“Il triangolo del crimine”, un finto noir di Aristide Maselli

(questo racconto è stato pubblicato il 22 aprile 2016 sul sito letterario Nazione Indiana)

Destino paradossale quello di Aristide Maselli. Brasiliano puro, ma con un nome-e-cognome che ne denuncia le chiare origini italiane, eppure pressoché sconosciuto qui da noi. Nato e cresciuto nello stato di Minas Gerais, e quindi mineiro, che alla lettera vuol dire minatore, è invece di famiglia tanto ricca che non ha mai dovuto lavorare per vivere. Tessitore di trame linguistiche complesse, che ibridano il portoghese letterario con localismi dialettali e perfino inserti di lingue indie, è inedito in patria e pubblicato solo in Argentina, quindi in traduzione spagnola; beffa suprema, la sua gauchissima casa editrice ha un nome brasiliano, Grande do Sul.

È uscito l’anno scorso il suo secondo o forse terzo libro, che l’editore ha con scarsa originalità intitolato El triàngulo criminoso (nel risvolto di copertina si lascia intendere che il titolo caldeggiato dall’autore fosse un altro, senza però rivelare quale). È una storia la cui geometrica semplicità sfiora i limiti del didascalico.

[Attenzione: spoiler. Nelle righe seguenti viene rivelata in tutto o in parte la trama dell’opera]

Guilherme Blanco detto Billy, investigatore privato alla fine di una carriera che non è mai iniziata davvero, riceve un incarico inaspettatamente prestigioso, da parte dell’industriale Arnaldo Antunes…

(continua su Nazione Indiana)

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Le 5 regole (più una) per scrivere un racconto

Le ultime che ho letto sono state quelle della Pixar. Anche loro si mettono a dare lezioni di scrittura, pardon di storytelling. D’altra parte, come sa bene chi ha la scusa di avere un figlio piccolo, le storie più appassionanti degli ultimi dieci anni si trovano nei film animati.

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Ma tutti, appena diventano un minimo famosi, scrivono le regole per scrivere. Archivio Caltari ha una intera sezione esclusivamente dedicata al genere: le 10 regole di Roddy Doyle, le 10 regole di Franzen, le quasi 10 (in realtà 6) di Orwell, le 13 (?) di Chuck Palahniuk, le 5 di P.D. James, un Quintiliano tradotto da Barthes…

E non è detto che le migliori siano quelle delle grandi firme internazionali: di recente Matteo B. Bianchi sul blog di Veronica Tomassini ha messo giù 5 consigli per un esordiente, senza sboronate ma molto concreto. E non è neanche detto che uno se le deve leggere o tenere a mente tutte, le regole di tutti, pena la paralisi o l’impazzimento. Ognuno si fa il suo best of, si sceglie il meglio, o quello che più gli risuona, come si dice adesso. Io per esempio mi sparo una compilation con la 6 di Zadie Smith, la 10 della Atwood, la 10 di Palahniuk, quasi tutto Flaiano, lo spirito di Moresco… E tornando ai cartoni, a me quelle della Pixar non sono dispiaciute affatto, tranne che per il numero totale (22? che cavolo di numero mistico è 22?).

Certo di fronte alla supponenza che ogni elenco di regole o consigli ha, per sua stessa costituzione, è forte la tentazione di mettersi a sfottere, di farne una confutazione per assurdo. Perché rovesciandole totalmente, alcune suonano altrettanto credibili. Esempi depixarizzati:

#2 Devi tenere in mente quello che vuoi fare come scrittore, e non quello che ti piacerebbe leggere. Le due cose sono molto diverse

#3 Fare pratica di scrittura è importante. Ma mai quanto avere chiaro il tema della tua storia. Se non sai come va a finire, non iniziare neanche.

#18 Devi conoscere te stesso: sapere se stai dando il massimo o se ti stai gingillando. Scrivere una storia è perfezionare, non sperimentare.

#21 Non identificarti con il tuo personaggio: tu sei quello che lo guarda agire, ma non sei lui. E neanche un interprete dell’Actors’ studio

Troppo distruttivo però fare così, troppo critico e poco construens. Allora, lungi da me la presunzione di cercarne o inventarne di mie, ho chiesto consiglio al mio amico/collega d’oltreoceano Aristide Maselli. Il quale, da bravo italo-argentino trapiantato in Brasile, prima ha sospirato (non chiedetemi come faccio a sentire i suoi sospiri via mail, abbiamo un feeling), poi mi ha detto che ci pensava, ma solo a patto che fossero non più di cinque, e che comunque se ne parlava dopo il Carnevale di Rio. Ed eccoci qua. (Avvertenza: se c’è qualche errore o qualche frase che non capite, sicuramente il vizio non sta all’origine ma nella mia traduzione a spanne)

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Le 5 regole per scrivere un racconto perfetto (più una raccomandazione finale)
di Aristide Maselli

1. Non lo scrivere. Fallo.
Il naturale istinto dell’uomo è verso l’azione, non verso la scrittura. Sei proprio sicuro di volerlo reprimere, con tutte le conseguenze freudiane del caso? Naturalmente, non sto dicendo che se ti viene in mente di uccidere qualcuno, piuttosto che metterti a scrivere la storia di un serial killer, devi effettivamente scendere in strada e ammazzare il primo che passa. È risaputo che la sublimazione letteraria ha salvato più vite dell’antipolio. Ma se questa cosa del serial killer ti perseguita, sicuro che sia meglio scrivere un racconto invece di parlarne con l’analista? Poi magari lo strizzacervelli come compito a casa ti dà da scrivere, e allora sarete contenti tutti e due. Ma se invece l’idea è quella di una storia in cui uno va a correre al parco e incontra l’amore della sua vita… invece di provare a scriverla, prova a infilarti le scarpette e andare al parco, hai visto mai.

2. Non lo scrivere. Cercalo.
Tempo fa avevo immaginato un raccontino pseudo-fantascientifico-distopico in cui tra i vari orrori la gente era obbligata a tenere una specie di tv accesa tutto il giorno, e scattava una punizione se si provava in qualche modo a sfuggire alla incessante voce del regime. Non lo scrissi, e bene feci. Perché qualche giorno fa ho letto in un libro che in Corea del Nord succede precisamente così – al netto delle fantasie tecnologiche – con la radio. Non voglio ammorbarti con la solita solfa della realtà che supera la fantasia, manco fosse una gara. Ma prima di iniziare a mettere nero su bianco, guardati attorno, ok?

3. Non lo scrivere. Leggilo.
Ottima idea, quella che hai avuto per questo racconto. Ma sei sicuro che nessuno lo abbia già scritto? Qui gli esempi di idee che saltano da un libro all’altro si sprecherebbero, perciò non ne faccio nessuno. Nel migliore dei casi, si dirà, sono storie di ignoranza e buona fede, nel peggiore di malafede e plagio. Ma credimi: è meglio copiare consapevolmente un classico, che trovarsi a dire le stesse cose perché non lo si è letto – e quasi certamente dicendole peggio.

4. Non lo scrivere. Raccontalo.
A voce, intendo. Diceva Borges che è una fatica inutile quella dello scrittore che riempie pagine e pagine per esprimere un concetto la cui perfetta esposizione orale non richiederebbe più di cinque minuti. E Schopenhauer raccontava che l’intuizione fondamentale che sta alla base del primo libro de Il mondo come volontà e rappresentazione fu un pensiero unico, secco, che però gli richiese un ponderoso volume per essere svolto per iscritto. Prova a raccontarlo, il tuo capolavoro. Se non funziona, è inutile che passi a scriverlo. Se funziona, magari scopri che ti basta, e sei felice così.

5. Non lo scrivere. Disegnalo.
Fai un’infografica, un mimo, un mockumetary, uno spettacolo di ombre cinesi, un blues, un’installazione di arte concettuale. Qualsiasi cosa, prima di arrenderti a scriverlo. La lettura è il modo meno sicuro per raggiungere la comprensione, e la scrittura il modo meno diretto per comunicare; vero è che mette a disposizione un più ampio ventaglio di possibilità e strumenti, formali quanto sostanziali, semiotici quanto retorici, ma perciò stesso gli accidenti che possono inopinatamente frapporsi tra il destinatario del messaggio e il significante stesso dimostrano a fortiori il rischio intrinseco di tali sforzi. Hai dovuto leggere più di una volta quest’ultimo periodo? Ecco, vedi che ho ragione.

6. Non lo scrivere. Si era capito?
Comunque. Se proprio non ci sei riuscito a tenerti, se il tuo racconto ha superato indenne tutti i suddetti tentativi di non essere scritto, cosa vuoi che ti dica, ormai il guaio è fatto. Solo, non mandarmelo, per carità. Sono troppo impegnato a non scrivere i miei.


La verità su Lipperini Manni (e non solo…)

Dovete sapere che se uno decide di fare il giornalista o lo scrittore è perché ha un ego smisurato. Lo aspettano infatti ristrettezze economiche, derisione sociale, impazienze familiari. Ricompensate (?) da una cosa sola: la firma. Che poi vuol dire: la gente mi legge, la gente mi vede. Che poi vuol dire: la fama. Insomma, lo stesso ego che spinge la gente ad andare al GF o sui troni di Maria, solo mascherata con la cultura e la finta modestia.

Se uno poi fa il giornalista e lo scrittore, come nel mio caso, peggio che mai. E se uno poi addirittura decide di aprire un blog, come nel mio caso, è la fine. Perché il refresh compulsivo sulla bacheca di facebook, o la ricerca del proprio “nome cognome” su google, che caratterizzano i momenti di cazzeggio e/o scarsa autostima, vengono da quel momento in poi sostituiti da un solo feticcio: la pagina delle statistiche.

Quante persone sono entrate da stamattina sul blog? Solo 14? Con tutto che il bellissimo post di oggi l’ho linkato sia su facebook che su twitter? Magari lo posto di nuovo, va’. E quali pagine hanno visto di più? E che link in uscita hanno cliccato? E da dove sono arrivati?

Ecco, da dove sono arrivati. Da facebook, soprattutto, visto che posti e riposti sempre gli stessi pezzi, e gli amici pur di non vederti più, ci cliccano. Ma anche, sorpresa, dai motori di ricerca. C’è chi ci arriva googlando frasi prevedibili, chi in modi inspiegabili (una volta ho trovato la seguente chiave “luc-boltanski enigmes-et-complots il-foglio”, e giuro che non ho mai scritto neanche una delle suddette parole, prima d’ora s’intende, potete controllare): c’è chi molto più spiritoso di me ne ha fatto proprio una rubrica annuale.

Ora, nei giorni scorsi ho notato che ritorna con insistenza la chiave di ricerca “Lipperini Manni” declinata nelle sue varie forme, con i nomi propri o solo con uno o senza. Ancora ieri ricompare: chiaramente i navigatori approdano qui in cerca di gossip letterario e invece trovano solo i due link nel blogroll. Per dare loro soddisfazione, e ringraziarli della fiducia che ripongono in me, ho deciso allora di indagare sul caso, e ho scoperto la verità, ovvio. Già che c’ero, ho poi gettato luce su un altro paio di questioni rimaste a lungo in sospeso nel mondo della cultura. Ecco a voi la scienza.

Loredana Lipperini non esiste, in realtà è Lara Manni: ne ho le prove (1).

Antonio D’Orrico non esiste, in realtà è Giorgio Faletti: ne ho le prove (2).

Domenico Starnone non esiste, in realtà è Elena Ferrante: ne ho le prove (3)

Emma Bovary non esiste, in realtà è Gustave Flaubert: ne ho le prove (4)

Leonardo da Vinci non esiste, in realtà è Monna Lisa: ne ho le prove (5)

Massimiliano Parente non esiste, in realtà è Massimiliano Parente (6)

Io non esisto, in realtà sono Gian Paolo S3r1n0 (7)

Maradona è meglio ‘e Pelé (8)

Le prove

1) Lo ha detto un blog che dice sempre la verità

2) Nessuno lo ha mai visto, ha scritto un solo romanzo con lo stesso stile, ha creato uno pseudonimo apposta per potersi recensire positivamente

3) Solo una donna poteva scrivere un romanzo erotico al maschile per dimostrare di non essere una donna

4) Lo ha detto lui

5) Lo hanno detto tutti

6) Non lo ha detto nessuno

7) Lo dico io

8) Si sa