Precari della cultura: dalle arance ai blog (e ritorno?)

Qualche mese fa la moglie di mio cugino, che è di Reggio Calabria, va giù a trovare i suoi e se ne torna con una quintalata di arance. Memore di pomodori che a Napoli costano 50 cent al chilo, e a Torino anche dieci volte tanto, le domando: Per sfizio, quanto le hai pagate? E lei: In che senso, pagate? Da noi le arance mica si comprano, si prendono.

La storia mi è ritornata in mente come un’illuminazione qualche giorno fa, quando leggendo non so più quale articolo mi sono imbattuto nell’espressione tecnica “beni scarsi“. Sta più o meno a pagina 3 dei manuali di economia, ed è una di quelle cose talmente fondamentali che ce le dimentichiamo, con il risultato che poi. I beni economici, dice il manuale, si definiscono tali in quanto utili – cioè in grado di soddisfare un bisogno umano – e in quanto scarsi, cioè disponibili in quantità limitata. Insomma, è impossibile vendere pedalò in montagna, come faceva il mitico Ferrini a Quelli della notte, perché manca l’utilità; è impossibile vendere l’aria, o le arance se sei a Reggio Calabria, perché manca la scarsità.

Dicevo che uno se lo dimentica, questo postulato dell’economia, e poi rimane basito a chiedersi: ma come mai il lavoro intellettuale è così sfruttato e sottopagato? Come mai una correzione di bozze di un libro viene pagata poche decine di euro? Come mai un articolo di giornale viene pagato 7 euro, 5 euro, 3 euro e mezzo, una pacca sulla spalla? Sì vabbè, ci sta la crisi del millennio. Sì vabbè ci sta, in mezzo alla crisi del millennio, la pregressa crisi specifica del settore editoria. Si vabbè, gli editori so’ stronzi. Ma soprattutto, c’è internet.

Internet, si sa, ha portato un’esplosione di contenuti mai vista: come quantità e come accessibilità. Tanto da generare per il mondo della conoscenza un problema agli antipodi rispetto a quello che si era sempre dovuto affrontare finora: l’eccesso di informazione, in gergo information overload. Che si combatte, come ha fatto notare Giuseppe Granieri in un bel post su Twitter, non riducendo ma aumentando le informazioni, o meglio le meta-informazioni, i cartelli stradali. Ma questo è l’aspetto oggettivo della vicenda, mentre qui mi interessa l’aspetto soggettivo. Detta in soldoni (oops): in giro è pieno di blogger che scrivono di tutto, e scrivono tanto, e molti scrivono maledettamente bene, meglio di molti giornalisti, me compreso, oh. Grazie che poi nessuno ti vuole pagare, per una recensione di un film che te ne trovo altre dieci, subito, più belle e aggratis. Cvd: bene non scarso, bene non economico.

Questo non per parlare male dei blog, da che pulpito poi. Solo per prendere atto di una situazione, e non fare gli struzzi. Allora invece di chiedersi come mai gli editori ci sottopagano, sarebbe il caso di chiedersi cosa si può fare. Chiaramente bisogna agire sia dentro il lavoro sia fuori. Dentro significa operare creativamente per elevare la qualità, per inventare qualcosa in più rispetto all’offerta disponibile gratuitamente. Esempio del cronista: consumarsi le suole non basta, perché c’è il citizen journalist che passa di là e fa una foto dell’incidente prima di tutti? Allora bisogna scrivere da padreterni. Scrivere da padreterni non basta perché ci sono duecento blogger che scrivono ancora meglio? Allora bisogna contestualizzare la notizia e connetterla ai casi simili. E se questo non basta perché c’è quel sito di attivisti che intervista l’esperto per contestualizzare e fa una ricerca d’archivio, bisognerà inventarsi qualche altra cosa. Insomma, ‘na roba tosta. Sempre meglio che lavorare? Forse non vale più.

Ma sicuramente non è abbastanza. Perché si può e si deve agire anche fuori, cioè non mentre si lavora, ma attorno alle condizioni lavorative. Come? Io un paio di mezze idee ce le avrei, ma siccome mi sto dilungando troppo ve le dico nel prossimo post.

Annunci

3 commenti on “Precari della cultura: dalle arance ai blog (e ritorno?)”

  1. Stefano Nicosia ha detto:

    io un’idea ce l’avrei, ma poi ti rovino la sorpresa e quindi mi taccio finché non pubblichi il prossimo post : ) che poi è pure un’idea velleitaria, eh, non vi perdete nulla.

  2. antonio otero ha detto:

    sono curioso di conoscere le soluzioni al problema.

    poi non dimentichiamo un caso interessante: i Wu Ming al contempo pubblicano i loro libri in free download in rete e per la Einaudi.

    Antonio

    • Dario De Marco ha detto:

      infatti è un caso interessante, che invita a non dare per scontate certe opposizioni come gratis/a pagamento. mi verrebbe solo da dire che i wu ming “sono già i wu ming”, e probabilmente possono permettersi cose che noi umani no


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...