Le rivoluzioni dei pianeti terrestri (e altri appunti di psicogeografia astronomica)

(Questo racconto è stato pubblicato il 3 novembre 2017 dalla rivista online CrapulaClub)

I Pianeti Terrestri vengono detti così non perché siano simili – o in qualche modo debitori – alla Terra, ma perché sono piccoli, caldi e terrosi, a differenza dei freddi Giganti Gassosi.

Il più vicino al Sole, e anche il più piccolo, è Mercurio. Forse è per questo che i suoi moti di rotazione e rivoluzione sono quasi coincidenti: il giorno mercuriale dura circa 56 dei nostri giorni, mentre l’anno ne dura 88. Naturalmente è sbagliato, oltre che immorale, misurare i giorni e gli anni di Mercurio prendendo come unità di misura i nostri. È più corretto dire che l’anno mercuriale dura un giorno e mezzo, approssimativamente. Infatti il bioritmo e la stessa fisiologia – se di fisiologia si può parlare – dei Mercuriani si sono adattati, o meglio si sono plasmati su queste condizioni.

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Bella storia

(Questo racconto è stato pubblicato il 15 settembre 2017 dalla rivista online CrapulaClub)

Liberamente tratto da Una brutta faccenda, di Anton Pavlovič Čechov

«Appiccia» ho detto, pure se stavo solo io. Poi ho cacciato il micciariello da dentro alla sacca e ho dato piede al bombolone. Bella storia. Che ci sta di meglio di un bel cannone in mezzo a una notte solitaria e scura, ho penzato. Vabbuò, inzomma, forse solitaria, però scura manco per la capa, che con tutte le luci che gialléano e i pannelli di controllo appicciati, e soprattutto con quella luminaria che sta dietro a me, qua pare sempre mezzoggiorno. Brutta storia.

A un certo punto una botta potente da dietro alla porta dell’altoforno. Mi sono girato e non ci ho visto più una mazza. Come sempre. Poi piano piano l’occhio si è abituato alla luce. È stato allora che ho incominciato a sentire la voce.
«Aràp’».
Mammamia, ho penzato, questa mariuana biologica è micidiale, mi sa che la prossima volta me ne devo mettere un poco di meno dentro allo spiniello. Bella storia.

«Aràp’, strunz’». Una voce forte e calma, colle vibrazioni dei bassi che ti fanno tremare, come quelle degli spiker alla radio. Allucinazione o non allucinazione, mi sono incominciato a cacare veramente sotto.
«Chi cazz…»
«T’aggio ditto aràp’ sta sfaccimm’ ‘e porta. Nun me sient’?»
E che potevo fare, ho aperto il portellone, pure se sapevo che dentro ai tremila gradi dell’altoforno non ci può stare nisciuno. Brutta storia.

Leggi il seguito di questo post »


Madonna delle campagne

(questo racconto è stato pubblicato il 27 aprile 2017 dalla rivista letteraria A4)

Quali parole? (…) Quelle di un modo di parlare diverso da quello usato per vendere carne in scatola e perciò quelle di un mondo diverso dove tutte le lingue sono una e le parole e le frasi sono esperienze di una storia di paure, di amore e di odio, di violenze fatte e subite allo stesso modo da tutti. (…) E queste parole erano quelle imparate dalla gente che ancora sa parlare perché chiama festa un giorno in cui si dice la verità e tutti la capiscono e chiama gioco la fatica di avere paura per non avere paura. (…) Ora io ho parlato usando le parole più semplici che sembrano difficili solo a chi non sa più parlare.

(Roberto De Simone, prefazione alla Gatta Cenerentola)

La porta di casa nostra in piazza si apriva pure da fuori. Certo, la notte si poteva inzerrare da dentro, ma il giorno, fino a che non la cambiammo insieme a tutto il resto dei lavori, stava così che uno che veniva poteva entrare senza bussare e senza che tampoco quelli di dentro dovevano correre a ràprere: non c’era manco la maniglia, bastava spentare. Questo pure perché ai tempi antichi era tutto nu iesci e trasi di gente tra parzonàri, coloni, compari, vattiàti e crisimati, e parenti.

In tutti i modi quella matina, che non era proprio una di quelle matine di vierno che si chiatra, si gela letteralmente dal freddo, pure di giorno, ma erano lo stesso tutti davanti a lu fuoco, quella matina trasette sbattenno la porta zio Giggino, guaitando dalla paura e dicendo che aveva visto la Madonna. Giggino che era il figlio maggiore poteva avere all’epoca massimo vent’anni, e a casa ci stavano, che era quasi mezzogiorno e si doveva mangiare, oltre al nonno e alla nonna, i frati cchiù zichi, minori, tra cui mio patre

Ovviamente quelli di casa strolagarono a sentire quello che dicìa. Diceva infatti che, iuto a caccia fuori paese, che non teneva la licenza e perciò stava dentro a boschi lontani e che non sapeva bene, si era spierto, e mentre cercava di orientarsi, in una campagna era comparsa una signora, vestuta tutta nìura, tutta strazzata, e però bellissima, con questi capelli biondi, ricci. La signora vedendolo gli aveva detto così, ‘Figlio mio, ma che cosa ci fai da queste parti!’ e gli aveva indicato la via del ritorno. ‘Oi ma’ – concludeva zi’ Giggino – ha parlato italiano! Chera era la Maronna!’.

Il nonno era un poco stonato, ma dopo un momento di smarrimento si battette la mano in fronte e disse solo: ‘Donna Luiggia!’. Poi s’assettaie a tavola e iniziò a spiegare. Questo è il cunto che contò.

(Continua su A4)

 

 


Breve relazione a proposito dei tetti spioventi e di altre peculiarità botaniche della nostra regione

(questo racconto è stato pubblicato il 15 marzo 2017 dalla rivista letteraria Inutile)

Από δοθέν σημείο εκτός δοθείσης γραμμής (ευθείας), διέρχεται το πολύ μία γραμμή (ευθεία), που δεν τέμνει την δοθείσα (Ευκλείδη)

Cherteston (…) immagina che ai confini orientali del mondo vi sia un albero che è più e meno di un albero, e ai confini occidentali una torre, la cui sola architettura è malvagia (Jorge Luis Borges)

 

Nella nostra terra i tetti delle case sono talmente spioventi da essere quasi verticali. Curiosa coincidenza, tanto nel nostro idioma quanto nel vostro il termine “spiovente” deriva da “pioggia”, ma è per fare fronte ad altro genere di precipitazione atmosferica che questi tetti sono nati: la soffice, incorporea, eppure massiccia, pericolosamente pesante, fantastica neve.

L’estensore del presente rapporto – e dio solo sa quanto mi costa dovermi esprimere in prima persona, essendo la modestia connaturata alla mia personale indole come alla nostra cultura di gente schiva – l’estensore ha avuto un privilegio raro: solcare i mari e calpestare terre lontane, possibilità negata alla maggior parte della gente nata qui. Viaggiando, ho sempre notato come l’angolo dei tetti cambi, al pari di altre graduali e costanti variazioni nella flora, divenendo meno acuto man mano che ci si sposta verso meridione, fino a farsi completamente piatto nel Grande Sud; o almeno questo narrano i racconti su quella regione mitica, nella quale nessuno di noi, neanche l’estensore, è mai giunto, e della quale molti qui mettono addirittura in dubbio l’esistenza.

In ogni caso, nella nostra isola i tetti spioventi sono talmente verticali da sembrare quasi delle pareti. Per ragioni meno ovvie di quelle che si possono intuire, oltre alla scienza botanica la nostra civiltà ha sviluppato una finissima elaborazione della scienza giuridica: uno dei postulati del diritto civile è che la proprietà su un terreno si estende, partendo da quella superficie di territorio, nel sottosuolo fino agli inferi e nell’etere fino al cielo. Ora, mentre la prima ipotesi è meramente di scuola, dato che nessuno ha mai trovato possibile né utile spingersi dall’altro lato del suolo, il secondo caso è vero nel suo senso più letterale: le nostre case sono provviste di mansarde altissime, delle quali non si vede la fine. Raggiungendo il sottotetto, e stando saldamente appoggiati al pavimento di esso, alzando lo sguardo verso l’alto spesso, anzi sempre, la vista si perde nelle nebbie della distanza e dell’altezza.

(continua su Inutile)


“Il triangolo del crimine”, un finto noir di Aristide Maselli

(questo racconto è stato pubblicato il 22 aprile 2016 sul sito letterario Nazione Indiana)

Destino paradossale quello di Aristide Maselli. Brasiliano puro, ma con un nome-e-cognome che ne denuncia le chiare origini italiane, eppure pressoché sconosciuto qui da noi. Nato e cresciuto nello stato di Minas Gerais, e quindi mineiro, che alla lettera vuol dire minatore, è invece di famiglia tanto ricca che non ha mai dovuto lavorare per vivere. Tessitore di trame linguistiche complesse, che ibridano il portoghese letterario con localismi dialettali e perfino inserti di lingue indie, è inedito in patria e pubblicato solo in Argentina, quindi in traduzione spagnola; beffa suprema, la sua gauchissima casa editrice ha un nome brasiliano, Grande do Sul.

È uscito l’anno scorso il suo secondo o forse terzo libro, che l’editore ha con scarsa originalità intitolato El triàngulo criminoso (nel risvolto di copertina si lascia intendere che il titolo caldeggiato dall’autore fosse un altro, senza però rivelare quale). È una storia la cui geometrica semplicità sfiora i limiti del didascalico.

[Attenzione: spoiler. Nelle righe seguenti viene rivelata in tutto o in parte la trama dell’opera]

Guilherme Blanco detto Billy, investigatore privato alla fine di una carriera che non è mai iniziata davvero, riceve un incarico inaspettatamente prestigioso, da parte dell’industriale Arnaldo Antunes…

(continua su Nazione Indiana)


Emigrant song

– Ah, napoletano… Emigrante?
– No, turista!

Pronto?

Ué ué.

Ué cumpa’, come stai.

Tutt’a posto, e tu?

Eh. Insomma…

Che è? Quale problema?

Lo sai, già lo sai…

La lontananza?

Eh sì…

Ti manca?

Assai. Pensa che stanotte me la sono sognata un’altra volta.

Addirittura.

Addirittura? Ma perché, fosse una cosa che succede solo a me? Mi vuoi far passare per pazzo? Ma sai quanta gente per una cosa simile

Ok ok, calmati paisa’. Senti, ma quanti anni sono, mo’?

Tre anni. E mi pare ieri, che me ne sono andato. Mannaggia a me.

Ebbè, ma mica è stata colpa tua.

Lo so, lo so che sono stato quasi cacciato. Eppure, non me ne faccio una ragione.

Dimmi una cosa, ma ci torneresti a vivere?

E certo, di corsa!

Pure dopo tutto quello che è successo.

Con tutto quello che è successo, con tutti i difetti che tiene, con tutto che ogni giorno ce n’era una, e a un certo punto la vita era diventata un tormento insopportabile.

Bella però, è bella.

Stupenda. Quelle curve dolci, quel modo di parlare…

Questo lo riconoscono tutti.

Ah, mi fai ancora più male… ma che ne vogliono sapere, tutti. Di quelle notti, per esempio, che non volevi far finire mai… eppure all’epoca ci sembrava normale… Ma io sono innamorato soprattutto della sua anima.

Eh, ti capisco.

Ma non mi puoi capire, tu che sei fisso e tranquillo da dieci anni ormai. Pensa che ho pure imparato a cucinare.

Tutti i piatti classici, immagino.

Sì sì. All’inizio, è ovvio, lo fai per necessità: sei solo. Ma poi diventa una specie di religione, un tributo alla nostalgia.

O un altro modo per farti del male.

Ah ah, ma guarda, non ce n’è bisogno, basta il ricordo costante di quello che è successo, di come mi ha tradito. A me, poi, che mi sono comportato sempre in maniera limpida e corretta!

Tradito?

Non tradimento in senso letterale, dico. Ma è come se a un certo punto avesse smesso di credere in me, all’improvviso, anzi forse un po’ alla volta. A un certo punto non mi dava più niente.

Eppure, anche se la situazione era difficile…

Cosa? Vuoi dirmi che non le ho provate tutte? Che non ce l’ho messa tutta?

No, per carità… però pensavo, com’è quella frase, non chiederti quello che può fare lei per te, ma quello che puoi fare tu per lei…

Eh no, io a questo ribaltamento di responsabilità non ci sto, è un modo per farmi sentire ancora più in colpa. Per farci sentire ancora più in colpa, a me e a tutti quelli come me. Cornuti e mazziati, come si dice.

Eh. Certo che però, ultimamente…

L’hai vista?

Sì ma

Come l’hai trovata?

Mah, non so, mi pare che si stia un po’ buttando via…

Ahi!…

Scusami, se vuoi mi fermo.

No no, vai avanti, parla.

Ecco, mi sembra che si sia messa in mano alla gente sbagliata.

Ah, ma questo da sempre!

Però adesso, da quando te ne sei andato tu, più o meno…

È tutta colpa di quello stronzo, quel… non me lo far nominare neanche! Il classico prototipo di uomo che comanda, che deve decidere tutto lui.

Eh, però sono d’accorso con quelli che dicono che ogni tanto andrebbe presa un po’ di petto.

Ma che…?

E pure tu, caro compare, devi darti una svegliata! Distraiti, cerca delle alternative…

Ma che ti credi, che non ci ho provato a cambiare? Cambio in continuazione. Le alternative le trovo, certo, ma non è mai lo stesso.

Dici così perché sei ancora all’inizio, in fin dei conti è passato ancora poco tempo. Vedi, non so se può consolarti ma è così per tutti.

No! Lei era speciale, unica!

Vuoi dire “è”, guarda che esiste ancora.

Eh…

Comunque mo’ basta, siamo a telefono da mezz’ora e non abbiamo parlato d’altro! Non puoi pensare sempre alla stessa cosa!

Hai detto “cosa”? Ma come ti permetti? Sei peggio di quello stronzo machista… una COSA?!

Vabbè, ho capito, non ti offendere, è pur sempre una città.

Città?

Certo, come la vuoi chiamare se no? Metropoli? Capitale? Insomma sempre di Napoli si tratta.

Napoli? Ma che Napoli e Napoli! Io stavo parlando di Luisa, l’ex guagliona mia! È lei che mi ha distrutto. A Napoli, figurati, non ci penso neanche! E non ci tornerei manco morto!

(Questo racconto fa parte di un ebook collettivo chiamato Guida di Napoli per turisti borderline. Si può scaricare gratuitamente, si può anche partecipare perché il progetto è open e in progress, nonché poliglotta e napulegno: per fare tutte queste cose, e per capirci qualcosa in meno, andate qua)


Metamorfosi 1, 2, 3

(Questo racconto l’ho scritto qualche mese fa per mandarlo a una rivista che chiedeva uno “scritto di massimo 5400 battute” in cui “gli animali, veri o immaginari, siano gli unici protagonisti”. Premessa invadente, ma forse utile per la lettura)

1

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il trasportatore Gregorio si trovò trasformato in un mostro enorme.

Era una creatura troppo schifosa, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame.

2

Mark rilesse, tutto contento. Era stata proprio un’ottima idea quella di togliere il superfluo, pensò.

Troppo corto? E che vuol dire: il compito stabiliva un limite massimo, di 5400 battute, ma non diceva niente sul limite minimo. Ci si era scervellato tutto il pomeriggio, senza riuscire a venirne a capo. La difficoltà non era dovuta all’imposizione di scrivere un racconto “dove gli animali, veri o immaginari, siano gli unici protagonisti”. E poi, pensò Mark, anche noi siamo animali, in fin dei conti. Certo, animali speciali, verrebbe quasi da dire animali eletti, se non suonasse vagamente razzista.

E non era manco che non aveva nessuna idea, anzi. Gli era venuto subito in mente un articolo che aveva letto tempo prima, su uno scarafaggio protagonista di un esperimento. Un cyber-scarafaggio, mezzo insetto e mezzo robot, poggiato su una pallina rotante tipo mouse: una metamorfosi all’incontrario. All’epoca aveva pensato: ma come, farsi sfuggire un’occasione simile. Fosse stato lui, a dover raccontare quella storia, avrebbe fatto una parafrasi dal formidabile incipit di Kafka: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il commesso viaggiatore Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme orribile insetto”. Ora, si era detto Mark, ora posso farlo. E aveva iniziato a scrivere: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il trasportatore Gregorio si trovò trasformato in un orribile essere”. Il trasportatore, che non è molto diverso da commesso viaggiatore, perché lo scarafaggio dell’esperimento era uno stercorario. Il parallelo sarebbe dovuto andare avanti così, che mentre nell’originale lo scarafaggio è steso sul dorso e si guarda le zampette che non riesce a controllare, nella versione di Mark il protagonista, risvegliatosi magari dopo un’anestesia utilizzata per catturarlo, si trovava steso sulla pancia, a guardarsi le zampette slittare sopra una sfera rotante che non riusciva a controllare.

Ovviamente, aveva pensato Mark, tutto sta nel rendere il punto di vista dell’animale. La storia doveva andare avanti con lo scarafaggio che pian piano si rendeva conto di questa sua nuova condizione, magari captando i discorsi che i ricercatori del laboratorio si facevano tra loro, sullo scopo dell’esperimento e tutto. L’ideale sarebbe stato che lui sentiva brandelli di queste frasi, miste a considerazioni più terra terra sugli scarafaggi, tipo la leggenda che sopravviverebbero alla catastrofe nucleare, o espressioni su quanto fanno schifo, che lui sentiva tutto questo senza vedere né capire chi stava parlando. Per poi scoprirlo solo alla fine.

Perché l’altra certezza che Mark aveva era la fine: anche lì una citazione, con un ricercatore che si avvicina e lo scarafaggio che pensa: “Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame”. Lo spettacolare finale del racconto brevissimo La sentinella, un totale rovesciamento di prospettiva, si scopre che al contrario di quello che si era pensato fino ad allora, è l’alieno a essere il protagonista e l’uomo a essere il nemico, un capolavoro. Ma, si era chiesto Mark a un certo punto, avrebbero capito che l’incipit e la chiusa erano citazioni, e non plagi? La differenza è chiara: chi cita non vuole dare a intendere che è farina del suo sacco, anzi si compiace che il riferimento viene colto. In questo caso, diamine, si rivolgeva pur sempre a una giuria di eruditi, avrebbero afferrato il senso metaletterario dell’operazione.

Però poi gli erano venuto i dubbi: non funzionava. Non funzionava la prima parte, perché Mark non ricordava molto di quell’esperimento, e nella rete non era riuscito a trovare notizie: ma se non poteva spiegare il motivo della metamorfosi dello scarafaggio in cyborg, tutta la scena perdeva senso, si riduceva a un insetto in equilibrio su una palla. Non funzionava neanche il finale: l’effetto sorpresa era completamente perduto, nel momento in cui si sapeva già che si trattava di uomini e scarafaggi in laboratorio. Stava sospeso in questo stallo, quando ebbe il colpo di genio: cancellare, togliere tutto, lasciare solo le due citazioni, il miglior attacco e la migliore chiusa della storia della letteratura. Accostate, assumevano entrambe un senso diverso, opposto rispetto all’originale, ma altrettanto sorprendente. Sì sì.

3

Staccò le nocche dalla macchina e si accarezzò il pelo, distrattamente cercando qualche pidocchio: impossibile, era stato disinfestato all’arrivo in laboratorio, come tutti. Però, che nostalgia del grooming, gli prendeva ogni tanto. Ma vuoi mettere i vantaggi: cibo in abbondanza, rifugio sicuro per la notte, cure mediche e tante attenzioni. E tutto in cambio di cosa, poi: mandare giù un po’ di analisi logica e qualche fondamento di teoria degli insiemi. Si stiracchiò sbadigliando, tutto quel parlare di scarafaggi gli aveva messo appetito. E poi si era fatto tardi, pensò dirigendosi verso il recinto esterno, probabilmente preso dal racconto non aveva sentito la campanella della cena, stasera c’erano banane verdi del Madagascar, una roba da gourmet.