Susanne Abbuehl, bellezza rara

 

Se c’è una parola per definire Susanne Abbuehl e la sua musica, questa parola è: rara. Rara nel suo percorso di vita e d’arte: nata in Svizzera, si trasferisce a Los Angeles dove inizia a studiare canto classico e jazz; poi torna nella vecchia Europa, diplomandosi al conservatorio dell’Aia; comincia a scrivere e incidere dischi, ma continua ad approfondire materie toste come la composizione e l’analisi musicale; il tutto senza farsi mancare frequenti capatine a Bombay dov’è allieva di uno dei più rinomati maestri di canto indiano. E ha solo 43 anni.

Rare sono le sue uscite discografiche. Se grandi geni della musica come Miles o De André sono dovuti arrivare alla saggezza della maturità per distillare un album ogni cinque o sei anni, aspettando di avere davvero qualcosa di notevole da dire, e lasciandosi alle spalle la frenesia compulsiva a registrare della gioventù, la nostra Susanne possiede questa grazia al naturale, senza sforzi. L’esordio è del ’97 con I Am Rose (Suisa), disco talmente fuori catalogo che non lo nomina neanche lei stessa sul sito. Poi il passaggio definitivo in casa Ecm, con il pluripremiato April nel 2001. Ancora cinque anni e nel 2006 esce Compass. Ora, e siamo a più sette, arriva The Gift. Si vede che l’artista riflette parecchio, prima di mettersi a cantare, anzi prima ancora di mettersi a scrivere. E la riflessione si sente tutta, perché ogni album è meravigliosamente diverso dall’altro.

Dal lato strumentale, ad esempio…

(Su Blow Up di ottobre. Continua in edicola)

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The power of the trio

brainkillerStavolta facciamo una prova: allarghiamo lo sguardo, allunghiamo i tempi. Tre dischi al posto di uno: tre gruppi insoliti, tutti da scoprire; tre tipi di musica diversi, ma con molte cose in comune. A partire dal numero dei musicisti: indovinate? Esatto, tre. Il trio è una strana bestia: senza il respiro ampio del collettivo che hanno i gruppi dai quattro elementi in su, da un lato; e senza la corrispondenza d’amorosi sensi, il dialogo telepatico che si stabilisce nel duo, dall’altro. Quando poi la potenza di fuoco espressa dall’esile manipolo eguaglia e supera quella di un intero battaglione orchestrale, si usa parlare di power trio: tali furono la Jimi Hendrix Experience, o i Cream di Eric Clapton con Baker e Bruce. E ben calzano questi richiami, perché i trii di cui stiamo per parlare, benché di estrazione jazz, hanno molto del rock, del potere, della potenza. Altro elemento in comune, l’insolito accostamento degli strumenti: perché normalmente il trio si basa su una solida e fissa sezione ritmica di basso&batteria, su cui poi lo strumento solista fa leva, primeggia, e determina il carattere (pianoforte nel trio jazz, chitarra elettrica nel rock, sax o altro nelle combinazioni più avanzate). Qui invece in tutti e tre i casi vengono rimescolate le carte in vario modo, ma con la presenza fissa della batteria, e con l’assenza fissa del basso, consentendo gli accrocchi più insoliti tra fiati, tastiere e sei corde. Ulteriori trait d’union: sono tutti dischi che travalicano i generi e mescolano le influenze; sono stranamente composti da pezzi di breve durata, insomma non si abbandonano a interminabili esibizioni muscolari; sono in maggior parte strumentali, e curiosamente dove appaiono inserti cantati, la voce è più un elemento di disturbo e straniamento che di orecchiabilità.

Eponymous-230x230Quanto detto vale per tutti e tre, ma vediamoli ora nel dettaglio, con il consiglio di ascoltarli di fila e nell’ordine indicato: faranno da sottofondo a un magnifico “lungo” in tutto il suo dolore e la sua gloria. Si parte con i Brainkiller, Colourless Green Superheroes (RareNoise Records), che sono Jacob Koller al piano e Fender Rhodes, Brian Allen al trombone ed Hernan Hecht alla batteria. Ed è una partenza bella vivace come si conviene: un torrente di idee e situazioni, un fuoco d’artificio continuo, che prende dai vari generi quanto offrono di più creativo e stimolante. Il jazz moderno, in particolare quello più geometrico e ragionato del progressive; il rock anni ’70 con i suoi sfrenati programmi e le sue fredde incazzature (a volte sembra di sentire i secondi King Crimson); le avanguardie classiche; le suggestioni dance elettroniche. Ogni tanto il ritmo ha come delle tachicardie, delle extrasistole, dei salti di battito; il che ci porta diretti alla parte centrale della nostra corsa, al secondo cd della nostra sequenza. Hobby Horse, Eponymous (Parco della Musica Records), ovvero Dan Kinzelman e Joe Rehmer, americani residenti in Umbria, e Stefano Tamborrino, batterista di Firenze. Dei tre, è il trio più jazz, più tendente all’improvvisazione, all’instabilità: un suono che in certi momenti sembra sul punto di frantumarsi, di disgregarsi e perdersi; proprio come nel bel mezzo di un allenamento, a traguardo ancora lontano, le forze sembrano smarrirsi, le gambe cedere. Ma poi la forza di volontà, l’esperienza e l’energia hanno la meglio: perciò anche il free, il rumorismo acquistano un senso, perché proprio come la sofferenza fisica non sono fini a se stessi, ma funzionali a proseguire la corsa.
Che infatti continua con rinnovata lena grazie a Third Reel, Third Reel (Ecm), cioè Nicolas Masson sax e clarinetto, Roberto Pianca chitarra, Emanuele Maniscalco batteria. Un perfetto trio alla pari; uno splendido album che inizia in maniera abbastanza sostenuta e scattante, per poi addolcirsi man mano, sfumare in atmosfere più tipicamente Ecm, senza mai perdere mordente ma accompagnandoci morbido verso la fine dell’allenamento, quando ormai il peggio è passato, e si è sempre più in pace con se stessi, sempre più leggeri.

(Articolo uscito sul numero di agosto del mensile sportivo Correre)


L’Ulisse di Potter

chris-potter-the-sirensAltre fughe, altro movimento perpetuo. Il mito di Ulisse, uno dei più antichi nella storia dell’umanità. E che nel corso della storia ha ispirato infinite narrazioni ed espressioni artistiche. Da ultimo, questo The Sirens, del sassofonista Chris Potter. Un viaggio, un continuo mutare di atmosfere musicali e paesaggi sonori, in cui vediamo scorrere tutti gli episodi e i personaggi a noi noti: Calipso, Penelope, Nausicaa, ovviamente le sirene, il mare color del vino, l’alba con le sue rosee dita. Un viaggio in cui il quarantenne jazzista americano, al suo primo album solista targato Ecm, come il re di Itaca è accompagnato da gente fidata: una strana coppia di tastiere (Craig Taborn al piano e David Virelles a piano preparato, celeste e harmonium) e una sezione ritmica fantasiosa ed esplosiva (Larry Grenadier al contrabasso e Eric Harland alla batteria). Un mutevole paesaggio sonoro, ma con delle costanti che si esaltano ancora di più nell’ascolto in cuffia e nella corsa: l’attenzione alla melodia, alla poesia degli strumenti, e il ritmo, sempre diverso e sempre stimolante. Per non fermarsi mai. Perché anche Ulisse tornò a casa, dopo una maratona di dieci anni. Poi però, dicono, partì un’altra volta.


L’ultima carovana

Narrano gli uomini degni di fede (ma Allah sa di più) che nei tempi antichi ci fu un re delle isole di Babilonia che riunì i suoi architetti e i suoi maghi e comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventuravano a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva. Quella costruzione era uno scandalo, perché la confusione e la meraviglia sono operazioni proprie di Dio e non degli uomini. Passando il tempo, venne alla sua corte un re degli arabi, e il re di Babilonia (per burlarsi della semplicità del suo ospite) lo fece penetrare nel labirinto, dove vagò offeso e confuso fino al crepuscolo. Allora implorò il soccorso divino e trovò la porta. Le sue labbra non proferirono alcun lamento, ma disse al re di Babilonia ch’egli in Arabia aveva un labirinto migliore e che, a Dio piacendo, gliel’avrebbe fatto conoscere un giorno. (…)

Carovana speciale, questa. Proprio come tutte le altre. E, come tutte le altre, si muove tra due estremi, due paradigmi opposti per significato e uguali per importanza. Il labirinto e il deserto. Il minuscolo e l’immenso, la costrizione e l’assenza di barriere. L’umano e il naturale, l’artificioso e il semplice, il cerebrale e l’istintivo. Sono stati (sono) due fari. Quante volte abbiamo (ho) scritto: una musica sospesa tra delirante modernità e solida tradizione, tra avanguardia e antichità, tra cultura e natura. Ma il punto non sono i punti, di partenza o di arrivo, bensì il viaggio: come i cammelli ben sanno, anzi ci insegnano. Parte allora questa Caravan speciale. Più speciale delle altre, perché non fa un giro, ma va in linea retta, senza tornare indietro. In che senso, lo scopriremo solo alla fine. O dopo la fine. (…)

TAPPE PRINCIPALI

Klaus Paier & Asia Valcic, Silk Road, Act
Eleni Karaindrou, Concert in Athens, Ecm
Slobber Pup, Black Aces, Rare Noise records
Jorge Luis Borges, I due re e i due labirinti

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Non so cosa altro dire. Se non invitarvi a mirare per l’ultima volta la carovana, finalmente uscita dal labirinto, che s’inoltra fra le dune di sabbia, e punta dritta verso l’orizzonte sfocato, ormai si riescono a scorgere solo le punte dei turbanti, neanche più le gobbe dei dromedari. Ebbene sì, miei duevirgolacinque lettori, Caravan è al capolinea, dopo ventuno tappe di onorata carriera vi saluta per sempre, ma ricacciate in saccoccia lu muccaturo, for favor, non è niente di personale, l’addio è alla rubrica, non all’autore, restate intonati, che farà ritorno.

(…) Poi fece ritorno in Arabia, riunì i suoi capitani e guerrieri e devastò il regno di Babilonia con sì buona fortuna che rase al suolo i suoi castelli, sgominò i suoi uomini e fece prigioniero lo stesso re. Lo legò su un veloce cammello e lo portò nel deserto. Andarono tre giorni, e gli disse: «Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi volesti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l’Onnipotente ha voluto ch’io ti mostrassi il mio dove non ci sono scale da salire, né porte da forzare, né faticosi corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo». Poi gli sciolse i legami e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove quegli morì di fame e di sete. La gloria sia con Colui che non muore.

(Erano l’inizio e la fine della mia rubrica Caravan, su Blow Up di giugno)


To: it’s complicated

Certo c’è stata
laggiù una storia molto complicata
ci va una bella forza per lanciare
un piano a coda lunga in alto mare

In un mondo sempre più complicato, signora mia, c’è bisogno di un po’ di semplicità, nevvero? E chi l’ha detto. Può essere pure il contrario: può essere pure che per orientarsi nella complessità della vita contemporanea, la risposta sia accettare la complicazione, abbracciarla, assimilarla per osmosi, complicarla ancora di più, finché non sarà più chiaro se di resa si è trattato, o di trionfo. Per esempio, c’è chi sostiene che l’unico rimedio all’information overload – cioè le tonnellate di news commenti foto minchiate che affollano internet su ogni minima quisquilia, al punto da renderlo quasi non navigabile – il rimedio sarebbe non meno informazione, ma più informazione, organizzata regolata strutturata, s’intende. Il dibattito è aperto: ci salveranno le vecchie zie, o i nativi digitali? Probabilmente non ci salverà nessuno, ma questo è un altro discorso.

The Arch-copPer chi ama complicarsi la vita, questa Caravan parte: alla ricerca della bellezza nella complessità, nella stratificazione, nel casino totale. Prima tappa, Eva quartet & Hector Zazou, The Arch. Badate bene, stiamo parlando di un morto: Zazou non è più dei nostri, e da quasi cinque anni. Questo non è per avanzare sospetti o accusare di macabre strumentalizzazioni – ché ben altre schifezze abbiamo visto (perché a sentirle non ci penso proprio), da Cole Porter a De André risuscitare in studio e duettare con gente che da vivi non ci avrebbero preso manco un caffè – dato che non è questo il caso. Già qualche anno fa, con sorpresa e divertimento, avevo avuto modo di sentire un postumo di Zazou, Oriental Night Fever, discomusic anni ’70 etnicizzata, con due musicisti italiani (a cantare Barbara Eramo e a suonare Stefano Saletti, che ricompare anche qui con un bouzouki). The Arch è un altro progetto che, come quello ma più ampio e complicato, il musicista francese stava portando avanti e anzi aveva quasi terminato quando ha dovuto lasciarlo per causa di forza maggiore. Rimarcare allora la sua condizione di fu capo-progetto è utile per evidenziare la prima complicazione, che è una complicazione temporale, uno shift tra i momenti vari di ideazione/registrazione/produzione/distribuzione tutt’altro che infrequente (in questi giorni stavo ascoltando un cd registrato nel 2005 e uscito adesso), ma che in occasioni come questa balza all’occhio. Fin nei dettagli più banali: tipo i nomi dei diversi batteristi che hanno suonato nei vari pezzi, e che solo Zazou sapeva ma non ha fatto in tempo a lasciare scritti.

L’idea originale del disco, come racconta l’altro project manager Dimiter Panev, era fare una delicata fusione di elettronica e voci bulgare (elettro-etno in pieno stile Zazou insomma, pare che abbia fatto sempre quello). Ah, il mistero delle voci bulgare. Quelle fantastiche armonie che sì, è vero stanno all’incrocio tra oriente e occidente, mitteleuropa balcani e Turchia, sacro e profolk, ma insomma più o meno come tutto il resto, è pur sempre roba che girato l’angolo: e allora perché invece sembrano venire da un’altra galassia? Le voci bulgare che con il loro fascino ipnotico hanno divulgato musicisti e suoni ben più ostici e sconosciuti: hanno reso famosa Kate Bush in tutto il mondo, e in Italia hanno fatto vendere un botto a un gruppetto off lumbard con il disco Italyan, Rum Casusu Çikti…hierba cop

(Questo è l’inizio della mia rubrica Caravan su Blow up di aprile. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Eva quartet & Hector Zazou, The Arch, Elen music

Mala Hierba, Alisachni, Working Bee

John Surman, Saltash bells, Ecmsurman cop


Meta-caravan

tesi_cameristico copAvete presente, sì, quella famosa scena di Totò e Peppino che no, non quella che arrivano a Milano e parlano al ghisa in francese quell’altra, no non quella che si vende la fontana di Trevi, e neanche quella “se no desisti” del paltò di Napoleone, dico quella dello starnuto, vabbè d’accordo non è così famosa, in cui Totò sta sempre per fare uno starnuto micidiale e poi niente, abortito. Ecco, un po’ così si è sentito il vostro capocarovana alla fine – o all’inizio, dipende da come la guardate – di questa Caravan, provando a tracciare una due tre rotte senza riuscire a mettere in marcia la truppa.

Il primo percorso che mi era venuto in mente, ci andavo pensando già da qualche mese, poteva chiamarsi E’ USCITO DAL GRUPPO: l’idea derivava dall’annunciata uscita di tre album solisti di una certa curiosità, Riccardo Tesi, Guido Sodo (entrambi per Materiali Sonori) e il pianista Benedikt Jahnel. Ora è vero che nel jazz-etno-qualcosa di cui solitamente di occupiamo qui, il concetto di gruppo assume un connotato assai più fluido e flessibile che nel rock: lì si è dentro o si è fuori, qui più che di gruppi ormai spesso si parla di progetti, e se ne portano avanti molti contemporaneamente (il jazz si conferma laboratorio politico del precariato globale?!). In effetti quello dei tre di cui più si potrebbe dire che un album solista “fa notizia” è Sodo, da decenni animatore del gruppo Cantodiscanto, e che certo altre cose per conto suo le ha fatte, ma correggetemi se sbaglio un cd intiero no. Poi però il cd suo (al momento in cui scrivo) non è ancora uscito; e sul trio di Benedikt Jahnel finiva che non avevo molto da dire. Non che sia stato una delusione, per carità, però.

benedikt-jahnel-copQuesto giovane pianista tedesco è, almeno così supponevo, la colonna portante musicale di una delle più esaltanti novità degli ultimi anni (vedi Caravan #2, ottobre 2011): il quartetto Cyminology guidato dalla cantante iraniana Samawatie; fuori dal gruppo (Equilibrium, anche lui alla corte Ecm) però sembra perdere molta di quell’originalità, di quell’alterità, per cui mi devo ricredere e attribuire ancora più meriti e prostrarmi a sua maestà Cymin, evidentemente la farina di quel sacco è quasi tutta del granaio persiano. Per cui finiva che parlavo solo di Cameristico by Riccardo Tesi, side project rispetto al suo collaudatissimo ma mai ripetitivo super quartetto Banditaliana. Una occasionale commissione gli ha dato il la per un accostamento tra il suo populare organetto diatonico e i colti pianoforte-violoncello-clarinetto. Senonché poi, da un lato le percussioni, che in una camera classica non stanno bene, rientrano alla grande dalla finestra (il tamburello di Alfio Antico la dice lunga, ma poi anche un terrigno cajon, una sarabanda di strumenti etnici a firma del fedele Ettore Bonafè, addirittura uno scacciapensieri); dall’altro, e in generale, più che innovare questo cd conferma, aggiungendo un altro splendido volume alla concezione di Tesi, il quale prende colori antichi e moderni, sfumature raffinate e materiale grezzo, per disegnare le sue tavole a tinte vivacissime e sempre personali. P.s. di tappa: ho poi risentito con più attenzione Benedikt Jahnel e devo dire che, pur continuando a venerare Cymin Samawatie, Equilibrium ha un fascino sottile, astratto, che rende questo trio degno di essere seguito con attenzione. Insomma quasi quasi, ma ormai era tardi…Comicantiit cop

(Era l’inizio della mia rubrica Caravan, su Blow Up di marzo. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Riccardo Tesi, Cameristico, Materiali Sonori

Benedikt Jahnel, Equilibrium, Ecmalfonsi cop

Giangilberto Monti, Comicanti.it, Incipit Books

Peo Alfonsi, Il velo di Iside, Egea


Batteristi/2: Manu Katché da Sting a se stesso

manu-katche-manu-katcheAltro giro, altra corsa. Altro batterista. Qui siamo nel pantheon dei viventi, nella crema dei giovani (ehm, una volta…) talenti contemporanei. Franco-ivoriano, Manu Katché è diventato prima noto come stimato sessionman di Peter Gabriel (So), Sting (Nothing like the sun) e altri. Poi ha iniziato una carriera solista ben presto virata verso il jazz, sotto l’egida Ecm: questo album, nonostante il titolo eponimo che solitamente contraddistingue un esordio, è ben il terzo per l’etichetta di Manfred Eicher, e il quarto in assoluto. Il drumming di Katché ha due grandi pregi, in assoluto e per correre: uno, non perde mai di vista il ritmo, anche quando si lancia in assoli, digressioni, frammentazioni, che invece di distrarre hanno l’effetto di mantenere il discorso sempre vivo e interessante. Due, non esagera mai, non mostra i muscoli, sia come velocità che come volume: la sua presenza, ora robusta o ora in punta di dita (meraviglioso quando sfiora ossessivamente i piatti) è sempre discreta. Come tutto il disco, dove tromba, sassofono e tastiere (manca il basso, e questo la dice lunga sulla bravura del batterista a sostenere da solo tutta la parte ritmica) si avvolgono in mantra ipnotici, a volte più minimalisti che jazz, in suoni caldi e soffici (che bella sorpresa quell’organo hammond!). Per correre leggeri.

(Sul numero di febbraio del mensile sportivo Correre)