Povero Cristo, brutto e cattivo

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Philip Pullman, Il buon Gesù e il cattivo Cristo, Ponte alle Grazie 2010, traduzione di Maurizio Bartocci, pag. 168, euro 14

Allora, chi mi conosce lo sa. Per tutti gli altri, premessa: non sono un baciapile, anzi temo di eccedere in senso opposto. Quindi se critico un’opera che tocca argomenti religiosi, non sarà perché è blasfema. Al limite, perché lo è troppo poco. Detto questo. Ieri finalmente ho letto Il buon Gesù e il cattivo Cristo. Forse perché ce lo avevo lì da tempo e non riuscivo mai a iniziarlo (l’avessi saputo, che si legge in un’ora e mezza). Forse perché il titolo, l’argomento, il tutto mi intrigava. Forse per le inevitabili polemiche che aveva suscitato. Insomma ci avevo messo un carico di aspettative che alla fine boh, sono andate un po’ deluse.

(Certo l’idea di rileggere, anzi di riscrivere la storia di Gesù non è che Philip Pullman l’abbia avuta lui per primo. Però, lo spunto iniziale bisogna ammetterlo, è buono. E poi si sa che la Bibbia, come tutti i libri capolavoro – come tutti i libri, direbbe Borges – è sempre suscettibile di nuove interpretazioni. Anzi, produce una nuova narrazione ogni volta che un nuovo lettore ne scorre le righe). Perciò, quella che segue non è una disamina critica punto per punto. Ma un’analisi lampo in tre flash, tre scenette salienti, tre snodi della vicenda che fanno emergere i motivi del boh.

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Dante Gabriel Rossetti, Annunciazione

1. M’ha fatto curnuto ‘e santu Martino.

Me lo sono sempre chiesto, perché la tradizione popolare vuole che sia San Martino il protettore dei cornuti (cit. a 1’55”), quando c’era bello e pronto… vabbè lasciamo stare. Perché diciamocelo: il sospetto che la storia dell’annunciazione non sia andata proprio così, che quell’angelo ci abbia messo del suo, era venuto un po’ a tutti, almeno tra quelli che stanno a cercare il fatto dietro il mito. Però poi dipende uno da come la racconta. Pullman inizia non c’è male, facendo una specie di versione in prosa della ur-preghiera:

Maria una sera udì un sussurro provenire dalla finestra.
“Maria, ma lo sai che sei bella? Sei la più leggiadra tra le donne. Il Signore deve averti preferita per la tua grazia e la tua dolcezza, per i tuoi occhi e le tue labbra…”.
Confusa, Maria chiese: “Chi sei?”. “Sono un angelo, rispose la voce. “Lasciami entrare e ti rivelerò un segreto”.

Fino a quel momento la storia di Maria – infanzia, consacrazione al tempio, matrimonio forzato – ha ricalcato abbastanza quella che conosciamo dall’album La Buona Novella (non è che Philip abbia copiato De André, entrambi si saranno andati a leggere i vangeli apocrifi). Ma poi Pullman contamina il quadro con l’elemento sordido dell’inganno:

“Quale segreto?”, chiese.
“Tu concepirai un figlio”.
Maria rimase sconcertata. “Ma mio marito è lontano”, disse.
“Ah, il Signore vuole che ciò sia subito. E io sono qui perché questo avvenga. Maria, tu sei benedetta tra le donne, altrimenti non ti sarebbe mai successa una cosa simile! Devi rendere grazie al Signore”.
E quella notte stessa Maria concepì un figlio.

Quasi una violenza. Leggiamo invece con quanta grazia De André dice la stessa cosa:

Nel grembo umido, scuro del tempio,
l’ombra era fredda, gonfia d’incenso;
l’angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:

poi, d’improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese – Conosci l’estate
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Ci siano elementi concreti, materiali, fisici, ma contemporaneamente il tutto è mantenuto a un livello di poesia assoluta:

e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d’ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

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Il famoso Giano

2. Doppelgänger bang bang

Secondo momento topico: natale. Anzi, momento topico per eccellenza di tutto il libro. Ecco nasce Gesù, la levatrice non è arrivata in tempo, anzi sì: so’ ddu’ ggemelli, surprise! Ma come sono diversi, si vede subito: il primo bello in carne e tutto pacione, l’altro – che la mamma chiama Cristo – poverino ha un brutto colore, è secco secco e piange sempre. E pure quando crescono: Gesù è sveglio, vivace, ne combina di tutti i colori; Cristo invece sta sempre nell’ombra, salvo intervenire all’ultimo momento per salvare il fratello, ma sempre un po’ verde d’invidia, perché la star resta quell’altro. Insomma sono quasi la stessa persona, solo che uno è buono, ma buono buono, e l’altro cattivo. Sounds familiar? Ma certo! Il visconte dimezzato di Calvino. Per dirne uno.

E poi, bisogna fare i conti con la legge non scritta della commedia degli equivoci. La legge non scritta dei thriller la conosciamo bene: se a un certo punto compare una pistola, prima o poi deve sparare. Analogamente, la legge della commedia degli equivoci vuole che, se ci sono due gemelli, prima o poi deve avvenire lo scambio. E infatti, nel momento culminante del finale travolgente…

3. Juda’s Christ

Per tutto il tempo, il povero Cristo ha seguito quel figo di Gesù, mescolandosi tra i discepoli. E, dietro suggerimento di un misterioso personaggio che ogni tanto compare dal nulla, ha iniziato ad annotarne le gesta e le parole. Inserendo ogni tanto, sempre sotto la spinta dell’innominato consigliere, un surplus di miracoloso, di edificante, di utile alla causa. Quando le circostanze non gli hanno permesso di avvicinarsi – è diverso, ma pur sempre gemello, cavoli! – ha preso appunti per interposta persona, delegando uno degli apostoli. Anche se il nome non viene mai fatto, noi lettori sospettiamo che il repoeter sia quel Giuda dell’Iscariota.

Ma ora che succede? Il misterioso saggio ha convinto Cristo che bisogna fare qualcosa di eccezionale, affinché la predicazione di Gesù non si disperda nel vento come quella di un profeta qualsiasi, uno dei tanti: ci vuole un sacrificio, e solo Cristo, controfigura perfetta, può farlo. Il povero Cristo accetta di buon grado, finalmente contento di fare qualcosa di utile, e grandioso: morire al posto del fratello! Ma non è questo lo scambio che ha in mente il burattinaio, indovinate invece…

Prima però, dev’esserci la denuncia, l’arresto. E qui la licenza poetica diventa cortocircuito: è Cristo che si va ad accordare con Caifa, è Cristo che schiocca il fatidico bacio, è Cristo che ritira i trenta denari. In pratica Giuda, sempre se era lui, smette di fare il galoppino delle dichiarazioni di Gesù e scompare dalla scena, mentre Cristo si sostituisce al Giuda evangelico e fa tutto quello che dovrebbe fare quello. Però alla fine nessuno si allontana e va ad impiccarsi. Insomma, un casino.

Quanto più semplice, più lineare, più eversiva, la rilettura di Borges (poi dice che cito sempre Borges, ma che ci posso fare se è il migliore) ovvero la terza delle Tre versioni di Giuda immaginata dal teologo svedese Nils Runeberg:

Dio, argomenta Runeberg, s’abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci è permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto, non invalidato o attenuato da omissioni. Limitare ciò che soffrì all’agonia d’un pomeriggio sulla croce, è bestemmia. Affermare che fu un uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. Kemnitz ammette che il Redentore poté sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; è anche lecito ammettere che poté peccare e perdersi. Il famoso passo: “Salirà come radice da terra arida; non v’è in lui forma, ne bellezza alcuna… Disprezzato come l’ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni” (Isaia LIII 2-3) è per molti una profezia del crocifisso, nell’ora della sua morte; per alcuni (per Hans Lassen Martensen, ad esempio) una confutazione della bellezza che per volgare consenso s’attribuisce a Cristo; per Runeberg, la puntuale profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia, avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda.

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Guarda che Zizek

slavoj_zizekSlavoj Žižek è un gran personaggio. Ormai non è più solo una philo-star, che tiene conferenze in tutto il mondo riempiendo le sale di fan. Ormai è un marchio, uno stile: il suo faccione con la barba da intellettuale trasandato e il maglione girocollo campeggia sulle copertine dei magazine femminili; addirittura su internet girano parodie del suo modo di scrivere, essendo tale sfottò una consacrazione definitiva, come ben sanno i politici che assurgono agli onori di una imitazione di Crozza o Fiorello.

Ma Slavoj Žižek è anche un pensatore estremo, radicale, anzi – diciamola pure ‘sta parolaccia – comunista. Lo conferma il suo ultimo, piccolo, potente libro: Un anno sognato pericolosamente (Ponte alle Grazie, traduzione di Carlo Salzani, pag. 192). Come nei recenti saggi in cui spiegava cosa significa Vivere alla fine dei tempi e dava il suo Benvenuti in tempi interessanti, anche qui il punto di partenza sono i recenti avvenimenti nel mondo: l’anno sognato (non vissuto) pericolosamente è il 2011, l’anno delle Primavere arabe e di Occupy Wall street, ma anche della strage di Breivik in Norvegia e della rivolta senza scopo nelle periferie di Londra.

Il pensiero di Žižek affascina, mentre passa con tranquillità da Karl Marx a Sigmund Freud, da Lacan a Deleuze, ma anche da Groucho Marx a Gesù. D’altra parte, molto del suo successo è dovuto a questi due fattori: da un lato si muove alla luce dei fari opposti, economia e psicologia, interpretando poi questa con gli strumenti di quella; d’altro canto, mescola alto e basso, cultura pop e speculazione. Sono noti i suoi scritti su Hitchcock, David Lynch e altri; qui propone una lettura marxista del telefilm americano The Wire, nonché un’interpretazione rovesciata del blockbuster 300 (quello sugli spartani che fermano i persiani alle Termopili) i cui i buoni sono quelli che oggi chiameremmo terroristi.

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Slavoj Žižek, Un anno sognato pericolosamente, Ponte alle Grazie, traduzione di Carlo Salzani, pag. 192, euro 15

Soprattutto, il pensiero di Žižek convince. Convince quando spiega le apparenti contraddizioni in cui si dibatte il mondo contemporaneo: ad esempio, perché i poveri votano per chi rappresenta i ricchi. Oppure, com’è possibile che alcuni (il suddetto Breivik, il partito al governo in Ungheria) siano allo stesso tempo antisemiti e sionisti. O ancora, come si fa a non cadere nel falso dilemma: essere tolleranti con gli intolleranti (per esempio, i musulmani fondamentalisti), mettendo a rischio la nostra sopravvivenza, oppure reagire con vigore e senza scrupoli (per esempio, con la tortura), mettendo da parte di fatto i principi che vogliamo difendere? Convince, Žižek, quando svela le trame tutt’altro che oscure del potere, un potere che si evolve cambiando le modalità e gli stessi oggetti del suo dominio: oggi la classe sfruttata non è più quella operaia, inchiodata alla catena di montaggio, ma la classe media, crocifissa al deficit pubblico e alle altre entità astratte del capitalismo finanziario globale.

Convince, ma non vince. Perché alla fine, quando arriva il momento del “che fare”, come diceva Lenin, il discorso di Žižek mostra un po’ il suo limite. Cioè, dopo tanto argomentare, dopo che ti ha caricato come una molla, quando sei pronto a scattare all’impiedi e seguirlo qualsiasi cosa ti chieda, lui se n’esce con una frase del genere: “I segni del futuro non sono costitutivi, ma piuttosto regolativi nel senso kantiano; il loro status è soggettivamente mediato; e cioè essi non sono percepibili attraverso un neutrale studio «oggettivo» della storia, ma solo da una posizione di impegno: seguirli comporta una scommessa esistenziale nel senso pascaliano del termine”. Eh? Ma insomma, cosa dobbiamo fare per cambiare attivamente questo mondo del cavolo? “In quanto comunisti, dobbiamo astenerci da ogni tentativo positivo di immaginare la futura società comunista”. Ok, nessun problema: se si tratta di non fare niente, ci riusciremo senza difficoltà.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)


Più Meno, meno Franzen

Una delle frasi più citate, a proposito o a sproposito, parlando di letteratura o parlando di vita, è l’ormai famoso, ormai logoro incipit di Anna Karenina, quello sulle famiglie felici che sono tutte uguali e le famiglie infelici che ognuna lo è a modo suo. Bene, più o meno a metà del romanzone Il grande forse Joe Meno scrive una cosa che è l’esatto opposto. Il protagonista – uno dei protagonisti – una sera scende in cucina e si rende conto che non solo la moglie se n’è andata, ma per di più c’è anche il frigo vuoto:

Dà un’altra guardata in giro aprendo e chiudendo gli stessi stipi. Perché non ci sono merendine da nessuna parte? Perché non c’è neanche un Ding Dong o un Twinkie? Perché non ci sono né würstel né una pizza surgelata? Dove cazzo è Madeline? È domenica e sono le otto di sera. Che succede fra di loro? Madeline gli vuole ancora bene? O si sta facendo scopare da qualcuno con due bicipiti enormi? Perché non possono semplicemente essere infelici insieme? Perché non possono semplicemente vivere come due normali persone infelici?

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Joe Meno, Il grande forse, edizioni e/o, traduzione di Claudia Valeria Letizia, pag. 393, euro 19.50

Ecco, tra queste due visioni dell’infelicità, tra Tolstoj e Joe Meno non solo passa, ovviamente, la distanza tra Russia e America, ma anche e soprattutto un secolo e più. Un secolo in cui, in letteratura come nella vita, le grandi illusioni hanno fatto in tempo a diventare piccole delusioni, e le grandi tragedie a mutarsi in meschine, ridicole sconfitte, senza neanche più la consolazione dell’eroismo. La famiglia de Il grande forse è composta da cinque persone: padre madre e due figlie, più il nonno che vive in ospizio. I trenta capitoli seguono questa scansione: di cinque in cinque, ognuno è dedicato a un personaggio. Non è solo un artificio retorico, o uno sfoggio di bravura (perché Meno è bravissimo a immedesimarsi, a rendere credibili i pensieri di tutti, dal vecchietto alla preadolescente) ma ha a che fare con la stessa natura dei rapporti umani: infatti i protagonisti, anche se vivono più o meno insieme, sono cinque solitari, ognuno chiuso nella propria bolla.

Il padre scienziato perso alla ricerca di un calamaro gigante che vive negli abissi, forse, o forse è estinto da milioni di anni. La madre divisa tra il lavoro, una ricerca su dei piccioni che però si stanno ammazzando tra loro, l’insoddisfazione sentimentale e altre fantasticherie. La figlia maggiore ribelle e anti-capitalista, che come tesina di storia invece di una cosa scritta vuole portate a scuola una bomba fatta in casa. La figlia minore fissata con la religione, che prega in continuazione Dio di non farla morire di non far lasciare i genitori di convertire il gatto dei vicini. Il nonno sulla sedia a rotelle, che progetta di fuggire in aereo, e si allontana dalla vita eliminando una parola al giorno, e chiudendo i ricordi in lettere che spedisce a se stesso.

Certo uno dice famiglia, dice grande romanzo americano, e subito viene in mente una cosa sola: Jonathan Franzen. E infatti Irvine Welsh ha scritto così: “Penso che Il grande forse sia il romanzo più saggio, umano e trascendente sulla famiglia contemporanea dopo Le correzioni”. Non si capisce se il “dopo” stabilisca una precedenza qualitativa o meramente cronologica; a parte questo, il paragone fatto dall’autore di Trainspotting non è azzeccato: Franzen infatti è ponderoso, psicologico, realista (appunto: ottocentesco, senza offesa per Tolstoj). Meno è leggero, ironico, postmoderno, e soprattutto ha una vena fantastica e surreale, che tiene sempre la vicenda sul limite dell’improbabile, senza passarlo mai.

Il lettore italiano ha potuto apprezzare di recente Joe Meno (di cui comunque e/o ha pubblicato anche un altro romanzo, I capelli dei dannati) nell’antologia di autori McSweeney’s Donne e uomini. Lì in un racconto di due paginette illustrava l’amore impossibile di una coppia – John e Madeline, ricorrono quasi gli stessi nomi – in cui appena lui si avvicina per baciarla, lei si trasforma in una nuvoletta, e sta lì per un po’. Quella delle nuvole dev’essere proprio una fissazione, per Joe Meno.

Infatti, per esempio, il padre soffre di una particolare forma di epilessia: a scatenargli l’attacco è la visione di una nuvola, o di qualsiasi cosa gli assomigli. Ma quello delle nuvole diventa un leitmotiv che accomuna tutti, perché la moglie si perde quando vede una nuvola a forma di uomo sul giardino, e inizia a seguirla ossessivamente ogni giorno. E la figlia maggiore sulle nuvole farà la sua tesina, una storia delle nuvole dagli sbuffi delle locomotive alle nubi tossiche. La nuvola, a un certo punto la metafora viene proprio spiegata, rappresenta la complessità, davanti alla quale l’uomo si arrende – o per lo meno si arrendono i membri di questa famiglia, discendenti da generazioni e generazioni di vigliacchi che fuggono dalla realtà: ogni tanto infatti tra i capitoli si inseriscono brevi e spassosi excursus storici su alcuni antenati.

E mentre tutto sta andando a catafascio, proprio quando tutte le vite e tutte le frustrazioni e tutte le batoste sembrano precipitare verso il disastro finale, con una meravigliosa e ironica climax discendente pian piano tutto si aggiusta, fino a una specie di sospeso happy end. Buttato lì senza crederci neanche tanto, con una strizzatina d’occhio come a dire che la tragedia eccezionale, in fondo, è essere normali.

(Ps. Uno dei peggiori vizi del giornalismo italico è quello di considerare non-notizia un fatto solo perché è “vecchio” – vale a dire successo più di 24 ore prima – indipendentemente dalla sua importanza e dal fatto che se ne sia parlato o no. Ho visto articoli interessanti cancellati al momento di andare in stampa solo perché erano stati scritti la mattina, e quindi meritavano di essere sostituiti dalla cazzata delle 20:45. E questo succede, solo con tempi leggermente dilatati, anche nel cd. giornalismo culturale. Tutto sto papiello per dire che il pezzo qui sopra l’avevo scritto un anno fa, finora non era stato pubblicato, non certo per mia scelta, e adesso “che ci vuoi fare, è troppo vecchio”. Ma siccome sono convinto che si tratti di un grande libro, di un grande scrittore, e che un grande libro non invecchi, eccolo qua, ve lo beccate, e in versione integrale per di più)


Il viaggio di Sandro

elina_cop Un ragazzino mi disse: che cos’hanno in comune Alessandro Magno, John Belushi e Madre Teresa di Calcutta? Boh. Come boh: sono tre grandi albanesi! Ora, tralasciando il fatto che Alessandro nacque sì in Macedonia, ma nella sua parte greca; tralasciando il fatto che il Fratello Blu nacque sì da genitori albanesi e in un quartiere albanese, ma pur sempre a Chicago, Illinoise; tralasciando il fatto che il ragazzino era, lui sì, albanese e chauvinista; dobbiamo ammetterlo: il contributo dato da quella nazione alla cultura mondiale l’abbiamo sempre sottovalutato. E allora questa Caravan è qui per riparare: non solo partendo nel suo giro proprio dal paese delle aquile, ma anche tracciando il suo percorso sulle orme di uno di quei tre grandi, che com’è noto conquistò il mondo intero dal Mediterraneo all’Indo: Alessandro III il Macedone, d’ora in avanti per comodità e simpatia semplicemente Sandro.

In Albania non vive Elina Duni. Vi nacque poco più di trent’anni fa, ma la sua famiglia scappò appena fu possibile, cioè alla fine del regime comunista: lei aveva dieci anni, e da allora sta in Svizzera. Nel paese del cucù e del segreto bancario ha seguito la strada dei suoi diventando artista, cantante, e fondando qualche anno fa il suo quartetto: con musicisti jazz locali ma, guarda un po’, la tensione al recupero delle radici. Due album hanno già registrato, questo Matanë Malit è il terzo e fa il salto con la Ecm: mentre gli altri spaziavano in una tradizione balcanica ampia, Romania Grecia e Bulgaria comprese, qui la scelta è di marcare più nettamente l’identità albanese, e quindi sono brani popolari, o canzoni moderne ma “storiche”, o infine qualche pezzo originale di Elina ma su liriche di glorie nazionali come Ismail Kadare.

shankar copOra, s’io fossi ancor più cazzaro di quello che sono, a sto punto citerei il film Inside man e quella scena in cui il furbo poliziotto fa entrare una microspia nella banca e il furbo criminale ci piazza un registratore vicino, panico tra gli inquirenti, che lingua starà parlando?, diffusione dell’audio in quadrifonia per tutta la city, salta su uno, è albanese! ma non so cosa dice (era un discorso del fu lider maximo Enver Hoxha, beffa completata), ma solo per dire quanto è sorprendentemente bello e musicale questo idioma, con quei suoni smussati e quelle erre arrotolate che non ricordano nessuno dei suoi vicini, e infatti ancora si discute a quale ceppo dell’indoeuropeo appartenga. La provenienza etnica dei pezzi assicura genuinità popolare, l’area balcanica contribuisce ad aggirare l’ovvio fornendo ritmi dispari e melodie sinuose, la provenienza jazzistica dei musicisti rende gli arrangiamenti anomali. Non è un jazz cantato in una lingua strana, e d’altra parte non è manco la solita cantante pop che si fa accompagnare dal trio jazz: è un vero gruppo, per scelta e per storia, dove gli apporti dei musicanti sono bilanciati, così come la presenza di momenti strumentali e improvvisati. Very good, very cool, very new: a me ha ricordato il fascino di un’altra grande voce che si è inventata un inusitato incrocio di jazz e tradizione locale, l’irarniana Cymin Samawatie con il suo gruppo Cyminology. Sandro, partito dalla Grecia, sconfisse i persiani…

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, su Blow Up di febbraio. Continua in edicola)

Ibrahim Maalouf

Ibrahim Maalouf

TAPPE PRINCIPALI

Elina Duni quartet, Matanë Malit, Ecm

Lebanese Underground (Zeid Hamdan, Dani Baladi, Ibrahim Maalouf…)

Ravi Shankar, The Living Room Sessions Part 1, East Meets West


Batteristi/1: la neo-fusion di Haffner

Layout 1Certo è un’ovvietà, ma non ci stancheremo di ripeterla: la musica, nella sua origine (prei)storica e nella sua profonda essenza, è ritmo; il movimento, la corsa, è ritmo. Perciò ci ritroviamo a parlare, spesso e involontariamente, di batteristi e percussionisti. Ma altrettanto spesso, sono artisti che vanno al di là della pura espressione tecnica, del virtuosismo nel drumming, per aprirsi e sperimentare. Come nel caso di Wolfgang Haffner, batterista tedesco dalle tante e varie collaborazioni, che da anni si è dato alla composizione e ha incorporato nel proprio armamentario l’elettronica. Heart of the matter è un disco in cui – accompagnato da tromba, tastiere, basso e chitarra, più sporadici inserimenti di voci e altri strumenti – il ritmo, la spinta al movimento, la fa da padrone. Ma soprattutto domina la varietà dei temi e dei toni: il jazz-rock dei begli anni ’70, i suoni sintetici attuali, uno spruzzo di progressive, un tocco esotico di world music, un accenno al canzoniere americano contemporaneo (Lionel Richie, Artie Butler). Il tutto però non fa contrasto, ma è ben amalgamato e livellato in un sound complessivo gradevole e senza picchi: se trent’anni fa l’incrocio tra jazz e pop diede vita alla fusion, oggi l’unione di nu jazz e pop elettronico potremmo benissimo chiamarla neo-fusion.

(Articolo uscito sul numero di gennaio del mensile sporticvo Correre)