Fabio Carpi, il triangolo no

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Fabio Carpi, I luoghi abbandonati, Editori Internazionali Riuniti, pag. 160, euro 14

Lei ama lui, che sta insieme a lei ma ama un’altra. Sembrerebbe il classico triangolo, ma non è così. Perché lui – Aldo, cronista di nera con velleità di scrittore, neanche trentenne – e lei – Valentina, quarant’anni, i polmoni malati e un ex marito mai amato – stanno insieme da qualche anno, e la stanchezza dell’abitudine già inizia a prevalere sulla passione; mentre l’altra – Bella, appena sedici anni, di famiglia ricca e potente – sta bene con lui, ma anche col maestro di sci, col compagno di scuola, eccetera. Allora non è la geometria che ci viene in aiuto con il triangolo, ma l’aritmetica con la proporzione: Valentina sta a Aldo come Aldo sta a Bella. Leggero e scalpitante con la donna, quanto geloso e pedante con la ragazzina, Aldo è il termine medio, e preso in mezzo soffre doppiamente. Soffre dell’aria di sufficienza con cui Bella lo tratta, di per sé e perché ci rivede la crudele insofferenza che lui riserva a Valentina; soffre del peso dell’affetto quasi materno e condiscendente che Valentina gli riversa addosso, e anche perché si rende conto di quanto è odioso e perdente quando fa la paternale a Bella.

La vicenda raccontata da I luoghi abbandonati è ambientata negli anni ’60, ma nelle sue dinamiche essenziali potrebbe svolgersi oggi, come due secoli fa o tra due secoli; i dettagli storici – cose che oggi fanno quasi tenerezza, come la tisi e le cure in alta quota, le sigarette, le piste di sci in Engadina ad appannaggio esclusivo del bel mondo, il collegio per giovinette dell’alta società, il giornalismo come mestieraccio alla portata di chiunque – sono presenti ma del tutto marginali. Il libro è ambientato negli anni ’60 perché è stato scritto negli anni ’60. Pubblicato all’epoca da Mondadori, è riportato in libreria dopo mezzo secolo netto da Editori Internazionali Riuniti e dà l’occasione per riprendere in considerazione il suo autore.

Fabio Carpi, classe ’25, è un grande irregolare della cultura italiana, sempre stimato ma sempre tenuto ai margini. A partire dai suoi primi passi come sceneggiatore, mossi in Brasile (Uma Pulga na Balança di Luciano Salce), fino al fatto che da tempo vive a Parigi. Autore di vari libri, sia di narrativa (Nevermore, Relazioni umane) che sul cinema (Come ho fatto i miei film), è però noto molto più per la sua attività di regista (Barbablu Barbablu, L’amore necessario, Nobel, e anche due ritratti-documentari, su Zavattini e su Musatti). Ma paradossalmente come regista è stato spesso criticato per intellettualismo e artificiosità, per aver fatto film più letterari che cinematografici; e certo le sue pellicole devono molto al mondo dei libri: Le intermittenze del cuore omaggia Proust, lo scrittore cieco di Nel profondo paese straniero è un riferimento neanche tanto implicito a Borges…

Tutta la sua opera ruota attorno a due o tre temi, ma di quelli fondamentali: il sogno e l’inconscio (non è un caso che da giovane abbia conosciuto Saba, uno dei primi in Italia a portare la psicanalisi nella letteratura, come nella vita privata), il passare del tempo, la vecchiaia, la morte. Ecco allora perché I luoghi abbandonati, che nella sua brevità li contiene tutti, andrebbe letto (nonostante qualche schematismo, soprattutto sui personaggi femminili che assomigliano più a idealtipi che a donne in carne e ossa). Perché al di là delle apparenze, non è una storia d’amore e di corna, ma una tragedia in cui protagonista è il tempo. Non a caso, il punto su cui si torna con insistenza è il divario di età tra i personaggi, che li pone con differenti prospettive e obiettivi, e in definitiva su mondi incomunicabili. E in ogni momento, anche durante un’allegra tavolata nella sera di Capodanno, aleggia un senso di morte, e tutto può diventare un simbolo dell’inevitabile fine.

Avrebbe dovuto saperlo: che qualsiasi fine – non importa se soltanto di una vacanza – è già una prefigurazione della morte. E così chi si rifiuta di chiudere una relazione anche se non ama più, di sciogliere un legame, o più semplicemente di cambiar vita, nella propria ostinata fedeltà a un’abitudine, nel non voler iniziare cose nuove, si ribella istintivamente alla fatalità della morte.

E il finale, una timida apertura alla speranza – quando proprio tutto non sembra, ma effettivamente è perduto – un movimento verso la crescita, verso una matura assunzione di responsabilità, più che dell’happy end ha il sapore di una beffa alla quale lui per primo – il protagonista, l’ autore – dà l’impressione di non credere.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

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Every breath you take, l’inno dello stalker

Okay, non scopro niente di nuovo. D’altra parte, lo ha detto a più riprese lo stesso Sting:

È una canzone molto, molto sinistra e minacciosa: la gente l’ha travisata e la canta come se fosse una delicata canzoncina d’amore…

Ma è una piccola canzone cattiva, davvero piuttosto perversa. Parla di gelosia, sorveglianza, possessività.

Il punto è che queste dichiarazioni (rispettivamente prese da qui e qui) le conoscono in pochi, mentre il pezzo lo sanno tutti, e tutti lo continuano a cantare allegramente come una canzonetta appassionata.

sting-treeAllora forse vale la pena farci una riflessione e un’analisi, in generale, e in particolare oggi, alla vigilia dell’ennesimo 8 marzo. L’ennesimo 8 marzo di chi andrà festeggiare con gli spogliarellisti, per rovesciare il cliché, ma in realtà perpetuandolo. Di chi con finta ingenuità, e sostanziale malafede, se ne uscirà dicendo che è una celebrazione obsoleta, che in occidente la parità è raggiunta, siam mica l’islam. Di chi si farà il mazzo a sciorinare statistiche raccapriccianti – sul numero di femminicidi, o sulle discriminazioni di genere negli stipendi o nei posti dirigenziali – che però quasi nessuno avrà voglia di leggere e di studiare. Allora un piccolo contributo, come sempre sulle parole, che altro non so fare.

Il problema, con Every breath you take, è che occorre un cambio di prospettiva. Quelle frasi, non te le devi immaginare cantate da quel bonazzo di Sting. Immaginale scritte su una lettera anonima che ricevi inaspettatamente. O sussurrate da quel tipo viscido del palazzo di fronte che una volta hai salutato distrattamente e da allora sembra seguirti a distanza. O urlate a telefono da quel pretendente o da quell’ex un po’ manesco che proprio non vuole farsene una ragione. E vedrai che invece di andare in solluchero, andrai in paranoia. Proviamo?

È utile svincolare il testo dalla lingua originale, dalla melodia, e anche dal verso poetico. (La traduzione è mia, mi sono preso qualche libertà, e avrò fatto qualche errore: mi corigerete)

OGNI TUO RESPIRO

Non ti senti già il suo respiro ansimare sul collo? Il breath di cui si parla è il tuo, ma per suggestione richiama anche quello dello stalker. A proposito: ho tradotto alla lettera, ma si potrebbe anche dire “Ogni volta che tiri il fiato”, cioè ogni volta che ti rilassi, che credi di essere fuori controllo, fuori pericolo: no, io starò lì a guardarti.

Ogni tuo respiro, ogni tuo movimento, ogni legame che spezzi, ogni passo che fai: io sarò lì che ti guardo.

Ecco subito, in mezzo a espressioni tanto generiche quanto pervasive (respiro, movimento, passi), si affaccia il tema del possesso, del vincolo che hai sciolto (bond you break), e come ti sei permessa?

Ogni giorno che Dio manda in terra, ogni parola che ti esce di bocca, ogni scherzo che fai, ogni notte che ti fermi: io non ti perdo mai di vista.

Attenzione: to play the game vuol dire, certo, “fare un gioco”, ma anche e soprattutto “giocare un tiro”, fare uno scherzo, mettere in atto un trucco, prendere in giro. Come a dire: non sarò certo io a farmi giocare da te. Da notare anche la sapiente disposizione delle frasi, che aprono la strofa con il giorno e la chiudono con la notte (night you stay può riferirsi al riposo notturno, ma anche essere “ti fermi qui a dormire”: ipotesi solo apparentemente più rassicurante, quando poi la conseguenza è avere uno che rimane sveglio a fissarti).

Te ne vuoi fare una ragione? Appartieni a me e basta! E come soffre il mio cuore a ogni passo che fai!

Se nelle prime due strofe la ripetizione ossessiva (every… you… – every… you…) è funzionale a trasmettere l’angoscia opprimente dell’assedio, quando arriva il ritornello a sciogliere la tensione, altro che relax, lo stalker esce allo scoperto: come fai a non accorgertene, che sei mia e di nessun altro? E poi, tipicamente, il carnefice si autoassolve trasformandosi in vittima: sei tu che mi fai del male, quando ti allontani, appena ti muovi.

Ogni volta che ti muovi, ogni volta che rompi il giuramento, ogni volta che fai finta di sorridere, ogni volta che rivendichi un diritto: ti tengo d’occhio.

La prima frase è già una ripetizione, allora uno si aspetta che parta il gioco delle permutazioni, e invece arrivano le parole più pesanti: il tradimento percepito è al massimo grado, perché stavolta a essere spezzato è un giuramento (vow), un voto, qualcosa di sacro. E si ribadisce la supposta conoscenza della persona al di là della maschera: non ingannerai mica me, con quel sorrisetto di circostanza (smile you fake). Infine il più sinistro: claim you stake, reclamare un diritto – la libertà per esempio – ma come ti viene in mente?

Da quando sei andata via mi sono perso, di notte non faccio che sognare il tuo volto, mi guardo attorno ma non riesco a rimpiazzarti, ho freddo e desidero il tuo abbraccio, e piango e grido amore mio, ti prego!

In questo senso il secondo ritornello o bridge non fa che confermare due cose già annotate: l’ossessione totalizzante della figura della donna, però ridotta a oggetto (it’s you I can’t replace); la percezione di sé come vittima sofferente. Ben più interessante è quello che succede alla fine: niente di diverso dalle ripetizioni che accompagnano lo sfumare di moltissimi pezzi, certo, ma in questo caso la reiterazione è simbolo di persecuzione. Mentre i coretti continuano a fare every questo ed every quell’altro, la voce principale ripete:

Sono lì a guardarti

Non ti perdo di vista

Ti tengo d’occhio

Ti sto guardando

E questo I’ll be watching you – inquietante notazione finale – è accompagnato nel libretto da un’indicazione insolita, non vorrei sbagliarmi ma mi pare inedita: invece del solito “fade out”, c’è scritto “ad infinitum”. Come a dire: non c’è scampo.

C’è, invece. E il senso di questo post, oltre a una divertente contro-analisi testuale, vorrebbe essere proprio quello. Pare che la maggiore difficoltà delle vittime di violenza domestica sia interpretativa: cioè quella di riconoscere, soprattutto all’inizio, i comportamenti vessatori e aggressivi. E come sempre, non è un problema che riguarda solo le donne, ma anche gli uomini: vicini, parenti, amici. Perché le parole (e i gesti) dell’amore non sono le parole (e i gesti) della violenza. A volte è arduo distinguerli. Ma si può. Si deve.


Le 5 regole (più una) per scrivere un racconto

Le ultime che ho letto sono state quelle della Pixar. Anche loro si mettono a dare lezioni di scrittura, pardon di storytelling. D’altra parte, come sa bene chi ha la scusa di avere un figlio piccolo, le storie più appassionanti degli ultimi dieci anni si trovano nei film animati.

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Ma tutti, appena diventano un minimo famosi, scrivono le regole per scrivere. Archivio Caltari ha una intera sezione esclusivamente dedicata al genere: le 10 regole di Roddy Doyle, le 10 regole di Franzen, le quasi 10 (in realtà 6) di Orwell, le 13 (?) di Chuck Palahniuk, le 5 di P.D. James, un Quintiliano tradotto da Barthes…

E non è detto che le migliori siano quelle delle grandi firme internazionali: di recente Matteo B. Bianchi sul blog di Veronica Tomassini ha messo giù 5 consigli per un esordiente, senza sboronate ma molto concreto. E non è neanche detto che uno se le deve leggere o tenere a mente tutte, le regole di tutti, pena la paralisi o l’impazzimento. Ognuno si fa il suo best of, si sceglie il meglio, o quello che più gli risuona, come si dice adesso. Io per esempio mi sparo una compilation con la 6 di Zadie Smith, la 10 della Atwood, la 10 di Palahniuk, quasi tutto Flaiano, lo spirito di Moresco… E tornando ai cartoni, a me quelle della Pixar non sono dispiaciute affatto, tranne che per il numero totale (22? che cavolo di numero mistico è 22?).

Certo di fronte alla supponenza che ogni elenco di regole o consigli ha, per sua stessa costituzione, è forte la tentazione di mettersi a sfottere, di farne una confutazione per assurdo. Perché rovesciandole totalmente, alcune suonano altrettanto credibili. Esempi depixarizzati:

#2 Devi tenere in mente quello che vuoi fare come scrittore, e non quello che ti piacerebbe leggere. Le due cose sono molto diverse

#3 Fare pratica di scrittura è importante. Ma mai quanto avere chiaro il tema della tua storia. Se non sai come va a finire, non iniziare neanche.

#18 Devi conoscere te stesso: sapere se stai dando il massimo o se ti stai gingillando. Scrivere una storia è perfezionare, non sperimentare.

#21 Non identificarti con il tuo personaggio: tu sei quello che lo guarda agire, ma non sei lui. E neanche un interprete dell’Actors’ studio

Troppo distruttivo però fare così, troppo critico e poco construens. Allora, lungi da me la presunzione di cercarne o inventarne di mie, ho chiesto consiglio al mio amico/collega d’oltreoceano Aristide Maselli. Il quale, da bravo italo-argentino trapiantato in Brasile, prima ha sospirato (non chiedetemi come faccio a sentire i suoi sospiri via mail, abbiamo un feeling), poi mi ha detto che ci pensava, ma solo a patto che fossero non più di cinque, e che comunque se ne parlava dopo il Carnevale di Rio. Ed eccoci qua. (Avvertenza: se c’è qualche errore o qualche frase che non capite, sicuramente il vizio non sta all’origine ma nella mia traduzione a spanne)

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Le 5 regole per scrivere un racconto perfetto (più una raccomandazione finale)
di Aristide Maselli

1. Non lo scrivere. Fallo.
Il naturale istinto dell’uomo è verso l’azione, non verso la scrittura. Sei proprio sicuro di volerlo reprimere, con tutte le conseguenze freudiane del caso? Naturalmente, non sto dicendo che se ti viene in mente di uccidere qualcuno, piuttosto che metterti a scrivere la storia di un serial killer, devi effettivamente scendere in strada e ammazzare il primo che passa. È risaputo che la sublimazione letteraria ha salvato più vite dell’antipolio. Ma se questa cosa del serial killer ti perseguita, sicuro che sia meglio scrivere un racconto invece di parlarne con l’analista? Poi magari lo strizzacervelli come compito a casa ti dà da scrivere, e allora sarete contenti tutti e due. Ma se invece l’idea è quella di una storia in cui uno va a correre al parco e incontra l’amore della sua vita… invece di provare a scriverla, prova a infilarti le scarpette e andare al parco, hai visto mai.

2. Non lo scrivere. Cercalo.
Tempo fa avevo immaginato un raccontino pseudo-fantascientifico-distopico in cui tra i vari orrori la gente era obbligata a tenere una specie di tv accesa tutto il giorno, e scattava una punizione se si provava in qualche modo a sfuggire alla incessante voce del regime. Non lo scrissi, e bene feci. Perché qualche giorno fa ho letto in un libro che in Corea del Nord succede precisamente così – al netto delle fantasie tecnologiche – con la radio. Non voglio ammorbarti con la solita solfa della realtà che supera la fantasia, manco fosse una gara. Ma prima di iniziare a mettere nero su bianco, guardati attorno, ok?

3. Non lo scrivere. Leggilo.
Ottima idea, quella che hai avuto per questo racconto. Ma sei sicuro che nessuno lo abbia già scritto? Qui gli esempi di idee che saltano da un libro all’altro si sprecherebbero, perciò non ne faccio nessuno. Nel migliore dei casi, si dirà, sono storie di ignoranza e buona fede, nel peggiore di malafede e plagio. Ma credimi: è meglio copiare consapevolmente un classico, che trovarsi a dire le stesse cose perché non lo si è letto – e quasi certamente dicendole peggio.

4. Non lo scrivere. Raccontalo.
A voce, intendo. Diceva Borges che è una fatica inutile quella dello scrittore che riempie pagine e pagine per esprimere un concetto la cui perfetta esposizione orale non richiederebbe più di cinque minuti. E Schopenhauer raccontava che l’intuizione fondamentale che sta alla base del primo libro de Il mondo come volontà e rappresentazione fu un pensiero unico, secco, che però gli richiese un ponderoso volume per essere svolto per iscritto. Prova a raccontarlo, il tuo capolavoro. Se non funziona, è inutile che passi a scriverlo. Se funziona, magari scopri che ti basta, e sei felice così.

5. Non lo scrivere. Disegnalo.
Fai un’infografica, un mimo, un mockumetary, uno spettacolo di ombre cinesi, un blues, un’installazione di arte concettuale. Qualsiasi cosa, prima di arrenderti a scriverlo. La lettura è il modo meno sicuro per raggiungere la comprensione, e la scrittura il modo meno diretto per comunicare; vero è che mette a disposizione un più ampio ventaglio di possibilità e strumenti, formali quanto sostanziali, semiotici quanto retorici, ma perciò stesso gli accidenti che possono inopinatamente frapporsi tra il destinatario del messaggio e il significante stesso dimostrano a fortiori il rischio intrinseco di tali sforzi. Hai dovuto leggere più di una volta quest’ultimo periodo? Ecco, vedi che ho ragione.

6. Non lo scrivere. Si era capito?
Comunque. Se proprio non ci sei riuscito a tenerti, se il tuo racconto ha superato indenne tutti i suddetti tentativi di non essere scritto, cosa vuoi che ti dica, ormai il guaio è fatto. Solo, non mandarmelo, per carità. Sono troppo impegnato a non scrivere i miei.


Meta-caravan

tesi_cameristico copAvete presente, sì, quella famosa scena di Totò e Peppino che no, non quella che arrivano a Milano e parlano al ghisa in francese quell’altra, no non quella che si vende la fontana di Trevi, e neanche quella “se no desisti” del paltò di Napoleone, dico quella dello starnuto, vabbè d’accordo non è così famosa, in cui Totò sta sempre per fare uno starnuto micidiale e poi niente, abortito. Ecco, un po’ così si è sentito il vostro capocarovana alla fine – o all’inizio, dipende da come la guardate – di questa Caravan, provando a tracciare una due tre rotte senza riuscire a mettere in marcia la truppa.

Il primo percorso che mi era venuto in mente, ci andavo pensando già da qualche mese, poteva chiamarsi E’ USCITO DAL GRUPPO: l’idea derivava dall’annunciata uscita di tre album solisti di una certa curiosità, Riccardo Tesi, Guido Sodo (entrambi per Materiali Sonori) e il pianista Benedikt Jahnel. Ora è vero che nel jazz-etno-qualcosa di cui solitamente di occupiamo qui, il concetto di gruppo assume un connotato assai più fluido e flessibile che nel rock: lì si è dentro o si è fuori, qui più che di gruppi ormai spesso si parla di progetti, e se ne portano avanti molti contemporaneamente (il jazz si conferma laboratorio politico del precariato globale?!). In effetti quello dei tre di cui più si potrebbe dire che un album solista “fa notizia” è Sodo, da decenni animatore del gruppo Cantodiscanto, e che certo altre cose per conto suo le ha fatte, ma correggetemi se sbaglio un cd intiero no. Poi però il cd suo (al momento in cui scrivo) non è ancora uscito; e sul trio di Benedikt Jahnel finiva che non avevo molto da dire. Non che sia stato una delusione, per carità, però.

benedikt-jahnel-copQuesto giovane pianista tedesco è, almeno così supponevo, la colonna portante musicale di una delle più esaltanti novità degli ultimi anni (vedi Caravan #2, ottobre 2011): il quartetto Cyminology guidato dalla cantante iraniana Samawatie; fuori dal gruppo (Equilibrium, anche lui alla corte Ecm) però sembra perdere molta di quell’originalità, di quell’alterità, per cui mi devo ricredere e attribuire ancora più meriti e prostrarmi a sua maestà Cymin, evidentemente la farina di quel sacco è quasi tutta del granaio persiano. Per cui finiva che parlavo solo di Cameristico by Riccardo Tesi, side project rispetto al suo collaudatissimo ma mai ripetitivo super quartetto Banditaliana. Una occasionale commissione gli ha dato il la per un accostamento tra il suo populare organetto diatonico e i colti pianoforte-violoncello-clarinetto. Senonché poi, da un lato le percussioni, che in una camera classica non stanno bene, rientrano alla grande dalla finestra (il tamburello di Alfio Antico la dice lunga, ma poi anche un terrigno cajon, una sarabanda di strumenti etnici a firma del fedele Ettore Bonafè, addirittura uno scacciapensieri); dall’altro, e in generale, più che innovare questo cd conferma, aggiungendo un altro splendido volume alla concezione di Tesi, il quale prende colori antichi e moderni, sfumature raffinate e materiale grezzo, per disegnare le sue tavole a tinte vivacissime e sempre personali. P.s. di tappa: ho poi risentito con più attenzione Benedikt Jahnel e devo dire che, pur continuando a venerare Cymin Samawatie, Equilibrium ha un fascino sottile, astratto, che rende questo trio degno di essere seguito con attenzione. Insomma quasi quasi, ma ormai era tardi…Comicantiit cop

(Era l’inizio della mia rubrica Caravan, su Blow Up di marzo. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Riccardo Tesi, Cameristico, Materiali Sonori

Benedikt Jahnel, Equilibrium, Ecmalfonsi cop

Giangilberto Monti, Comicanti.it, Incipit Books

Peo Alfonsi, Il velo di Iside, Egea


Le carrozzelle elettriche dello Staff Benda Bilili

staff-benda-bilili-bouger-le-mondeÈ un paradosso, ma una delle bande musicali più energiche, più mobili degli ultimi anni è costituita da un gruppo di vecchietti paralitici in carrozzina e stampelle. Può sembrare uno scherzo di cattivo gusto, un discutibile humor cinico, invece è proprio così, una storia edificante non meno che vera. Pensateci bene: cosa può esserci di peggio che essere musicisti di strada senzatetto ai margini di una grande capitale africana? Essere musicisti senzatetto africani paraplegici. Ladies & Gents, please welcome Staff Benda Bilili, da Kinshasa, Congo; la loro fama ha fatto il giro del mondo dopo che il primo album, registrato nello zoo semi-abbandonato della città, ha avuto un inaspettato successo vendendo 150mila copie: niente male per chiunque, di questi tempi, ma se si pensa alle condizioni di partenza, poco meno che un miracolo.

Dopo la fama, il giro del mondo lo hanno fatto loro in persona, con tutto l’armamentario di chitarre e tamburi e bastoni e sedie a rotelle: tre anni di tournée tra Europa Australia Giappone davanti a platee sempre più affollate e sempre meno incredule. E dopo il worldwide tour, l’inevitabile secondo album: Bouger le monde, come sempre cantato in francese e in quattro diversi idiomi congolesi. Bouger le monde significa muovere (ecco, ritorna il movimento), scuotere il mondo: nel senso letterale di far muovere il culo a chi ascolta, e nel senso ideale di dare una scossa alla terra, di cambiare il mondo, in generale, e il loro piccolo mondo in particolare. Fanno sapere dallo Staff, ormai composto da un gruppone di una decina di persone, che loro ovviamente sì, qualcosa di soldi se la sono fatta, e ora vivono tutti con un tetto sopra la testa, almeno e finalmente; ma che non vogliono rinnegare le origini, e restano a vivere in Africa, anzi hanno appena fondato una Ong per aiutare quelli come loro, disabili e bambini di strada, con percorsi di istruzione e formazione professionale.

Fin qui la favola, che non lesina su buonismo e lieto fine. Ma la musica, la musica com’è? Meravigliosamente glocal, paradossalmente turbo. La nera africana – quella che dopo i cori russi, la musica finto-rock, la new wave italiana il free-jazz-punk inglese Battiato non sopportava – ha questo di particolare: che per una serie di motivi storici legati all’evoluzione delle tradizioni e alla tragedia del colonialismo, si è distaccata dalla base etnica pura più in fretta rispetto ad aree con fondamenta più solide (come l’India o il mondo arabo). Insomma dall’Etiopia al Sudafrica la world music con le sue chitarrelle elettriche e le contaminazioni pop era arrivata con vent’anni di anticipo. Anzi in certi casi ancora prima: la cosiddetta rumba congolese, fil rouge che lega l’Africa a Cuba, è nata negli anni ’40. E questo è il già variegato retroterra culturale del gruppo, che di suo ci aggiunge stavolta un approccio più rock e una coralità di voci che completa il cocktail energizzante. Le chitarre avviluppano in riff ipnotici, le percussioni rimbalzano tra il richiamo della foresta e le spiagge caraibiche: un format angloamericano dentro note afrocubane, o viceversa. Ma basta chiacchierarci su, che questa non è musica da parlare, e non è musica da ascoltare, e a voler essere precisi neanche musica da ballare: è musica da correre. Ringraziando sempre di avere un paio di gambe buone per farlo.

(Sul numero di febbraio del mensile sportivo Correre)


Batteristi/2: Manu Katché da Sting a se stesso

manu-katche-manu-katcheAltro giro, altra corsa. Altro batterista. Qui siamo nel pantheon dei viventi, nella crema dei giovani (ehm, una volta…) talenti contemporanei. Franco-ivoriano, Manu Katché è diventato prima noto come stimato sessionman di Peter Gabriel (So), Sting (Nothing like the sun) e altri. Poi ha iniziato una carriera solista ben presto virata verso il jazz, sotto l’egida Ecm: questo album, nonostante il titolo eponimo che solitamente contraddistingue un esordio, è ben il terzo per l’etichetta di Manfred Eicher, e il quarto in assoluto. Il drumming di Katché ha due grandi pregi, in assoluto e per correre: uno, non perde mai di vista il ritmo, anche quando si lancia in assoli, digressioni, frammentazioni, che invece di distrarre hanno l’effetto di mantenere il discorso sempre vivo e interessante. Due, non esagera mai, non mostra i muscoli, sia come velocità che come volume: la sua presenza, ora robusta o ora in punta di dita (meraviglioso quando sfiora ossessivamente i piatti) è sempre discreta. Come tutto il disco, dove tromba, sassofono e tastiere (manca il basso, e questo la dice lunga sulla bravura del batterista a sostenere da solo tutta la parte ritmica) si avvolgono in mantra ipnotici, a volte più minimalisti che jazz, in suoni caldi e soffici (che bella sorpresa quell’organo hammond!). Per correre leggeri.

(Sul numero di febbraio del mensile sportivo Correre)