George Saunders, questi sì che sono racconti (e non c’è niente da ridere)

Prima togliamo di mezzo un paio di equivoci. Innanzitutto, che questo sia un buon momento per i racconti, dato che Alice Munro ha vinto il Nobel. Alice Munro – che è una grandissima scrittrice senza dubbio, e che stramerita il Nobel (così come lo strameritano Roth, Murakami e Kundera, per dire) – non scrive racconti. Scrive romanzi. Solo che, siccome ne scrive tanti, ed è una persona onesta, li pubblica a sette-otto insieme, stampati su pagine grandi e con carattere piccolo. Ma volendo, uno scritto che nel caso suo viene definito racconto, potrebbe benissimo essere pubblicato – e in molti casi italiani in effetti è pubblicato – in forma di romanzo breve: allargando bene i margini e il corpo, si arriva serenamente alle circa cento pagine. (Che poi il criterio quantitativo sia sufficiente a tracciare il limite tra racconto e romanzo è senz’altro discutibile; ma siccome a volerne immaginare altri si entra subito nel campo del soggettivo e/o nei metafisici territori dell’ermeneutica, ci teniamo quello, no?).

Dopodiché, io che sono un fervente sostenitore della forma racconto, sia come lettore che come, ehm, scrittore, non posso che gioire di questo equivoco: se grazie a Munro si vendono o si stampano tre libri di racconti in più, viva Munro. Però che sia ben chiaro, ciò non vada a diminuire i meriti di chi coraggiosamente da anni scrive e pubblica racconti brevi, cioè una forma negletta e minoritaria nell’ambito di un settore negletto e minoritario come quello del libro, insomma la nicchia della nicchia. Tipo:

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George Saunders, Dieci dicembre, minimum fax, traduzione Cristiana Mennella, pag 222, euro 15

Secondo equivoco, specificamente riferito a George Saunders. Che sia uno scrittore dal tono sarcastico, o satirico, o addirittura ironico. Basta solo buttare un occhio alla quarta di Dieci dicembre: “sovversivo, spassoso ed emotivamente penetrante” (Jennifer Egan); “una voce piena di grazia, inquietante, sincera ed esilarante” (Thomas Pynchon); “spiritoso, intenso” (The Guardian). Che vi devo dire. Sarò privo di sense of humour. Sarò un tipo impressionabile. Ma a me le situazioni messe in gioco da Saunders mi hanno sempre messo rabbia, paura, angoscia. Divertimento, mah. Certo, leggerlo può essere spassoso come è spassoso per un esperto di scacchi guardare una sfida tra due campioni, nel senso del puro piacere che si prova nel vedere all’opera un’intelligenza superiore. Ma il più delle volte è esilarante come, che ne so, guardare il tizio che si è buttato dall’aereo senza paracadute cercare disperatamente il cordino e poi – dopo troppo tempo – schiantarsi al suolo.

Evitate le trappole, e già per vie traverse incensato Saunders, che vi devo dire? Che, come pronosticò il New York Times a gennaio, questo è il più bel libro che ho letto quest’anno? Ancora una volta, dissento. Non lo so, io quest’anno ho letto almeno tre o quattro libri che mi sono sembrati sensazionali – Jakuta Alikavazovic e Matteo Galiazzo, come pure Karen Russell e Piergiorgio Paterlini – e se dovessi dire che Dieci dicembre gli dà una pista a tutti, non lo so (e sto parlando solo di quelli effettivamente usciti quest’anno, che poi io, sapete, sono ignorante, e quindi ogni tanto recupero delle cose che non avevo mai letto, recentemente Seminario sulla gioventù di Busi e Vita di Pi di Martel mi sono piaciuti proprio assai: è vero, sono di anni o decenni addietro, ma che vuoi New York Times, l’hai detto tu “il più bel libro che leggerete quest’anno”).

Non lo so, se è il più bello di quest’anno. Sicuramente, non è il più bello di Saunders. Io a lui l’avevo conosciuto anni fa imbattendomi per caso (sono le letture migliori) in una copia de Il declino delle guerre civili americane. Ed ero stato subito risucchiato in una realtà inquietante, troppo simile alla nostra per lasciarci indifferenti, ma troppo diversa per non turbarci. Avevo poi recuperato su ibs Pastoralia, e divorato anche quello, avevo poi salutato con un finalmente l’uscita di Nel paese della persuasione. Questi ultimi due non mantengono costante in ogni racconto l’altissimo livello del primo, che per me – come spesso capita al primo letto, come spesso capita al primo uscito – resta il migliore. Ma comunque, parliamo sempre di rendimenti superlativi. Avevo coniato, in occasione dell’uscita del penultimo, una definizione che ha avuto larga risonanza nella critica (ah ah): fantascienza di prossimità. Sia perché descrive situazioni quotidiane molto simili alle nostre, ma inserendo due o tre elementi leggermente abnormi, difformi, deformi. Sia perché quell’incubo potrebbe essere il nostro futuro, ma non tra mille o cento anni: già dopodomani.

pillolarossa

Bene. Il fatto è che ogni tanto, sempre più spesso, i racconti di Dieci dicembre escono da questo schema. Per collocarsi senza dubbio ai giorni nostri, con un’ambientazione schiettamente realista. Ed è quasi sempre lo squallore della cittadina americana, tra famiglie sull’orlo del collasso e personaggi grassocci di scarso successo, fra drammi personali e invidia sociale, tra poveri stupidi e stupidi ricchi. Intendiamoci, stiamo sempre di fronte a un gran maestro: nello stile, nell’intreccio, nella suspense. Ma i parchi tematici e le distopie probabili mi piacevano di più, mentre qui sono in minoranza (Fiasco cavalleresco, Fuga dall’Aracnotesta). Eppure.

Eppure a guardare bene, il vecchio George non ha perso smalto. Tutt’altro. Ha affinato gli strumenti, anzi. Ha reso la distopia più sottile, ai limiti dell’impercettibile. Come nel racconto centrale, il lungo (ma sempre più corto del più corto di Munro) Le Ragazze Semplica. Dove all’interno di un ordinario, ma già di per sé disturbante, quadro familiare/sociale di lavori deprimenti e bambini che si sentono inferiori perché non hanno il ponte e la cascata in giardino, un po’ alla volta si inizia a intuire qualcosa di veramente strano, che viene fatto a delle ragazze usate come… ma no, non posso rovinarvi la sorpresa! Vi basti sapere che, proprio perché inserito in maniera subdola e con aria innocente, l’elemento di disturbo viene fuori agghiacciante: la nausea ti prende di botto. E così, apparentemente defilati, ma si sospetta decisivi, sono gli elementi di disturbo in altri racconti: a cosa serviranno i gettoni MiiVOXmin e MiiVOXmax che un reduce dall’Iraq in piena sindrome post traumatica si ritrova in mano, entrando per caso in quello che sembra un negozio, mentre si aggira tra le macerie della sua famiglia cercando di non dare di matto? E quale sarà il misterioso lavoro che in Esortazione il responsabile di reparto invita a fare bene e col sorriso sulle labbra, anche se costringe a compiere azioni che non ti fanno proprio sentire a postissimo? Non lo sapremo mai. E in questo sta la grandezza di Saunders: nel nascondere il mostro nell’ombra, così che sembri ancora più grande e cattivo. Sicché ho iniziato a dubitare di tutto, anche dei racconti cosiddetti realisti: e se ci fosse qualche trucco anche lì? Fammi andare a rileggere… Insomma, mi hai messo al tappeto ancora una volta, vecchio George.

(oggi anche su www.giudiziouniversale.it)


Un SalTo necessario

Il Salone è finito, viva il Salone! Nei giorni scorsi qualcuno, non ricordo chi, scusate, ha detto o ha scritto qualcosa tipo: quest’anno la fiera del libro di Torino sembra la sala da ballo del Titanic. Ora a me – e non solo a me – più che altro è sembrata la terza classe del transatlantico mentre il ghiaccio fa il suo dovere. Non mancava cioè la consapevolezza dell’affondamento imminente: tra i dati sulle vendite in calo, le statistiche sulla ggente che leggono sempre di meno mannaggialloro (no, i link no) e di contro l’organizzazione che declama un costante record di presenze (il che mi fa venire in mente un noto modo di dire napoletano).

Chiaro, tutti stanno qui a guardarsi attorno per capire in che direzione muoversi. Ma quelli che avrebbero i mezzi per mettersi in testa alla carovana – grandi editori, organizzatori di grandi eventi, strutture pubbliche come il Centro per il libro e la lettura – sembrano invece i più disorientati. Mentre spunti di riflessione vengono dai piccoli, dai singoli, dagli outsider. Così restano ancora valide, purtroppo, molte delle considerazioni fatte da Tropico del Libro prima del Salone – purtroppo perché vuol dire che passi in avanti non se ne sono visti. Così, pesano come iceberg le 10 domande poste da Annamaria Testa agli editori: semplici, documentate, esplosive.

iceberg

Una delle questioni messe in campo dalla Testa riguarda le biblioteche: che dovrebbero essere centri di vitalità (lei cita l’esempio delle biblioteca di una sperduta cittadina americana raccontata da Elasti) e invece sono luoghi di desolazione, devastati non solo dalla cronicamancanzadifondi ma anche dalla stupidità (a me viene in mente la lettera a un giornale di un tizio che qualche giorno fa raccontava di non essere riuscito a regalare alcuni volumi a una biblioteca, in quanto era un semplice privato). Proprio nelle ultime ore del Salone, tra l’altro, è incominciata a circolare la notizia, non fresca in verità, della probabile chiusura del Servizio Bibliotecario Nazionale, l’utilissimo motore di ricerca che ti scova un libro in tutta Italia. C’è anche una petizione da firmare, speriamo bene.

Altro punto dolente, la scarsa attenzione degli editori per il web. E questo, aggiungerei io, non solo dal lato attivo – progettazione di contenuti digitali e/o in vari modi interfacciati con la rete – ma anche dal lato passivo, cioè della ricettività e attenzione verso i luoghi e i discorsi su internet. Si ha un bel dire che gli editori si sono finalmente accorti dei blogger letterari. La mia esperienza di giornalista freelance mi sta portando a toccare con mano questa resistenza: quando mi presento ed elenco i posti in cui scrivo, vedo le facce di editori e addetti stampa illuminarsi appena cito le testate cartacee – che rispetto e ringrazio, ma non sono certo il New Yorker – mentre l’interesse si affloscia quando passo al lato online. Io sono tutt’altro che un tecno-entusiasta, e mi sono trovato più volte a difendere il giornalismo tradizionale, ma insomma, possibile che questi non si rendano conto che un pezzullo su un quotidiano di media tiratura non viene letto che da poche centinaia di persone (e il giorno dopo va a incartare il pesce, come si dice) mentre un post anche sul blog più fesso può potenzialmente raggiungerne migliaia, e soprattutto rimane lì, a portata di link e di motore di ricerca, in omnia saecula?

Per trovare una via d’uscita – per chi scrive, per chi pubblica, per chi legge – bisogna muoversi, mettersi in cammino. Ma camminare non basta, si deve provare a immaginare qualcosa di nuovo e diverso, bisogna fare un salto, altrimenti tra un po’ addio SalTo (#SalTo13 era l’hashtag del Salone su twitter). Bisogna pensare forme che siano contemporaneamente più e meno di un libro: non a caso erano queste le cose più interessanti girando tra gli stand. Seguono esempi.

La scrittura industriale collettiva. Qualche post fa ho intervistato Vanni Santoni e Gregorio Magini, coordinatori dei 115 autori di In territorio nemico. Poi al Salone ho avuto il piacere di presentare il libro davanti a una sala bella piena. Oggi eFFe su Doppiozero sottolinea una conseguenza fondamentale dell’operazione: la morte dell’Autore in favore dell’Opera, con tutto quel che comporterebbe in questi tempi malati di personaggismo.

Quelli di SIC stanno progettando poi, e la sostanza di romanzo storico ben si presta, un enhanced o enriched book: insomma un ebook aumentato, che ha – o meglio, può avere – link, video, musica, immagini eccetera, una sorta di percorso multimediale tridimensionale. È questa la nuova frontiera, a detta di molti. Arturo Robertazzi lo ha fatto, con il romanzo Zagreb, e adesso sta lavorando al passo successivo con il suo nuovo romanzo: dovrebbe esserci, se ho capito bene, da una parte il libro secco, e dall’altra una vera app per smartphone e tablet, con contenuti extra sia narrativi che informativi, sui luoghi reali dove si muovono i personaggi della fiction. Il passo ancora seguente potrebbe essere, forse, quello che abolisce questa sorta di doppio binario e costruisce una narrazione in cui le forme digitali arricchite non costituiscono contenuto speciale ma parte sostanziale della storia. Avanti, chi ha il coraggio?

Sul versante opposto, ci sono i non-libri-oggetto. Come il Quaderno dei sogni, una sorta di diario per appuntarsi le visioni oniriche: oggetto di grande raffinatezza grafica, con qualche risvolto mistico-newage e qualche trucco nascosto da caccia al tesoro. Progetto portato avanti con entusiasmo più contagioso che naif da Emanuele Enrico. (Markettal advisor: in questa cosa è coinvolta anche Gioia Gottini, life-astro-dream coach e persona a me, come dire, molto vicina. Se ne parlo non è per sponsorizzarla, di certo se non fosse stato per lei non l’avrei mai scoperto).

E rimanendo in famiglia, è stato grazie alla quattrenne di casa che ho avuto la scusa per partecipare a un fantastico laboratorio sui Mostri Selvaggi di Maurice Sendak. Non c’è niente da fare, l’editoria per bambini è troppo avanti: tra pop up, disegni, libri-giocattolo e tutto quello che si può immaginare… Babalibri, Topipittori, Coccole e Caccole (!) sono solo alcuni dei tanti.

A proposito di gioco, a metà tra il gioco e l’oggetto di design si muove Tic edizioni. Scripta magnet è una collana di piccole calamite (frigo non incluso, puntualizzano) su ognuna delle quali c’è una parola. Tra le confezioni – tutte diverse ed esteticamente curatissime – alcune sono di utilità pratica, come quelle con le cosa da comprare o fare, altre sono delle piccole sfide letterarie, ecco tutte le parole dell’Infinito, te lo ricordi? C’è anche qualche libro, ma pure le magliette, e le mensole invisibili a forma di libro, e il catalogo è un pieghevole facsimile di scheda elettorale…

Libri non-libri, e con lo sguardo doppiamente rivolto all’indietro, sono quelli di Clichy (editore nato da poco, ma dalla ceneri di Barbès). Hanno preso dei classicissimi fuori diritti (Cuore di tenebra, Lo strano caso del dr. Jekill e di mr. Hyde, La leggenda del santo bevitore…) e li hanno stampati su carta da giornale, e in formato da quotidiano, prezzo 1 euro. Un’idea – poi loro fanno anche libri normali, e belli – con talmente tante implicazioni e significati che li lascio immaginare a voi.

Sempre dalle parti dell’editoria come una volta, Codice edizioni ha da poco inaugurato una nuova grafica di copertina, dove dietro l’apparenza minimale si nasconde un preciso significato di natura matematica (ovviamente). Ma, eccezione al filone scientifico, è da poco uscito un libro che è un unicum sia per contenuto che per forma: Il circo elettrico delle sirene, storia, mito e storia del mito, iconografia a colori e impaginazione a metà tra l’enciclopedia e la poesia.

Tornando, e chiudendo, sull’editoria digitale: un editore nato con gli ebook e per gli ebook è Quinta di copertina: loro cercano d’inventarsene sempre una nuova, consci del fatto che il libro digitale non è un libro di carta letto sul video. L’abbonamento allo scrittore, per esempio, con il quale si prenotano una serie di uscite scandite nel tempo. E a proposito, chiaramente la difficoltà di un editore digitale in un luogo d’incontro fisico come una fiera è: che ci metto nello stand? Quinta ha brillantemente risolto con le collane: in senso proprio, delle collanine con, al posto del ciondolo, una scheda su cui sono caricati gli ebook. Antico e moderno. Concreto e immateriale. Meno di un libro e più di un libro.


La scrittura collettiva diventa industriale: intervista mostruosa a tutti i 115 autori (vabbè, qualcuno in meno)

In territorio nemico_smallIn territorio nemico è un romanzo, questo qua. È un romanzo storico, per la precisione sulla Resistenza, come si può intuire anche dalla copertina. Un ottimo romanzo, tra l’altro. Ma non è questa la, come si dice, notizia. La particolarità la trovate sempre in copertina, salendo, al posto riservato al nome dell’autore: ma chi l’ha scritto? Scrittura Industriale Collettiva, si legge, con una fabbrica stilizzata, addirittura. Del metodo SIC se n’è parlato, e se ne sta parlando, parecchio, in rete. Quindi magari già sapete tutto e quest’introduzione è inutile. O magari no, e allora l’intro è troppo breve: comunque altri particolari sul progetto e sul libro vengono fuori man mano, leggendo quanto segue. Quanto segue è un’intervista-monstre a un essere altrettanto mostruoso, una creatura bicefala composta da Vanni Santoni e Gregorio Magini, ideatori del metodo e coordinatori del romanzo. Ho inviato ai due ceffi uno sproposito di domande, e loro non solo non mi hanno mandato a quel paese, non solo mi hanno risposto in modo completo e preciso, ma mi hanno pure ringraziato, dicendo che era “un’ottima occasione anche per noi per fare il punto su svariati aspetti del progetto e della storia SIC”. Ah, scrittori…

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Innanzitutto, diamo un po’ di numeri. Prima della preparazione, gli ingredienti, no? Allora: 115 autori – con varie funzioni e denominazioni – 308 pagine, poi? Quanti anni di lavoro? Quante schede preparatorie? Altro?

Proviamo a darli! Anche perché negli anni, ancora a lavori in corso, domande simili hanno fatto sì che in giro per la rete siano finiti dati discordanti. Questi dovrebbero essere dunque quelli definitivi.
Autori: 115 (46 donne, 69 uomini), dei quali 41 hanno contribuito al soggetto (per 206 pagine di aneddoti e documenti originali a partire dai quali è stato scritto il soggetto di partenza), 71 scrittori, 8 compositori, 29 revisori, 14 traduttori dialettali. Nota: la somma è superiore a 115 perché molti hanno svolto più ruoli.
Schede: 1290 schede individuali, dalle quali sono state composte 172 schede definitive, così suddivise: 24 schede personaggio, 35 schede luogo, 18 schede trattamento, 95 schede stesura, 9 schedoni revisione.
Anni di lavoro: poco meno di 3 anni di lavoro su In territorio nemico, dopo 3 anni di sviluppo e messa a punto del metodo, nei quali sono stati scritti i 6 racconti del “canone SIC” e i 2 realizzati nel corso di workshop dal vivo.

Parliamo allora di questo metodo: per uno come me che sta ancora lì ad arrovellarsi su come potessero fare Fruttero e Lucentini a scrivere in due, capirete che qui siamo alla fantascienza. Ovviamente rimando al sito www.scritturacollettiva.org, dove la tecnica di scrittura industriale è spiegata nel suo processo e illustrata nelle sue premesse e conseguenze. La domanda è: come avete applicato quelle regole generali e astratte – prima sperimentate esclusivamente su racconti a “sole” otto-dodici mani – al romanzo in carne e ossa? Avete apportato modifiche in corsa? Avuto intoppi? Fatto scoperte?

Sì, per passare dai 4-6 autori dei racconti ai 115 di In territorio nemico sono stati necessari alcuni accorgimenti. Dopo aver valutato e scartato l’ipotesi di usare dei wiki, abbiamo deciso di organizzare il lavoro attraverso un sistema di prenotazioni: ogni scheda ha avuto da 4 a 10 posti disponibili a seconda dell’importanza e da lì abbiamo preparato un calendario delle consegne per scaglionare il lavoro di composizione. Ogni settimana rendevamo aperte alla prenotazione alcune schede; nel frattempo passavamo in composizione quelle della settimana precedente. 
Con questo ciclo continuo di prenotazione, scrittura e composizione, in media ogni settimana sono state prodotte 4 schede definitive. Un lato positivo di lavorare così è stato che nella prima fase ogni scrittore tendeva a prenotarsi per le schede dei personaggi che lo attiravano di più e dei luoghi che conosceva, mentre al momento della stesura si faceva avanti per quelle dei capitoli del suo personaggio preferito, tutte cose che hanno avuto ricadute positive sull’entusiasmo degli scrittori e sulla qualità del loro lavoro.

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Il time(line) è un bastardo

Un racconto su twitter. È quello che in questi giorni sta facendo Jennifer Egan, autrice de Il tempo è un bastardo. O meglio, quello che la Egan ha fatto qualche mese fa sull’account del New Yorker, e che ora il suo editore italiano, minimum fax, sta riproponendo tradotto (ottimamente, meglio ancora del romanzo che le è valso il Pulitzer, da Matteo Colombo) sul suo twitter: tutte le sere, per sei giorni, dalle 22 a mezzanotte circa, va in onda Scatola nera. Un tweet ogni 60-120 secondi, più distanziati nella prima ora di trasmissione, più serrati verso la fine.

E com’è? Bellissimo, ma è dire poco. Rivoluzionario rende un po’ meglio l’idea. In questo momento Egan sembra una specie di Mida, che trasforma tutto ciò che tocca. L’anno passato è stato il turno del romanzo, quel vecchio arnese dato cento volte per spacciato, e da lei completamente rifondato, oltre il classico oltre l’avanguardia oltre il postmoderno. Ora è la volta del socialcoso, finora strumento di pallide sperimentazioni di microletteratura. Scatola nera apre nuovi orizzonti. Perché?

Jennifer Egan, incredibilmente, ha capito benissimo qual è il quid di twitter, e come usare questo quid a fini letterari. Incredibilmente, perché lei non sembra una grande utente del mezzo, con l’account @egangoonsquad che ha totalizzato ben 7 tweet dall’agosto 2010; ma evidentemente, non è necessario essere addicted ai nuovi media per sfruttarli al meglio: basta essere dei geni.

Il racconto Scatola nera, ma c’era da aspettarselo, è notevole per più versi. La trama, certo: una spy-story al femminile oscillante tra vetero-bondismo e sci-fi revisited, con interessanti implicazioni politico-patriottiche. La forma, certo, o meglio lo stile: la narrazione dei fatti è mascherata dietro un tono apodittico/prescrittivo, enunciazione di regole di condotta per la protagonista, alla quale il discorso è rivolto in seconda persona (“Congratulati con te stessa per essere riuscita a mantenere la vicinanza fisica e attiva il microfono auricolare”).

Ma non è questo il punto rivoluzionario. Il punto non è interno al racconto, ma esterno: ovvero attiene al mezzo-twitter, e all’averne colto, come si diceva, la sua specificità. Qual è la specificità di twitter? I 140 caratteri!, rispondiamo in coro. Mah. Non in questo caso. La brevità, ovvio, influenza il discorso. Ma trattandosi di una narrazione spalmata su una molteplicità di tweet, non è una grossa contrainte: esclude l’ampio periodare manzoniano, come il flusso di coscienza vecchio stile, ma non molto altro.

Il vero specifico di twitter è il tempo (la homepage non è detta anche timeline?). La scansione ritmica con cui si succedono i tweet è decisa dall’account. Il che vuol dire che la fruizione non è appannaggio dell’utente, ma dell’emittente. In questo senso, leggere un racconto su twitter non è tanto come leggere un racconto su carta o a video, ma si avvicina di più a guardare un film in tv. Non a caso, all’inizio mi è scappato scritto “va in onda”, stavo per correggermi ma poi ho pensato che è proprio così.

Naturalmente, uno può aspettare che si carichino un po’ di (o tutti i) tweet e poi leggerseli di fila, o ancor di più attendere il mattino dopo e riguardarsi la puntata sul blog minima&moralia, o addirittura aspettare che finisca tutto e prendersi l’ebook. Ma si perderebbe lo sfizio, il quid appunto: sentirsi completamente in balia della narrazione, non poter accelerare o rallentare a piacimento, stare lì a rodersi per il prossimo tweet cliccando in continuazione su refresh.

I modi in cui il tempo (Egan attraverso il tempo) si prende gioco di noi sono vari. Per esempio: siccome i tweet sono equidistanti, nel senso che mancano i soliti segni di orientamento di un testo tradizionale (capitoli, paragrafi, doppi a capo…), inserire un tweet in cui l’azione riprende di colpo dopo 6-8 tweet occupati da una digressione, è una bella botta di adrenalina; viceversa, dilatare i tweet o le frasi (nb: 140 caratteri sono il massimo, ma nulla vieta sentenze molto più brevi) in un momento in cui l’azione è concitata, ma la lettura no, contribuisce ad aumentare la suspense a livelli quasi intollerabili. Ancora una volta, Jennifer Egan si conferma una formidabile giocoliera del tempo. Ancora una volta, Jennifer Egan si conferma una formidabile e basta.


D’Angelo e Rava: un altro mondo è passibile

Oggi ricorre l’anniversario della strage di Brescia. A Brescia sta Radio onda d’urto, che ospita la trasmissione Flatlandia, che ospita la mia rubrica Il libro che suona. Che va in onda l’ultimo lunedì del mese, per cui proprio oggi. Mi è sembrato doveroso restare in tema, anche se indirettamente (direttamente ne hanno parlato nel resto della trasmissione, intervistando Francesco Barilli che insieme a Matteo Fenoglio è autore della graphic non-fiction Piazza della Loggia vol. 1). Perciò ho parlato di un altro momento tragico: il G8 di Genova 2001, un altro frangente in cui lo Stato è venuto meno. Sia durante i fatti, sia ancor di più dopo, come ci accorgiamo tristemente dallo svolgimento di processi senza colpevoli, o dall’indisturbata carriera nelle istituzioni di personaggi coinvolti in avvenimenti come minimo censurabili.

Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, minimum fax

A Genova nell’estate 2001 è ambientato il libro di Filippo D’Angelo. Un libro con diversi piani di lettura: letterario innanzitutto. A partire dal titolo, bello: La fine dell’altro mondo, che in realtà non è riferito alla fine del mondo ma a uno scritto di Cyrano de Bergerac, considerato in un certo senso precursore dei romanzi di fantascienza, e intitolato appunto L’altro mondo. Il protagonista del libro di D’Angelo, che è un dottorando in letteratura francesce specializzato nel Seicento, a un certo punto si convince che l’opera di Cyrano aveva una conclusione diversa, e si metta alla caccia di un’edizione con queste pagine altrove mancanti: la fine de L’altro mondo. Ma c’è anche sotteso un gioco di parole con lo slogan dei noglobal (ricordate? sembra cent’anni fa) “un altro mondo è possibile”. E invece no: fine. Il 2001, prima con il G8 di Genova e poi con l’11 settembre, mise a segno l’uno-due che fece andare ko il movimento noglobal.

Altri piani di lettura: intimo, sessuale e politico. C’è tanto sesso, forse troppo; ma ecco la riflessione che in proposito fa il protagonista:  “La vita sessuale degli individui gli era sempre parsa essere la cartina di tornasole della loro personalità, e ogni distrazione tra il pubblico e il privato una pagliacciata morale”. Pubblico e privato, o meglio “il personale è politico”, come si diceva una volta.

E il politico in questo libro è soprattutto personale, espresso attraverso un conflitto, un sentimento che arriva all’odio verso la generazione dei padri: innanzitutto i genitori biologici, ma poi tutti i politici, imprenditori e intellettuali nati tra il 1945 e il 1955, come dice il protagonista Ludovico in una memorabile tirata. Com’era quella frase, la mia generazione ha perso? Ecco, sembra suggerire D’Angelo, la mia generazione non è neanche scesa in campo. Per dire: Cyrano muore a 36 anni, ha fatto in tempo a vivere un’esistenza avventurosa e a scrivere capolavori; oggi io a 37 o lo stesso D’Angelo, a 39 anni al suo primo romanzo, possiamo essere definiti senza un filo d’ironia “giovani di belle speranze”.

Ma è proprio l’insistere sul privato, il dipanarsi intimo di una vicenda che inizia male e va sempre peggio, tra alcolismo, velleità accademiche e impotenza sentimentale, a dare il senso politico dello sfacelo. Geniale è ambientazione temporale pre-G8: l’appuntamento che per tutto il libro incombe ma quasi distrattamente, che affiora ogni tanto ma senza tanta importanza. E questo dà suspense perché noi che leggiamo oggi sappiamo, sappiamo quello che è successo subito dopo, il destino collettivo verso cui tutti precipitano e a cui non possono sottrarsi neanche i figli del riflusso. Un po’ come quando vedi un thriller e tu spettatore sai che dietro la porta c’è l’assassino mentre il personaggio è beatamente inconsapevole.

Ma è arrivato il momento di farlo suonare, il libro.

Enrico Rava, Tribe, Ecm. Il disco proposto per accompagnamento l’ho scelto per somiglianza e contrasto. Somiglianza per l’umore malinconico che sprigiona dal quintetto, e per la commistione di vari stili e livelli di lettura, in questa come in altre incisioni della colonna del jazz italiano: sperimentalismo e melodia, ricerca e semplicità. Ma anche contrasto, perché a differenza del romanzo, propone un rapporto padri-figli pacificato: Rava ha 73 anni e si è circondato da una serie di musicisti emergenti, giovani o giovanissimi. Negli ultimi tempi anzi lo scouting è diventato il leitmotiv della sua produzione, una sorta di passaggio di testimone. Cosa che avviene molto spesso nel mondo della musica, e quasi mai nella politica, nella società.

Alla fine della puntata come al solito ho letto un brano con la musica in sottofondo: per verificare se l’accoppiamento è azzeccato, e ascoltare tutta la rubrica, cliccate qua.


Il libro che suona: metti insieme Egan e Villalobos…

Oggi è andata in onda la prima puntata della mia nuova rubrica, all’interno della trasmissione Flatlandia su Radio onda d’urto. L’abbiamo chiamata “Il libro che suona”. E’ una cosa che avevo proposto a vari giornali, spiegandola così:

“L’idea è quella di parlare insieme di un libro e di un disco. Non è una novità in sé, è ma una novità il presupposto tecnologico su cui si basa: con i tablet e gli ebook reader è possibile ascoltare musica mentre si legge, quindi praticamente crearsi la propria colonna sonora per un libro. Quello che vorrei fare io è suggerire degli accostamenti, tra libri più o meno noti di recente uscita e dischi prevalentemente strumentali (perché le parole cantate non interferiscano con quelle lette). Il presupposto tecnologico è un pretesto perché si può fare benissimo con libro cartaceo + ipod, fotocopie + stereo eccetera”.

Ma non si era concretizzata da nessuna parte. Ora ho avuto l’opportunità di farla in radio, e direi che – al di là del fatto che è un mezzo con cui ho meno confidenza rispetto alla scrittura – è andata molto meglio così. Perché a viva voce e in diretta, grazie al supporto in studio dei due presentatori Kikka e Sancho, si può fare molto di più: facciamo ascoltare brani, e leggiamo pezzi dei libri, e spieghiamo perché sono simili o accostabili, trovando punti in comune sia tematici che di effettiva compatibilità lettura-ascolto.

Per la prima volta avevo proposto una serie di coppie, e quelli di Flatlandia hanno espresso preferenza per

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (minimum fax)

Ricardo Villalobos/Max Loderbauer, Re:ECM (Ecm)

Il che da un lato mi ha riempito di gioia, perché si tratta di due capolavori. E dall’altro di terrore, perché si tratta di due capolavori. Insomma ho debuttato direttamente in Champions league, per capirci. Come sono andato, se l’esperimento funziona ditemelo voi: qui si può ascoltare/scaricare il pezzo di trasmissione. Questa che segue non è la trascrizione né un ulteriore sproloquio sul tema: solo, già che mi trovavo, una specie di bella copia degli appunti che mi sono fatto.

Della Egan ho già scritto. Colgo solo l’occasione per aggiungere che, come ha considerato anche Gianluca Didino sul suo blog, quando sua maestà Cathleen Schine dice che il romanzo è “un’enorme epopea ottocentesca magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno” (frase nel risvolto di copertina dell’edizione italiana) azzecca proprio l’esatto contrario del libro, della sua grandezza, e grandiosa portata innovativa. Che è proprio quella di rifondare il postmoderno, di mostrare che c’è ancora un modo sperimentale di raccontare; facendosi però seguire grazie a un’apparenza ottocentesca, di romanzo tutto trama, fitto di personaggi. Per far vedere un minimo come Egan fa la giocoliera con il tempo, ho poi letto un pezzettino di Safari, capitolo notevole per più versi, in particolare per gli strepitosi flash forward.

Anche di Re:ECM ho scritto altrove. In trasmissione ho proposto un estratto da questo pezzo remixato di Louis Sclavis


Ma perché l’accostamento, insomma? Ecco i motivi, secondo me. Innanzitutto perché sono, appunto, due capolavori, due opere spartiacque, di quelle che tra qualche anno o decennio si dirà Ti ricordi? Ti ricordi di quando Jennifer Egan ci dimostrò che un altro romanzo è possibile? Ti ricordi di quando quei pazzi della Ecm si fecero celebrare e distruggere da un dj?

Poi, il citazionismo: la presenza di canzoni altrui, che nel disco sono i pezzi originali che si remixano, mentre nel libro tutta la trama gira attorno alla musica.

Strettamente collegato, il disorientamento spazio temporale che entrambe le opere innnescano: ogni volta è una sfida capire davanti a che epoca, che luogo, che personaggi ci troviamo.

Infine, l’immedesimazione: nei vari stili remixati, per quanto riguarda Villalobos, che comunque prima di stravolgere deve tenere conto del mood del brano originale. E nei vari protagonisti dei racconti, che sono ogni volta diversi, per la Egan: la cosa più sbalorditiva del romanzo è infatti la capacità non solo di cambiare lo stile a seconda delle circostanze, passando dalla prima alla terza persona con qualche inserimento della seconda, usando il flusso di coscienza come il dialogo minimalista, la fantascienza come le slide di Power point – il che tutto sommato sarebbe solo un arido sfoggio di bravura – ma soprattutto la sensibilità di adattare il mood al soggetto protagonista del racconto, di volta in volta una giovane punk, un tossico sbiellato, un manager sconfitto; in una parola, empatia.

Sì vabbè, ma alla prova dei fatti, Re:ECM funziona come sottofondo musicale de Il tempo è un bastardo? Secondo me sì perché non è invasivo, ma rafforzativo del senso di sospensione e inquietudine del libro. Però, siccome in radio abbiamo provato metterlo in pratica, qui sta veramente a chi ascolta giudicare.