L’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico animale in grado di dire che l’uomo è l’unico…

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

C’è una pubblicità televisiva di qualche anno fa che mi torna in mente ogni volta che penso a Wittgenstein. È la pubblicità di una merendina, ma all’inizio si vedono solo due camionisti affaticati e sudati nel deserto; si fermano a un passaggio a livello, ma il treno non arriva, allora scendono per vedere che succede, il paesaggio è da allucinazione, sui binari passa un pinguino che fa andare un carrello. “Squeck squeck!”, fa il pinguino – “Squeck squeck!”, risponde pronto uno dei due umani. I quali poi si guardano, deducono di aver bisogno di una pausa rinfrescante, e aprono la cella frigo del camion, ristorandosi con lo snack di cui è inutile vi dica il nome, a questo punto. Snebbiata la mente, un camionista fa all’altro, quello che aveva risposto al pinguino: “Ma che vi siete detti?”. E lui: “Squeck squeck!”.

La frase di Wittgenstein è quella famosa: “Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo”. Ora io non voglio fare la fine di quelli che su Amazon lasciano una stella a Joyce perché non sa usare le virgole, però mi pare che stavolta il grandissimo pensatore tedesco abbia toppato. Non lo capiremmo? E certo! È esattamente questo il motivo per cui non può parlare. Il leone non parla, ruggisce. Proprio come il pinguino fa squeck (almeno quello della pubblicità). E dietro il ruggito non ci sono delle parole che non riescono a uscire: perciò fanno ridere e un po’ pena quei “traduttori” dal linguaggio dei cani o dei gatti che ogni tanto saltano fuori. Quando il pinguino dice squeck, quello che vuole dire è precisamente: squeck.

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Borne in the USA

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

Nella metropoli dell’Atlantico meridionale dove sono nato, c’era un giardinetto in cui andavo quando ero piccolo. C’è ancora; anzi nel corso degli anni è stato migliorato: teorie di scivoli e tunnel dove prima era un prato spelacchiato, giostre elettriche dove una volta giravano dei pony mezzo drogati, una recinzione alta per evitare che di notte s’accampino ubriaconi e spinellati. Ma l’ultima volta che ci sono tornato, il giardinetto era chiuso: una vicenda che non ho ben compreso di alberi pericolanti e mancanza di fondi, la provvisorietà definitiva, insomma il solito mix di legalismo formalista e indolenza che abbiamo noi latini. Il parchetto, abbandonato a sé stesso per alcuni mesi, ha subito una metamorfosi sorprendente: un sottile strato di muschio ha ricoperto la pavimentazione, erbacce hanno forzato il passaggio tra le pietre, alcuni arbusti sono rinsecchiti, altri hanno avuto una crescita imprevedibile, assumendo forme abnormi. Colombi e altre bestiole meno visibili hanno colonizzato i manufatti umani, che nel mutato contesto assumono un’aria incongrua, spettrale. Uno spettacolo non bello – ché la natura non è bella ma semplicemente è: una visione miniaturizzata, potente e orrorifica, di quello che accadrebbe al mondo se si rompessero certi delicati equilibri.

E si badi: stiamo parlando di qualche metro quadro di giardino all’interno di un ambiente comunque fortemente antropizzato e controllato come quello di una grande città; e stiamo parlando dell’azione di forze naturali in una condizione di partenza compromessa ma non perdutamente degradata. Immaginate invece cosa succederebbe se un misto di catastrofi naturali e disastri umani decimasse la popolazione del globo; se i pochi superstiti iniziassero a vagare da una terra all’altra come profughi senza speranza, trovando fiumi sempre più inquinati, animali mutanti sempre più arrabbiati; se gli ultimi agglomerati venissero soggiogati da una misteriosa Compagnia dedita alla creazione di esseri-macchina, innesti di biologia e tecnologia, per scopi non benefici, e che le stesse creature, tra cui un plantigrade alto come un palazzo e in grado di volare, sfuggissero al controllo dei creatori seminando morte e distruzione. È in simile scenario, disperato e finale, che Rachel incontra il protagonista dell’ultimo, eponimo romanzo di Jeff VanderMeer.

Trovai Borne in una plumbea giornata di sole in cui Mord, l’orso gigante, si aggirava dalle parti di casa nostra. Ai miei occhi non era che materia organica di risulta, all’inizio. Non sapevo quanto sarebbe stato importante per noi. Non potevo sapere che Borne avrebbe cambiato tutto.

Questo è l’incipit di Borne (Einaudi, pag. 340, traduzione di Vincenzo Latronico). Un incipit fatto bene ti aggancia e fa venire voglia di continuare. Un incipit capolavoro è in grado di contenere, sia stilisticamente sia nella narrazione, l’intero libro che segue – non so, mi vengono in mente quello lussureggiante e pieno di time shift di Cent’anni di solitudine, o quello secco e psicotico de Lo straniero. VanderMeer ti mette ko in quattro parole: plumbea giornata di sole. Che mondo marcio sarà mai questo? È già tutto lì: il resto è una chiosa, una pleonastica e meravigliosa spiegazione.

Effetto simile me l’aveva provocato l’anno scorso Annientamento, primo libro della Trilogia dell’Area X (Autorità e Accettazione gli altri due; da poco Einaudi ha ripubblicato in volume unico il tutto), trilogia che della fantascienza ambientalista o new weird che dir si voglia di Jeff è – finora – il capolavoro. Verso l’inizio la protagonista, raccontando la spedizione nell’Area X, parla della sua squadra formata da una psicologa un’antropologa una biologa e una topografa, e dice: “Io ero la biologa”. Cioè, in che senso ero? (Qui dove scrivo non ho visto Annihilation, il film Netflix con Natalie Portman tratto da; ma voi che mi leggete nel futuro sì, invidia.) Eppure la trilogia, nella sua magnifica e angosciante bellezza, mi aveva progressivamente deluso: come se il passo lungo non reggesse la tensione; come se la necessità di spiegare tutto, alla fine, non riuscisse a cavarsi dall’impasse tra la banalizzazione e il finale alla Lost. Colpa del suo merito, della sua ambizione di voler essere romanzo mondo, onnicomprensivo e corale, al di là dello spazio e del tempo. Qui invece VanderMeer stringe il campo, e azzecca il colpo gobbo: non spiega – se non a brandelli – non teorizza, non contestualizza – potremmo essere sulla terra ma anche su un altro pianeta, in un futuro lontano o più probabilmente in un presente alternativo.

Come mai il mondo è diventato così?
Non lo so. Per colpa delle persone, Borne. Siamo stati noi a fare tutto questo -. E continuavamo a farlo.
È sempre stato così?
Non sempre. C’erano più persone, era meglio -. Ma non dipendeva dal fatto che ci fossero più persone.
Più persone, – aveva detto Borne, riflettendoci su.
Sì. E in tutto il mondo c’erano delle città in cui le persone vivevano in pace -. Non c’era mai stato un tempo in cui tutti, ovunque, vivessero in pace. Nessuno aveva mai conosciuto una pace duratura, se non ignorando le atrocità della storia, e cioè il fatto che la pace non aveva niente di duraturo. Il che significava che eravamo una specie irrazionale.
Città ovunque, – aveva detto Borne, come incapace di comprendere il significato delle mie parole.

 

Il bello di Borne (libro) è che Borne (personaggio) è un mistero anche per i protagonisti della storia, non solo per il lettore. All’inizio sembra una cosa, poi uno scarto organico. Poi Rachel se lo porta a casa e lo tratta come una pianta; poi scopre che si muove; infine inizia a parlare, prima a ripetere le parole degli altri poi a fare domande, a capire. Ehi ma, state pensando anche voi, è precisamente quello che succede con un bambino! Eh già, bravi; d’altra parte il gioco è esplicito fin dal titolo: Borne è born(nato) ma anche borne (portato), participio passato di bear (che vuol dire anche orso). È il figlio che Rachel e il suo socio-compagno Wick non potranno mai avere, è l’incarnazione di un desiderio? Se sentite anche voi puzza di metafora, state tranquilli: è molto di più, e molto di meno.

Proprio come un figlio Borne cresce, anche fisicamente, e poi se ne va a dormire in un’altra stanza, e poi scappa di casa, e infine viene cacciato di casa. Ma la similitudine ha un limite, perché Borne non è un adolescente ribelle, non è un umano, forse non è nemmeno un essere vivente – cosa è non lo sa neanche lui, e non smette di chiederselo – ha una forma e un colore assurdi, anche se può variarli più o meno a piacimento; e fa delle cose terribili che lui chiama “conoscere”. È un mostro, come il figlio-mostro della Metamorfosi di Kafka? (E qui c’è un critico, del cui nome non voglio ricordarmi, che avanza in privato una interpretazione psicanalitica aberrante: Borne sarebbe la proiezione del desiderio frustrato di genitorialità, sì ma non dei personaggi, bensì dell’autore, di Jeff VanderMeer e sua moglie Ann, socia collega e sodale; questa impossibilità deriverebbe poi dalla omosessualità latente e repressa di Jeff, che verrebbe a galla nella sua tendenza a scegliere protagoniste femminili, e a immedesimarsi in esse alla perfezione).

Il cielo era solcato da avvoltoi – buon segno. Un cadavere voleva dire che c’era stato qualche cosa di vivo, almeno temporaneamente.

Quasi contemporaneamente, è uscita una stupenda antologia di racconti, curata da Ann e Jeff: Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo(Nero Editions, pag. 536, coordinamento traduzioni di Claudia Durastanti e Veronica Raimo). Autrici che dagli anni 70 a oggi hanno rivoluzionato la letteratura combattendo una doppia battaglia contro le discriminazioni: di genere (femminile) e di genere (fantascientifico). Pilastri come Ursula Le Guin e James Tiptree jr., ma anche nomi meno noti ma altrettanto meritevoli (molti dei quali, tra l’altro, destinatari delle deliranti lettere di Jan Schrella ne Lo spirito della fantascienza di Bolaño, ma questa è una storia che in parte abbiamo già raccontato, e in parte non racconteremo mai).

Racconti diversi per ambienti e stili, ma accomunati da fili conduttori: mondi alternativi spesso crudelmente impossibili, o prossimi al precipizio; mutazioni animali e miseri umane. Leggere Le visionariegiustapposto a Borne – cosa che consiglio di fare, cioè leggerli entrambi ASAP – è suggestivo: si finisce per pensare che curatori e autori abbiano lavorato ai due libri contemporaneamente, e che idee e topos si siano riversati dall’uno all’altro, come in una sorta di progetto transmediale e collettivo.

Eravamo crostacei senza coscienza, sia morti sia vivi.

Chi vi ricorda? Esatto. VanderMeer non ha timore di citare, omaggiare, frullare e ricreare in modo originale, tutto quanto c’è stato di grandioso nella letteratura fantastica degli ultimi decenni. L’ambiguità tra umano e “creato” è puro Dick, perché se gli androidi sognano pecore non elettriche, allora anche gli umani possono avere ricordi impiantati. Gli innesti di tecnologie nei corpi pagano dazio alla tradizione cyberpunk, ma gli inserimenti di materiale biologico nei macchinari mi sembrano meno vicini alla science fiction (e più alla realtà odierna?). Certi paesaggi sconsolati senza redenzione, inquinati senza speranza, incapaci di uccidere solo perché siamo tutti già morti, sono cugini stretti di Antoine Volodine (Terminus radioso, ma anche Gli animali che amiamo, 66thand2nd editore) – e nipotini delle interminabili agonie di Beckett.

Summa del genere e capolavoro autonomo, Borne (il libro, non il personaggio) che cos’è? Azzardo: la distopia post-apocalittica di un’ucronia; ovvero il futuro andato a male di un presente alternativo. O forse no – o forse no.

E tu cosa avresti fatto, lettore, che sei riuscito a seguirmi come mi ha seguita la Maga, invisibile e sempre all’erta e completamente irrilevante?

 


Evochiamo lo spirito della fantascienza

(Per gentile concessione dell’autore, pubblico questo articolo di Aristide Maselli uscito sulla rivista online Alfabeta2)

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Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

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Dr. George e Mr. Saunders

“Evita solo i toni troppo elogiativi”: così mi hanno risposto dalla redazione di Alfabeta2 quando ho proposto un pezzo sull’ultimo libro – e primo romanzo – di George Saunders, Lincoln nel Bardo. Compito arduo, ho pensato subito. Per motivi soggettivi: Saunders è uno dei miei scrittori di racconti preferiti, e quindi uno dei miei scrittori preferiti tout court. Geniale la sua capacità di costruire mondi in poche pagine, inquietante il suo modo di intendere il fantastico come un mostro dietro l’angolo: non è la nostra realtà, ma potrebbe diventarlo domattina (se fosse un genere, sarebbe definito “fantascienza di prossimità”). Il declino delle guerre civili americanePastoraliaNel paese della persuasione,Dieci dicembre: una raccolta dopo l’altra, Saunders ci ha abituato a standard elevatissimi. E poi i motivi oggettivi: il coraggio di cambiare forma e accettare la sfida del romanzo; l’intenzione però di non rinunciare alla sperimentazione; l’attesa spasmodica per l’uscita del libro, e poi per la sua traduzione in Italia; l’acclamazione di “capolavoro” da parte di Zadie Smith e altri.

Intanto, mentre lo leggevo, iniziavano a uscire i primi pareri discordi: le perplessità e addirittura le stroncature. Ancora più difficile parlarne meno che bene, a questo punto. Ho ritenuto allora di convocare a dibattito Aristide Maselli: ci lega una consuetudine di affetto personale e disaccordo letterario. Che anche stavolta si è confermato. Quella che segue è la trascrizione infedele della nostra chat.

IO: Allora, che ne pensi?

Aristide Maselli: Eh, un attimo. L’ho appena finito, devo ancora digerirlo.

IO: Ma come, abbiamo iniziato a leggerlo più di un mese fa!

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“Il triangolo del crimine”, un finto noir di Aristide Maselli

(questo racconto è stato pubblicato il 22 aprile 2016 sul sito letterario Nazione Indiana)

Destino paradossale quello di Aristide Maselli. Brasiliano puro, ma con un nome-e-cognome che ne denuncia le chiare origini italiane, eppure pressoché sconosciuto qui da noi. Nato e cresciuto nello stato di Minas Gerais, e quindi mineiro, che alla lettera vuol dire minatore, è invece di famiglia tanto ricca che non ha mai dovuto lavorare per vivere. Tessitore di trame linguistiche complesse, che ibridano il portoghese letterario con localismi dialettali e perfino inserti di lingue indie, è inedito in patria e pubblicato solo in Argentina, quindi in traduzione spagnola; beffa suprema, la sua gauchissima casa editrice ha un nome brasiliano, Grande do Sul.

È uscito l’anno scorso il suo secondo o forse terzo libro, che l’editore ha con scarsa originalità intitolato El triàngulo criminoso (nel risvolto di copertina si lascia intendere che il titolo caldeggiato dall’autore fosse un altro, senza però rivelare quale). È una storia la cui geometrica semplicità sfiora i limiti del didascalico.

[Attenzione: spoiler. Nelle righe seguenti viene rivelata in tutto o in parte la trama dell’opera]

Guilherme Blanco detto Billy, investigatore privato alla fine di una carriera che non è mai iniziata davvero, riceve un incarico inaspettatamente prestigioso, da parte dell’industriale Arnaldo Antunes…

(continua su Nazione Indiana)


Le 5 regole (più una) per scrivere un racconto

Le ultime che ho letto sono state quelle della Pixar. Anche loro si mettono a dare lezioni di scrittura, pardon di storytelling. D’altra parte, come sa bene chi ha la scusa di avere un figlio piccolo, le storie più appassionanti degli ultimi dieci anni si trovano nei film animati.

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Ma tutti, appena diventano un minimo famosi, scrivono le regole per scrivere. Archivio Caltari ha una intera sezione esclusivamente dedicata al genere: le 10 regole di Roddy Doyle, le 10 regole di Franzen, le quasi 10 (in realtà 6) di Orwell, le 13 (?) di Chuck Palahniuk, le 5 di P.D. James, un Quintiliano tradotto da Barthes…

E non è detto che le migliori siano quelle delle grandi firme internazionali: di recente Matteo B. Bianchi sul blog di Veronica Tomassini ha messo giù 5 consigli per un esordiente, senza sboronate ma molto concreto. E non è neanche detto che uno se le deve leggere o tenere a mente tutte, le regole di tutti, pena la paralisi o l’impazzimento. Ognuno si fa il suo best of, si sceglie il meglio, o quello che più gli risuona, come si dice adesso. Io per esempio mi sparo una compilation con la 6 di Zadie Smith, la 10 della Atwood, la 10 di Palahniuk, quasi tutto Flaiano, lo spirito di Moresco… E tornando ai cartoni, a me quelle della Pixar non sono dispiaciute affatto, tranne che per il numero totale (22? che cavolo di numero mistico è 22?).

Certo di fronte alla supponenza che ogni elenco di regole o consigli ha, per sua stessa costituzione, è forte la tentazione di mettersi a sfottere, di farne una confutazione per assurdo. Perché rovesciandole totalmente, alcune suonano altrettanto credibili. Esempi depixarizzati:

#2 Devi tenere in mente quello che vuoi fare come scrittore, e non quello che ti piacerebbe leggere. Le due cose sono molto diverse

#3 Fare pratica di scrittura è importante. Ma mai quanto avere chiaro il tema della tua storia. Se non sai come va a finire, non iniziare neanche.

#18 Devi conoscere te stesso: sapere se stai dando il massimo o se ti stai gingillando. Scrivere una storia è perfezionare, non sperimentare.

#21 Non identificarti con il tuo personaggio: tu sei quello che lo guarda agire, ma non sei lui. E neanche un interprete dell’Actors’ studio

Troppo distruttivo però fare così, troppo critico e poco construens. Allora, lungi da me la presunzione di cercarne o inventarne di mie, ho chiesto consiglio al mio amico/collega d’oltreoceano Aristide Maselli. Il quale, da bravo italo-argentino trapiantato in Brasile, prima ha sospirato (non chiedetemi come faccio a sentire i suoi sospiri via mail, abbiamo un feeling), poi mi ha detto che ci pensava, ma solo a patto che fossero non più di cinque, e che comunque se ne parlava dopo il Carnevale di Rio. Ed eccoci qua. (Avvertenza: se c’è qualche errore o qualche frase che non capite, sicuramente il vizio non sta all’origine ma nella mia traduzione a spanne)

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Le 5 regole per scrivere un racconto perfetto (più una raccomandazione finale)
di Aristide Maselli

1. Non lo scrivere. Fallo.
Il naturale istinto dell’uomo è verso l’azione, non verso la scrittura. Sei proprio sicuro di volerlo reprimere, con tutte le conseguenze freudiane del caso? Naturalmente, non sto dicendo che se ti viene in mente di uccidere qualcuno, piuttosto che metterti a scrivere la storia di un serial killer, devi effettivamente scendere in strada e ammazzare il primo che passa. È risaputo che la sublimazione letteraria ha salvato più vite dell’antipolio. Ma se questa cosa del serial killer ti perseguita, sicuro che sia meglio scrivere un racconto invece di parlarne con l’analista? Poi magari lo strizzacervelli come compito a casa ti dà da scrivere, e allora sarete contenti tutti e due. Ma se invece l’idea è quella di una storia in cui uno va a correre al parco e incontra l’amore della sua vita… invece di provare a scriverla, prova a infilarti le scarpette e andare al parco, hai visto mai.

2. Non lo scrivere. Cercalo.
Tempo fa avevo immaginato un raccontino pseudo-fantascientifico-distopico in cui tra i vari orrori la gente era obbligata a tenere una specie di tv accesa tutto il giorno, e scattava una punizione se si provava in qualche modo a sfuggire alla incessante voce del regime. Non lo scrissi, e bene feci. Perché qualche giorno fa ho letto in un libro che in Corea del Nord succede precisamente così – al netto delle fantasie tecnologiche – con la radio. Non voglio ammorbarti con la solita solfa della realtà che supera la fantasia, manco fosse una gara. Ma prima di iniziare a mettere nero su bianco, guardati attorno, ok?

3. Non lo scrivere. Leggilo.
Ottima idea, quella che hai avuto per questo racconto. Ma sei sicuro che nessuno lo abbia già scritto? Qui gli esempi di idee che saltano da un libro all’altro si sprecherebbero, perciò non ne faccio nessuno. Nel migliore dei casi, si dirà, sono storie di ignoranza e buona fede, nel peggiore di malafede e plagio. Ma credimi: è meglio copiare consapevolmente un classico, che trovarsi a dire le stesse cose perché non lo si è letto – e quasi certamente dicendole peggio.

4. Non lo scrivere. Raccontalo.
A voce, intendo. Diceva Borges che è una fatica inutile quella dello scrittore che riempie pagine e pagine per esprimere un concetto la cui perfetta esposizione orale non richiederebbe più di cinque minuti. E Schopenhauer raccontava che l’intuizione fondamentale che sta alla base del primo libro de Il mondo come volontà e rappresentazione fu un pensiero unico, secco, che però gli richiese un ponderoso volume per essere svolto per iscritto. Prova a raccontarlo, il tuo capolavoro. Se non funziona, è inutile che passi a scriverlo. Se funziona, magari scopri che ti basta, e sei felice così.

5. Non lo scrivere. Disegnalo.
Fai un’infografica, un mimo, un mockumetary, uno spettacolo di ombre cinesi, un blues, un’installazione di arte concettuale. Qualsiasi cosa, prima di arrenderti a scriverlo. La lettura è il modo meno sicuro per raggiungere la comprensione, e la scrittura il modo meno diretto per comunicare; vero è che mette a disposizione un più ampio ventaglio di possibilità e strumenti, formali quanto sostanziali, semiotici quanto retorici, ma perciò stesso gli accidenti che possono inopinatamente frapporsi tra il destinatario del messaggio e il significante stesso dimostrano a fortiori il rischio intrinseco di tali sforzi. Hai dovuto leggere più di una volta quest’ultimo periodo? Ecco, vedi che ho ragione.

6. Non lo scrivere. Si era capito?
Comunque. Se proprio non ci sei riuscito a tenerti, se il tuo racconto ha superato indenne tutti i suddetti tentativi di non essere scritto, cosa vuoi che ti dica, ormai il guaio è fatto. Solo, non mandarmelo, per carità. Sono troppo impegnato a non scrivere i miei.


La verità su Lipperini Manni (e non solo…)

Dovete sapere che se uno decide di fare il giornalista o lo scrittore è perché ha un ego smisurato. Lo aspettano infatti ristrettezze economiche, derisione sociale, impazienze familiari. Ricompensate (?) da una cosa sola: la firma. Che poi vuol dire: la gente mi legge, la gente mi vede. Che poi vuol dire: la fama. Insomma, lo stesso ego che spinge la gente ad andare al GF o sui troni di Maria, solo mascherata con la cultura e la finta modestia.

Se uno poi fa il giornalista e lo scrittore, come nel mio caso, peggio che mai. E se uno poi addirittura decide di aprire un blog, come nel mio caso, è la fine. Perché il refresh compulsivo sulla bacheca di facebook, o la ricerca del proprio “nome cognome” su google, che caratterizzano i momenti di cazzeggio e/o scarsa autostima, vengono da quel momento in poi sostituiti da un solo feticcio: la pagina delle statistiche.

Quante persone sono entrate da stamattina sul blog? Solo 14? Con tutto che il bellissimo post di oggi l’ho linkato sia su facebook che su twitter? Magari lo posto di nuovo, va’. E quali pagine hanno visto di più? E che link in uscita hanno cliccato? E da dove sono arrivati?

Ecco, da dove sono arrivati. Da facebook, soprattutto, visto che posti e riposti sempre gli stessi pezzi, e gli amici pur di non vederti più, ci cliccano. Ma anche, sorpresa, dai motori di ricerca. C’è chi ci arriva googlando frasi prevedibili, chi in modi inspiegabili (una volta ho trovato la seguente chiave “luc-boltanski enigmes-et-complots il-foglio”, e giuro che non ho mai scritto neanche una delle suddette parole, prima d’ora s’intende, potete controllare): c’è chi molto più spiritoso di me ne ha fatto proprio una rubrica annuale.

Ora, nei giorni scorsi ho notato che ritorna con insistenza la chiave di ricerca “Lipperini Manni” declinata nelle sue varie forme, con i nomi propri o solo con uno o senza. Ancora ieri ricompare: chiaramente i navigatori approdano qui in cerca di gossip letterario e invece trovano solo i due link nel blogroll. Per dare loro soddisfazione, e ringraziarli della fiducia che ripongono in me, ho deciso allora di indagare sul caso, e ho scoperto la verità, ovvio. Già che c’ero, ho poi gettato luce su un altro paio di questioni rimaste a lungo in sospeso nel mondo della cultura. Ecco a voi la scienza.

Loredana Lipperini non esiste, in realtà è Lara Manni: ne ho le prove (1).

Antonio D’Orrico non esiste, in realtà è Giorgio Faletti: ne ho le prove (2).

Domenico Starnone non esiste, in realtà è Elena Ferrante: ne ho le prove (3)

Emma Bovary non esiste, in realtà è Gustave Flaubert: ne ho le prove (4)

Leonardo da Vinci non esiste, in realtà è Monna Lisa: ne ho le prove (5)

Massimiliano Parente non esiste, in realtà è Massimiliano Parente (6)

Io non esisto, in realtà sono Gian Paolo S3r1n0 (7)

Maradona è meglio ‘e Pelé (8)

Le prove

1) Lo ha detto un blog che dice sempre la verità

2) Nessuno lo ha mai visto, ha scritto un solo romanzo con lo stesso stile, ha creato uno pseudonimo apposta per potersi recensire positivamente

3) Solo una donna poteva scrivere un romanzo erotico al maschile per dimostrare di non essere una donna

4) Lo ha detto lui

5) Lo hanno detto tutti

6) Non lo ha detto nessuno

7) Lo dico io

8) Si sa