La legge del più storto

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Il topo che amava i gatti. La volpe che cominciò ad abbaiare e scodinzolare come un cagnolino. Le formiche che distruggono le loro stesse uova. La scimmia che abbandona il proprio compagno per accoppiarsi con l’assassino dei propri figli. La cavalletta suicida che dalla sua prole si fa mangiare. Per non parlare dei pesci a elica e dei mammiferi con le ruote: che non esistono, ovviamente, e però perché l’uomo ci ha pensato e la natura no?

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Chi sa che cosa direbbe Charles Darwin delle risate che, un po’ alle sue spalle, ci stiamo facendo sui casi strani dell’evoluzione. Proprio ora poi, che si avvicina il Darwin Day, proclamato per il 12 febbraio, e in tutto il mondo celebrato con una serie di iniziative. Forse però sarebbe contento, tutto sommato, e nonostante quella barba bianca e quell’aria seriosa: perché con la scusa di collezionare una manciata di curiosità, si fa un po’ di luce sulla selezione naturale, questa sconosciuta. Troppo spesso banalmente tradotta come legge del più forte, per non parlare delle sue estensioni in ambiti in cui non c’entra proprio, come la politica e l’economia: il cosiddetto darwinismo sociale fu una menzogna, per di più fraudolenta.

Questo sincero intento divulgativo ha animato Michael Raymond, già autore del fortunato Troglodita sarà lei!, nello scrivere Il topo che amava i gatti e altre stranezze dell’evoluzione (Bollati Boringhieri, pag. 176, euro 13.50). Questo ratto che non vede l’ora di gettarsi tra le fauci del suo felino predatore, sta compiendo un atto deleterio alla conservazione della sua specie: allora perché la selezione naturale non ha fatto fuori i suoi antenati, evitando che i loro geni suicidi si trasmettessero fino a lui? Be’ in questo caso si tratta di un trucco: fa così solo a causa di un parassita che si è infilato nel suo cervello, e che vuole andare a contaminare il gatto per continuare il suo ciclo vitale. Povero topo – e povero anche il gatto – e furbo questo batterio, si dirà: ma neanche tanto, visto che poi nella maggior parte dei casi finisce nel corpo di un essere umano, e lì si ferma visto che noi di predatori non ne abbiamo (infatti pare che il toxoplasma, perché di lui si tratta, stia in una persona su due, beatamente ignorato: tranne dalle donne incinte, per le quali è pericoloso). Invece la storia della scimmia è vera: i giovani gorilla delle montagne cercano di uccidere i cuccioli di una coppia stabile, e se uno ci riesce nonostante la difesa del padre, quest’ultimo viene lasciato dalla madre, che seguirà il giovane uccisore dei suoi figli. Bel modo di comportarsi, eh: ma c’è un motivo. Infatti la femmina non ha interesse a rimanere con un maschio debole, che non è in grado di proteggere la sua discendenza, e quindi anche se nell’immediato ha perso un figlio, il nuovo compagno gliene darà degli altri.

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Michel Raymond, Il topo che amava i gatti e altre stranezze dell’evoluzione, traduzione di Federica Turriziani Colonna, Bollati Boringhieri 2013, pag. 176, euro 13.50

L’evoluzione causa stranezze, ma ne spiega anche. I mancini, per esempio, che ci sono pure tra gli animali: come mai esistono? Perché sono avvantaggiati, nei combattimenti con i destri. E allora perché sono così pochi, perché la selezione non li ha spinti a diffondersi? Perché sono avvantaggiati proprio in quanto minoranza: nel momento in cui diventano di più, perdono il vantaggio e tornano a scendere. Oppure: eliche e ruote. A noi sembrano delle grandi invenzioni, ma un pesce con il movimento della coda trasforma in movimento quasi tutta l’energia che impiega, un’elica invece ne sfrutta poco più della metà. E la ruota non è stata selezionata dalla natura non perché difficile da costruire, ma semplicemente perché inutile: quasi tutti i terreni sono accidentati e pieni di ostacoli, non lisci come le strade; lo sapevano bene aztechi e incas, che al contrario di quanto si crede la ruota la conoscevano perfettamente, ma su quelle montagne non gli conveniva usarla.

Oggi invece gli ingegneri quando non sanno più cosa inventarsi guardano ai meccanismi che la natura ha affinato in milioni di anni: è copiando una pianta che è stato fatto il velcro, e copiando vespe e zanzare forse in futuro avremo trapani che non sbriciolano l’intonaco e siringhe che fanno meno male di pic indolor. Ma noi umani con l’evoluzione abbiamo combinato più che altro casini: quando più o meno apposta siamo intervenuti a modificarla. E se il caso del cane che ha il cervello più piccolo rispetto ai cugini selvatici (l’addomesticamento comporta meno lotta per la sopravvivenza) può ancora essere rubricato fra le curiosità, non altrettanto si può dire delle povere mucche: quelle che producono più latte, quindi le preferite dagli allevatori, sono anche le meno fertili, e questo sta diventando un problema. Per non parlare della salute: se i vaccini hanno debellato molte malattie, hanno anche reso inutili i geni che rendevano alcuni di noi naturalmente resistenti; questi geni non verranno più trasmessi, e se un giorno in qualche modo una malattia “estinta” si riaffacciasse, sarebbe la fine. Oppure: la frase fatta che “in ospedale si entra sani e si esce malati”, trova conferma nella selezione che i prodotti letali per i microrganismi fanno, creando individui resistenti nel giro di poche generazioni (è noto il caso del Ddt). Gli ospedali, che cercano di essere i luoghi più sterili del pianeta, autobombardandosi con antibiotici dei più vari tipi, selezionano i batteri più corazzati del mondo.

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Ian Tattersall, I signori del pianeta, traduzione di Allegra Panini, Codice edizioni, pag. 304

Perché poi, a pensarci bene, la bestia più strana che l’evoluzione ha prodotto è proprio quella che vediamo tutte le mattine nello specchio: siamo noi, homo sapiens. Scimmie bipedi e senza peli, condividiamo il 40% del Dna con una banana e abbiamo lo stesso numero di geni di un verme microscopico, eppure siamo gli unici esseri ad aver sviluppato il pensiero simbolico e il linguaggio, ad aver inventato i viaggi sulla luna e la bomba atomica, ad essere arrivati a sette miliardi di individui diffusi sulla totalità della superficie terrestre. In pratica, a diventare I signori del pianeta, come si intitola un bel libro del paleoantropologo Ian Tattersall (Codice edizioni, traduzione di Allegra Panini, pag. 304). Il libro ripercorre l’affascinante viaggio dell’uomo – a partire dall’ultimo antenato comune con gli scimpanzé, vissuto tra i 5 e i 7 milioni di anni fa – mettendo in evidenza tutti i decisivi quanto improbabili passaggi che ci hanno portato fin qui: com’è che a un certo punto, da quadrupedi arrampicatori che eravamo, ci siamo messi a camminare su due piedi? E in base a quale spinta abbiamo iniziato, da vegetariani quasi assoluti, a mangiare fetide carcasse contendendole a iene e avvoltoi? Chi o cosa dobbiamo ringraziare? Il cervello, si dirà, il maggiore tra quelli di tutti i primati; ma neanche è del tutto vero, visto che i nostri “cugini” Neanderthal avevano un testone più grosso del nostro, eppure si sono fermati molto prima di noi (per fortuna?).

A che servono però tutti questi casi? A denigrare l’evoluzione, come se già non fosse abbastanza sotto attacco delle ipotesi creazioniste? A dire che allora, tutto sommato non è questo meccanismo così perfetto, se combina questo po’ di guai? Tutto al contrario. Capire che la selezione non è guidata dall’esterno (disegno intelligente) ma neanche dall’interno, capire che la natura non ha scopi ma solo modi, serve: a farci fare un bel bagno di umiltà. Infatti a quanto pare non solo non siamo i figli prediletti messi al comando dell’astronave, ma non siamo neanche l’ultimo e definitivo anello di una catena pensata apposta per arrivare fino a noi. Facciamo i bravi, perché stiamo correndo incontro alla fine a tutta velocità e spinti dalle nostre stesse zampe. Proprio come quel topo. E senza neanche la scusa del parassita.


Un SalTo necessario

Il Salone è finito, viva il Salone! Nei giorni scorsi qualcuno, non ricordo chi, scusate, ha detto o ha scritto qualcosa tipo: quest’anno la fiera del libro di Torino sembra la sala da ballo del Titanic. Ora a me – e non solo a me – più che altro è sembrata la terza classe del transatlantico mentre il ghiaccio fa il suo dovere. Non mancava cioè la consapevolezza dell’affondamento imminente: tra i dati sulle vendite in calo, le statistiche sulla ggente che leggono sempre di meno mannaggialloro (no, i link no) e di contro l’organizzazione che declama un costante record di presenze (il che mi fa venire in mente un noto modo di dire napoletano).

Chiaro, tutti stanno qui a guardarsi attorno per capire in che direzione muoversi. Ma quelli che avrebbero i mezzi per mettersi in testa alla carovana – grandi editori, organizzatori di grandi eventi, strutture pubbliche come il Centro per il libro e la lettura – sembrano invece i più disorientati. Mentre spunti di riflessione vengono dai piccoli, dai singoli, dagli outsider. Così restano ancora valide, purtroppo, molte delle considerazioni fatte da Tropico del Libro prima del Salone – purtroppo perché vuol dire che passi in avanti non se ne sono visti. Così, pesano come iceberg le 10 domande poste da Annamaria Testa agli editori: semplici, documentate, esplosive.

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Una delle questioni messe in campo dalla Testa riguarda le biblioteche: che dovrebbero essere centri di vitalità (lei cita l’esempio delle biblioteca di una sperduta cittadina americana raccontata da Elasti) e invece sono luoghi di desolazione, devastati non solo dalla cronicamancanzadifondi ma anche dalla stupidità (a me viene in mente la lettera a un giornale di un tizio che qualche giorno fa raccontava di non essere riuscito a regalare alcuni volumi a una biblioteca, in quanto era un semplice privato). Proprio nelle ultime ore del Salone, tra l’altro, è incominciata a circolare la notizia, non fresca in verità, della probabile chiusura del Servizio Bibliotecario Nazionale, l’utilissimo motore di ricerca che ti scova un libro in tutta Italia. C’è anche una petizione da firmare, speriamo bene.

Altro punto dolente, la scarsa attenzione degli editori per il web. E questo, aggiungerei io, non solo dal lato attivo – progettazione di contenuti digitali e/o in vari modi interfacciati con la rete – ma anche dal lato passivo, cioè della ricettività e attenzione verso i luoghi e i discorsi su internet. Si ha un bel dire che gli editori si sono finalmente accorti dei blogger letterari. La mia esperienza di giornalista freelance mi sta portando a toccare con mano questa resistenza: quando mi presento ed elenco i posti in cui scrivo, vedo le facce di editori e addetti stampa illuminarsi appena cito le testate cartacee – che rispetto e ringrazio, ma non sono certo il New Yorker – mentre l’interesse si affloscia quando passo al lato online. Io sono tutt’altro che un tecno-entusiasta, e mi sono trovato più volte a difendere il giornalismo tradizionale, ma insomma, possibile che questi non si rendano conto che un pezzullo su un quotidiano di media tiratura non viene letto che da poche centinaia di persone (e il giorno dopo va a incartare il pesce, come si dice) mentre un post anche sul blog più fesso può potenzialmente raggiungerne migliaia, e soprattutto rimane lì, a portata di link e di motore di ricerca, in omnia saecula?

Per trovare una via d’uscita – per chi scrive, per chi pubblica, per chi legge – bisogna muoversi, mettersi in cammino. Ma camminare non basta, si deve provare a immaginare qualcosa di nuovo e diverso, bisogna fare un salto, altrimenti tra un po’ addio SalTo (#SalTo13 era l’hashtag del Salone su twitter). Bisogna pensare forme che siano contemporaneamente più e meno di un libro: non a caso erano queste le cose più interessanti girando tra gli stand. Seguono esempi.

La scrittura industriale collettiva. Qualche post fa ho intervistato Vanni Santoni e Gregorio Magini, coordinatori dei 115 autori di In territorio nemico. Poi al Salone ho avuto il piacere di presentare il libro davanti a una sala bella piena. Oggi eFFe su Doppiozero sottolinea una conseguenza fondamentale dell’operazione: la morte dell’Autore in favore dell’Opera, con tutto quel che comporterebbe in questi tempi malati di personaggismo.

Quelli di SIC stanno progettando poi, e la sostanza di romanzo storico ben si presta, un enhanced o enriched book: insomma un ebook aumentato, che ha – o meglio, può avere – link, video, musica, immagini eccetera, una sorta di percorso multimediale tridimensionale. È questa la nuova frontiera, a detta di molti. Arturo Robertazzi lo ha fatto, con il romanzo Zagreb, e adesso sta lavorando al passo successivo con il suo nuovo romanzo: dovrebbe esserci, se ho capito bene, da una parte il libro secco, e dall’altra una vera app per smartphone e tablet, con contenuti extra sia narrativi che informativi, sui luoghi reali dove si muovono i personaggi della fiction. Il passo ancora seguente potrebbe essere, forse, quello che abolisce questa sorta di doppio binario e costruisce una narrazione in cui le forme digitali arricchite non costituiscono contenuto speciale ma parte sostanziale della storia. Avanti, chi ha il coraggio?

Sul versante opposto, ci sono i non-libri-oggetto. Come il Quaderno dei sogni, una sorta di diario per appuntarsi le visioni oniriche: oggetto di grande raffinatezza grafica, con qualche risvolto mistico-newage e qualche trucco nascosto da caccia al tesoro. Progetto portato avanti con entusiasmo più contagioso che naif da Emanuele Enrico. (Markettal advisor: in questa cosa è coinvolta anche Gioia Gottini, life-astro-dream coach e persona a me, come dire, molto vicina. Se ne parlo non è per sponsorizzarla, di certo se non fosse stato per lei non l’avrei mai scoperto).

E rimanendo in famiglia, è stato grazie alla quattrenne di casa che ho avuto la scusa per partecipare a un fantastico laboratorio sui Mostri Selvaggi di Maurice Sendak. Non c’è niente da fare, l’editoria per bambini è troppo avanti: tra pop up, disegni, libri-giocattolo e tutto quello che si può immaginare… Babalibri, Topipittori, Coccole e Caccole (!) sono solo alcuni dei tanti.

A proposito di gioco, a metà tra il gioco e l’oggetto di design si muove Tic edizioni. Scripta magnet è una collana di piccole calamite (frigo non incluso, puntualizzano) su ognuna delle quali c’è una parola. Tra le confezioni – tutte diverse ed esteticamente curatissime – alcune sono di utilità pratica, come quelle con le cosa da comprare o fare, altre sono delle piccole sfide letterarie, ecco tutte le parole dell’Infinito, te lo ricordi? C’è anche qualche libro, ma pure le magliette, e le mensole invisibili a forma di libro, e il catalogo è un pieghevole facsimile di scheda elettorale…

Libri non-libri, e con lo sguardo doppiamente rivolto all’indietro, sono quelli di Clichy (editore nato da poco, ma dalla ceneri di Barbès). Hanno preso dei classicissimi fuori diritti (Cuore di tenebra, Lo strano caso del dr. Jekill e di mr. Hyde, La leggenda del santo bevitore…) e li hanno stampati su carta da giornale, e in formato da quotidiano, prezzo 1 euro. Un’idea – poi loro fanno anche libri normali, e belli – con talmente tante implicazioni e significati che li lascio immaginare a voi.

Sempre dalle parti dell’editoria come una volta, Codice edizioni ha da poco inaugurato una nuova grafica di copertina, dove dietro l’apparenza minimale si nasconde un preciso significato di natura matematica (ovviamente). Ma, eccezione al filone scientifico, è da poco uscito un libro che è un unicum sia per contenuto che per forma: Il circo elettrico delle sirene, storia, mito e storia del mito, iconografia a colori e impaginazione a metà tra l’enciclopedia e la poesia.

Tornando, e chiudendo, sull’editoria digitale: un editore nato con gli ebook e per gli ebook è Quinta di copertina: loro cercano d’inventarsene sempre una nuova, consci del fatto che il libro digitale non è un libro di carta letto sul video. L’abbonamento allo scrittore, per esempio, con il quale si prenotano una serie di uscite scandite nel tempo. E a proposito, chiaramente la difficoltà di un editore digitale in un luogo d’incontro fisico come una fiera è: che ci metto nello stand? Quinta ha brillantemente risolto con le collane: in senso proprio, delle collanine con, al posto del ciondolo, una scheda su cui sono caricati gli ebook. Antico e moderno. Concreto e immateriale. Meno di un libro e più di un libro.