Nei labirinti dell’inquietante

C’è una vignetta di Tom Gauld che è illuminante, più del solito.

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Ci dice due cose. La prima, generale, è che nel lungo periodo ogni distopia (futuro cattivo) è destinata a decadere in semplice ucronia (passato alternativo). Il 1984 è arrivato e, come diceva Neil Postman, nulla di quanto scritto da Orwell si è avverato. E ormai ogni anno che inizia, è quello in cui sono ambientati due o tre o più film/libri di fantascienza: fare il confronto provoca sorrisi, sospiri di sollievo, ma sotto sotto un po’ di delusione.

La seconda cosa, contingente, è che l’era della distopia in letteratura, iniziata in pompa magna, sembra avviarsi a una rapida conclusione. Distopia è stata sicuramente la parola d’ordine del 2017, ma era la cifra del secolo o una moda effimera? Un altro genere/concetto sembra attraversare e definire meglio questi tempi: lo strano, il weird.Di weird e new weird si parla da un po’: da quando è diventato popolare Jeff VanderMeer, che ne è il portabandiera, con la Trilogia dell’Area X. Da quando il pendolo del nuovo e dello strano sembra tornato in Europa (Vanni Santoni dixit). Dai dibattiti sul new italian weird che hanno attraversato il 2018, e che hanno trovato base in un ponderoso lavoro collettivo (coordinato da Carlo Mazza Galanti su Not) sulla tradizione dello strano nella nostra letteratura. E da poco è uscita per Odoya la Guida ai narratori italiani del fantastico, un grande lavoro critico ed enciclopedico, con un approccio accademico e pop, che in qualche modo incrocia il tema.

Ma soprattutto quest’anno è uscito un importante libro di Mark Fisher – anzi sono usciti due importanti libri di Mark Fisher, che ne rappresentano le due facce di pensatore politico pop e critico culturale militante; anzi diciamo che questo in generale è stato l’anno della consacrazione a culto internazionale di Mark Fisher – il quale purtroppo non è più tra noi per godersela. The weird and the eerie (minimum fax, traduzione di Vincenzo Perna), giustamente il titolo non è stato tradotto perché il gioco è tutto lì, terminologico oltre che concettuale. Fisher parte proprio dalla differenza di questi due ambiti rispetto a quello cui di solito sono avvicinati: l’Unheimlich di Freud, in inglese uncanny, in italiano perturbante. La dialettica col padre della psicanalisi è continua, ovviamente: quando si parla di mostri, il primo è quello che ci portiamo dentro.

(Continua su Esquire)

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