Tania Maria, non solo Canto

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I brasiliani, si sa, sono un popolo molto religioso: il loro cattolicesimo è profondo e rigoroso, arrivando a toccare punte di bigottismo. Nonostante ciò, nel sito di questa cantante la pagina dedicata all’ascolto gratuito si chiama, con ironia tanto sottile da sembrare involontaria, Radio Maria. Il fatto è che lei, può: Tania Maria Correa Reis, in arte Tania Maria e basta. Monumento vivente di quel genere che negli anni ’70 si definì samba-jazz, negli anni ’80 fusion, nei ’90 magari world, e oggi semplicemente grande musica, Tania Maria è una signora di 65 anni dotata dell’energia di una ragazzina, e capace di trasmetterla attraverso la sua musica: con questo suo ultimo album, intitolato semplicemente Canto, innesca una tale ansia di movimento che le scarpette vi s’infileranno da sole.

Tania Maria fu talento precoce: iniziò a suonare il piano a sette anni, incoraggiata dal padre buon chitarrista dilettante. Studiò poi, classica e jazz, ma sempre restando affezionata ai ritmi del suo sud. E incise il primo album a vent’anni, nel ’69: l’esordio della sua originale mistura si trovò al centro esatto della musica di quel periodo. Da un lato l’onda lunga dell’interesse, nel mondo del jazz che negli anni ’60 era finito nel vicolo cieco della ripetizione, per i ritmi freschi e irregolari del mambo e del samba; dall’altro il movimento di emancipazione politico-artistica che dal Brasile spingeva verso nord, Usa ed Europa, per staccarsi da una tradizione sempre uguale accogliendo le complicazioni armoniche del jazz (la bossanova di Jobim era un samba con accordi “strani”) e poi anche l’allegria e la voglia di libertà del rock (il tropicalismo di Veloso, Gil & co.). Infatti fu proprio in Europa che Tania ebbe i primi successi internazionali, e fu proprio il chitarrista statunitense Charlie Byrd – che qualche anno prima aveva registrato con Stan Getz lo storico album Jazz Samba – a notarla e farle ottenere un contratto con una major. Da allora una vita di trionfi, vissuta tra Parigi e New York: hit cantate in inglese che sfondano le classifiche americane, i più prestigiosi festival del mondo, premi, dischi uno più bello dell’altro…

E siamo a oggi. Al momento in cui, lungi dal tirare i remi in barca o mostrare un appannamento della vena creativa, Tania Maria appare più viva e in forma che mai. Basta guardare alla produzione: dieci album negli ultimi nove anni. Ma non è solo la quantità: è che oggi più che mai è evidente che il suo mix di melodie pop, pianismo jazz, choro brasiliano e ritmi afrocubani, non era una moda passeggera ma un modo instancabile di divertire suonando. Anzi l’inizio di Canto pare anche eccessivamente calligrafico, con un Chorinho brasileiro come da copione accompagnato dal tradizionale tamburello (pandeiro) e da sax e tromboni; ma poi quasi subito arriva la bellissima canzone che dà il titolo all’album; e a seguire Samba do gato, una cavalcata di quasi dodici minuti in cui c’è tutta la storia e la geografia di Tania. La melodia dolce, lo scat sbizzarrito (a volte l’improvvisazione vocale è doppiata dal pianoforte, sembra il primo Pino Daniele con la chitarra), l’incalzare ritmico, l’impasto strumentale multicolor e senza tregua, le citazioni spiritose dall’immenso canzoniere brasiliano.

Tania Maria dice che si considera più che altro una pianista, ma poi aggiunge che il piano lo suona come una percussione: è vero, non sono svolazzi e romanticherie, ma pungoli, frustate. Però molto del suo fascino si deve anche alla voce, così poco convenzionale: bassa, ruvida – attenzione non roca, ammiccante come quella di una crooner pornosoft – ma piena e profonda. Il tour di Canto tocca anche l’Italia, proprio in questi mesi: corriamo… a vederla.

(Sul numero di aprile del mensile spoertivo Correre)

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Se Aldo Busi fosse nato oggi

Certo, se Steve Jobs fosse nato a Napoli, non avrebbe mica eccetera eccetera. Ma, e se Aldo Busi fosse nato oggi?

primopiano_aldo_busiMi sono ritrovato in mano (a casa dei miei: inopinata agnizione, direbbe lui) una copia di Seminario sulla gioventù. Una delle tante edizioni rivedute (questa, dell’88 a marchio Mondadori) del libro d’esordio, uscito per Adelphi nell’84. Ha una prefazione di Piero Bertolucci, che rievoca la lunga gestazione di questo romanzo, o meglio la lunga gestazione di questo scrittore. Racconta Bertolucci che un giorno del 1965 il ragazzo del bar, salito a riprendere i bicchieri, gli allungò un manoscritto, spaventoso per mole non meno che per titolo (Il Monoclino). Chissà come, lui non lo respinse, e addirittura lo lesse, “stupefatto di trovarmi davanti ogni tanto, nella farragine indescrivibile di quella colata di parole, una pagina perfetta, magistrale”.

Due cose gli furono subito chiare: il mostro era impubblicabile, il ragazzo era uno scrittore. Intuizione confermata dalla prova cui lo sottopose: scrivimi un racconto breve, e il barista gliene portò sette, di cui uno “strabiliante”. Nonostante questo – ecco il passaggio cruciale – quando il ragazzo chiese consiglio al redattore, quello cosa rispose?

Io gli dissi che in Italia l’abisso tra il barismo e il mondo delle lettere è da quest’ultimo considerato incolmabile, e che la parola “autodidatta” è un insulto mortale. Mi sembrava quindi opportuno che creasse una distanza almeno geografica tra passato e futuro e che, non essendo Montichiari, indubitabilmente, un luogo di provenienza abbastanza esotico, andasse all’estero, imparasse le lingue, facesse se possibile studi “regolari” e tornasse trionfalmente sulla scena.

Istruzioni che il giovane Busi, con tutta la sua sbadataggine e sbandataggine, eseguì in maniera pressoché letterale, che tenero. Via in Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, facendo i lavori più umili e imparando le lingue, poi di nuovo in Italia, il diploma, l’università, le traduzioni. Infine, l’ingresso trionfale: il libro, mille volte riscritto e mutato anche nel titolo, venne pubblicato da Adelphi. Quasi vent’anni dopo l’episodio di cui sopra.

Ora, riuscite a immaginare gli stessi avvenimenti oggi? Se cioè Busi fosse nato non nel ’48 ma nel ’96, e adesso diciassettenne spedisse il suo megafile a un grande editore? Giovanissimo, belloccio, illetterato, barista, nato in provincia: il massimo. L’ufficio marketing gli piomberebbe addosso, e incomincerebbe a costruire il personaggio. Il romanzo verrebbe emendato e levigato, dalla diretta mano di un editor in ombra o comunque sotto sua stretta sorveglianza, e pubblicato nel giro di pochi mesi. Riesco a leggere anche le fascette.

“Un talento istintivo per la narrazione”

“Il barista minorenne che ci farà impazzire tutti. Di piacere”

“Tra la campagna e i Campari, ma dove cavolo avrà imparato a scrivere così? (La Repubblica)”

“La dimostrazione che due lauree non servono a niente, se si hanno due palle (un blogger)”

A scanso di equivoci: non voglio fare l’elogio dei bei tempi andati. Anche da un punto di vista morale, non c’è differenza nel fatto che le caratteristiche di Busi – giovane, autodidatta, barista – cinquant’anni fa valessero come handicap, e oggi sono considerate atout: positivi o negativi, sempre di odiosi pregiudizi si tratta. Guardiamo alla sostanza: dove ci portano i due diversi metodi? Nel ’65, con il metodo Bertolucci, abbiamo ottenuto che un aspirante esordiente è rimasto tale per venti anni, e alla fine è diventato il formidabile scrittore che conosciamo. Oggi, avremmo l’ennesimo bimbo prodigio che dopo poco viene dimenticato. E ci perderemmo Aldo Busi.


La scrittura collettiva diventa industriale: intervista mostruosa a tutti i 115 autori (vabbè, qualcuno in meno)

In territorio nemico_smallIn territorio nemico è un romanzo, questo qua. È un romanzo storico, per la precisione sulla Resistenza, come si può intuire anche dalla copertina. Un ottimo romanzo, tra l’altro. Ma non è questa la, come si dice, notizia. La particolarità la trovate sempre in copertina, salendo, al posto riservato al nome dell’autore: ma chi l’ha scritto? Scrittura Industriale Collettiva, si legge, con una fabbrica stilizzata, addirittura. Del metodo SIC se n’è parlato, e se ne sta parlando, parecchio, in rete. Quindi magari già sapete tutto e quest’introduzione è inutile. O magari no, e allora l’intro è troppo breve: comunque altri particolari sul progetto e sul libro vengono fuori man mano, leggendo quanto segue. Quanto segue è un’intervista-monstre a un essere altrettanto mostruoso, una creatura bicefala composta da Vanni Santoni e Gregorio Magini, ideatori del metodo e coordinatori del romanzo. Ho inviato ai due ceffi uno sproposito di domande, e loro non solo non mi hanno mandato a quel paese, non solo mi hanno risposto in modo completo e preciso, ma mi hanno pure ringraziato, dicendo che era “un’ottima occasione anche per noi per fare il punto su svariati aspetti del progetto e della storia SIC”. Ah, scrittori…

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Innanzitutto, diamo un po’ di numeri. Prima della preparazione, gli ingredienti, no? Allora: 115 autori – con varie funzioni e denominazioni – 308 pagine, poi? Quanti anni di lavoro? Quante schede preparatorie? Altro?

Proviamo a darli! Anche perché negli anni, ancora a lavori in corso, domande simili hanno fatto sì che in giro per la rete siano finiti dati discordanti. Questi dovrebbero essere dunque quelli definitivi.
Autori: 115 (46 donne, 69 uomini), dei quali 41 hanno contribuito al soggetto (per 206 pagine di aneddoti e documenti originali a partire dai quali è stato scritto il soggetto di partenza), 71 scrittori, 8 compositori, 29 revisori, 14 traduttori dialettali. Nota: la somma è superiore a 115 perché molti hanno svolto più ruoli.
Schede: 1290 schede individuali, dalle quali sono state composte 172 schede definitive, così suddivise: 24 schede personaggio, 35 schede luogo, 18 schede trattamento, 95 schede stesura, 9 schedoni revisione.
Anni di lavoro: poco meno di 3 anni di lavoro su In territorio nemico, dopo 3 anni di sviluppo e messa a punto del metodo, nei quali sono stati scritti i 6 racconti del “canone SIC” e i 2 realizzati nel corso di workshop dal vivo.

Parliamo allora di questo metodo: per uno come me che sta ancora lì ad arrovellarsi su come potessero fare Fruttero e Lucentini a scrivere in due, capirete che qui siamo alla fantascienza. Ovviamente rimando al sito www.scritturacollettiva.org, dove la tecnica di scrittura industriale è spiegata nel suo processo e illustrata nelle sue premesse e conseguenze. La domanda è: come avete applicato quelle regole generali e astratte – prima sperimentate esclusivamente su racconti a “sole” otto-dodici mani – al romanzo in carne e ossa? Avete apportato modifiche in corsa? Avuto intoppi? Fatto scoperte?

Sì, per passare dai 4-6 autori dei racconti ai 115 di In territorio nemico sono stati necessari alcuni accorgimenti. Dopo aver valutato e scartato l’ipotesi di usare dei wiki, abbiamo deciso di organizzare il lavoro attraverso un sistema di prenotazioni: ogni scheda ha avuto da 4 a 10 posti disponibili a seconda dell’importanza e da lì abbiamo preparato un calendario delle consegne per scaglionare il lavoro di composizione. Ogni settimana rendevamo aperte alla prenotazione alcune schede; nel frattempo passavamo in composizione quelle della settimana precedente. 
Con questo ciclo continuo di prenotazione, scrittura e composizione, in media ogni settimana sono state prodotte 4 schede definitive. Un lato positivo di lavorare così è stato che nella prima fase ogni scrittore tendeva a prenotarsi per le schede dei personaggi che lo attiravano di più e dei luoghi che conosceva, mentre al momento della stesura si faceva avanti per quelle dei capitoli del suo personaggio preferito, tutte cose che hanno avuto ricadute positive sull’entusiasmo degli scrittori e sulla qualità del loro lavoro.

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Il codice Morse

Colin Dexter, L'ispettore Morse e le morti di Jericho, traduzione di Luisa Nera, Sellerio editore, pag. 346, euro 14

Colin Dexter, L’ispettore Morse e le morti di Jericho, traduzione di Luisa Nera, Sellerio editore, pag. 346, euro 14

C’è qualcosa di antico oggi nel giallo, anzi di nuovo. L’ispettore Morse è il protagonista di una nutrita serie di romanzi, scritti da Colin Dexter nell’ultimo quarto del secolo scorso. Si tratta di gialli inglesi classici, superclassici: quelli dove nelle prime pagine c’è un morto e nelle ultime un assassino che confessa; e in mezzo l’indagine, fatta molto di deduzione e poco di azione, molto di colloqui discreti e poco di interrogatori serrati. In questo caso (L’ispettore Morse e le morti di Jericho, Sellerio editore, pag. 346, euro 14) il morto è una morta, un’affascinante donna che Morse aveva conosciuto di sfuggita qualche tempo prima, e che viene ritrovata nella sua casetta di giovane divorziata in un quartiere periferico di Oxford, impiccata. Il dubbio è un altro classico: omicidio o suicidio? Mentre una galleria insolitamente affollata di personaggi inizia a popolare la scena – i vicini, un ex amante, i ragazzi cui lei dava ripetizioni di tedesco – tutto sembra andare verso l’archiviazione; ma ecco, un secondo cadavere, proprio nella casa di fronte, e questo ammazzato di sicuro.

Colin Dexter, ex prof di greco e grande esperto di enigmistica, non racconta solo quel che accade all’ispettore, ma si mette a monitorare tutti i protagonisti e (quasi) tutti i fatti: un modo di narrare molto cinematografico, e d’altra parte la serie tv tratta dai libri è stata un grande successo in Inghilterra. Ma il suo approccio in apparenza canonico e senza guizzi è pervaso da un filo d’ironia, grazie al quale le regole del giallo classico sono formalmente rispettate, però vengono dall’interno corrose, quasi sfottute. Pensate al dogma dell’assassinio nella stanza chiusa: qui al contrario è addirittura la porta di casa che viene trovata aperta! È vero, l’ambientazione è talmente inglese da risultare stereotipata: il pub, le villette unifamiliari col giardino sul retro, il circolo di bridge, tutto molto dignitoso e molto british; ma grattando appena un po’ dietro i personaggi emergono rancori, sotterfugi, meschinità, emerge il legno storto dell’umanità: tanti potrebbero essere i colpevoli, tutti, sicché alla fine la meraviglia non è che ci siano stati dei delitti, ma che ce ne siano stati così pochi. E poi, l’ispettore Morse – zitellone colto, antipatico, bevitore – è un loico sopraffino, un investigatore alla Dupin, alla Holmes, certo; ma la maggior parte dell’indagine la conduce in forma privata e di nascosto, tanto che a un certo punto viene persino “arrestato”: il poliziotto geniale e ribelle che fa di testa sua, che a pensarci è più un topos dell’hard boiled. E ancora, tutta la narrazione è infarcita di riferimenti ai classici antichi e alla musica seria da Wagner in su, tutti i santi capitoli sono preceduti da una citazione; okay, ma che dire del fatto che molte citazioni sono inventate, quando non addirittura, borgesianamente, inventato è uno degli autori delle massime?

Per cui alla fine anche il più tipico dei meccanismi del giallo – l’accavallarsi di false piste, il proliferare di ipotesi che a ogni passo sembrano portare alla chiusura del caso – sortisce l’effetto opposto: quando finalmente si scioglie l’enigma, non si scioglie la tensione accumulata nella testa del lettore. Sì certo, sicuramente è andata così, come ha detto Morse, però, se invece… Si chiude il libro, e si continua a pensare.

(Versione integrale dell’articolo uscito ogi sul Mattino)


To: it’s complicated

Certo c’è stata
laggiù una storia molto complicata
ci va una bella forza per lanciare
un piano a coda lunga in alto mare

In un mondo sempre più complicato, signora mia, c’è bisogno di un po’ di semplicità, nevvero? E chi l’ha detto. Può essere pure il contrario: può essere pure che per orientarsi nella complessità della vita contemporanea, la risposta sia accettare la complicazione, abbracciarla, assimilarla per osmosi, complicarla ancora di più, finché non sarà più chiaro se di resa si è trattato, o di trionfo. Per esempio, c’è chi sostiene che l’unico rimedio all’information overload – cioè le tonnellate di news commenti foto minchiate che affollano internet su ogni minima quisquilia, al punto da renderlo quasi non navigabile – il rimedio sarebbe non meno informazione, ma più informazione, organizzata regolata strutturata, s’intende. Il dibattito è aperto: ci salveranno le vecchie zie, o i nativi digitali? Probabilmente non ci salverà nessuno, ma questo è un altro discorso.

The Arch-copPer chi ama complicarsi la vita, questa Caravan parte: alla ricerca della bellezza nella complessità, nella stratificazione, nel casino totale. Prima tappa, Eva quartet & Hector Zazou, The Arch. Badate bene, stiamo parlando di un morto: Zazou non è più dei nostri, e da quasi cinque anni. Questo non è per avanzare sospetti o accusare di macabre strumentalizzazioni – ché ben altre schifezze abbiamo visto (perché a sentirle non ci penso proprio), da Cole Porter a De André risuscitare in studio e duettare con gente che da vivi non ci avrebbero preso manco un caffè – dato che non è questo il caso. Già qualche anno fa, con sorpresa e divertimento, avevo avuto modo di sentire un postumo di Zazou, Oriental Night Fever, discomusic anni ’70 etnicizzata, con due musicisti italiani (a cantare Barbara Eramo e a suonare Stefano Saletti, che ricompare anche qui con un bouzouki). The Arch è un altro progetto che, come quello ma più ampio e complicato, il musicista francese stava portando avanti e anzi aveva quasi terminato quando ha dovuto lasciarlo per causa di forza maggiore. Rimarcare allora la sua condizione di fu capo-progetto è utile per evidenziare la prima complicazione, che è una complicazione temporale, uno shift tra i momenti vari di ideazione/registrazione/produzione/distribuzione tutt’altro che infrequente (in questi giorni stavo ascoltando un cd registrato nel 2005 e uscito adesso), ma che in occasioni come questa balza all’occhio. Fin nei dettagli più banali: tipo i nomi dei diversi batteristi che hanno suonato nei vari pezzi, e che solo Zazou sapeva ma non ha fatto in tempo a lasciare scritti.

L’idea originale del disco, come racconta l’altro project manager Dimiter Panev, era fare una delicata fusione di elettronica e voci bulgare (elettro-etno in pieno stile Zazou insomma, pare che abbia fatto sempre quello). Ah, il mistero delle voci bulgare. Quelle fantastiche armonie che sì, è vero stanno all’incrocio tra oriente e occidente, mitteleuropa balcani e Turchia, sacro e profolk, ma insomma più o meno come tutto il resto, è pur sempre roba che girato l’angolo: e allora perché invece sembrano venire da un’altra galassia? Le voci bulgare che con il loro fascino ipnotico hanno divulgato musicisti e suoni ben più ostici e sconosciuti: hanno reso famosa Kate Bush in tutto il mondo, e in Italia hanno fatto vendere un botto a un gruppetto off lumbard con il disco Italyan, Rum Casusu Çikti…hierba cop

(Questo è l’inizio della mia rubrica Caravan su Blow up di aprile. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Eva quartet & Hector Zazou, The Arch, Elen music

Mala Hierba, Alisachni, Working Bee

John Surman, Saltash bells, Ecmsurman cop


Ninos Du Brasil, i tamburi che non esistono

Ninos Du Brasil, Muito N.D.B., La Tempesta International

Ninos Du Brasil, Muito N.D.B., La Tempesta International

Qui siamo nel fake raffinato, nel tarocco d’artista, nell’indefinibile per definizione. Basti già il nome del gruppo: Ninos Du Brasil, che non vuol dire niente in nessuna lingua. Quando poi si scopre che dietro Muito N.D.B. c’è un artista visivo e performer come Nico Vascellari, il quale la musica estrema e indipendente la usa come hobby, allora tutto è più chiaro, cioè definitivamente incomprensibile. Un diluvio di fuoco, una gragnuola incendiaria di percussioni etniche (cuica, congas, campane, maracas, fischietti), inventate per l’occasione (bottiglie, lattine, pezzi di legno e munnezza varia) ed elettroniche. Una cosa a metà tra un sabba esoterico, un antichissimo rito candomblè e una modernissima trance da rave party: e forse è la stessa cosa.

Ma perché è particolarmente adatto per correre? Per la solita questione di percussioni uguale ritmo uguale danza uguale movimento uguale corsa? Certo, ma non solo. È che in questo cd pur breve (otto tracce, e nessuna è una suite) ogni brano ha una svolta, un punto di rottura: un momento in cui la tensione sale al massimo, un attimo in cui l’ascoltatore dice “bene, più di così non è possibile, deve per forza allentare” – come quando arriva il punto in cui il corridore pensa “basta, non ce la faccio più, ora mi fermo o esplodo” – e invece viene una sferzata potente, un’ulteriore accelerazione, sotto forma di un cambio di ritmo, di un aumento di volume, dell’ingresso di un coro assatanato o di un suono ultraterreno. E si riparte, perché nelle gambe – e nella testa – c’è ancora tanta strada.

(Articolo uscito sul numero di marzo del mensile sportivo Correre)