Per tutto il resto c’è Masterpiece

troisiOra, non è per citare sempre e comunque Massimo Troisi, ma più passa il tempo e più la sua battuta diventa una paradossale realtà: “Io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere!”. In Italia si legge poco e si scrive tanto. Peggio: si legge sempre di meno e si scrive sempre di più. Prendiamo una qualsiasi statistica: le vendite del 2012 sono state inferiori a quelle del 2011 (meno 7%), che a loro volta erano in calo rispetto al 2010; e i primi mesi di quest’anno sono un’ulteriore precipizio. A leggere almeno un – dicesi uno – libro all’anno è meno di metà della popolazione, mentre i cosiddetti lettori forti sono appena il 6% degli italiani; e attenzione, per essere classificati in quest’elite basta aver letto un libro al mese (Rapporto sulla promozione della lettura, a cura del Forum del libro). Cambio versante: il mercato editoriale propone tra i cinquemila e i seimila titoli al mese, considerati tutti i settori. E restando solo nell’ambito della narrativa, più di trecento esordienti all’anno: uno scrittore nuovo ogni giorno; troppo, anche per l’apparato digerente più ferreo. Il tutto, senza contare le migliaia di aspiranti, quelli che scrivono e non riescono a pubblicare, ma vorrebbero tanto.

Siamo un popolo di scrittori, un popolo di non-lettori. Quanto più aumenta il divario tra quei due dati, tanto più il paradosso si fa evidente. Insomma: perché pubblicare (o aspirare a) se dall’altro lato non ci sta nessuno a leggere? Posto che coi diritti d’autore (1 euro circa a copia venduta, a meno che non hai vinto lo Strega) riescono a campare sì e no poche decine di best-selleristi, la molla è certo il soldo. Allora la fama, il prestigio. Ma anche lì: perché affannarsi a pubblicare un romanzo, quando bene che vada lo leggeranno cinquecento persone, di cui la metà sono amici, parenti e compagni delle elementari ripescati per l’occasione? È come se negli anni ’60, nel mezzo del boom economico e della diffusione dell’automobile come bene di massa, tutti si fossero messi a costruire e a vendere carretti e calessi. Mistero.

Che resta tale anche per gli addetti ai lavori. E così vorresti fare lo scrittore: il titolo del recente libro di Giuseppe Culicchia (per Laterza) lascia poco spazio ai dubbi, e molto al sarcasmo. Ma forse, come ha sottolineato Andrea Bajani in un grandissimo pezzo sul libro, e sui libri, forse non è solo colpa dei poveri illusi che vogliono entrare nel “dorato mondo delle lettere”.

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Steve Jobs, chi era costui

(Articolo uscito ieri sul Mattino di Napoli, qui versione integrale)

Federico Bona, Steve Jobs. La vita, le opere, le contraddizioni, Dalai Editore, 241 p., euro 9.90

Sostiene Baricco che Steve Jobs è il capofila dei barbari, cioè del nuovo che avanza, e che a colpi di tecnologia e gadget metterà fine alla cultura, alla comunicazione, insomma a tutto il mondo che conosciamo. Succederà tra pochissimo, sta già succedendo, sostiene Baricco. Quel che è sicuro, è l’enorme peso del personaggio: un simbolo, per molti un esempio, addirittura un guru. Non a caso ne stiamo parlando al presente, anche se fisicamente Jobs non è più tra i vivi dal 5 ottobre 2011: la sua icona – ecco un termine che di certo non ha inventato, ma che senza di lui sarebbe rimasto confinato nei polverosi manuali di storia dell’arte – ci accompagnava prima e ci accompagnerà per parecchio ancora.

Se vogliamo capirci qualcosa allora, e farlo magari attraverso quello strumento desueto chiamato libro, sarà meglio leggere un libro su Steve Jobs, piuttosto che un libro di Steve Jobs, come invece tutti ci precipitammo a fare quando alla velocità del coccodrillo venne stampato il suo discorso agli universitari di Stanford, quello di “Stay hungry stay foolish”. Meglio ancora se il libro che abbiamo davanti, intitolato semplicemente Steve Jobs, ma col promettente sottotitolo La vita, le opere, le contraddizioni, non solo è un libro su e non di, ma non appartiene neanche alla categoria un po’ ienesca degli instant book: è uscito proprio in questi giorni, a ben sei mesi di distanza, e si sa che ai tempi di internet sei mesi sono un’era. Altro pregio, non è un’agiografia: l’autore è Federico Bona, giornalista esperto di tecnologia, ma quando fa scrivere nel risvolto di copertina che “ha un Mac dal 1990” è più per sottolineare la competenza che un’appartenenza fideistica. Non ha un atteggiamento adorante, Bona, e si vede fin dalle prime pagine che demoliscono il mito del garage, cioè dell’impresa geniale nata da due ragazzetti in un sottoscala: è vero che i due Steve, Jobs e Wozniak, creano il primo computer e fondano la Apple per così dire nel tempo libero, ma bisogna anche ricordare che dopo appena un anno, nel 1977, l’azienda già capitalizza milioni, ha vari altri soci e decine di dipendenti. Il libro però non scade neanche nell’estremo opposto, quello del livore, come capita alle biografie piene di retroscena e colpi bassi firmate da molti ex traditi o avversari incarogniti.

Dietro c’è una mole di dati notevole, uno studio e una ricerca tignosa su altri libri, interviste, video, siti internet e documenti privati; nonostante ciò, si fa leggere come una storia appassionante, forse anche per merito dell’organizzazione non cronologica ma tematica dei capitoli (Le idee, I fallimenti, I complici…). La biografia c’è e non c’è, e soprattutto manca il ricorso fine a se stesso all’aneddotica, che di solito domina il discorso quando si tratta di grandi personaggi: tutti ricordano le battute, che so, di Andreotti, e pochi quel che ha fatto o non fatto al governo. Anche gli argomenti più personali, come il tanto declamato buddhismo zen, o il complicato rapporto con alcuni familiari (la prima figlia non la riconoscerà per anni, eppure le dedica il nome di uno dei primi computer, il Lisa), sono trattati, ma sempre per farci capire qualcosa, non per sfizio. È un’epopea imprenditoriale, dalla quale emerge il dato che Jobs più di tutto fosse un genio del marketing: non in senso deteriore, come trucchetti per vendere merce, ma nel significato più ampio di capacità di immaginare ciò che la gente desidera, e in qualche caso suggerirglielo. Sicuramente in materia di elettronica non era un ignorante, eppure l’ingegnere, quello che progettò le prime macchine, era Wozniak; e così certo non era un designer, ma era talmente fissato con le forme semplici e belle che si può dire che i suoi prodotti sono noti e apprezzati anche per quello. Di volta in volta Jobs è stato quindi in grado di indirizzare e fare un’eccellente regia del lavoro di vari tecnici, alla fine prendendosene il merito. Giustamente o no? Certo se mettiamo tutte insieme le cose che sono passate da Apple, e che oggi diamo per scontate ma che quando sono nate hanno avuto vari avversari e varie alternative, la lista fa impressione: il mouse (all’inizio il computer si comandava solo con la tastiera, poi si pensò a una rotella o a una superficie sensibile); lo schermo grafico, cioè quello in grado di far vedere immagini e non solo lettere; lo schermo sensibile al tatto di iPhone e iPad. Ma l’intuizione, o l’invenzione, più grande di Jobs è stata pensare il personal computer, cioè il computer come una cosa per le persone, e non solo per le aziende come sembrava ovvio all’inizio, per tutte le persone o almeno per quante più persone possibile.

Pur non facendo scoop, il libro torna a sottolineare qua e là alcune cose curiose che ci eravamo scordati o non avevamo mai saputo, grazie alla sapienza mediatica di Jobs: per esempio che Microsoft, il colosso, per anni il nemico, all’inizio era in realtà una minuscola azienda di software, fornitore della già grandicella Apple; e che lo stesso Bill Gates lungi dall’essere un avversario sul piano personale, abbia più volte salvato le imprese di Jobs, finanziandolo. Un altro mito che, senza avere l’aria da black block, l’autore distrugge è quello dell’infallibilità: è infatti abbastanza noto che la decennale parentesi di Jobs fuori da Apple (fu cacciato dall’azienda da lui stesso fondata!) produsse il topolino della NeXT, solo tanto fumo, anche se nel frattempo risollevò e lanciò la Pixar nel meraviglioso mondo dei cartoni animati fatti al computer. Però il mito vuole che tornato in Apple non ne abbia più sbagliata una. Errore: qualcuno di voi ricorda i grandi successi del Mac G4 Cube, o della Apple Tv? Ecco, appunto.

E chiaramente non vengono taciute le cose peggiori di Jobs. Il suo caratteraccio, anche se negli insulti preferiti sembra avesse una fantasia scarsa e univocamente indirizzata alle deiezioni (“sei una m…” e “fa cag…”). E l’orrore della Foxconn, la fabbrica cinese delle condizioni invivibili e dei suicidi. Ma il marchio definitivo Bona lo mette a un certo punto, come se niente fosse. Parla dell’abilità di Jobs nell’additare come nemici le grandi aziende, a turno Ibm, Microsoft e Google: “Individuare un nemico più grande di te serve a spingere il tuo gruppo a livello altissimi di competitività, e riconoscerlo in una grande corporation alimenta il mito dell’alternativa, figlio della controcultura in cui Jobs è cresciuto, oltre ad attirare le simpatie dell’opinione pubblica, naturalmente portata a tifare per qualsiasi Davide sfidi qualunque Golia. Che poi il sentimento di inimicizia provato da Jobs possa essere sincero è del tutto accessorio, mentre il fatto che Apple sia stata a più riprese, a tutti gli effetti un grande corporation (oggi per esempio è la società con capitalizzazione più alta al mondo) mostra quanto Jobs fosse sfacciato nel piegare la realtà a proprio piacimento”.

La più grande abilità di Jobs sarebbe quindi quella di aver creato una grande impresa che viene percepita come piccola, un modello dominante che viene visto come alternativo, e di riflesso un’immagine di sé come esempio per gli sfigati e come guru per i brufolosi genietti del pc in tutto il mondo. Un po’ come Berlusconi insomma, che pur essendo miliardario veniva votato dagli operai e dai poveri in canna che il suo patrimonio non lo vedrebbero neanche in mille anni di stipendio. Alla fine, più che Baricco avrebbe ragione allora un altro scrittore italiano, o meglio quel collettivo di scrittori che prende il nome di Wu Ming. Il quale nei giorni del cordoglio interplanetario mise in guardia l’osannante popolo del web, dicendo in sostanza “lui non è uno di noi”. E creò, giocando sulla contrapposizione lavoro-lavoratore, il fittizio personaggio di Steve Workers. Purtroppo la realtà è che Jobs è morto, ma ne parleremo ancora a lungo. Mentre di lavori, e di lavoratori, forse non ne sentiremo parlare più.


Presentazioni del libro: centro-sud tour 2012

L’ho detto (su fb) e lo ridico: mi sento un po’ il Baricco dei poveri. Ba-ricco perché il suo libro ancora doveva uscire e lui già era stato in 10 librerie da Milano a Bari nel giro di 7 giorni. Ma-povero perché in realtà ci si organizza così, comprimendo tutto, per sparagnare. Tant’è, posso dire forte che a marzo faccio 3 presentazioni in 3 giorni. Ecco i dettagli.

Domenica 11 marzo, Roma
Libri Come – Auditorium, ore 12.00
Con il compagno di scuderia Ivan Polidoro, il critico Filippo La Porta e lo scrittore Antonio Pascale
(qui l’evento su Facebook)

Lunedì 12 marzo, Salerno
Feltrinelli, ore 18.00
Con Francesco De Piscopo, docente di letteratura italiana, e Raffaele Avallone, giornalista del Corriere del Mezzogiorno
(qui l’evento su Facebook)

Martedì 13 marzo, Napoli
Fnac, ore 18.00
Con Raffaella R. Ferré
(qui l’evento su Facebook)