La casa di carta

La seconda stagione è di quest’anno, la prima era uscita a fine 2017, e questa divisione arbitraria non ha fatto che aggiungere del surreale, dato che l’originale produzione spagnola era un tutt’uno. Una delle serie più viste, più premiate, più assurde di sempre. Non un film allungato come spesso sono le serie, ma una soap opera accorciata. La casa di carta infatti “si ispira” per il soggetto al grandissimo film Inside man (una rapina alla banca che si trasforma in assedio, la partita a scacchi delle trattative, i criminali che si confondono con gli ostaggi, la nobiltà dello scopo…) e per tutto il resto all’universo delle telenovelas.

A partire dagli attori, molti dei quali davvero con un passato nelle soap. Poi la recitazione, sempre mezzo tono sopra le righe (impressione che aumenta se la si guarda – scelta consigliata – in lingua originale: e non era Giampaolo Dossena che diceva dell’allegria che gli metteva un idioma che chiama i pompieri bomberos). E i personaggi: o delle prevedibili macchiette (il bravo ragazzo, il bello ma stupido) o degli improbabili trasformisti (Arturitoooo…). Per non parlare della trama, sempre meno credibile man mano che si va avanti, con colpi di scena giustificati più dalla necessità di tirarla a lungo che dal soggetto; e cliffhanger disperati da manuale del primo anno alla fine di ogni puntata. Ogni volta ci si sente obbligati a pensare: no questo è troppo, adesso li prendono, e ogni volta si scopre che el professor aveva previsto tutto, ma in una maniera così arzigogolata che si finisce per restare ammirati non da suo genio, ma dall’improntitudine degli sceneggiatori. (E a voler essere pignoli, neanche la premessa passa l’esame di economia politica: non è vero che rapinando una banca i soldi li rubi ai correntisti – ci stanno le assicurazioni per quello – e soprattutto non è vero che stampando miliardi dalla zecca di stato non danneggi nessuno, anzi danneggi tutti.)

Bene, quindi La casa de papel fa schifo. E allora, perché non riuscivo a smettere di guardarla? Perché ho fatto le 4 di mattina di un giorno in cui dovevo svegliarmi all’alba, per vedere come andava a finire? A un certo punto mi sono sentito come l’eremita di Caro diario, che prima fa tutto l’intellettuale snob e poi resta intrappolato da Beautiful: ma invece ho scoperto – con orrore, con sollievo – che questa cosa è comune a molti: è brutta, ma mi piace.

Meriterebbe un pezzo a parte, nell’attesa delle vera seconda stagione (e chi sa cosa si sono inventati, visto che era stata pensata proprio per non avere un seguito), ma intanto non può non entrare in questo best of. Pardon, lo mejor.

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I racconti più belli che ho letto quest’anno online

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Quest’anno forse ho letto meno, o almeno in modo più disordinato. Ma siccome questa lista che avevo fatto l’anno scorso aveva riscosso un suo piccolo successo, perché evidentemente aveva avuto una sua minima utilità, ho pensato di rifarla per il 2018 (sempre grazie a Twitter che uso come un bloc notes: quando leggo un pezzo che mi piace o mi serve, lo posto; e questo spiega anche l’ordine, assolutamente casuale). L’unica cosa, non riesco a metterci due righe per ogni pezzo ma fidatevi, so’ belli belli.

Una parola per delimitare l’ambito però ci vuole. E quindi:

I racconti (leggo fiction e non, cronaca e longform, ma la mia forma preferita resta la narrativa breve. Qui si parla di racconti, stop)

più belli (secondo me: secondo me, ovvio. Ma converrete con me che gli unici racconti degni di questo nome sono quelli fantastici, no?)

che ho letto quest’anno (e non che sono usciti quest’anno. Perché, insisto, non si può stare dietro a tutte le novità, e soprattutto non si può stare dietro unicamente alle novità)

online (perché in rete li ho scoperti, o ritrovati, e lì potete trovarli anche voi):

Sergio Pitol, La pantera (Zest)

Michele Orti Manara, Una vita in venti minuti (Crapula)

Virginia Woolf, Morte di una falena (Biancamano2)

Stanislaw Lem, La profezia del Golem (Not)

Cesar Aira, Cecil Taylor (el castillo)

Cristiano de Majo, Fanfani nel cosmo (Nazione Indiana)

Sarah Rose Etter, Una giornata in ufficio (Pidgin)

Cao Xuequin, Sogno infinito di Bao Ru

Alfredo Palomba, Orsetti lavatori (Verde rivista)

Antonio Russo De Vivo, La natura cangiante della bellezza umana (Crapula)

Davide Morganti, Atto di abbandono alla meccanica di Newton (L’Inquieto)

Stefano Felici, Santuario (Crapula)

Grace Paley, Desideri (Poetarum silva)

Matteo B. Bianchi, Fragile (Granta)

Igoni Barrett, The Phoenix

Kurt Vonnegut, The drone king (The Atlantic)

Ben Lerner, The polish rider (The New Yorker)

Marco Ciriello, Napoli decadence

Don DeLillo, The itch (The New Yorker)

 

 


Coco

Il cinema d’animazione mainstream – quello davvero per bambini e famiglie, non quello per noialtri nerd affetti da sindrome di Peter Pan – sta mostrando la corda? Nell’ultimo ventennio, dal seminale Toy Story (1995), ha sfornato capolavori di innovazione tecnica ma anche e soprattutto di complessità narrativa, sia che fossero nuove favole (Up) sia venisse rielaborata la tradizione (Rapunzel). A scorrere le uscite del 2018 per cercare il top da inserire in questa lista, abbiamo fatto una discreta fatica: è finita la magia? Andando a ritroso, troviamo lo squallido Grinch, film di rara bruttezza e prevedibilità; poi Gli incredibili 2, che per carità è un grande ritorno e non un sequel di prammatica, e farà anche un discorso interessante e metalinguistico sul nostro bisogno di supereroi, ma fallisce proprio lì dove vorrebbe essere originale (un papà che combina disastri se lasciato a casa ad accudire i figli, ma che davvero?). E poi certo c’è stato Wes Anderson, ma L’isola dei cani più che un film di animazione (in stop motion) è, beh, un film di Wes Anderson.

Tutto questo per dire che, risalendo risalendo, siamo arrivati a Coco. Che, altolà, è formalmente del 2017. Ma è uscito negli ultimi giorni di dicembre, addirittura dopo Natale, e quindi, suvvia, l’hanno visto tutti quest’anno, no? Anche perché a esser pignoli sarebbe un film di Halloween, con la sua ambientazione da Dìa de los muertos. La mitologia messicana sulla commemorazione e il ritorno dei defunti dall’oltretomba, in verità, più che lo sfondo è il tema centrale e l’intima ragion d’essere della vicenda. Gli umani hanno pensato le forme dell’aldilà per consolarsi dall’idea della morte; ma anche un morto può morire, succede quando sulla terra neanche più uno dei vivi lo ricorda, ed è una morte definitiva, tristissima.

Coco prende questo mito e lo concretizza, lo realizza alla lettera, in una esplosione di suoni e colori: le scene sono un trionfo di psichedelia che spinge l’immaginario barocco del Messico ancora più in là; la musica è al centro esatto della trama, per cui le bellissime canzoni sono parte del filo e non snervanti interruzioni. (E non manca la bonaria ironia verso la leggenda ormai strabordante di Frida Kahlo). Davvero per famiglie, anzi per genitori e figli; dove alla fine i secondi esclamano “wow bello!”, mentre i primi sono lì che zampillano lacrime come una tubatura rotta.

(Mio contributo alla lista dei migliori film del 2018 su Esquire Italia)