Così filtravano. La meravigliosa storia dello specchio Claude, Instagram prima di Instagram 

Torneremo a viaggiare, prima o poi. Torneremo a contemplare panorami stupendi, torneremo rimirare siti archeologici sbalorditivi. E torneremo a guardare male i “turisti”, quelli che rovinano tutto con i loro comportamenti inopportuni. In particolare, quelli che non si sanno godere l’attimo, non vivono nel presente, ma stanno costantemente con un aggeggio – macchina fotografica o smartphone che sia – in mano. O quelli che osano pensare di migliorare la perfezione della Natura con un filtro Instagram. Torneremo a lamentarci dei tempi moderni, senza sapere che tutto questo è già successo una volta.

La storia dello specchio Claude è una storia di arte e tecnologia, turismo e politica, natura e cultura. Soprattutto, è una storia molto curiosa e poco conosciuta: vale la pena raccontarla.

Tutto inizia con Claude Gellée o Gelée, nella nativa Francia detto anche “le Lorrain”, da noi italianizzato in Claudio Lorenese, e in Inghilterra noto semplicemente come Claude. Era un pittore del XVII secolo (nacque nel 1600 e morì nel 1682, a Roma) attivo fin da giovanissimo in Italia, considerato “il maestro nel genere del paesaggio ideale”. Ritraeva paesaggi in una luce soffusa, crepuscolare, e rovine di epoca romana che si stagliavano nella natura selvaggia. Tutta un’estetica artificiosa e un po’ decadente, che piaceva tanto, all’epoca, e ancora di più nel secolo successivo. Tanto che qualcuno s’inventò questo specchietto portatile, che rendeva la realtà simile a un dipinto di Claude Lorrain: di qui il nome di specchio Claude.

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Cibo

Il cibo è arte? O meglio, il cibo può essere arte? La domanda mi appassiona da sempre, no non è vero, non me n’è mai fregato granché, ho cercato di sfuggirla più che ho potuto, fino a che non me l’hanno posta direttamente, e allora sono stato costretto a pensarci.

Il fatto è che qui vorrei parlare, di tanto in tanto, anche di cibo. Perché la gastronomia è vita quotidiana e politica, innovazione tecnologica e cultura; più banalmente, perché è uno dei campi in cui sono un po’ meno ignorante. Sono ignorante assai in arte, l’ho detto subito, dal punto di vista tecnico; ma il discorso sull’arte incrocia il discorso sul mondo, in ogni suo punto: compresa la tavola.

Perciò, quando un collega mi ha chiesto – e non facendo due chiacchiere al bar di Facebook, ma addirittura per un’intervista – se per me l’alta cucina, il cosiddetto fine dining, fosse un’arte o meno, la prima cosa che mia venuta in mente è stata: ma che cavolo (pun intended) ne so, io. La seconda cosa che mi è venuta in mente, è stata un’espressione: “arte plastica effimera”. E gli ho scritto quanto segue.

Arte plastica effimera. Queste tre semplici parole furono un’agnizione, mi aprirono una visuale completamente diversa, quando le sentii la prima volta da Piercarlo Grimaldi, antropologo culturale ed ex rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche. Lui in verità parlava del pane, e di altre forme di elaborazione gastronomica tradizionale, come gli agnolotti del plin, dove la manualità artigianale sembra toccare vette estetiche elevatissime. E allora, se si può parlare di arte per i cibi popolari, a maggior ragione si dovrebbe per il fine dining, no?

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Piacere, e AD10S

Io non so nulla di arte. Davvero, non è falsa modestia: non sono affatto un esperto, anzi si può dire che di arte non ci capisco un’acca. Non so neanche cosa sia, l’arte. E d’altro canto, chi è che lo sa, con precisione? Chi potrebbe definire l’arte? All’arte si adatta perfettamente quello che Sant’Agostino diceva del tempo: se nessuno me lo chiede, so che cos’è; se dovessi spiegare a chi me lo chiede, non lo so più. È arte una venere paleolitica, o è solo religione? È arte un pisciatoio rovesciato, o è solo provocazione? È più arte quella di Manzoni o quella di Manzoni? L’arte è nell’occhio di chi guarda, o nella mano di chi crea? Questioni spinose, e annose (e anche un po’ noiose). Dare una risposta non è impossibile: è inutile. Ma soprattutto non chiedetela a me: ve l’ho detto che non sono un esperto. Bene, ma allora che ci stai a fare qui? Ve lo dico subito.

L’arte mi appassiona, mi interroga – come tutte le cose che non capisco, proprio perché non le capisco – mi riguarda. Soprattutto l’arte astratta, le avanguardie, il contemporaneo, il concettuale, il performativo, l’immersivo: quelle cose cioè che stanno sul confine, forse proprio perché sono opere ibride, più da pensare che da guardare. E mi stupisce che siano quelli ignoranti come me ad avversare certa arte, a dire “lo potevo fare anch’io” invece di “lo capisco anche io”, parla di me.

Se l’arte ha un confine, una border line, è però una frontiera porosa, permeabile, è una linea mobile, elastica. L’arte può fagocitare qualsiasi cosa del mondo, anche la più refrattaria; e qualsiasi cosa al mondo può invadere il campo dell’arte. In queste righe, in questa rubrica che si chiama appunto Art Border Line, arrivo come un outsider, come un esule, come un alieno: mando dispacci dall’altro lato del confine.

Maradona (getty)
Maradona (getty)

In questi giorni, gli ultimi di un anno spietato, il mondo sta piangendo la scomparsa di un grande artista. Un genio, dotato di tecnica straordinaria e inventiva sublime. Un personaggio controverso e contestato, dalla vita piena di errori ed eccessi, sopraffazione e autodistruzione, come Caravaggio, come De André, come Burroughs. Un reietto che si è riscattato, uno degli ultimi che è diventato primo. Un capopopolo, un simbolo, un mito. Diego Armando Maradona.

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Pauillac

Un detto dal sapore un po’ fascista, un po’ motivazionale cheap (ma qual è la differenza?*) recita: Il perdente trova sempre una scusa, il vincente trova sempre una strada.

Quando a fine 2017, in pieno periodo di furia iconoclasta post #metoo – ma il metoo è una cosa seria, capperi – in piena fase di caccia alle streghe, si parlò tra i vari artisti anche di Balthus, il disturbante Balthus, il quasi pedofilo Balthus – ma missing the point alla grandissima, che una cosa è condannare chi approfitta del potere per estorcere sesso (Weinstein), altra è boicottare l’arte di chi nella vita ha avuto comportamenti non proprio irreprensibili (Caravaggio, Allen?), altra ancora censurare a posteriori un quadro di 80 anni fa che oggi (ma non all’epoca?) istigherebbe ad azioni illegali e immorali – e si propose quindi addirittura di rimuovere dal museo la Therese che sogna, quando è successo tutto questo non mi pare che sia stato ricordato un caso molto simile che 25 anni prima vide come protagonista sempre il conte polacco.

La storia inizia in realtà nel 1945, quando un altro nobile, il barone Philippe de Rothschild, titolare dell’azienda vitivinicola Château Mouton Rothschild, nella pregiatissima zona del Medoc, cuore del bordolese, ebbe la brillante idea di far disegnare l’etichetta di ogni annata a un grande artista. E quindi si avvicendarono Braque, Dalì, Mirò, Chagall, Picasso, Kandinsky, Andy Wahrol, Francis Bacon… Attenzione, non illustrava i vini con riproduzioni di quadri esistenti, chiedeva proprio a loro di fare l’artwork, parlandoci da vivi, pazzesco neh. Insomma nel 1993 è la volta di Balthus, che tratteggia una delle sue ragazzine, con un accenno delicatissimo a matita, un bianco e nero quasi impercettibile eppure inconfondibile, come dice ancora oggi il sito della cantina “une adolescente au regard absent, à la grâce perverse et fragile”. Ma negli Stati Uniti il Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms disse che no, non andava mica bene, okay l’alcol il tabacco e le pistole, ma una ninfetta proprio no.

Château Mouton doveva quindi sostituire l’etichetta, e come fece? Altro colpo di genio, ci mise: niente. Lo sfondo dell’opera, l’impercettibile beigiolino, e basta: come a dire, raga qui prima c’era qualcosa ma adesso. Risultato? Il Pauillac 1993 Château Mouton Rothschild USA label è una rarità che fa impazzire i collezionisti di mezzo mondo, introvabile o quasi, e dalle quotazioni altissime: mentre il Balthus si può comprare anche a 400 o 500 euri, il beigiolino come minimo sta a 10 volte tanto. Morale: morale? Parafrasiamo? Parafrasiamo.

Il censore trova sempre una scusa, il capitalismo trova sempre una strada.

balthus