D’Angelo e Rava: un altro mondo è passibile

Oggi ricorre l’anniversario della strage di Brescia. A Brescia sta Radio onda d’urto, che ospita la trasmissione Flatlandia, che ospita la mia rubrica Il libro che suona. Che va in onda l’ultimo lunedì del mese, per cui proprio oggi. Mi è sembrato doveroso restare in tema, anche se indirettamente (direttamente ne hanno parlato nel resto della trasmissione, intervistando Francesco Barilli che insieme a Matteo Fenoglio è autore della graphic non-fiction Piazza della Loggia vol. 1). Perciò ho parlato di un altro momento tragico: il G8 di Genova 2001, un altro frangente in cui lo Stato è venuto meno. Sia durante i fatti, sia ancor di più dopo, come ci accorgiamo tristemente dallo svolgimento di processi senza colpevoli, o dall’indisturbata carriera nelle istituzioni di personaggi coinvolti in avvenimenti come minimo censurabili.

Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, minimum fax

A Genova nell’estate 2001 è ambientato il libro di Filippo D’Angelo. Un libro con diversi piani di lettura: letterario innanzitutto. A partire dal titolo, bello: La fine dell’altro mondo, che in realtà non è riferito alla fine del mondo ma a uno scritto di Cyrano de Bergerac, considerato in un certo senso precursore dei romanzi di fantascienza, e intitolato appunto L’altro mondo. Il protagonista del libro di D’Angelo, che è un dottorando in letteratura francesce specializzato nel Seicento, a un certo punto si convince che l’opera di Cyrano aveva una conclusione diversa, e si metta alla caccia di un’edizione con queste pagine altrove mancanti: la fine de L’altro mondo. Ma c’è anche sotteso un gioco di parole con lo slogan dei noglobal (ricordate? sembra cent’anni fa) “un altro mondo è possibile”. E invece no: fine. Il 2001, prima con il G8 di Genova e poi con l’11 settembre, mise a segno l’uno-due che fece andare ko il movimento noglobal.

Altri piani di lettura: intimo, sessuale e politico. C’è tanto sesso, forse troppo; ma ecco la riflessione che in proposito fa il protagonista:  “La vita sessuale degli individui gli era sempre parsa essere la cartina di tornasole della loro personalità, e ogni distrazione tra il pubblico e il privato una pagliacciata morale”. Pubblico e privato, o meglio “il personale è politico”, come si diceva una volta.

E il politico in questo libro è soprattutto personale, espresso attraverso un conflitto, un sentimento che arriva all’odio verso la generazione dei padri: innanzitutto i genitori biologici, ma poi tutti i politici, imprenditori e intellettuali nati tra il 1945 e il 1955, come dice il protagonista Ludovico in una memorabile tirata. Com’era quella frase, la mia generazione ha perso? Ecco, sembra suggerire D’Angelo, la mia generazione non è neanche scesa in campo. Per dire: Cyrano muore a 36 anni, ha fatto in tempo a vivere un’esistenza avventurosa e a scrivere capolavori; oggi io a 37 o lo stesso D’Angelo, a 39 anni al suo primo romanzo, possiamo essere definiti senza un filo d’ironia “giovani di belle speranze”.

Ma è proprio l’insistere sul privato, il dipanarsi intimo di una vicenda che inizia male e va sempre peggio, tra alcolismo, velleità accademiche e impotenza sentimentale, a dare il senso politico dello sfacelo. Geniale è ambientazione temporale pre-G8: l’appuntamento che per tutto il libro incombe ma quasi distrattamente, che affiora ogni tanto ma senza tanta importanza. E questo dà suspense perché noi che leggiamo oggi sappiamo, sappiamo quello che è successo subito dopo, il destino collettivo verso cui tutti precipitano e a cui non possono sottrarsi neanche i figli del riflusso. Un po’ come quando vedi un thriller e tu spettatore sai che dietro la porta c’è l’assassino mentre il personaggio è beatamente inconsapevole.

Ma è arrivato il momento di farlo suonare, il libro.

Enrico Rava, Tribe, Ecm. Il disco proposto per accompagnamento l’ho scelto per somiglianza e contrasto. Somiglianza per l’umore malinconico che sprigiona dal quintetto, e per la commistione di vari stili e livelli di lettura, in questa come in altre incisioni della colonna del jazz italiano: sperimentalismo e melodia, ricerca e semplicità. Ma anche contrasto, perché a differenza del romanzo, propone un rapporto padri-figli pacificato: Rava ha 73 anni e si è circondato da una serie di musicisti emergenti, giovani o giovanissimi. Negli ultimi tempi anzi lo scouting è diventato il leitmotiv della sua produzione, una sorta di passaggio di testimone. Cosa che avviene molto spesso nel mondo della musica, e quasi mai nella politica, nella società.

Alla fine della puntata come al solito ho letto un brano con la musica in sottofondo: per verificare se l’accoppiamento è azzeccato, e ascoltare tutta la rubrica, cliccate qua.

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