La Zona è la Zona, e Geoff Dyer è il suo profeta

Geoff Dyer è un visionario. Riesce a vedere la possibilità di un libro dove altri tirano fuori tutt’al più un articolo, un post su Facebook, una chiacchiera al bar (che poi è la stessa cosa). Ognuno ha il suo libro cult di Dyer: chi ama la musica – io tra questi – impazzisce per le storie così vere da sembrare finte, o viceversa, di Natura morta con custodia di sax, uno dei più bei pezzi sul jazz e di jazz che siano mai stati scritti, secondo forse solo al Persecutore di Cortázar. Altri preferiranno i reportage narrativi come Un’altra formidabile giornata per mare, lo sguardo laterale sulla fotografia de L’infinito istante, le divagazioni geografiche e mentali di Sabbie bianche.

Sicché quando finalmente è arrivato in Italia Zona (per il Saggiatore, traduzione di Katia Bagnoli), la curiosità di capire come fosse fatto era a mille. Il tema di Zona infatti è Stalker, il film del grande regista russo Andrej Tarkovskij: pellicola misteriosa, impegnativa e affascinante come poche. Bene, un libro su un film. Non che sia una novità assoluta, eh: ci sono libri che parlano di un quadro, di un’opera teatrale, di un film, persino di un altro libro. Ma insomma dal nostro amico Geoff ci si aspettava qualcosa di diverso, di originale. E invece. E infatti.

Zona inizia raccontando la prima scena di Stalker. E poi, prosegue descrivendo le scene successive di Stalker. Se uno non l’ha visto di fresco magari non ci fa subito caso, ma prima o poi la consapevolezza arriva. È una vera e propria sinossi, l’occhio dello scrittore è quello dello spettatore del film, mentre sta guardando il film. Banalissimo. Assurdo. Eppure, a pensarci bene, un libro del genere non si poteva fare in altro modo che questo. O forse, uno come Geoff Dyer non lo poteva fare in altro modo.

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Enard e la letteratura dalla parte del male

Che leggiamo a fare? Per divertirci, distrarci, tentare una momentanea evasione dalla rete che ci stringe (tu balza fuori, fuggi!), dall’orrore universale in cui siamo immersi. O al contrario per imparare a viverci, tentare di capirlo, dargli un senso. Raramente cerchiamo un intento morale, una lettura edificante: questo è più spesso lo scopo di chi scrive, meno di chi legge. Poi ci sono libri che rovesciano del tutto la prospettiva, mettendo in scena il male, ma in un modo che getta in crisi il lettore, ponendo nell’imbarazzo il suo senso etico. Uno di questi è La perfezione del tiro di Mathias Enard, da poco uscito per le Edizioni e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah.

Si tratta del primo romanzo dello scrittore francese, autore di bestseller e vincitore di premi, ed è molto diverso dai libri che lo avrebbero reso famoso, anche se mostra un controllo della scrittura e della trama già maturo. Leggere libri come Bussola Zona è come salire su un ottovolante: dal punto di vista dello stile, perché Enard è capace di costruire periodi lunghissimi, una pagina e oltre, ma lisci e piani, che non ti fanno arrivare alla fine con l’affanno, al contrario con una serena ammirazione: come cavolo hai fatto a portarmi fin qui? E nei contenuti poi: salti continui tra fatti e riflessioni, tra le epoche e le civiltà passate, tra un posto e l’altro della terra, tra le guerre e gli aneddoti sulla vita di Beethoven. Qui, niente di tutto questo: La perfezione del tiro quasi mantiene l’unita di tempo, luogo e azione; è breve, dritto e secco come una fucilata.

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Questo pomodoro ti spiegherà come funziona il capitalismo

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Ci voleva una strage, dodici braccianti africani morti in un incidente stradale in Puglia, per richiamare l’attenzione su condizioni di lavoro, e vita, che non sono tanto differenti dalla schiavitù: mancano solo le catene di ferro in senso materiale (e non sempre).

Ci vuole sempre una strage, e uno è persino tentato di dire ben venga, il sacrificio di vite umane (basta che si tratti di vite che non sono la mia), se serve a far capire qualcosa, a cambiare qualcosa. Addirittura il ministro dell’ordine pubblico, che se i negretti non stanno dietro al grilletto di solito tacet, ha fatto la voce grossa, ha detto caporali ha detto sfruttamento ha detto mafia. Allora uno dice vedi, menomale, anche lui farà qualcosa di buono come quell’altro, sgomineremo il caporalato. Perché la colpa è dei caporali, no? No.

I caporali di fatto sono la penultima ruota del carro: sono quelli che provvedono alla logistica, diciamo così, in una situazione senza regole e organizzazione. Dal reclutamento per il lavoro a giornata, tutti in fila prima dell’alba tu vieni tu no (uh? Come nell’ottocento? Sì, proprio come nell’Ottocento), al trasporto per e dai campi, fino alla sistemazione per la notte, baracche a 5 stelle com’è noto. Perché non vanno ai centri per l’impiego? Magari al contrario di quello che si dice, qualche italiano che questi lavori li vuole ancora fare c’è, che ne sai, e sta iscritto al collocamento. Non ci vanno perché sanno che i proprietari delle terre offrono poco e niente, qualche euro a giornata, se non qualche centesimo a quintale, e quindi a fare la raccolta ci può andare solo chi è veramente disperato. Ah, ok. Allora la colpa è dei proprietari terrieri, no? No.

I proprietari delle terre – che sarebbe eccessivo chiamare agricoltori anche se spesso godono delle agevolazioni e delle sovvenzioni destinate ai coltivatori diretti, ma sarebbe forse ingeneroso definire latifondisti – sono costretti a cercare di pagare tutti il meno possibile, perché i loro margini di guadagno sono bassi, e si riducono sempre di più. Infatti nella maggior parte dei casi i venditori non possono stabilire i prezzi, ma li subiscono. Sembra strano ma è così, di solito chi vende una cosa la mette a un certo prezzo, ma qua è il contrario.

Dipende dalla particolare situazione: in ogni zona esistono poche, o addirittura una sola industria di trasformazione (quella che fa i pelati per capirci). Quella arriva da te e dice oggi per un quintale di pomodori non ti do più 2 euro, te ne do uno. Non ti sta bene? Non compro. E i pomodori ti marciscono in casa. In economia si chiama monopsonio, fa ridere ma è il contrario del monopolio, dove c’è un solo venditore, qua c’è un solo compratore, e può essere anche peggio. Allora, evviva, la colpa è dell’industria, no? No.

L’industria a sua volta è schiava della GDO. Se il nome non ti dice niente, sappi che è quella che ti mette in tavola il 90% delle cose che mangi. È la Grande Distribuzione Organizzata, quella che fa da intermediario tra l’industria e il venditore diretto, ovvero i supermercati e le catene. La GDO fa esattamente come fa l’industria con gli agricoltori, anzi peggio. Il meccanismo è quello delle aste, perché i venditori sono tanti e il compratore è uno: e sono aste al ribasso, o al doppio ribasso. Che senza entrare nei dettagli tecnici, già il nome fa paura. Quindi, eureka, la colpa è della GDO, no? No.

La GDO,  poverina… No aspetta, rifacciamola. La GDO sostiene che lei, poverina, non può farci niente. È il mercato che è cattivo, perché e questo che vuole la gente, dice, un po’ come dicono i direttori di palinsesto della tv spazzatura. Solo che mentre lì la qualità può essere un elemento opinabile, qui alla fine c’è una sola cosa che conta, ed è misurabile: il prezzo. Come faccio a metterti i pelati a 29 cent, quando quello è un altro poco il costo solo della lattina vuota? Come faccio a mettere il supermercato in condizione di farti l’offerta, la superofferta, il 3×2, il sottocosto? Allora, eccoci arrivati: la colpa è tua, no?

Eh no, dai. No. Non voglio mica scaricarti addosso il peso di tutto. Perché è vero, come dice Stefano Liberti su Internazionale, che “quando noi compriamo sottocosto, c’è sempre qualcun altro che quel costo lo sta pagando”. Però come faccio a darti la colpa, quando so che non arrivi a fine mese, tra il lavoretto in agenzia e la pensione d’invalidità della nonna, e l’offertona della pummarola in lattina ti risolve il problema della cena. Oppure, anche se a fine mese ci arrivi sereno, mica puoi sempre comprare dal biologico o dal contadino, è vero che la qualità si paga ma a te sinceramente quel sugo dell’ipercoop t’è sembrato buono uguale a quello del gruppo d’acquisto solidale, se non meglio. E poi uno si deve rilassare almeno quando va a fare la spesa, mica puoi sempre stare nel mood fa’ la cosa giusta.

E allora? Di chi è la colpa? Di tutti. E di nessuno. Perché è proprio così che funziona questo sistema economico. Il capitalismo non redistribuisce le ricchezze, redistribuisce le colpe. Frammenta le responsabilità, fino a ridurle in pezzettini così piccoli da essere invisibili, irrilevanti. E poi dà un pezzettino a ognuno, ognuno se lo guarda, il suo frammento, e dice, io? Ma figurati. E ha ragione. E ha torto. E ha ragione.

Di chi è la colpa? Del sistema, si sarebbe detto una volta. Ma il sistema è solo un concetto astratto, un modo di dire, una metafora, un’invenzione dei noglobal sessantottini, il Sistema non esiste, ahahaha, ciao, vado a farmi una pasta al pomodoro.

(articolo uscito su Minima&moralia il 9 agosto 2018)


Marco Ciriello, autobiografia di Napoli

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Napoli non è una città. È un’idea, una fantasia, un sogno (un sonno). Inferno televisivo per chi non c’è mai stato, purgatorio quotidiano per chi ci vive, paradiso perduto per chi se n’è dovuto andare.

Marco Ciriello è quello che si definisce uno scrittore prolifico, e polimorfo: quanti libri ha scritto, nell’ultimo decennio all’incirca, forse non lo sa neanche Ibs.it, figuriamoci lui. (È anche uno che non se la tira: ha pubblicato per le case editrici più assurde e sconosciute.) Ma, tra i multiformi temi, uno ricorre: Napoli. La Domitiana de Il vangelo a benzina, la religione e il cibo (la religione del cibo) in SanGennaroBomb. E ora questi due, usciti a poca distanza uno dall’altro (l’ho detto che scrive tanto, il ragazzo): Un giorno di questi, per Rubbettino, e Maradona è amico mio, per 66thand2nd.

È come se Ciriello, invece di dedicare uno sforzo titanico alla costruzione di un’opera mondo sulla sua (e mia) città, stesse assemblando nel corso degli anni, più o meno consapevolmente, un mosaico: tessera dopo tessera, un autoritratto di Napoli a rate. Tanto che mi fa venire in mente quell’artista – descritto da uno scrittore cileno – che passa tutta la vita a dipingere una raffigurazione dell’universo, e lo riempie di particolari, di città di animali di battaglie, e quando ha finito, il quadro e la vita, lo guarda e si accorge che non ha dipinto altro che un’immagine del proprio volto. Ma forse mi sto confondendo, tra Napoli e Ciriello.

(conitnua su Esquire)


Ma allora la gente non è davvero cattiva?

Le foto dei migranti sbarcati sulla spiaggia di Crotone e soccorsi dai bagnanti, ieri sono state molto condivise. E ri-condivise. E condivise ancora. Con evidente sollievo. Il sottotesto, neanche tanto latente, era: allora vedi, le persone non sono davvero così cattive. Fanno i leoni da tastiera, fanno buh e bah sui social, ributtiamoli a mare, gli africani fingono di morire, e altre sconcezze. Ma poi alla prova dei fatti, un cuore grande così. Italiani brava gente, il solito refrain.

La cosa sembrerebbe trovare pezze d’appoggio reali. Perché a stare nel mondo virtuale, c’è da aver paura sul serio. Negli ultimi anni l’escalation è stata impressionante. Protetti dal filtro dello schermo, dalla distanza fisica, e spesso dall’anonimato, si scatenano i peggiori istinti: devi morire, ti deve stuprare un branco di ne*ri.

Ho appena finito di leggere La festa nera di Violetta Bellocchio (ne parliamo diffusamente qui), una distopia horror/fantascientifica ambientata in un futuro molto prossimo, in un mondo allo sfacelo: una via di mezzo tra Black Mirror e Cannibal Holocaust, per intenderci. Insomma una cosetta non proprio rasserenante, piena di profezie angosciose e immagini truci. Ma vi assicuro che in tanto orrore profetizzato, la parte che mi ha fatto stare più male è quella per così dire verista: lo shit storming, la tempesta di insulti e minacce che distrugge letteralmente la vita delle protagoniste.

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10 libri di racconti da portare in vacanza

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È un buon momento per il racconto? Può essere. Ogni tanto ce lo ripetiamo, noi appassionati del genere: per confortarci, consapevoli di essere nicchia dentro una nicchia (i lettori). Ce lo diciamo quando nasce una casa editrice specificamente dedicata alla forma breve, quando vince il Nobel una scrittrice di racconti (Alice Munro, che però fa quasi dei romanzi brevi), quando sembrano proliferare le riviste di narrativa online, e persino quando a prendere un premio è un romanzo che però è firmato da uno che prima scriveva sempre racconti (George SaundersLincoln nel Bardo). Perché, ammettiamolo: non è mai un buon momento per il racconto. Soprattutto in Italia, estranea alla tradizione della short story americana, e ferma alle novelle verghiane o poco più: se è vero che nel 1958 Buzzati vinceva addirittura lo Strega con Sessanta racconti, è vero pure che sono passati sessanta anni, e oggi quasi tutti gli editori si farebbero esplodere piuttosto che usare la parola-con-la-R: non solo nel titolo, non solo sulla copertina, ma anche nelle schede e nei comunicati stampa – per la maggior confusione di operatori del settore e lettori.

E però. L’estate è tempo di lettura e di relax. E di letture rilassate. Magari brevi, sufficienti a coprire il tempo tra un tuffo e l’altro. Perciò ecco qui consigliati 10 libri di racconti: i primi 5 di quest’anno, gli altri 5 di qualche anno fa. Lista per forza di cose parziale, e soggettiva: vi troverete infatti una spiccata predilezione – che è la mia – verso il racconto fantastico, e verso la forma brevissima. Che secondo me sono, dovrebbero essere, le caratteristiche obbligate del racconto tout court. Ma di questo magari si dirà un’altra volta. Intanto buona lettura, e buona estate.

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Siamo tutti razzisti?

“Terroni di merda!”

“È finita la pacchia!”

“Senti che puzza / scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani”

Io lo so cosa state pensando: ecco, un pezzo di attualità politica, il solito pezzo di attualità politica, la polemica, anzi la polemichetta. E invece no. Questo pezzo nasce dallo stupore che ho provato quando mi sono trovato davanti a una frase scritta nel 1940, e dalle conseguenti riflessioni che arrivano a scavare nelle radici preistoriche di certi comportamenti. Attualità, come vedete, poca. Polemichetta, forse.

La frase è la seguente:

Come, hai preso il mio coadiutore per un napoletano! Che bestemmia! È mai venuto fuori da quelle parti, in quanto a geni politici, qualcosa che non sia un vile intrigante? Non trasuda forse, lui, Firenze da ogni poro? E non ricordi Palazzo Gondi, a Firenze, in piazza della Signoria, un po’ in fondo a sinistra guardando il Palazzo della Signoria? È quasi disadorno, ma bellissimo. L’abate napoletano di cui parli tu è, suppongo, l’abate Galliani; di lui ho letto solo alcuni estratti di lettere; ma sono più che sicura che somigliava a ben poco a Retz.

Ma chi l’ha scritta? È stata Simone Weil, la grande pensatrice, una delle menti più brillanti e stravaganti del 900. Lo ha fatto in una lettera al fratello André, insigne matematico, che all’epoca si trovava in carcere perché renitente alla leva (“ritengo mio dovere fare il matematico, non la guerra”). La corrispondenza tra i due è stata pubblicata di recente da Adelphi, in un librino che si chiama L’arte della matematica, nell’edizione italiana curato da Maria Concetta Sala. Un libro smilzo e pieno di meraviglie, di quelli che per ogni pagina potresti stare a pensare per una giornata.

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Il sanscrito, l’algebra babilonese vs la geometria greca, la politica dei cardinali a corte nel ‘600, la fisica e l’epica: questi gli argomenti, questo il tono dei discorsi tra i due. Simone Weil è capace di condire le sue lettere con disegni di triangoli e dimostrazioni matematiche; ma il suo è sempre un meta-discorso: come quando fa discendere dalla scoperta dell’incommensurabilità tra il lato del quadrato e la sua diagonale (il problema più noto come “quadratura del cerchio”, che secondo la leggenda venne tenuto segreto dai pitagorici perché scalfiva la perfezione dell’universo) una serie di conseguenze prima filosofiche e poi politiche, che sfoceranno nel crollo della civiltà greca.

Perciò Simone scrive al fratello: visto che di tempo libero nei hai, perché non mi spieghi a cosa lavori, su cosa si stanno spaccando la testa i matematici contemporanei? E André, che pure doveva essere un bel tipino, uno che nelle pause di lavoro si rilassava leggendo Balzac, non si fa incantare da cotanto sfoggio di cultura e replica: tentare di spiegare il mio lavoro a te, come a tutti i non addetti, sarebbe come far ascoltare una sinfonia a un sordo. Tié. Ma poi ne parla eccome: e in termini che rendono la lettura al profano non solo possibile, ma proficua – in termini artistici, da cui il titolo.

Bene. Com’è possibile allora che due delle migliori menti della loro generazione, un rigo dopo aver fatto acutissime osservazioni sulla misurazione delle piramidi, cadano in generalizzazioni come “napoletano = vile ed intrigante”? Stiamo parlando di ottanta anni fa, non ottocento o ottomila; di evo moderno, e di una epoca travagliata e oscura in cui uguaglianza e libertà venivano messe in discussione, e nessuno può testimoniarlo meglio di Simone Weil, che avrebbe sacrificato non solo il proprio pensiero ma la propria stessa vita. Eppure. Eppure anche André, in un altro scritto, avrebbe affermato:

Continuo sempre la lettura del cardinale… può essere anche simpatico, ma non si combina niente di grande con una mente così contorta. Ho fatto inorridire mia sorella quando le ho domandato se fosse originario di Napoli; sembra invece che i Gondi venissero da Firenze. Non possiede però lo spirito fiorentino, che è semplice e grande. Rimango dell’idea che nelle vene debba aver avuto sangue meridionale (intendo dell’Italia del Sud, ovviamente).

La domanda quindi è semplice: il razzismo è inevitabile? Il quesito è in qualche modo complementare a quello che qui Fabio Deotto ha sollevato partendo dal film Suburbicon di George Clooney: il razzismo è inconsapevole? Ora invece ci chiediamo: se anche una open minded come Simone Weil scivola nel pregiudizio razziale, che speranza c’è? Siamo tutti razzisti?

(disclaimer: non ho tanti amici neri, ma quei pochi mi perdoneranno se oso accostare uno stereotipo all’altro, una discriminazione all’altra. Napoletani e afroamericani non sono la stessa cosa, chiaro; ma ricordiamo che proprio per colpa dei meridionali, gli italiani che tra 800 e 900 emigravano in America non erano classificati come razza bianca ma “negroide”.)

(continua, in una versione modificata, su Esquire)