Precari della cultura: urge corso di autodifesa

Quando la smetteremo di lavorare gratis? Lo scorso post in tema (Dalle arance ai blog – e ritorno?) era solo l’introduzione. Eppure è stato molto letto: più che un interesse teorico, un nervo scoperto. Veniamo, come promesso, al cuore della questione. Su Rolling Stone di maggio la rubrica di Marco Mancassola e Christian Raimo è significativamente intitolata Lavoro gratis. Niente che noi precarintelletuali non ci andiamo ripetendo da tempo, per carità. Ma riportato con crudezza, con una punta di sadismo, anzi masochismo, ché i due non sono proprio dei palazzinari milionari. Scrive Mancassola:

Un sistema economico in panne, in costante assetto d’emergenza, non sa che farsene di masse di giovani intellettuali. Non ha tempo, non ha risorse, non ha progetti. Nonostante le belle parole e i richiami periodici sull’importanza di cultura e ricerca, la produzione sembra essersi scollata dalla cultura. Intere generazioni di lavoratori cognitivi e di creativi, di persone preparate a lavorare con il cervello, sono diventate superflue. Ed è sempre un pessimo segno, quando masse di persone diventano superflue.

Ora, sapete com’è la crisi. È una signora dai modi un poco bruschi. La crisi chiede agli operai di rinunciare a parte dei loro stipendi e tutele – ovvero di ricordarsi che sono solo miseri operai, non parte del ceto medio come a lungo erano stati illusi. Mentre in parallelo chiede ai lavoratori intellettuali, sempre più, di lavorare gratis. Proprio gratis.

Di esempi pratici a sostegno siamo circondati. Ne riporto solo due. Uno è noto in rete: Alberto Puliafito, giornalista freelance, da un anno aspetta di essere pagato dal mensile Maxim per un reportage dall’Aquila. La storia è stata seguita attivamente da Arianna Ciccone e dall’Isola dei cassintegrati, che hanno tentato di ricostruire l’intrico di (falsi?) passaggi di proprietà e scatole societarie. Ma il risultato finale è semplice, e temo difficilmente mutabile: Puliafito non ha avuto i soldi che gli spettavano.

Altro esempio: fatto capitato a un mio amico/collega, ometto nome suo e della testata perché non ho avuto modo di chiedergli l’autorizzazione. Il tizio non è giornalista, lavora nell’editoria, ma per passione e contiguità tematica scrive di letteratura su vari giornali. A uno di questi, un mensile, si propone, gli dicono sì, inizia a collaborare regolarmente. Zero contratti o accordi, e questa è la prassi, si sa. Zero anche chiacchiere informali, gentemen’s agreement, e anche questo è d’uso, anche se iniziamo ad avvicinarci in zona Masoch. Bene, dopo un anno (dodici mesi, dodici numeri) il collega scrive alla persona con cui si accordava per la scelta e la consegna dei pezzi – un caporedattore, quindi teoricamente un giornalista e non una longa manus dell’editore o un nipote, anche se non si sa mai – e osa chiedergli se è previsto un pagamento, ed eventualmente di quanto. Senza reclamare, minacciare o strillare: timidamente domandando. Risultato? Fine di tutto. Il caporedattore non ha risposto a quella domanda, non ha risposto a quella mail, non ha più risposto a nessun’altra mail, né al telefono: il collega non ha più collaborato con quel mensile, e ci poteva pure stare, ma non ha proprio più avuto cenni di vita da loro. Ora, ci sarebbero una serie di spiegazioni per cui un interno di una redazione si comporta così; ma sono tutte una peggio dell’altra, e soprattutto alla fine il risultato non cambia: zero soldi, zero spiegazioni, sdegnosa chiusura di tutti i rapporti per il solo aver nominato la parola “compenso”.

Niente da fare allora? Ci rassegniamo? O cambiamo mestiere? Gli stessi Mancassola e Raimo, dopo aver dipinto scenari gotici, qualcosa di positivo dicono. Citano qualche esempio di associazioni o movimenti embrionali para-sindacali (ebbene sì, siamo tornati indietro di centocinquant’anni), soprattutto affermano che “il problema passa dalla parte degli intellettuali precari”. La palla è nel nostro campo, tocca a noi. Io come dicevo un paio di mezze idee ce le avrei. Eccole.

1. Non lavorare gratis.

Semplicemente, non accettare – o peggio cercare – incarichi non retribuiti. Mi è tornato in mente il caso di una mia conoscente, nota giornalista-scrittrice, che anni fa mi disse: ho deciso di non scrivere gratis da nessuna parte se non sul mio blog, è una policy drastica ma se inizio a fare distinguo non la finisco più. Chiaro, non è facile, e soprattutto non è facile farlo da un momento all’altro: però quello dovrebbe essere il faro, l’ideale. A cui si possono fare eccezioni: il comunicato stampa per la onlus, il pezzo per il sito a gestione familiare, il contributo alla radio militante. Ma dovrebbe esserci la condizione oggettiva del noprofit – non ci guadagno io, non ci guadagnano loro – e quella soggettiva dell’adesione all’idea. E bisogna essere onesti con se stessi, rubricando queste attività alla voce volontariato, vale a dire tempo libero, e non alla voce lavoro. Poi ovvio, c’è la questione prestigio/visibilità: se oggi il New Yorker mi offrisse di scrivere ma gratis, non so se avrei la forza per dire no. Ma fin dove scende l’asticella? NY Times ok, ok anche l’Huffington Post, ma per esempio l’HuffPo Italia? E il Corrierone? Come si vede, se si comincia con le eccezioni è difficile tracciare il confine.

Non lavorare gratis, quindi. (E neanche per compensi ridicoli, i 7 o 15 o 20 euro, il che è lo stesso. Fatto il conto del servo: se tutti i pezzi me li pagassero 50 euro – che non è oro colato ma comunque una cifra apprezzabile dato quello che si sente in giro – dovrei scrivere un pezzo al giorno, cosa che sono ben lontano dal fare, per racimolare un introito appena decente). Non lavorare gratis: ne beneficia innanzitutto la dignità personale, l’autostima; perché parliamoci chiaro, immersi come siamo in un clima da “con la cultura non si mangia” abbiamo finito per crederci anche noi, che un articolo non vale quasi niente, proprio niente. Ma sarebbe anche un atto politico: se iniziassimo a farlo tutti – irreale, ma se non si immagina qualcosa che ancora non c’è, non si può cambiare la realtà – o quasi tutti, gli editori che si reggono sul lavoro sottopagato o nientepagato dovrebbero iniziare a farsi due conti. A cambiare politica, o chiudere, e tanto piacere.

2. Denunciare pubblicamente i casi di sfruttamento

I casi come quelli citati prima. Posto che ognuno di noi si tiene ben stretti quei pochi che pagano decentemente, altrimenti si aprirebbe una corsa all’oro (oro, poi) e si finirebbe con la solita guerra tra poveri, mentre è proprio il contrario che vogliamo, no? Invece quelli che non pagano, che pagano poco e con ritardi annuali, che giocano sporco, che ogni volta è una lotta, che sono secoli che dicono ora no ma a breve… quelli dirseli, passare la voce. Creare insomma una sorta di sportello di autodifesa: per tentare di risolvere i casi specifici, ma soprattutto per evitare che ci caschino anche altri. Non voglio fare la gogna degli editori cattivi, ma neanche essere complice, contro il mio stesso interesse, nel perpetuare silenzi e mezze voci. Fuori i nomi.

Che ne pensate? Chi è interessato – a concretizzarealizzare le proposte, a discuterle, a pensarne altre – metta il dito qui sotto.

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30 commenti on “Precari della cultura: urge corso di autodifesa”

  1. tropicodellibro ha detto:

    Sacrosanto.
    Noi vorremmo promuovere una legge che obblighi a pubblicare annunci con condizioni contrattuali trasparenti. Ci potremmo lavorare, con l’aiuto di chi vorrà.
    Per ora selezioniamo dal blob indistinto: http://tropicodellibro.it/sezione/lavorare-editoria/

    • Dario De Marco ha detto:

      ottima idea. quando volete, sapete dove trovarmi.
      la selezione di annunci che fate è meritevole, ma… mi avesse mai risposto qualcuno!

      • tropicodellibro ha detto:

        Quando avremo abbastanza forza per farlo. Nel frattempo riflettiamoci ognuno nella sede che ritiene più opportuna, poi uniamo le forze trovate, ok?
        Per quanto riguarda la sezione di offerte di lavoro retribuito in ambito editoriale: purtroppo non garantiamo che ci si trovi lavoro, né che avranno il tempo di rispondervi le aziende offerenti. Cerchiamo invecece di garantire che almeno sulla carta ci sia serietà = condizioni contrattuali dichiarate e non anonimato dell’azienda proponenete (che molte di quelle sono falsi annunci messi dagli stessi siti che pubblicano gli annunci).

  2. videoenciclopedia ha detto:

    Non accettare incarichi non retribuiti non basta, se proprio bisogna far le cose gratis ci si apra uno spazio su internet per farle conoscere bypassando chi le sfrutta…

    • Dario De Marco ha detto:

      infatti, tipo questo blog, no? 😉

      • tropicodellibro ha detto:

        Esistono già delle realtà in via di consolidamento, in questo campo. Dai Rerepre, a San Precario, alla carta dello stagista, eccetera eccetera. Meglio aiutare loro, che ricominciare ogni volta da zero. E in ogni caso, questo servizio di segnalazione lo facevamo noi per Rerepre. Ma a quel che abbiamo capito, non è molto utile. Denunciare non serve a niente, finché non ci sono leggi a proteggere e garanti della legge.

      • videoenciclopedia ha detto:

        Io andavo oltre, vuoi fare il giornalista ma trovi solo giornali che non ti pagano? Mandali a quel paese e apriti un blog, e poi torna da quei giornali quando avrai un certo numero di lettori. Il blog di un giornalista in pensione che conosco ha 400 persone al giorno che si collegano pur essendo un blog di cronaca locale, molto più delle copie vendute dai giornali locali. Non prende un euro ma se si presentasse ai giornali locali per collaborare avrebbe più credibilità di altri. Io ho fatto un esempio ma la cosa vale per tantissimi altri casi. Se tutti quelli che avessero qualcosa da dire di fronte a chi dice lavora gratis si mettessero “in proprio” la cosa cambierebbe…ma cambia anche se lo fa il singolo perché oggi internet ha cambiato il mondo della produzione intellettuale.

  3. denisocka ha detto:

    Lavoro gratis quando scrivo sul mio blog perché non voglio condizionamenti di alcun genere e perché è una specie di psicoterapia-denuncia. E se devo far qualcosina per la Rete dei Redattori Precari (lavoratori editoriali) di cui faccio parte (www.rerepre.org)… ogni scusa è buona per diffondere!
    Ma il limite tra lavoro gratis e retribuzione ridicola, purtroppo, è molto labile. Chi lavora in editoria lo sa. Ma come, il prestigio non ti basta? Vuoi anche tariffe dignitose o condizioni lavorative stabili? Ma sei matto? C’è la coda, amico, la coda…

    • videoenciclopedia ha detto:

      è questo il punto. Il prestigio oggi che uno può diffondere i suoi contenuti in rete è diventata una stupidaggine. Purtroppo molti non lo hanno capito..peggio per loro. In fondo se c’è da sempre chi cerca schiavi, ci sono da sempre persone che lo vogliono essere…

  4. Daniele A. Gewurz ha detto:

    Ma perché, c’è pure da porsi il problema? Da quando in qua si lavora gratis? Nella storia dell’amico che ha lavorato per dodici mesi, l’unico errore commesso dalla redazione è stato non rispondergli. Avrebbero potuto e dovuto dirgli: “No, che non ti paghiamo. Ah, e mi raccomando, la consegna del prossimo mese è per il 15, puntuale.”
    C’è poca gente più precaria di me, ma se uno arriva, lavora gratis per me *per un anno*, non mi chiede mai, non dico quanto o quando lo pagherò, ma neppure *se* lo pagherò, io do per scontato che gli faccia piacere lavorare per me gratis. Perché non dovrei?
    Spero vivamente che sia un apologo inventato da Dario, ma che lo sia o no è colpa di gente come l’amico dell’apologo se c’è l’andazzo che c’è, non degli editori. Sono imprenditori, fanno il loro mestiere di spendere-meno-possibile. Quello che cambia sono solo le paroline dopo: “spendere-meno-possibile tout court”, “spendere-meno-possibile a parità di qualità”, “spendere-meno-possibile a costo di ammazzare la nonna”, “spendere-meno-possibile ma senza scendere sotto certi livelli”. Noterai che in nessuno di questi casi è compreso “offrire spontaneamente compensi a chi neppure si prende la briga di chiederli”.
    In bocca al lupo per le vostre iniziative (e dico sul serio).

  5. Redazionemafe ha detto:

    Il mio dito sotto lo “sportello di autodifesa” lo metto e pure bello sporco, con una proposta per evitare il “volemose bene”: io smetterei di parlare di precari. Io parlerei di professionisti, di microimprenditori, di artigiani, di quello che vuoi: la sostanza non cambia, l’atteggiamento sì. Se sei lì a mendicare (passatemi la parolaccia) un’assunzione, una collaborazione, un quel che è sei debole, sei più debole, ti metti sotto le scarpe da solo.
    So bene che per moltissimi non è una scelta, ma a maggior ragione evitiamo di subirla fino in fondo: sono un professionista, se non mi paghi io non lavoro.

    • Dario De Marco ha detto:

      giustissimo, è importante anche partire dalle parole: precari sa un po’ tanto di sconfitti in partenza. microimprenditori? forse. artigiani è un po’ baricchesco. freelance, too much ammeregano? in ogni caso lo facciamo? facciamolo

      • tropicodellibro ha detto:

        Come detto sopra, ne esistono già. La domanda è: come possiamo contribuire? Associandoci, diffondendo il loro lavoro, diventando intransigenti nel proprio quotidiano contrattare lavorativo.

    • denisocka ha detto:

      In completo disaccordo. Proprio finché continueremo a considerare un’onta persino sentirsi appiccicare addosso la parola “precari” non si andrà da nessuna parte. Proprio la maggior parte dei miei colleghi che rifiuta quella parola fa parte della schiera dell'”accetto tutto a testa basta”. Non vogliono l’etichetta degli sfigati perché contrasta troppo con l’immagine dorata che si son fatta e che gli viene offerta al posto della retribuzione. “Che lavoro fai?” – “Lavoro in una casa editrice”. “Uh, ma che lavoro bellissimo!” è questo il prestigio che dobbiamo combattere. Poi, che un precario sia anche un professionista e magari non desideri una stabilizzazione ma solo condizioni lavorative decenti, quella è un’altra storia.

      • mafe ha detto:

        Mi sa che parliamo di due situazioni diverse: chi “lavora in casa editrice” senza un contratto o con un contratto farlocco e chi collabora dal di fuori malpagato o addirittura gratis. Io parlo dei secondi e penso anche il post di Dario: la parola “precario” non è un’onta, è una condanna che ti infliggi da solo e che dà un potere enorme a chi può o non può “stabilizzarti”. Stabilizziamoci da soli iniziando a non accettare condizioni vergognose.

        Il datore di lavoro comunque ha bisogno di quello che fai, se sei bravo il lavoro intellettuale non è facilmente sostituibile.

      • Dario De Marco ha detto:

        sì infatti, parliamo di due situazioni diverse, e solo così si spiega il fatto che sono d’accordo con tutti e due! riguardo a combattere il prestigio, vado forse leggermente off topic, ma non vi sembra curioso che il lavoro intellettuale goda di tanta stima teorica e tanta poca disponibilità pratica a riconoscergli un valore economico? sto parlando stavolta non di editori, ma di gente comune: quelli che ti dicono “uh che lavoro bellissimo” e poi pretendono che tutti i giornali del globo riversino i contenuti in rete gratuitamente; quelli che mi dicono “beato te che sei uno scrittore” e poi col cavolo che si comprano un libro, non il mio ma uno qualsiasi

  6. Anna ha detto:

    Ho letto questo pezzo oggi pomeriggio, al termine di una discussione, con dei miei compagni di corso, sul fatto che i Festival estivi di teatro vivano sulle spalle di stagisti o, ancora meglio, di volontari. Molti di noi, me compresa, hanno provato a mandare cv ai Festival in questione chiedendo se ci fossero posizioni aperte per lavorare, sentendosi immancabilmente rispondere picche. Due persone hanno chiesto di fare uno stage (non retribuito, ovvio) e sono state prese.
    E’ stato quasi uno studio sociologico dagli esiti prevedibili; sta di fatto che si tratta di un sistema talmente radicato che forse non si scardinerà mai: per ognuno che rifiuta di lavorare gratis, se ne trovano altri due disposti a farlo (se non altro per far curriculum).
    Poi ti viene in mente che magari è l’unico modo per far sopravvivere la cultura, forse ne vale la pena. Ma sarà l’unico davvero?
    E anche, vale la pena avere un cv di due righe per salvaguardare una “questione di principio” che non cambierà? Che fare? Sottostare a questa logica e cercare di intrufolarsi (speranzosi) in un contesto nell’unico modo attualmente possibile, oppure restare sulle barricate insieme ad altri tre gatti virtuosi, a guardare il resto del mondo che “fa esperienza” e stila curriculum di ventisette pagine?
    Personalmente, vigliaccamente, mi sono piegata alla logica del fare a tutti i costi, anche nell’ambito della “critica giornalistica”, se così si può chiamare la mia piccola esperienza. Appena posso scrivo un pezzo per Giudizio Universale e lo faccio davvero con piacere; amo questo progetto, mi piace molto la linea che porta avanti e mi piace la libertà di scelta e d’azione che mi lascia.
    Non prendere quindi questa mia domanda come una polemica, perché davvero non lo è, sono molto affezionata al progetto e continuerò a sostenerlo, nel mio piccolo, contribuendo come ho fatto fin’ora. Però non posso fare a meno di chiederti: come si colloca, secondo te, GU all’interno di questo panorama?
    L’argomento mi tocca davvero molto: ho anche avuto a che fare con persone in preda a vere e proprie crisi isteriche, non esagero, alla richiesta di una “messa in regola” e di un compenso minimo. Il compromesso con il “minimo” è dettato principalmente dalla voglia di acquisire uno stupido tesserino da pubblicista che possa riconoscere, anche solo formalmente, l’attività che si porta avanti (e dalla quale si vorrebbe campare ma ovvio, bisogna levarselo dalla testa).
    Avevo letto anch’io l’articolo di Minnella su Doppiozero; la mia esperienza è piccolissima e quasi limitata, salvo rare eccezioni, a quella con Giudizio Universale. Però davvero, pur non avendo avuto le batoste del povero autore, ho preso quell’articolo come una doccia fredda: la consapevolezza che pure uno che si mette d’impegno magari non ce la fa. Sapendo che, per acquisire il tesserino, è necessaria una retribuzione, non ci ho mai neppure provato a collezionare il numero di articoli necessari; però ti dico che stavo per accettare un accordo da due euro ad articolo (magistrale il pezzo di Alajmo che va in trasferta e studia e si fa in quattro per essere pagato duemila lire) solo in funzione di quella prospettiva. E’ vero, non serve a niente, è un pezzo di carta e neppure ti tutela, ma l’Italia di adesso non è forse la patria del trionfo del “pezzo di carta” (e della riga in più sul curriculum di cui sopra)?

    • Dario De Marco ha detto:

      come dicono i politici, ti ringrazio per la domanda. volevo parlarne perché il discorso è in tema, ma non volevo allungare e allargare troppo il post.
      (contestualizzazzione per chi non conosce i soggetti in campo: Giudizio Universale è stato dal 2005 al 2008 un mensile cartaceo – che pagava, e anche bene – e ora è un sito http://www.giudiziouniversale.it; il presente blogger ne è redattore dalla fondazione. Anna è una delle migliori collaboratrici)
      GU non è una onlus, non fa beneficenza, non si batte per una nobile causa umanitaria come emergency o altri. quindi la collaborazione a GU non rientra nel caso del volontariato for charity.
      però di fatto è una realtà no profit, perché sul sito non ha pubblicità, e le poche decine di libri venduti sono servite a coprire una minima parte delle spese di stampa, grafica, distribuzione, anticipi agli autori. anzi il sito ha spese, poche ma le ha, tanto che le due copie al mese che vendiamo tramite il sito se le trattiene il webmaster che gestisce l’ecommerce. questo non per fare il conto micragnoso ma per dirti che in sostanza qui siamo tutti volontari, nessuno ci sta guadagnando e anzi i soci ci hanno messo soldi che non rivedranno più, e la redazione ci ha messo un paio d’anni di lavoro senza stipendio. quindi GU rientra nella categoria del volontariato per adesione al progetto, cosa che tu stessa hai ribadito.

  7. El_Pinta ha detto:

    Tanti spunti nel post e anche nel commentario, eppure, non so, mi resta qualche perplessità. Non lavorare gratis dice, il principio è sacrosanto ma la deroga è dietro l’angolo. Questo perché il lavoro culturale è un lavoro fatto anche, purtroppo, di un capitale reputazionale e d’immagine che ne costituisce una parte importante.
    Per il New Yorker lavorerei gratis perché valuto il prestigio che mi conferirebbe importante almeno quanto una retribuzione. Il problema di questo discorso è che vale man mano che si scende nella scala “gerarchica”, banalmente io scrivo su realtà editoriali non mie, gratis, perché valuto che un impegno di questo genere possa permettermi di costruire una reputazione che in futuro mi sarà pagata o mi permetterà di salire la scala verso realtà più prestigiose e riconoscimenti. Ovvio è una logica perdente, ma al momento è possibile fare diversamente?
    Altra cosa, internet e il problema del riconoscimento della competenza di rete. Per me, per l’esperienza che ne ho io è davvero difficile raggiungere un riconoscimento di questo genere, perché un percorso che passi dalla libera attività del blogger a quella economicamente riconosciuta del professionista bypassa il percorso attraverso cui si definiscono le relazioni di potere.
    Banalmente lo sfruttamento serve a questo, a imporre una relazione di potere che ti insegni a riconoscere nel tuo caporedattore l’arbitro della tua sopravvivenza, e colui che può importi un compromesso. In un paese con una mentalità imprenditoriale basata sulla retorica dell’azienda famiglia non credo che si facile barattare il potere con qualche lettore in più. Oltretutto il lavoro di costruzione della propria web reputation non è certo cosa facile e indolore. Esige tempo e costanza che spesso cozzano con le necessità della vita per cui non mi pare che possa essere la soluzione risolutiva al problema. Certo è necessario che chi si spende in rete lavori per creare le condizioni necessarie per un riconoscimento di queste competenze che possa essere il più ampio possibile.

  8. […] mi accade la cosa di cui vorrei parlare qui, su faccialibro comincia a circolare il link del post “Precari della cultura: urge corso di autodifesa” sul blog di Dario De […]

  9. scrittoriprecari ha detto:

    Per quanto mi riguarda le cose gratis si fanno quando vale la pena farle, cioè se si crede in un progetto (editoriale o di altro tipo) che ci coinvolge, magari anche con prospettive future. In ogni caso quello che penso a tal proposito l’ho scritto qua tempo fa:
    http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article219

    Simone

    • Dario De Marco ha detto:

      interessante, e condivisibile in maggior parte. forse con una punta di web-entusiasmo eccessivo. intendiamoci: qua siamo tutti grati a questo mezzo che in questo preciso momento ci sta permettendo di comunicare, e intenzionati a esplorarne tutte le potenzialità. ma se il tuo discorso è: non andate in redazione a fare lo stage gratuito, piuttosto apritevi un blog letterario – non sono del tutto d’accordo. con tutta la cialtronaggine e l’ignoranza che c’è nelle redazioni dei giornali e delle case editrici, insomma qualcosa di valido si può imparare lavorando fianco a fianco ( e non semplicemente guardando cosa fanno online) con professionisti ed esperti. poi uno può decidere che a un certo punto basta stage, ma secondo me un minimo di esperienza sul campo è consigliata. credo insomma nell’autonomia e nella dignità del lavoro intelletuale, ma anche nella trasmissione della conoscenza

      • scrittoriprecari ha detto:

        Sì, sono d’accordo sulla trasmissione della conoscenza, ma il problema è che spesso si fa fare lo stage a persone che di esperienza ne hanno già accumulata diversa, e comunque non sempre (direi raramente) in stage si acquisiscono gli strumenti che servono davvero a conoscere il mestiere.

  10. ferdinando ha detto:

    Ciò che dici è giusto e piuttosto doloroso.
    Leggendo questo tuo post ho preso coscienza di quell’atteggiamento che anche io, senza rendermene conto, ho nei confronti della mia “arte”: nel mio stomaco c’è un sasso su cui sta scritto che con lo scrivere non potrò mai riempirlo.
    Siamo un esercito di straccioni armati di penne, pennelli e macchine fotografiche.
    Finchè c’è inchiostro, colore o pellicola, bisogna battersi.

  11. […] Precari della cultura: urge corso di autodifesa « Per tutto il resto c'è …Quando la smetteremo di lavorare gratis? Lo scorso post in tema (Dalle arance ai blog – e ritorno?) era solo l'introduzione. Eppure è stato molto letto: più che un …dariodemarco.wordpress.com/…/precari-della-cultura-urge-cor… […]

  12. franco ha detto:

    Scusami però, mi pare che ci sia una contraddizione in quello che dici. Se si dovessero rifiutare collaborazioni gratuite, GiudizioUnversale – che non paga – chiuderebbe.

    • Dario De Marco ha detto:

      nessuna contraddizione. ho già risposto alla questione GU qualche commento sopra, ribadisco che giudizio universale non sfrutta il lavoro gratuito, nel senso che nessuno si arricchisce facendo scrivere gratis altri.
      poi: probabilmente è vero, se tutti smettessero di collaborare con GU, metteremmo un post alla settimana o meno, il che se non vuol dire chiudere ci si avvicina molto. forse non è un caso comunque, che quasi tutti quelli che ci collaborano lo fanno per hobby, nel senso che non sono giornalisti o scrittori di professione.

  13. ilsi ha detto:

    http://chauchemar.wordpress.com/2010/06/01/lo-sapevo-dovevo-fare-lestetista/ ti vorrei lasciare un post che scrissi un paio d’anni fa, così pour parler o meglio per chiacchierare lamentandomi!! Mi farebbe piacere lo leggessi! Complimenti per tutto quello che scrivi! I.


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