzeccano poco: le (bellissime) spataffiate di Alice Munro, 50-70 pagine, hanno poco a che fare con la short story, sono più dei romanzi brevi, per comodità editoriale radunati quattro o cinque alla volta in un volume. E così, non sono racconti (secondo me, ripeto, è opinione minoritaria) Giro di vite di Henry James, che per molti è addirittura “il più bel racconto mai scritto”, e Casa d’altri di Silvio D’Arzo, che parallelamente è spesso definito “il più bel racconto del 900 italiano”, o “il racconto perfetto” (Montale, addirittura). (Oh, poi è chiaro che uno in una sola sessione di lettura può sciropparsi ben più di 45 pagine, ma insomma, ci siamo capiti.)

5.
Il guaio delle classificazioni è che quando ci si appassiona, non se ne esce più fuori. E allora, se uno è amante dei racconti brevi, e ne legge tanti, si accorgerà che la differenza, l’abisso che sta tra un racconto breve (short story) e un racconto lungo (o romanzo breve, o novella), non è di tanto superiore allo spazio concettuale che separa un racconto breve da un racconto moltobreve: tra, poniamo le 22mila battute de Il giardino dei sentieri che si biforcano di Jorge Luis Borges e le 6mila de Le mura di Anagoor di Dino Buzzati. La quantità ricade sul contenuto, la forma è sostanza, le dimensioni contano: influiscono sul tono, sullo sviluppo narrativo, sulla possibilità stessa di narrare “fatti” – qualsiasi cosa si intenda con questa parola. C’è quindi una short story (10-20 pagine, elastiche) e un formato più ristretto, 2 o 3 pagine, che potremmo chiamare microfiction.

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Theory fiction all’italiana

Negli ultimi anni s’è fatto un gran parlare di theory fiction, anzi l’espressione è diventata l’ultimo passe-partout concettuale, la buzzword del momento, almeno all’interno di una certa bolla speculativa. Ma che cos’è precisamente la theory fiction? Non è facile dirlo. D’altra parte, con le formule icastiche, scivolare è un attimo: basta girare le parole e subito escono fuori declinazioni più tradizionali: theory of fiction, o fiction theory, insomma “l’indagine teorica sulla narrativa”, qualcosa che sta tra la critica letteraria e l’analisi narratologica strutturalista. Di theory fiction ultimamente si è parlato soprattutto in relazione a Ballardismo applicato di Simon Sellars (sull’Indiscreto spunto per un ragionamento di Gianluca Didino), ed è indubbio che questo magmatico oggetto letterario mescoli teoria e finzione in modo innovativo. Fortuna che c’è chi ha fatto il lavoro per noi: Flavio Pintarelli, ad esempio, si è chiesto “Che cos’è la theory fiction?” (su Not ). Scopriamo che non ce n’è una ma varie: la poetic theory (Ligotti, Virilio) e la narrative theory (Serres), la sci-phi (Ballard, LeGuin) e la theoretical fiction (Borges, Preciado, Sarah Kane). Non un genere, sintetizza Pintarelli tramite Sellars, ma “un’attitudine che appare al termine di un processo per cui, di fronte al caos inesplicabile del mondo moderno, la teoria perde qualsiasi capacità di spiegazione e la sua forma canonica si perde, si spezza e reagisce deformandosi o colando attraverso altri generi di scrittura”.

D’aiuto ci è anche Claudio Kulesko, che abbatte i confini non solo tra i generi letterari ma tra forme espressive stesse: “Con theory-fiction si intende un arcipelago (più che un genere), narrativo che, muovendo da determinate condizioni attuali − politiche, economiche, ecologiche o sociali − immagina e tratteggia mondi e futuri possibili, esplorando e, appunto, teorizzando motivi, modalità e conseguenze delle vicende descritte in un’opera, offrendone al tempo stesso un ‘assaggio’ fenomenologico – offrendo, cioè, al fruitore la possibilità di immergersi tramite uno o più avatar in questi micro-universi d’esperienza. Sotto questa categoria dai contorni sfumati ricadrebbero tanto la quantum fiction di De Lillo, quanto Blade Runner o l’album Man-machine dei Kraftwerk; tanto Death Note quanto il classico del videogaming Metal Gear Solid (a mio parere, una delle più intense riflessioni sul tema della guerra mai prodotte)”. Quindi, abbiamo un doppio movimento: da un lato una saggistica che non ce la fa a rimanere tale, nell’empireo della pura e sistematica teoria, per cui sfrutta gli stilemi tipici della finzione: invenzione, ricerca linguistica, intersezioni autobiografiche. Dall’altro, una fiction – guarda caso, soprattutto di genere, quindi un tempo letteratura di serie B – alla quale le maglie della narrativa, il semplice plot, stanno strette, e che si lancia in riflessioni teoriche. Ancora Pintarelli: “È ancora Mark Fisher a indicarci la strada quando, sulla scorta di Baudrillard, nota che il divenire finzione della teoria è necessariamente accompagnato dal divenire reale della finzione. Iperstizione dunque. Un doppio movimento che dissolve l’opposizione tra la teoria come modellizzazione e l’invenzione finzionale come creazione di mondi. È in questo senso che la theory fiction si mostra come il tentativo di elaborare una forma di scrittura capace di essere all’altezza delle sfide poste da un mondo in cui la forma computazionale del pensiero è diventata la forma culturale egemonica”. (En passant, sia Pintarelli che Kulesko, lui addirittura nel titolo, parlano di iperstizione, altra buzzword, che dovrebbe indicare la profezia che si autoavvera ma, se ho capito bene, elevata a sistema.)

Ora, il brutto delle buzzword è che s’infilano nei meandri del cervello tipo i tormentoni dell’estate, e ti spuntano fuori anche dove non ci azzeccano niente. E il bello qual è? Lo stesso. Ho iniziato a trovare dei collegamenti sotterranei, dei tratti comuni, tra vari libri che stavo leggendo nei mesi scorsi, prima e durante la peste. Libri di autori che c’entrano poco l’uno con l’altro – per età, milieu, stile – ma che a me facevano risuonare in testa la formula magica: theory fiction. In un senso particolare però, opposto rispetto alla theoretical fiction: non una saggistica che adotta stili e tecniche della narrativa, ma una narrativa che usa strumenti e soluzioni tipiche dell’analisi teorica. Uniche cose in comune tra questi libri, la definizione (lasca) di romanzo, il provenire da autori italiani. Perciò mi è venuto “theory fiction all’italiana”, sulla scorta della commedia all’italiana: come quella era un passo oltre la commedia leggera, rispetto alla quale introduceva note di fondo amare e satira di costume, così questa è – no niente, il paragone non regge, semplicemente mi piaceva il titolo.

Ecco allora un breve giro in quattro libri, con due avvertenze: 1) di essere accostati sotto tale insegna gli autori, almeno la maggior parte, si stupiranno se non peggio; 2) la lista è eterogenea e parziale – non viene da un critico letterario, ma da un lettore, un giornalista perso nella metafiction – e perciò aperta; magari in futuro verrà ampliata, magari non da me.

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Autonomi dell’editoria, la sfida di Redacta parte dalle tariffe

C’è una categoria che sta più inguaiata di quella dei giornalisti? (Giù le pistole, parliamo pur sempre di professioni intellettuali nel primo mondo, lo so anch’io che non siamo paragonabili ai bambini congolesi schiavi nelle miniere, ma appunto).

Così a occhio, direi i cugini dell’editoria libraria. Editor, correttori di bozze, traduttori: anche loro colpiti da una doppia crisi, diventata ormai endemica. Da un lato la situazione generale, da 30 anni in qua: la precarizzazione, lo smantellamento del welfare e delle strutture aziendali, la creazione di un metodo basato su rapporti di lavoro liquidi, in cui l’autonomia è una condizione subìta, non scelta, e le relazioni sono sempre sbilanciate.

Dall’altro, lo specifico editoriale: un mondo traballante, che da sempre si regge su passione e dedizione più che sulle intenzioni di profitto – bella cosa, per carità, ma che spesso pone gli editori, medi e piccoli in particolare, nella doppia posizione di sfruttati e sfruttatori, innanzitutto di sé stessi.

Nell’ambito di Acta, associazione di freelance che in generale si occupa di questi temi da quindici anni, è nata da circa un anno Redacta, sezione specificamente dedicata all’editoria. Che proprio in questi giorni ha lanciato il suo sito autonomo, dove ha pubblicato il “Manifesto redactiano”.

Rimandiamo quindi a questi link per farsi un’idea dei contenuti e delle intenzioni, mentre qui approfondiamo alcuni aspetti con Mattia Cavani, membro di Redacta e del Consiglio direttivo di Acta.

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La vera novità del giornalismo: riflessioni a partire dal sondaggio Acta – Slow News

Per un giornalista, parlare di giornalismo dovrebbe essere la cosa più facile del mondo. E invece, c’è sempre un quid di reticenza, o meglio di resistenza: la stessa che mi ha portato a procrastinare per vari giorni la stesura di questo articolo.

È una perplessità soggettiva, innanzitutto, una remora: il timore di essere troppo coinvolti, un residuo scrupolo nei confronti di quello che una volta si chiamava conflitto d’interessi, un’eco della massima tramandata dai vecchi maestri per cui “le fatiche del cronista non fanno notizia”, e che decenni di personal essay e gonzo journalism hanno scalfito ma evidentemente non espulso dal super-io.

C’è poi un ostacolo oggettivo: il fatto che per riflettere su noi stessi e la nostra professione, usiamo gli stessi strumenti (la parola scritta o orale) e gli stessi media (testate cartacee e online, blog, radio e podcast, tv e video, social) che usiamo per svolgere la nostra professione; cosa che un ingegnere e un pittore, un musicista o un chirurgo, non fanno. Ci si sente un po’ come il fotone della meccanica quantistica, che illuminando ciò che deve studiare, siccome ne condivide la natura, inevitabilmente lo distorce.

Il risultato? I due estremi: o una eccessiva timidezza, il relegare macro questioni nelle 15 righe di comunicato del C.d.r. a pagina 42; oppure una esagerata autoreferenzialità, che allargando troppo il discorso lo annacqua, e contemporaneamente rende ancora meno credibile la categoria.

(continua su CheFare)