Precari della cultura: urge corso di autodifesa

Quando la smetteremo di lavorare gratis? Lo scorso post in tema (Dalle arance ai blog – e ritorno?) era solo l’introduzione. Eppure è stato molto letto: più che un interesse teorico, un nervo scoperto. Veniamo, come promesso, al cuore della questione. Su Rolling Stone di maggio la rubrica di Marco Mancassola e Christian Raimo è significativamente intitolata Lavoro gratis. Niente che noi precarintelletuali non ci andiamo ripetendo da tempo, per carità. Ma riportato con crudezza, con una punta di sadismo, anzi masochismo, ché i due non sono proprio dei palazzinari milionari. Scrive Mancassola:

Un sistema economico in panne, in costante assetto d’emergenza, non sa che farsene di masse di giovani intellettuali. Non ha tempo, non ha risorse, non ha progetti. Nonostante le belle parole e i richiami periodici sull’importanza di cultura e ricerca, la produzione sembra essersi scollata dalla cultura. Intere generazioni di lavoratori cognitivi e di creativi, di persone preparate a lavorare con il cervello, sono diventate superflue. Ed è sempre un pessimo segno, quando masse di persone diventano superflue.

Ora, sapete com’è la crisi. È una signora dai modi un poco bruschi. La crisi chiede agli operai di rinunciare a parte dei loro stipendi e tutele – ovvero di ricordarsi che sono solo miseri operai, non parte del ceto medio come a lungo erano stati illusi. Mentre in parallelo chiede ai lavoratori intellettuali, sempre più, di lavorare gratis. Proprio gratis.

Di esempi pratici a sostegno siamo circondati. Ne riporto solo due. Uno è noto in rete: Alberto Puliafito, giornalista freelance, da un anno aspetta di essere pagato dal mensile Maxim per un reportage dall’Aquila. La storia è stata seguita attivamente da Arianna Ciccone e dall’Isola dei cassintegrati, che hanno tentato di ricostruire l’intrico di (falsi?) passaggi di proprietà e scatole societarie. Ma il risultato finale è semplice, e temo difficilmente mutabile: Puliafito non ha avuto i soldi che gli spettavano.

Altro esempio: fatto capitato a un mio amico/collega, ometto nome suo e della testata perché non ho avuto modo di chiedergli l’autorizzazione. Il tizio non è giornalista, lavora nell’editoria, ma per passione e contiguità tematica scrive di letteratura su vari giornali. A uno di questi, un mensile, si propone, gli dicono sì, inizia a collaborare regolarmente. Zero contratti o accordi, e questa è la prassi, si sa. Zero anche chiacchiere informali, gentemen’s agreement, e anche questo è d’uso, anche se iniziamo ad avvicinarci in zona Masoch. Bene, dopo un anno (dodici mesi, dodici numeri) il collega scrive alla persona con cui si accordava per la scelta e la consegna dei pezzi – un caporedattore, quindi teoricamente un giornalista e non una longa manus dell’editore o un nipote, anche se non si sa mai – e osa chiedergli se è previsto un pagamento, ed eventualmente di quanto. Senza reclamare, minacciare o strillare: timidamente domandando. Risultato? Fine di tutto. Il caporedattore non ha risposto a quella domanda, non ha risposto a quella mail, non ha più risposto a nessun’altra mail, né al telefono: il collega non ha più collaborato con quel mensile, e ci poteva pure stare, ma non ha proprio più avuto cenni di vita da loro. Ora, ci sarebbero una serie di spiegazioni per cui un interno di una redazione si comporta così; ma sono tutte una peggio dell’altra, e soprattutto alla fine il risultato non cambia: zero soldi, zero spiegazioni, sdegnosa chiusura di tutti i rapporti per il solo aver nominato la parola “compenso”.

Niente da fare allora? Ci rassegniamo? O cambiamo mestiere? Gli stessi Mancassola e Raimo, dopo aver dipinto scenari gotici, qualcosa di positivo dicono. Citano qualche esempio di associazioni o movimenti embrionali para-sindacali (ebbene sì, siamo tornati indietro di centocinquant’anni), soprattutto affermano che “il problema passa dalla parte degli intellettuali precari”. La palla è nel nostro campo, tocca a noi. Io come dicevo un paio di mezze idee ce le avrei. Eccole.

1. Non lavorare gratis.

Semplicemente, non accettare – o peggio cercare – incarichi non retribuiti. Mi è tornato in mente il caso di una mia conoscente, nota giornalista-scrittrice, che anni fa mi disse: ho deciso di non scrivere gratis da nessuna parte se non sul mio blog, è una policy drastica ma se inizio a fare distinguo non la finisco più. Chiaro, non è facile, e soprattutto non è facile farlo da un momento all’altro: però quello dovrebbe essere il faro, l’ideale. A cui si possono fare eccezioni: il comunicato stampa per la onlus, il pezzo per il sito a gestione familiare, il contributo alla radio militante. Ma dovrebbe esserci la condizione oggettiva del noprofit – non ci guadagno io, non ci guadagnano loro – e quella soggettiva dell’adesione all’idea. E bisogna essere onesti con se stessi, rubricando queste attività alla voce volontariato, vale a dire tempo libero, e non alla voce lavoro. Poi ovvio, c’è la questione prestigio/visibilità: se oggi il New Yorker mi offrisse di scrivere ma gratis, non so se avrei la forza per dire no. Ma fin dove scende l’asticella? NY Times ok, ok anche l’Huffington Post, ma per esempio l’HuffPo Italia? E il Corrierone? Come si vede, se si comincia con le eccezioni è difficile tracciare il confine.

Non lavorare gratis, quindi. (E neanche per compensi ridicoli, i 7 o 15 o 20 euro, il che è lo stesso. Fatto il conto del servo: se tutti i pezzi me li pagassero 50 euro – che non è oro colato ma comunque una cifra apprezzabile dato quello che si sente in giro – dovrei scrivere un pezzo al giorno, cosa che sono ben lontano dal fare, per racimolare un introito appena decente). Non lavorare gratis: ne beneficia innanzitutto la dignità personale, l’autostima; perché parliamoci chiaro, immersi come siamo in un clima da “con la cultura non si mangia” abbiamo finito per crederci anche noi, che un articolo non vale quasi niente, proprio niente. Ma sarebbe anche un atto politico: se iniziassimo a farlo tutti – irreale, ma se non si immagina qualcosa che ancora non c’è, non si può cambiare la realtà – o quasi tutti, gli editori che si reggono sul lavoro sottopagato o nientepagato dovrebbero iniziare a farsi due conti. A cambiare politica, o chiudere, e tanto piacere.

2. Denunciare pubblicamente i casi di sfruttamento

I casi come quelli citati prima. Posto che ognuno di noi si tiene ben stretti quei pochi che pagano decentemente, altrimenti si aprirebbe una corsa all’oro (oro, poi) e si finirebbe con la solita guerra tra poveri, mentre è proprio il contrario che vogliamo, no? Invece quelli che non pagano, che pagano poco e con ritardi annuali, che giocano sporco, che ogni volta è una lotta, che sono secoli che dicono ora no ma a breve… quelli dirseli, passare la voce. Creare insomma una sorta di sportello di autodifesa: per tentare di risolvere i casi specifici, ma soprattutto per evitare che ci caschino anche altri. Non voglio fare la gogna degli editori cattivi, ma neanche essere complice, contro il mio stesso interesse, nel perpetuare silenzi e mezze voci. Fuori i nomi.

Che ne pensate? Chi è interessato – a concretizzarealizzare le proposte, a discuterle, a pensarne altre – metta il dito qui sotto.


D’Angelo e Rava: un altro mondo è passibile

Oggi ricorre l’anniversario della strage di Brescia. A Brescia sta Radio onda d’urto, che ospita la trasmissione Flatlandia, che ospita la mia rubrica Il libro che suona. Che va in onda l’ultimo lunedì del mese, per cui proprio oggi. Mi è sembrato doveroso restare in tema, anche se indirettamente (direttamente ne hanno parlato nel resto della trasmissione, intervistando Francesco Barilli che insieme a Matteo Fenoglio è autore della graphic non-fiction Piazza della Loggia vol. 1). Perciò ho parlato di un altro momento tragico: il G8 di Genova 2001, un altro frangente in cui lo Stato è venuto meno. Sia durante i fatti, sia ancor di più dopo, come ci accorgiamo tristemente dallo svolgimento di processi senza colpevoli, o dall’indisturbata carriera nelle istituzioni di personaggi coinvolti in avvenimenti come minimo censurabili.

Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, minimum fax

A Genova nell’estate 2001 è ambientato il libro di Filippo D’Angelo. Un libro con diversi piani di lettura: letterario innanzitutto. A partire dal titolo, bello: La fine dell’altro mondo, che in realtà non è riferito alla fine del mondo ma a uno scritto di Cyrano de Bergerac, considerato in un certo senso precursore dei romanzi di fantascienza, e intitolato appunto L’altro mondo. Il protagonista del libro di D’Angelo, che è un dottorando in letteratura francesce specializzato nel Seicento, a un certo punto si convince che l’opera di Cyrano aveva una conclusione diversa, e si metta alla caccia di un’edizione con queste pagine altrove mancanti: la fine de L’altro mondo. Ma c’è anche sotteso un gioco di parole con lo slogan dei noglobal (ricordate? sembra cent’anni fa) “un altro mondo è possibile”. E invece no: fine. Il 2001, prima con il G8 di Genova e poi con l’11 settembre, mise a segno l’uno-due che fece andare ko il movimento noglobal.

Altri piani di lettura: intimo, sessuale e politico. C’è tanto sesso, forse troppo; ma ecco la riflessione che in proposito fa il protagonista:  “La vita sessuale degli individui gli era sempre parsa essere la cartina di tornasole della loro personalità, e ogni distrazione tra il pubblico e il privato una pagliacciata morale”. Pubblico e privato, o meglio “il personale è politico”, come si diceva una volta.

E il politico in questo libro è soprattutto personale, espresso attraverso un conflitto, un sentimento che arriva all’odio verso la generazione dei padri: innanzitutto i genitori biologici, ma poi tutti i politici, imprenditori e intellettuali nati tra il 1945 e il 1955, come dice il protagonista Ludovico in una memorabile tirata. Com’era quella frase, la mia generazione ha perso? Ecco, sembra suggerire D’Angelo, la mia generazione non è neanche scesa in campo. Per dire: Cyrano muore a 36 anni, ha fatto in tempo a vivere un’esistenza avventurosa e a scrivere capolavori; oggi io a 37 o lo stesso D’Angelo, a 39 anni al suo primo romanzo, possiamo essere definiti senza un filo d’ironia “giovani di belle speranze”.

Ma è proprio l’insistere sul privato, il dipanarsi intimo di una vicenda che inizia male e va sempre peggio, tra alcolismo, velleità accademiche e impotenza sentimentale, a dare il senso politico dello sfacelo. Geniale è ambientazione temporale pre-G8: l’appuntamento che per tutto il libro incombe ma quasi distrattamente, che affiora ogni tanto ma senza tanta importanza. E questo dà suspense perché noi che leggiamo oggi sappiamo, sappiamo quello che è successo subito dopo, il destino collettivo verso cui tutti precipitano e a cui non possono sottrarsi neanche i figli del riflusso. Un po’ come quando vedi un thriller e tu spettatore sai che dietro la porta c’è l’assassino mentre il personaggio è beatamente inconsapevole.

Ma è arrivato il momento di farlo suonare, il libro.

Enrico Rava, Tribe, Ecm. Il disco proposto per accompagnamento l’ho scelto per somiglianza e contrasto. Somiglianza per l’umore malinconico che sprigiona dal quintetto, e per la commistione di vari stili e livelli di lettura, in questa come in altre incisioni della colonna del jazz italiano: sperimentalismo e melodia, ricerca e semplicità. Ma anche contrasto, perché a differenza del romanzo, propone un rapporto padri-figli pacificato: Rava ha 73 anni e si è circondato da una serie di musicisti emergenti, giovani o giovanissimi. Negli ultimi tempi anzi lo scouting è diventato il leitmotiv della sua produzione, una sorta di passaggio di testimone. Cosa che avviene molto spesso nel mondo della musica, e quasi mai nella politica, nella società.

Alla fine della puntata come al solito ho letto un brano con la musica in sottofondo: per verificare se l’accoppiamento è azzeccato, e ascoltare tutta la rubrica, cliccate qua.


Precari della cultura: dalle arance ai blog (e ritorno?)

Qualche mese fa la moglie di mio cugino, che è di Reggio Calabria, va giù a trovare i suoi e se ne torna con una quintalata di arance. Memore di pomodori che a Napoli costano 50 cent al chilo, e a Torino anche dieci volte tanto, le domando: Per sfizio, quanto le hai pagate? E lei: In che senso, pagate? Da noi le arance mica si comprano, si prendono.

La storia mi è ritornata in mente come un’illuminazione qualche giorno fa, quando leggendo non so più quale articolo mi sono imbattuto nell’espressione tecnica “beni scarsi“. Sta più o meno a pagina 3 dei manuali di economia, ed è una di quelle cose talmente fondamentali che ce le dimentichiamo, con il risultato che poi. I beni economici, dice il manuale, si definiscono tali in quanto utili – cioè in grado di soddisfare un bisogno umano – e in quanto scarsi, cioè disponibili in quantità limitata. Insomma, è impossibile vendere pedalò in montagna, come faceva il mitico Ferrini a Quelli della notte, perché manca l’utilità; è impossibile vendere l’aria, o le arance se sei a Reggio Calabria, perché manca la scarsità.

Dicevo che uno se lo dimentica, questo postulato dell’economia, e poi rimane basito a chiedersi: ma come mai il lavoro intellettuale è così sfruttato e sottopagato? Come mai una correzione di bozze di un libro viene pagata poche decine di euro? Come mai un articolo di giornale viene pagato 7 euro, 5 euro, 3 euro e mezzo, una pacca sulla spalla? Sì vabbè, ci sta la crisi del millennio. Sì vabbè ci sta, in mezzo alla crisi del millennio, la pregressa crisi specifica del settore editoria. Si vabbè, gli editori so’ stronzi. Ma soprattutto, c’è internet.

Internet, si sa, ha portato un’esplosione di contenuti mai vista: come quantità e come accessibilità. Tanto da generare per il mondo della conoscenza un problema agli antipodi rispetto a quello che si era sempre dovuto affrontare finora: l’eccesso di informazione, in gergo information overload. Che si combatte, come ha fatto notare Giuseppe Granieri in un bel post su Twitter, non riducendo ma aumentando le informazioni, o meglio le meta-informazioni, i cartelli stradali. Ma questo è l’aspetto oggettivo della vicenda, mentre qui mi interessa l’aspetto soggettivo. Detta in soldoni (oops): in giro è pieno di blogger che scrivono di tutto, e scrivono tanto, e molti scrivono maledettamente bene, meglio di molti giornalisti, me compreso, oh. Grazie che poi nessuno ti vuole pagare, per una recensione di un film che te ne trovo altre dieci, subito, più belle e aggratis. Cvd: bene non scarso, bene non economico.

Questo non per parlare male dei blog, da che pulpito poi. Solo per prendere atto di una situazione, e non fare gli struzzi. Allora invece di chiedersi come mai gli editori ci sottopagano, sarebbe il caso di chiedersi cosa si può fare. Chiaramente bisogna agire sia dentro il lavoro sia fuori. Dentro significa operare creativamente per elevare la qualità, per inventare qualcosa in più rispetto all’offerta disponibile gratuitamente. Esempio del cronista: consumarsi le suole non basta, perché c’è il citizen journalist che passa di là e fa una foto dell’incidente prima di tutti? Allora bisogna scrivere da padreterni. Scrivere da padreterni non basta perché ci sono duecento blogger che scrivono ancora meglio? Allora bisogna contestualizzare la notizia e connetterla ai casi simili. E se questo non basta perché c’è quel sito di attivisti che intervista l’esperto per contestualizzare e fa una ricerca d’archivio, bisognerà inventarsi qualche altra cosa. Insomma, ‘na roba tosta. Sempre meglio che lavorare? Forse non vale più.

Ma sicuramente non è abbastanza. Perché si può e si deve agire anche fuori, cioè non mentre si lavora, ma attorno alle condizioni lavorative. Come? Io un paio di mezze idee ce le avrei, ma siccome mi sto dilungando troppo ve le dico nel prossimo post.


La Cina in parole non povere

Yu Hua, La Cina in dieci parole, Feltrinelli 2012, 240 pagine, 18.50 euro

La Cina è vicina? La Cina è lontanissima, altroché. Lontana geograficamente, ovvio, lontana economicamente, perché continua a crescere mentre noi qui siamo intrappolati nella depressione. Lontana soprattutto dalla nostra comprensione, perché sfugge ai vecchi schemi di comunismo, capitalismo, democrazia, ricchezza, giustizia, libertà. Torna utilissimo allora un libro come La Cina in dieci parole, di Yu Hua (Feltrinelli, 240 pagine, 18.50 euro), perché spiega, anzi racconta le cose, senza pretese di essere sistematico, ma riuscendo a illuminarle.

Yu Hua è un romanziere tradotto in tutto il mondo, che agli esordi scriveva trame piuttosto pulp e sanguinolente, ma sempre con un occhio alla realtà sociale; un titolo come Cronache di un venditore di sangue la dice lunga: sembra fanta-horror ma è una figura che esiste davvero, in Cina, un lavoro abietto con cui parecchi si sono arricchiti. Tra le parole che formano questo vocabolario-decalogo, alcune ce le aspettiamo: “popolo”, “rivoluzione”, “leader”. Altre sono sorprendenti, e rivelano molto dell’immagine che i cinesi oggi hanno di se stessi: “morti di fame”, “taroccato”, “intortare”. E altre sono più schiettamente personali, come “lettura”, “scrivere”, “Lu Xun” (un letterato degli anni trenta, l’unico oltre a Mao che era permesso leggere nell’epoca di devastazione della Rivoluzione culturale).

Perché la particolarità, e il bello, di questo libro è che l’autore intreccia tre livelli: quello autobiografico, le storie sue e della sua famiglia, del bambino piccolo come dell’intellettuale affermato; poi c’è una miriade di storie, di cronache surreali e strazianti, che hanno per protagonisti povera gente e vip, disgrazie nere e successi fulminei; infine c’è la grande Storia, i fatti dell’economia e della politica, supportati da cifre e analizzati con lucidità. I tre livelli sono mescolati e si passa a ogni momento dall’uno all’altro, il che rende la narrazione appassionante. Yu Hua resta pur sempre un narratore, infatti, con la grande capacità di chiarire partendo dai dettagli. Come nel caso delle battaglie per i timbri: le bande Guardie rosse che si bastonavano a morte tra loro per accaparrarsi i timbri degli uffici, ché solo con quelli avrebbero acquisito potere, sono l’emblema di quell’assurdo mix di violenza e burocrazia che fu la Rivoluzione culturale.

Perché tornare sempre al passato, si chiede l’autore. E si risponde: perché le due epoche condividono tratti comuni impressionanti, e se pure sotto forme sociali completamente diverse, è comune lo scatenamento collettivo verso uno scopo, politico ai tempi di Mao, economico oggi.

Ma Yu Hua non corrisponde allo stereotipo del cinese fuoriuscito, tutto critiche per il regime di Pechino e lisciate per i nostri pregiudizi di occidentali. Anzi gioca a spiazzare: come quando accosta quelle gogne per iscritto che furono i dazibao ai moderni blog, perché entrambi “servono all’affermazione di sé”. E la mette giù dura: “il nostro miracolo economico o, meglio, i profitti di cui andiamo tanto fieri sono realizzati grazie al potere assoluto esercitato dalle autorità: è proprio la mancanza di trasparenza nella politica a determinare il rapido sviluppo economico”.

Per capire l’ambiguità che contraddistingue la Cina moderna, e a cui non rimane estraneo l’autore stesso, lasciamoci raccontare un’ultima storia, anzi due storie parallele. La prima risale all’era maoista, quando il cibo era razionato e prosperava il mercato nero delle tessere: un contadino per pagarsi un matrimonio almeno dignitoso stringe la cinghia e raggranella un po’ di questi biglietti, ma quando li va a vendere viene scoperto da guardiani ragazzini (tra cui Yu Hua) che per fargli mollare la presa lo colpiscono con un mattone prima sulle mani e poi in faccia; poi multato e sgridato dalla polizia, e gli va ancora bene, il giovane sposo se ne torna al villaggio mortificato, senza né tessere né soldi.

La seconda si svolge oggi, in una di quelle metropoli sorte da un momento all’altro che la più piccola ha dieci milioni di abitanti, dove si riversano masse di disperati, sottoproletari e straccioni; i quali per sbarcare il lunario fanno le cose più varie, tra cui il venditore ambulante: ambulante e abusivo, uno di loro all’ennesimo sequestro della merce – quattro carabattole ma tutti i suoi averi, il suo “investimento” – si ribella e colpisce il poliziotto vessatore, lo uccide, viene condannato. Queste due storie, che a noi sembrano l’eterno leitmotiv degli umili che in ogni epoca e nazione vengono ancor più umiliati, a Yu Hua fanno invece scattare l’interrogativo: che cosa è successo al nostro paese, che a distanza di così pochi anni quello si prendeva le botte dai bambini mentre questo si ribella all’autorità fino a uccidere? Signora mia dove andremo a finire, non lo dice ma poco ci manca. Niente da fare, anche Yu Hua, per quanto bestseller in occidente, sempre cinese rimane, e quindi un po’ misterioso, non del tutto comprensibile. La Cina è lontana, ogni giorno di più.

La Cina è vicina? La Cina è lontanissima, altroché. Lontana geograficamente, ovvio, lontana economicamente, perché continua a crescere mentre noi qui siamo intrappolati nella depressione. Lontana soprattutto dalla nostra comprensione, perché sfugge ai vecchi schemi di comunismo, capitalismo, democrazia, ricchezza, giustizia, libertà. Torna utilissimo allora un libro come La Cina in dieci parole, di Yu Hua (Feltrinelli, 240 pagine, 18.50 euro), perché spiega, anzi racconta le cose, senza pretese di essere sistematico, ma riuscendo a illuminarle.

Yu Hua è un romanziere tradotto in tutto il mondo, che agli esordi scriveva trame piuttosto pulp e sanguinolente, ma sempre con un occhio alla realtà sociale; un titolo come Cronache di un venditore di sangue la dice lunga: sembra fanta-horror ma è una figura che esiste davvero, in Cina, un lavoro abietto con cui parecchi si sono arricchiti. Tra le parole che formano questo vocabolario-decalogo, alcune ce le aspettiamo: “popolo”, “rivoluzione”, “leader”. Altre sono sorprendenti, e rivelano molto dell’immagine che i cinesi oggi hanno di se stessi: “morti di fame”, “taroccato”, “intortare”. E altre sono più schiettamente personali, come “lettura”, “scrivere”, “Lu Xun” (un letterato degli anni trenta, l’unico oltre a Mao che era permesso leggere nell’epoca di devastazione della Rivoluzione culturale).

Perché la particolarità, e il bello, di questo libro è che l’autore intreccia tre livelli: quello autobiografico, le storie sue e della sua famiglia, del bambino piccolo come dell’intellettuale affermato; poi c’è una miriade di storie, di cronache surreali e strazianti, che hanno per protagonisti povera gente e vip, disgrazie nere e successi fulminei; infine c’è la grande Storia, i fatti dell’economia e della politica, supportati da cifre e analizzati con lucidità. I tre livelli sono mescolati e si passa a ogni momento dall’uno all’altro, il che rende la narrazione appassionante. Yu Hua resta pur sempre un narratore, infatti, con la grande capacità di chiarire partendo dai dettagli. Come nel caso delle battaglie per i timbri: le bande Guardie rosse che si bastonavano a morte tra loro per accaparrarsi i timbri degli uffici, ché solo con quelli avrebbero acquisito potere, sono l’emblema di quell’assurdo mix di violenza e burocrazia che fu la Rivoluzione culturale.

Ma perché tornare sempre al passato, si chiede l’autore. E si risponde: perché le due epoche condividono tratti comuni impressionanti, e se pure sotto forme sociali completamente diverse, è comune lo scatenamento collettivo verso uno scopo, politico ai tempi di Mao, economico oggi.

Ma Yu Hua non corrisponde allo stereotipo del cinese fuoriuscito, tutto critiche per il regime di Pechino e lisciate per i nostri pregiudizi di occidentali. Anzi gioca a spiazzare: come quando accosta quelle gogne per iscritto che furono i dazibao ai moderni blog, perché entrambi “servono all’affermazione di sé”. E la mette giù dura: “il nostro miracolo economico o, meglio, i profitti di cui andiamo tanto fieri sono realizzati grazie al potere assoluto esercitato dalle autorità: è proprio la mancanza di trasparenza nella politica a determinare il rapido sviluppo economico”.

Per capire l’ambiguità che contraddistingue la Cina moderna, e a cui non rimane estraneo l’autore stesso, lasciamoci raccontare un’ultima storia, anzi due storie parallele. La prima risale all’era maoista, quando il cibo era razionato e prosperava il mercato nero delle tessere: un contadino per pagarsi un matrimonio almeno dignitoso stringe la cinghia e raggranella un po’ di questi biglietti, ma quando li va a vendere viene scoperto da guardiani ragazzini (tra cui Yu Hua) che per fargli mollare la presa lo colpiscono con un mattone prima sulle mani e poi in faccia; poi multato e sgridato dalla polizia, e gli va ancora bene, il giovane sposo se ne torna al villaggio mortificato, senza né tessere né soldi. La seconda si svolge oggi, in una di quelle metropoli sorte da un momento all’altro che la più piccola ha dieci milioni di abitanti, dove si riversano masse di disperati, sottoproletari e straccioni; i quali per sbarcare il lunario fanno le cose più varie, tra cui il venditore ambulante: ambulante e abusivo, uno di loro all’ennesimo sequestro della merce – quattro carabattole ma tutti i suoi averi, il suo “investimento” – si ribella e colpisce il poliziotto vessatore, lo uccide, viene condannato. Queste due storie, che a noi sembrano l’eterno leitmotiv degli umili che in ogni epoca e nazione vengono ancor più umiliati, a Yu Hua fanno invece scattare l’interrogativo: che cosa è successo al nostro paese, che a distanza di così pochi anni quello si prendeva le botte dai bambini mentre questo si ribella all’autorità fino a uccidere? Signora mia dove andremo a finire, non lo dice ma poco ci manca. Niente da fare, anche Yu Hua, per quanto bestseller in occidente, sempre cinese rimane, e quindi un po’ misterioso, non del tutto comprensibile. La Cina è lontana, ogni giorno di più.

(Articolo uscito oggi, in versione ridotta, sul Mattino di Napoli)


Sepùveda Luis, detto Lucio

Luis Sepúlveda, Tutti i racconti, a cura di Bruno Arpaia, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda 2012, 476 p., euro 18.50

Luis Sepùlveda è nato in Cile, vive in Spagna, ma è praticamente italiano adottivo. L’Italia lo ama: la gente lo ferma, lo chiama Lucio, lo abbraccia e lo bacia; l’altro giorno al Salone del libro di Torino la sala dove presentava il suo ultimo libro, Tutti i racconti, era strapiena come neanche per una rockstar. E lui ricambia: viene qui ogni volta che può, parla un italiano fluente (se pure con quella meravigliosa inflessione sudamericana che ci ricorda tanto Dieguito); e per dire, questa raccolta di racconti sia editi che inediti esce in Italia, come sempre edita da Guanda, in anteprima mondiale, ancora prima dell’edizione spagnola.

L’Italia non manca neppure nei riferimenti letterari: “Il racconto breve – spiega Sepùlveda introducendo la sua opera omnia in materia – è una grande sfida. Il romanzo sta dalla parte dell’autore: si scrive un capitolo alla volta, e se uno è debole, ci pensa quello dopo a risollevarlo. Il racconto non lo permette: è tutto nella prima frase, nella prima parola. Diceva Pavese che il romanzo è la normalità, la vita quotidiana dello scrittore, ma il racconto è ancora di più, è come respirare. E quando penso alla forma racconto, mi viene in mente che qui avete l’università del genere: il Decameron di Boccaccio. Poi viene Pavese. E dopo, certo, i nordamericani come Hemingway, e i sudamericani come Osvaldo Soriano e soprattutto Julio Cortázar, mio adorato maestro”.

Sepùlveda è famoso anche come scrittore militante, anzi l’impegno politico nella sua storia precede quello letterario, avendolo portato nel 1973 ad essere imprigionato e torturato per mesi dal regime di Pinochet dopo il colpo di stato. E nelle sue storie c’è sempre, se non il racconto diretto delle dittature, l’attenzione alle voci dei poveri, degli emarginati, degli ultimi. Ma lui sull’annosa questione dell’intellettuale impegnato ha le idee chiare: “Il mio impegno politico è diretto, nel senso che trovo giusto partecipare alla vita pubblica e dire la mia con chiarezza sulle cose che non vanno fatte. Poi, è chiaro, la mia visione si riflette nella scrittura, come estetica e come etica personale. Ma questo in certi casi si traduce direttamente in letteratura di testimonianza, in altri casi prende una forma indiretta, soprattutto attraverso l’ironia”.

Sessantadue anni, esordì nel romanzo nel 1989 con il bestseller Il vecchio che leggeva romanzi d’amore: con più di trenta libri all’attivo, è forse ancor più noto al grande pubblico con il libro per ragazzi Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Ma se gli si chiede di indicare la sua opera preferita, non dà la classica indicazione ruffiana dell’ultimo libro; e neanche dice quello dell’anno scorso, Ultime notizie dal Sud, che pure ha la bella particolarità di essere un reportage di viaggio in Patagonia con fotografie annesse. Cita invece Un nome da torero: “Considerato un minore, ma è il mio preferito. Tra tutti i personaggi che ho creato, il protagonista è, tolte le circostanze contingenti, quello che ha più di me. Se volete trovarmi, cercatemi lì”.

(Oggi sul Mattino di Napoli)


Il Salone buono

Aspetto il Salone tutto l’anno, e quando arriva sembra sempre il momento sbagliato. Mannaggia, proprio ora che dovevo fare, che dovevo andare. Che dovevo leggere.

Il grande forse di Joe Meno – il grande romanzo americano, l’anti-Franzen – e La Cina in dieci parole di Yu Hua in verità li ho letti, e li ho pure scritti, aspetto solo che Il Mattino li pubblichi e poi li metto anche qui. Bar Atlantic di Bruno Osimo lo sto finendo, prossimamente sempre sul giornale partenopeo, e pure per Nero a metà di Marcella Russano mi manca poco. Ma già battono il piede spazientiti Inutili fuochi di Raffaella Ferré, Swamplandia di Karen Russell (che non è un’uscita recente ma sempre un gentile omaggio) e i tre nuovi di Sur, Bolaño Piglia Onetti, che il vero problema è da quale iniziare.

E questi, pila a destra, sono solo quelli che mi sono arrivati, le novità, to file under: lavoro e affini. Non parliamo della pila a sinistra, libri comprati per piacere (ma per piacere!), tanto impolverati che anche quelli già iniziati li dovrò ricominciare perché me li sono scordati. Vabbe’. Tutto questo per dire che da oggi, invece, sarò al Salone internazionale del libro di Torino, dove accumulerò altre cose da fare, altri post e pezzi da scrivere, altri libri da leggere. Sarò al Salone, nella triplice veste di:

  • giornalista culturale (bum!), e già oggi dovrei intervistare un personaggio che mai avrei pensato in vita mia – se tutto va bene segue articolo;
  • autore, più che esordiente, esordito – ma comunque bazzicherò dalle parti dello stand 66thand2nd;
  • aspirante lettore, schiacciato dal peso cartaceo e ora anche digitale della propria ignoranza.

Magari ogni tanto twitto qualcosa. Mentre sulla pagina facebook riproporrò libri a random. Ci si vede lì. O qui.