Nell’era della post-verità, Tom McCarthy fonda il romanzo post-verista

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Premesso che non si dovrebbe mai fare nessuna premessa, la premessa qui è particulare: il sovrascritto torna a pubblicare recensioni dopo un silenzio più che biennale. Non che importi sottolinearlo ai miei venticinque amici: loro lo sanno già, il perché e il percome. E per conto mio potevo starmene zitto almeno un altro bel po’. Penso piuttosto ai suoi venticinque lettori: di Tom McCarthy dico, del cui libro si va a parlare; ché lo scrittore londinese è tanto apprezzato in patria quanto misconosciuto qui. Satin Island è uscito qualche giorno fa in un clamoroso silenzio; ora qualcosa si muove: contribuisco con questi appunti sparsi, buttati giù in forma parassitaria, mimetica (il libro è scritto in brevi paragrafi numerati, così:))

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1.1
U., protagonista e narratore di questa storia, lavora come antropologo di prestigio nel seminterrato di un’azienda. Un’azienda che in giro per il mondo vende – ad altre aziende, a governi ed enti pubblici, a se stessa – narrazione, storytelling, idee, immagini, fuffa. L’azienda vince l’appalto per un grosso progetto, lui fa ricerche per una Grande Relazione; c’è un’amica che lo chiama quando vuole scopare, c’è un amico che si ammala e muore, c’è U. che sbrocca. Fine.

All’epoca di questi fatti (fatti, seh! Se siete in cerca di quelli, meglio che smettiate di leggere subito)

1.2
L’antropologia come metafora dell’incomprensibile. Lévi-Strauss, citato a manetta, diceva che il mistero di una tribù o si riesce a penetrare completamente, e allora che barba, non c’è più sfizio; oppure non ci si capisce un cazzo, e basta. Tertium non datur. E se così è per la piccola tribù sperduta, perché per la grande tribù globale dovrebbe essere diverso?

1.3
Raccontare la realtà è raccontare la storia di uno che prova a raccontare la realtà. E fallisce. Questo, va da sé, è molto post-moderno. La cover mostra tutto quello che il libro avrebbe potuto essere, e non è; tutto quello che la Grande Relazione avrebbe dovuto essere, ed è.

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1.4
Le storie e la Storia, nei libri di McCarthy. Uomini nello spazio era ambientato nell’Europa dell’Est, all’epoca delle rivoluzioni di velluto; C tra la fine dell’Ottocento il primo dopoguerra, era di scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche e rivelazione archeologiche. Uomini nello spazio era un intreccio labirintico, un delta fluviale di vicende separate, ma l’una simbolo dell’altra; C era più lineare, ma quasi sfiancante nella sua precisione autoptica. E Satin Island? Qui e ora. Forse.

La chiusura dello spazio aereo era annunciata a metà pagina, a fianco del camion bomba al mercato, e con un titolo della stessa dimensione

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(0.2
Avrei voluto intervistare Tom McCarthy. Ma poi mi sono reso conto che l’unica domanda che davvero mi interessava fargli era: posso iscrivermi alla INS? (International Necronautical Society, il collettivo di artisti concettuali palesemente finto – i soli membri sono i due fondatori: McCarthy e il suo amico Simon Critchley – la cui ragione sociale è “do for death what the Surrealists had done for sex“))

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Bossa nostra (Jobim è altrove)

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Questa è una celebrazione di Jobim in forma di playlist. Una playlist che nasce da una coincidenza e da un equivoco. La coincidenza è quella tra due eventi: il primo è la ricorrenza del ventennale della morte di Antonio Carlos Jobim (Rio de Janeiro, 25 gennaio 1927 – New York, 8 dicembre 1994), e questa è una notizia tutt’altro che sorprendente, diciamo che era più o meno da vent’anni che si poteva prevedere. Sarebbero anche i sessant’anni dal suo primo disco, quel Rio de Janeiro – Sinfonia Popular em Tempo de Samba che certo non è passato alla storia, ma che all’epoca servì a lanciarlo nel novero dei compositori più richiesti e rispettati in Brasile, gettando le basi per quello che sarebbe successo di lì a poco. La svolta, si sa, fu l’incontro con il poeta Vinicius De Moraes, e la colonna sonora del film Orfeu negro, e poi Chega de saudade interpretata voce e chitarra da João Gilberto. Nasceva la bossa nova, un samba con le sincopi e le stranezze armoniche del jazz.

Il secondo evento è davvero un piccolo caso nel mondo della musica: è uscito il disco di esordio di Jaques Morelenbaum. L’esordiente non è proprio un ragazzino: ha compiuto infatti da poco sessant’anni, e il suo violoncello e i suoi arrangiamenti sono ben noti agli appassionati. Anche lui carioca, da quattro decenni è dietro alle cose più interessanti che succedono nella musica brasiliana e non solo. Perché dopo l’esondazione della bossa che riversò il Brasile nelle orecchie di tutto il mondo, il Brasile si è diviso in mille torrenti uno più impetuoso dell’altro: il tropicalismo il samba-reggae la Mpb lo sperimentalismo; e in molti casi si vede spuntare nei credits il nome di Morelenbaum. Dagli esordi con Egberto Gismonti, altro grande irregolare, agli ultimi anni trascorsi proprio a fianco di Jobim; dalla collaborazione con Caetano Veloso (sua la struggente rilettura di Cucurucucu paloma nel film Parla con lei) a Ivan Lins e Gilberto Gil, e poi ancora Madredeus e David Byrne, Sakamoto e Cesaria Evora, Omar Sosa e Sting.

Uno così, incredibile, un disco solista non l’aveva mai fatto. Se Vinicius, Jobim e João Gilberto sono la santissima trinità della musica brasileira, Morelenbaum ne rappresenta una sorta di eminenza grigia. Rimedia ora, con un titolo che è tutto un programma: Saudade do futuro – Futuro da saudade (distribuito in Italia da Egea). Un disco che è proprio il capolavoro che ci si aspettava, e forse qualcosa in più: musiche originali e standard, classicità e avanguardia, saudade e futuro.

Abbiamo approfittato allora di un recente passaggio del maestro in Italia – ecco l’equivoco in agguato – per fargli l’intervista da una domanda sola. Chi possono essere gli eredi di Jobim, quali cantanti e compositori sono i Jobim di oggi? L’idea era partire dai suoi suggerimenti per costruire una panoramica della musica brasiliana contemporanea. Ma c’è stato un fraintendimento (volontario?) per cui Morelenbaum ci ha mandato una lista delle sue canzoni preferite di Jobim. (Alla fine, una sola lettera separa sons – figli – da songs – canzoni – e questa è la nemesi: perché mai due latini devono parlarsi in inglese?). Abbiamo provato a insistere, ma il maestro a quel punto ha declinato, spiegando che gli eredi di Jobim sono davvero tanti, e in tutto il mondo; e facendoci capire poi che non se la sentiva di fare una lista eletti, lasciando fuori tutti gli altri. Ma tutto sommato è andata meglio così.

I figli di Jobim non stanno solo in Brasile, ma sono dispersi per il mondo, indubitabile. Jobim è altrove, Jobim è dappertutto. E la bossa è cosa nostra. Allora noi ci siamo messi alla ricerca, utilizzando la playlist di Morelenbaum come spunto. La sua è una lista che manifesta strane preferenze, un misto di hit talmente abusati da stufare non solo chi non ascolta abitualmente bossa, ma anche chi non ascolta abitualmente musica; e dall’altro lato di pezzi quasi sconosciuti, perle veramente oscure. Di conseguenza, è una curiosa compilation quella che segue: se da un lato si sono scansate come la peste le melensaggini pop-orchestrali in cui spesso è caduta la bossa, dall’altro si è dovuto far attenzione a evitare il “famolo strano”, per non costruire una galleria di interpretazioni assurde e irriverenti, un playlist di monstre.

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Il giallo dell’estate? Ha ottant’anni

deangelisIn mancanza di un vero e proprio giallo dell’estate che ci assilla dalle pagine di cronaca, converrà volgere lo sguardo alla letteratura di genere: meglio se storica, meglio ancora se preistorica. È quello che fa la casa editrice Sellerio, che da un po’ di anni a questa parte va ripubblicando i romanzi di Augusto De Angelis (1888-1944). Di lui sappiamo che fu il creatore del primo detective seriale della letteratura italiana, in quindici libri scritti dal ’35 al ’43; che fu incarcerato per antifascismo e che morì per le conseguenze di un pestaggio fascista; che il suo personaggio, il commissario De Vincenzi, fu portato in tv da Paolo Stoppa negli anni ’70 in una serie di sceneggiati.

Sì vabbe’, ma in pratica, com’è leggere questi gialli? Un tuffo nel passato. Non come nei romanzi di ambientazione storica, che sono delle ricostruzioni più o meno accurate di un’epoca, ma in cui si percepisce la mano contemporanea. Qui, è come frugare nei documenti d’archivio, e contemporaneamente risalire agli albori del poliziesco all’italiana, appunto alla sua preistoria. Ad esempio, prendiamo questo Il canotto insanguinato (pag. 366, euro 14) e vediamo in quanti modi è un tuffo nel passato. Nello stile: deliziosamente, sinceramente raffinato; vi si trovano autentici pezzi d’antiquariato, come questo: “uno dei tanti profughi, che la rivoluzione di Lenin ha ventilabrati pel mondo”. Nell’ambientazione: molto internazionale e deluxe; casinò ed equivoche bische, yacht e Pascià, la Riviera di ponente e la Costa azzurra – in un’epoca in cui davvero tali scenari erano privilegio di pochi, e però ci volevano due giorni per arrivare in treno a Strasburgo e le automobili “correvano” a venticinque all’ora. Nei personaggi: caratteri, ma non macchiette; l’esule russo, la bella spia francese, l’ambasciatore turco, il gioielliere olandese, la bionda fatale con un orribile segreto, il croupier doppiogiochista… e lo stesso commissario italiano, che si affida più al fiuto che alla logica, più alla psicologia che all’interrogatorio brutale – senza disdegnare le rivoltellate se necessario. Infine, nella trama: un mistero che parte con un omicidio soltanto presunto, anche se poi i cadaveri non mancheranno; che prima sembra una storia d’amore e gelosia, poi uno squallido regolamento di conti tra drogati del gioco d’azzardo, poi ancora un intrigo spionistico internazionale, e forse è tutte queste cose assieme e molto di più.

Un tuffo nel passato: e nonostante questo, De Angelis costruisce una narrazione avvincente e moderna, tutta fatti, un inseguimento e un colpo di scena dopo l’altro. Senza concessioni alla prosa d’arte, che ai tempi andava per la maggiore. E senza la tentazione di fare moralismi, o peggio ancora sociologia, piaga che affliggerà tanti cosiddetti gialli nei successivi ottanta anni.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino)


Davide Longo e la complicità del male

bramardDi solito, quando si vuole mettere in luce l’originalità di un thriller moderno, si dice che il suo autore conosce benissimo gli elementi, i topoi e i cliché del giallo classico, e si diverte a disporli in maniera inusuale, scompigliando l’ordine, sovvertendo le regole del genere. (La si dice, questa cosa, da così tanto tempo che viene da chiedersi, in verità, se sia mai esistito il “giallo classico”.) Davide Longo, piemontese di 43 anni, è autore di pochi e ben calibrati romanzi, e lavora alla Scuola Holden come didatta, qualsiasi cosa ciò voglia dire. In questo Il caso Bramard (Feltrinelli, 256 pag., euro 17) ritornano i suoi temi prediletti: le montagne, le arrampicate, la pochezza dell’uomo in confronto alla natura. Ma compaiono, appunto, anche tutti i leitmotiv del giallo: l’eroe – un commissario in pensione, anziano e disincantato, con un grande dolore nascosto -, l’antagonista – un serial killer spietato e imprendibile, che inconsciamente desidera farsi prendere -, l’invasione del privato nel professionale, perché l’ultima vittima dell’assassino fu la moglie del commissario, ed è a lui che nel corso degli anni l’introvabile manda delle lettere con una canzone di Leonard Cohen, finché in una per caso (?) ci trovano un capello, e col DNA l’indagine, ovviamente in modo informale, riparte.

Longo manovra l’intreccio con mestiere sicuro, e applica la regola show don’t tell all’estremo: i personaggi vengono mostrati mentre compiono azioni di cui il lettore non coglie il significato se non dopo un po’, o un tanto. Sicché sembra, più che di leggere una sceneggiatura già bella e pronta (complimento spesso usato per denigrare), proprio di guardare un film. E sì, certo, le regole del thriller sono sovvertite, ma in modo così sottile e pervasivo che sarebbe complicato dirne. Con una eclatante eccezione. Nello schema tipico, dal classico (Conan Doyle) al moderno (il Bioy Casares de L’invezione di Morel), un mistero che all’inizio sembra inspiegabile se non ricorrendo al sovrannaturale, viene riportato poi dal solutore nell’alveo della logica. Qui invece, man mano che ci si avvicina alla fine, e si intravede la soluzione, essa ci appare più inverosimile e assurda che in principio. La bravura di Davide Longo sta nel rendere la vicenda, nonostante tutto, credibile. Ma il vero dramma è un altro.

La vera assurdità è che lo stesso commissario, lo stesso lettore, è costretto ad inchinarsi davanti alla perfezione, alla bellezza dell’opera del serial killer. Come a dire che con il male tutti noi – in qualità di autori, o di testimoni silenziosi, o di semplici compartecipi del genere umano – siamo comunque coinvolti.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino)


Se Indro Montanelli è una questione privata

indro_montanelli Paolo Di Paolo è uno scrittore giovane (1983) ma già affermato. Libro dopo libro, emerge un filo conduttore, sottile ma consistente: l’impossibilità di prescindere dalla realtà, storica e sociale; la necessità di raccontarla da un’angolazione laterale, attraverso le vicende private di persone qualunque. Se in Dove eravate tutti (2011) gli ultimi trent’anni di prima e seconda Repubblica sono intrecciati alle vicende personali di un ragazzo dietro il quale non si fatica a immaginare l’autore, nell’altro romanzo Mandami tanta vita (2013) il protagonista vive nell’ombra del grande intellettuale antifascista Piero Gobetti, che non riesce mai a incontrare anche se le loro storie si sfiorano più volte. L’ultima opera è se possibile ancora più interessante, perché non è un romanzo: Tutte le speranze (Rizzoli, pag. 216, euro 17) porta il sottotitolo esplicativo Montanelli raccontato da chi non c’era. Non è un romanzo, ma neanche una biografia. Piuttosto, la storia di una ricerca che nasce da una fissazione personale: quella di un ragazzo di quattordici anni che voleva fare il giornalista, e incominciò a corrispondere con Indro Montanelli tramite la sua rubrica di posta.

Di Paolo ha uno stile di scrittura senza rotture o pretese d’avanguardia, classico, quando non vagamente retrò; l’impianto del libro è però molto più innovativo di quanto voglia sembrare, delicatamente postmoderno. Innanzitutto, si svolge a ritroso, partendo dal luglio 2001, dalla morte, avvenuta poche ore dopo quella di Carlo Giuliani a Genova; racconta in seguito gli ultimi anni, vissuti dall’autore in prima persona, poi quelli ricostruiti attraverso interviste e testimonianze, infine i primissimi, a inizio ‘900, dove solo vecchie carte d’archivio hanno supportato. Poi, Di Paolo abbatte senza tanto clamore lo steccato tra narrativa e saggistica, come pure il tabù per il quale l’autore del saggio deve scomparire dietro i fatti, e s’inventa una sorta di meta-saggio (frequenti sono le riflessioni introdotte da un “mentre facevo le ricerche per questo libro”). Non mancano inserimenti di foto, immagini curiose come un Garibaldi che sembra Cristo, documenti pubblici o privati, lettere ai giornali (le sue); e c’è anche il momento surreale di un’intervista mai fatta a Berlusconi.

paolo-di-paoloMa quest’angolazione privata, quasi minimale, non è solo una scelta stilistica: è una dichiarazione di metodo. Perché di uno come Montanelli tutti hanno un’opinione, tutti hanno detto tutto e il contrario di tutto: fascista e antifascista, patriota e anti-italiano, anticomunista e antiberlusconiano, liberale e democristiano (“Turatevi il naso…”) , misogino e misantropo, persino filiforme e pingue (“Montanelli? Un falso magro” sentenziò una volta la direttrice di Vogue). Tutte definizioni, nella loro pretesa di essere assolute, false – e tutte, in qualche momento della sua lunga vita, vere. Il racconto in prima persona consente di avvicinarsi a un soggetto così debordante senza commettere quel doppio errore tanto frequente: senza fingere un’obiettività che non esiste, senza giudicare ma cercando di capire. Alla fine è questa, la migliore lezione di Montanelli. E Paolo Di Paolo, anche se poi non ha fatto il giornalista, l’ha imparata benissimo.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino)


Un altro libro (mio)

Sissignore: nonostante tutto, ne ho fatto un altro. L’ho scritto nel 2013 ed esce tra qualche giorno, l’8 maggio. L’ho scritto grazie alla casa editrice LiberAria, che me l’ha chiesto, grazie. Si chiama Mia figlia spiegata a mia figlia, il titolo stavolta l’ho scelto io, e ne vado fiero. Il resto non so, ditemi voi.

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Ma facciamo i seri, ecco la presentazione ufficiale dell’editore:

Cosa vuol dire essere dipendenti dalla propria figlia? Vuol dire essere contenti se nel cuore della notte la bambina chiama e per una volta non chiama la mamma ma il papà; vuol dire concentrare tutta la vita di “prima” – lavoro, hobby, relazioni sociali – nelle poche ore di asilo, e trovarsi inaspettatamente senza sapere cosa fare se, ad esempio, una sera lei è andata a dormire dalla nonna. Vuol dire credere che non ci siano distanze, differenze e ruoli e che, se ogni scarrafone è bello a mamma sua, lo stesso vale per il papà. Ma attenzione: questo non è il diario di un papà precario, o di un casalingo disperato, o di un mammo. Mia figlia spiegata a mia figlia di Dario De Marco è il racconto di una dipendenza fortuita – la fine del lavoro proprio in contemporanea con la nascita della sua bambina – che si basa su profonde convinzioni etiche: la parità dei diritti e doveri uomo-donna, e quindi papà-mamma; la considerazione dei bambini piccoli come esseri viventi e soggetti in tutto e per tutto, non come degli uomini con qualcosa in meno, degli adulti potenziali. Un libretto ironico che mette indirettamente alla berlina le pretese dei genitori, e in generale degli adulti, di imporre un sapere dall’alto.

Su Affaritaliani si può leggere un’anteprima tratta dal capitolo 1.

Si trova nelle librerie sia di catena che indipendenti, se non si trova si può ordinare al libraio, se non si vuole uscire di casa si può comprare su internet, se non si vuole foraggiare amazon e simili si può comprare direttamente sul sito della casa editrice.

Costa 10 euro, sono meno di 200 pagine compreso l’indice, si può fare.


Il mare non cagna Napoli (alcuni disclaimer riguardo a “Dove le strade non hanno nome” di Angelo Carotenuto)

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Premessa numero uno. Angelo Carotenuto è amico mio. Cioè, amico. Diciamo che lo conosco. Cioè, lo conosco. Lo conosco come si può conoscere uno di questi tempi: per esempio non l’ho mai guardato in face; ma in Facebook, sì. È andata che lui recensì il libro mio, e da allora siamo entrati in contatto, e abbiamo scoperto di avere una serie di cose in comune. Per esempio la professione – anche se, la verità, lui sta a Repubblica, mentre io sto a casa. Oppure, condividiamo entrambi una struggente quanto insensata nostalgia per la nostra città d’origine – insensata, la verità, ancora di più nel caso suo, che sta a Roma e potrebbe tornarci quasi ogni giorno, jà. Poi condividiamo anche altre cose, che si vedranno in progress, come in corso d’opera si vedrà il modo in cui questa è una non-recensione, il motivo avendolo io appena spiegato.

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Premessa numero 2. A me gli U2 non mi sono mai piaciuti. Li ho sempre trovati sopravvalutatissimi, anche quelli degli esordi, soprattutto quelli degli esordi; un po’ come i Beatles, ma questo è un altro discorso. E però a quel concerto io c’ero. Quel concerto del 9 luglio ’93 che fa da sfondo e motore a tutta l’azione del libro; quello in cui Bono dal palco del San Paolo telefonò al carcere di Poggioreale chiedendo del sindaco inquisito per tangentopoli (“mr. Nell’ Poles’?”) e ricevendo in cambio dal centralinista un cortese invito a dirigersi tra le braccia di Morfeo (“Guaglio’ vatt’ a cuccà”). Io c’ero, e c’ero a Napoli quando sembrava che Napoli stesse per cambiare, che qualcosa o tutto potesse cambiare (addirittura, a differenza di Angelo che aveva già esercitato il proprio diritto-dovere di cittadino in era Dc, io quelle della sfida Bassolino-Mussolini furono le prime elezioni a cui votai). C’ero, ma per un altro motivo (che poi è lo stesso di uno dei personaggi del libro, anche io sono stato previsto, diavolo d’un Carotenuto): l’esibizione dei Velvet Underground al completo, storica reunion, e tour mondiale che nella tappa partenopea li vede supporter pomeridiani degli U2, ma tu vedi un poco, vicino a pateto cuccate a pere. Gli U2 non mi sono mai piaciuti, tanto che quando prenotai sto libro (che è pubblicato dalla casa editrice Ad est dell’equatore, ma realizzato con il metodo del crowdfunding, interessante esperimento anche se non efficacemente sostenuto dal funzionamento delle Poste) dissi che facevo un grande sacrificio a leggere una cosa che aveva lo stesso titolo di un album degli U2, azzeccando così la prima figuremmerd’ datosi che Where the streets have no name è una canzone, solo una canzone.

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Premessa numero tre. Questa è una storia con tanti personaggi, ma talmente tanti che all’inizio si fa fatica a seguirla. Mo’ non pensate a Dostoevsky, a me piuttosto il primo capitolo mi ha fatto venire in mente quel bellissimo film di Buñuel, Il fantasma della libertà si chiama, dove per qualche minuto la cinepresa mostra gli episodi di un personaggio, poi questo tanto per dire attraversa la strada, passa una macchina e il film si mette appresso a quelli che stanno nella macchina lasciando perdere il tizio di prima; e così via. Solo che in Buñuel questa è una tecnica surrealista usata per far esplodere la narrazione tradizionale, frustrando di continuo l’attaccamento che nello spettatore sorge verso ogni cosa che abbia una embrionale forma di personaggio o di vicenda. In Carotenuto è un modo per rendere l’intreccio più fitto, meno immediatamente comprensibile nel suo disfarsi: anche se poi il fine sperimentale potrebbe essere simile, perché pure nei capitoli dopo, dove i personaggi ritornano e ci si comincia a orientare, un solo protagonista non c’è, davvero sono protagonisti tutti, alla pari; e pure nei capitoli dopo, non è che ci si orienti sempre alla grande, anzi ogni tanto un vuoto, e ci si chiede Aspe’, questo qua chi cazz’era? Anche perché ci sta un altro magheggio a complicare le cose.

Premessa numero quattro. Dove le strade non hanno nome è scritto all’incontrario. No, non alla maniera di Leonardo da Vinci, né alla maniera della Torah e del Corano (sfoggio di cultura liceale, nonché adolescenziale tentativo di far fare la pace a israeliani e palestinesi, dài su). All’incontrario nel senso che i capitoli sono sette, ognuno racconta di un giorno, e il primo capitolo racconta del 9 luglio, l’ultimo racconta del 3 luglio. Ora, sempre a proposito di riferimenti, parlando di narrazioni che invertono lo scorrere del tempo a me vengono in mente varie cose. La prima è La freccia del tempo di Martin Amis. Che però veramente non ci azzecca niente, perché lì non è la narrazione che procede a ritroso, ma proprio la vicenda: inizia che il protagonista muore, poi sta malissimo, poi esce dall’ospedale, poi diventa sempre più giovane ecc. ecc.; ed è lo stesso protagonista che non si capacita di quello che gli succede: molto interessante dal punto di vista logico, perché instaura un rovesciamento pervasivo e universale del principio di causa-effetto (se la morte precede la vita, se la ferita precede il colpo, allora i nazisti sono dei benefattori dell’umanità, e i chirurghi degli aguzzini), ma appunto non c’entra niente. Poi penso a April March di Herbert Quain, che però ha due fondamentali differenze: uno, è un racconto a biforcazioni temporali antecedenti, nel senso che dopo il primo capitolo non c’è un capitolo che narra del giorno precedente, ma due capitoli che narrano di due possibili e alternativi giorni precedenti, e così via (il malriuscito scopo sarebbe quello di dimostrare che avvenimenti diversi possono portare a risultati uguali, un po’ come nei passaggi meno oscuri de Il giardino dei sentieri che si biforcano di Ts’ui Pe); in secondo luogo, ha il non lieve problema che non esiste: anche se Saramago ha sostenuto il contrario, April March non è mai stato scritto, ma solo recensito in un racconto di Borges. Il terzo ricordo è un film, Irreversible con Monica Bellucci e Vincent Cassel. Lì in effetti le cose sono successe nell’ordine normale, e una volta sola, ma noi le vediamo montate all’incontrario. Scopo del gioco, evidente già dal titolo, metterci in testa che insomma, non c’è niente da fare. E questo, anche nell’enorme differenza di ambientazione e scrittura, mi è sembrato alla fine anche l’effetto che fa DLSNHN. Cioè, arrivato più o meno alla fine del libro, uno è talmente entrato nell’ottica che quello che è prima è dopo, anzi che quello che viene dopo già lo sa, mentre quello che è successo prima ancora lo deve scoprire, che acquisisce una sorta di rassegnazione, di universale e pervasivo senno del poi: e lo applica a tutto, a tutto quello che viene prima di quella settimana, a tutto quello che è venuto dopo. E quindi finisce per pensare, tanto per dire, che lui non ci ha mai creduto al Rinascimento napoletano, al fatto che le cose potessero o dovessero cambiare, si vedeva subito che era un bluff, e dài.

ANTONIO BASSOLINO E ALESSANDRA MUSSOLINI

Premessa numero sei. Angelo Carotenuto scrive come a me. Questo non lo so se è proprio un complimento, però io ci trovo delle somiglianze che sono un flash: certe fissazioni per i giochi di parole, per gli equivoci che possono scatenare certi modi di dire, per le trappole che possono contenere i versi di certe canzoni. Anche nei difetti, eh, per esempio nelle pippe teoriche, che certe volte attaccano alcuni personaggi, e che però si vede benissimo che è sono ragionamenti con cui è fissato l’autore, non altri. Anche proprio nello stile, mannaggia, ditemi voi se mo’ questo non è un passaggio che avrei potuto scrivere io – un poco peggio:

La famiglia finì fra i 12mila stranieri che ogni giorno sbarcavano a New York agli inizi del ‘900. L’America li accolse a braccia chiuse. Ora. Io non voglio azzelliare nessuno con la storia dell’emigrazione, partono i bastimenti e comm’è amaro ‘stu ppane, ma gli Zurzolo sono una cosa che se uno la racconta non ci si crede.

Post scriptum. Il titolo. Del post, dico. È una doppia citazione. Del capolavoro della Ortese. Ma così come citato e modificato da quel gran genio del mio niente, non ce la posso fare, a me non mi piace manco Battisti.