Precari della cultura: urge corso di autodifesa

Quando la smetteremo di lavorare gratis? Lo scorso post in tema (Dalle arance ai blog – e ritorno?) era solo l’introduzione. Eppure è stato molto letto: più che un interesse teorico, un nervo scoperto. Veniamo, come promesso, al cuore della questione. Su Rolling Stone di maggio la rubrica di Marco Mancassola e Christian Raimo è significativamente intitolata Lavoro gratis. Niente che noi precarintelletuali non ci andiamo ripetendo da tempo, per carità. Ma riportato con crudezza, con una punta di sadismo, anzi masochismo, ché i due non sono proprio dei palazzinari milionari. Scrive Mancassola:

Un sistema economico in panne, in costante assetto d’emergenza, non sa che farsene di masse di giovani intellettuali. Non ha tempo, non ha risorse, non ha progetti. Nonostante le belle parole e i richiami periodici sull’importanza di cultura e ricerca, la produzione sembra essersi scollata dalla cultura. Intere generazioni di lavoratori cognitivi e di creativi, di persone preparate a lavorare con il cervello, sono diventate superflue. Ed è sempre un pessimo segno, quando masse di persone diventano superflue.

Ora, sapete com’è la crisi. È una signora dai modi un poco bruschi. La crisi chiede agli operai di rinunciare a parte dei loro stipendi e tutele – ovvero di ricordarsi che sono solo miseri operai, non parte del ceto medio come a lungo erano stati illusi. Mentre in parallelo chiede ai lavoratori intellettuali, sempre più, di lavorare gratis. Proprio gratis.

Di esempi pratici a sostegno siamo circondati. Ne riporto solo due. Uno è noto in rete: Alberto Puliafito, giornalista freelance, da un anno aspetta di essere pagato dal mensile Maxim per un reportage dall’Aquila. La storia è stata seguita attivamente da Arianna Ciccone e dall’Isola dei cassintegrati, che hanno tentato di ricostruire l’intrico di (falsi?) passaggi di proprietà e scatole societarie. Ma il risultato finale è semplice, e temo difficilmente mutabile: Puliafito non ha avuto i soldi che gli spettavano.

Altro esempio: fatto capitato a un mio amico/collega, ometto nome suo e della testata perché non ho avuto modo di chiedergli l’autorizzazione. Il tizio non è giornalista, lavora nell’editoria, ma per passione e contiguità tematica scrive di letteratura su vari giornali. A uno di questi, un mensile, si propone, gli dicono sì, inizia a collaborare regolarmente. Zero contratti o accordi, e questa è la prassi, si sa. Zero anche chiacchiere informali, gentemen’s agreement, e anche questo è d’uso, anche se iniziamo ad avvicinarci in zona Masoch. Bene, dopo un anno (dodici mesi, dodici numeri) il collega scrive alla persona con cui si accordava per la scelta e la consegna dei pezzi – un caporedattore, quindi teoricamente un giornalista e non una longa manus dell’editore o un nipote, anche se non si sa mai – e osa chiedergli se è previsto un pagamento, ed eventualmente di quanto. Senza reclamare, minacciare o strillare: timidamente domandando. Risultato? Fine di tutto. Il caporedattore non ha risposto a quella domanda, non ha risposto a quella mail, non ha più risposto a nessun’altra mail, né al telefono: il collega non ha più collaborato con quel mensile, e ci poteva pure stare, ma non ha proprio più avuto cenni di vita da loro. Ora, ci sarebbero una serie di spiegazioni per cui un interno di una redazione si comporta così; ma sono tutte una peggio dell’altra, e soprattutto alla fine il risultato non cambia: zero soldi, zero spiegazioni, sdegnosa chiusura di tutti i rapporti per il solo aver nominato la parola “compenso”.

Niente da fare allora? Ci rassegniamo? O cambiamo mestiere? Gli stessi Mancassola e Raimo, dopo aver dipinto scenari gotici, qualcosa di positivo dicono. Citano qualche esempio di associazioni o movimenti embrionali para-sindacali (ebbene sì, siamo tornati indietro di centocinquant’anni), soprattutto affermano che “il problema passa dalla parte degli intellettuali precari”. La palla è nel nostro campo, tocca a noi. Io come dicevo un paio di mezze idee ce le avrei. Eccole.

1. Non lavorare gratis.

Semplicemente, non accettare – o peggio cercare – incarichi non retribuiti. Mi è tornato in mente il caso di una mia conoscente, nota giornalista-scrittrice, che anni fa mi disse: ho deciso di non scrivere gratis da nessuna parte se non sul mio blog, è una policy drastica ma se inizio a fare distinguo non la finisco più. Chiaro, non è facile, e soprattutto non è facile farlo da un momento all’altro: però quello dovrebbe essere il faro, l’ideale. A cui si possono fare eccezioni: il comunicato stampa per la onlus, il pezzo per il sito a gestione familiare, il contributo alla radio militante. Ma dovrebbe esserci la condizione oggettiva del noprofit – non ci guadagno io, non ci guadagnano loro – e quella soggettiva dell’adesione all’idea. E bisogna essere onesti con se stessi, rubricando queste attività alla voce volontariato, vale a dire tempo libero, e non alla voce lavoro. Poi ovvio, c’è la questione prestigio/visibilità: se oggi il New Yorker mi offrisse di scrivere ma gratis, non so se avrei la forza per dire no. Ma fin dove scende l’asticella? NY Times ok, ok anche l’Huffington Post, ma per esempio l’HuffPo Italia? E il Corrierone? Come si vede, se si comincia con le eccezioni è difficile tracciare il confine.

Non lavorare gratis, quindi. (E neanche per compensi ridicoli, i 7 o 15 o 20 euro, il che è lo stesso. Fatto il conto del servo: se tutti i pezzi me li pagassero 50 euro – che non è oro colato ma comunque una cifra apprezzabile dato quello che si sente in giro – dovrei scrivere un pezzo al giorno, cosa che sono ben lontano dal fare, per racimolare un introito appena decente). Non lavorare gratis: ne beneficia innanzitutto la dignità personale, l’autostima; perché parliamoci chiaro, immersi come siamo in un clima da “con la cultura non si mangia” abbiamo finito per crederci anche noi, che un articolo non vale quasi niente, proprio niente. Ma sarebbe anche un atto politico: se iniziassimo a farlo tutti – irreale, ma se non si immagina qualcosa che ancora non c’è, non si può cambiare la realtà – o quasi tutti, gli editori che si reggono sul lavoro sottopagato o nientepagato dovrebbero iniziare a farsi due conti. A cambiare politica, o chiudere, e tanto piacere.

2. Denunciare pubblicamente i casi di sfruttamento

I casi come quelli citati prima. Posto che ognuno di noi si tiene ben stretti quei pochi che pagano decentemente, altrimenti si aprirebbe una corsa all’oro (oro, poi) e si finirebbe con la solita guerra tra poveri, mentre è proprio il contrario che vogliamo, no? Invece quelli che non pagano, che pagano poco e con ritardi annuali, che giocano sporco, che ogni volta è una lotta, che sono secoli che dicono ora no ma a breve… quelli dirseli, passare la voce. Creare insomma una sorta di sportello di autodifesa: per tentare di risolvere i casi specifici, ma soprattutto per evitare che ci caschino anche altri. Non voglio fare la gogna degli editori cattivi, ma neanche essere complice, contro il mio stesso interesse, nel perpetuare silenzi e mezze voci. Fuori i nomi.

Che ne pensate? Chi è interessato – a concretizzarealizzare le proposte, a discuterle, a pensarne altre – metta il dito qui sotto.

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