I racconti più belli che ho letto quest’anno online

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Quest’anno forse ho letto meno, o almeno in modo più disordinato. Ma siccome questa lista che avevo fatto l’anno scorso aveva riscosso un suo piccolo successo, perché evidentemente aveva avuto una sua minima utilità, ho pensato di rifarla per il 2018 (sempre grazie a Twitter che uso come un bloc notes: quando leggo un pezzo che mi piace o mi serve, lo posto; e questo spiega anche l’ordine, assolutamente casuale). L’unica cosa, non riesco a metterci due righe per ogni pezzo ma fidatevi, so’ belli belli.

Una parola per delimitare l’ambito però ci vuole. E quindi:

I racconti (leggo fiction e non, cronaca e longform, ma la mia forma preferita resta la narrativa breve. Qui si parla di racconti, stop)

più belli (secondo me: secondo me, ovvio. Ma converrete con me che gli unici racconti degni di questo nome sono quelli fantastici, no?)

che ho letto quest’anno (e non che sono usciti quest’anno. Perché, insisto, non si può stare dietro a tutte le novità, e soprattutto non si può stare dietro unicamente alle novità)

online (perché in rete li ho scoperti, o ritrovati, e lì potete trovarli anche voi):

Sergio Pitol, La pantera (Zest)

Michele Orti Manara, Una vita in venti minuti (Crapula)

Virginia Woolf, Morte di una falena (Biancamano2)

Stanislaw Lem, La profezia del Golem (Not)

Cesar Aira, Cecil Taylor (el castillo)

Cristiano de Majo, Fanfani nel cosmo (Nazione Indiana)

Sarah Rose Etter, Una giornata in ufficio (Pidgin)

Cao Xuequin, Sogno infinito di Bao Ru

Alfredo Palomba, Orsetti lavatori (Verde rivista)

Antonio Russo De Vivo, La natura cangiante della bellezza umana (Crapula)

Davide Morganti, Atto di abbandono alla meccanica di Newton (L’Inquieto)

Stefano Felici, Santuario (Crapula)

Grace Paley, Desideri (Poetarum silva)

Matteo B. Bianchi, Fragile (Granta)

Igoni Barrett, The Phoenix

Kurt Vonnegut, The drone king (The Atlantic)

Ben Lerner, The polish rider (The New Yorker)

Marco Ciriello, Napoli decadence

Don DeLillo, The itch (The New Yorker)

 

 

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Coco

Il cinema d’animazione mainstream – quello davvero per bambini e famiglie, non quello per noialtri nerd affetti da sindrome di Peter Pan – sta mostrando la corda? Nell’ultimo ventennio, dal seminale Toy Story (1995), ha sfornato capolavori di innovazione tecnica ma anche e soprattutto di complessità narrativa, sia che fossero nuove favole (Up) sia venisse rielaborata la tradizione (Rapunzel). A scorrere le uscite del 2018 per cercare il top da inserire in questa lista, abbiamo fatto una discreta fatica: è finita la magia? Andando a ritroso, troviamo lo squallido Grinch, film di rara bruttezza e prevedibilità; poi Gli incredibili 2, che per carità è un grande ritorno e non un sequel di prammatica, e farà anche un discorso interessante e metalinguistico sul nostro bisogno di supereroi, ma fallisce proprio lì dove vorrebbe essere originale (un papà che combina disastri se lasciato a casa ad accudire i figli, ma che davvero?). E poi certo c’è stato Wes Anderson, ma L’isola dei cani più che un film di animazione (in stop motion) è, beh, un film di Wes Anderson.

Tutto questo per dire che, risalendo risalendo, siamo arrivati a Coco. Che, altolà, è formalmente del 2017. Ma è uscito negli ultimi giorni di dicembre, addirittura dopo Natale, e quindi, suvvia, l’hanno visto tutti quest’anno, no? Anche perché a esser pignoli sarebbe un film di Halloween, con la sua ambientazione da Dìa de los muertos. La mitologia messicana sulla commemorazione e il ritorno dei defunti dall’oltretomba, in verità, più che lo sfondo è il tema centrale e l’intima ragion d’essere della vicenda. Gli umani hanno pensato le forme dell’aldilà per consolarsi dall’idea della morte; ma anche un morto può morire, succede quando sulla terra neanche più uno dei vivi lo ricorda, ed è una morte definitiva, tristissima.

Coco prende questo mito e lo concretizza, lo realizza alla lettera, in una esplosione di suoni e colori: le scene sono un trionfo di psichedelia che spinge l’immaginario barocco del Messico ancora più in là; la musica è al centro esatto della trama, per cui le bellissime canzoni sono parte del filo e non snervanti interruzioni. (E non manca la bonaria ironia verso la leggenda ormai strabordante di Frida Kahlo). Davvero per famiglie, anzi per genitori e figli; dove alla fine i secondi esclamano “wow bello!”, mentre i primi sono lì che zampillano lacrime come una tubatura rotta.

(Mio contributo alla lista dei migliori film del 2018 su Esquire Italia)