Il post-esotismo: preludio e fuga a 44 voci (di A. Volodine)

volodine2

Antoine Volodine non esiste. Antoine Volodine non è l’eteronimo di un autore pericoloso che ha scelto di entrare in clandestinità. Antoine Volodine contiene moltitudini: è la divinità creatrice di un collettivo di quarantaquattro scrittori, e contemporaneamente è uno dei loro personaggi. Quarantaquattro scrittori che sono Volodine proprio come trenta uccelli sono il Simurg. Quarantaquattro scrittori in ciascuno dei quali Volodine entra ed esce a piacimento, a seconda della voce da usare e delle cosa da dire, come lo sciamano comunista pazzo protagonista di Terminus radioso fa con le povere creature dei suoi sogni. Quarantaquattro scrittori che sono stati combattenti – criminali, terroristi, rivoluzionari, come vi piace. Quarantaquattro scrittori che sono tutti morti. E che tuttavia continuano a parlarci da un non luogo di non morte non vita. Questo e non altro – questo, e molto altro – è il post-esotismo.

Leggi il seguito di questo post »


Quanti romanzi si trovano in un solo racconto di Cortázar? (La risposta ti lascerà senza fiato)

cortazarAvete presente Enrico Mucca? Ricordo ancora la sensazione di vertigine, di ottovolante sonoro, di impossibilità fisica rispetto a quello che pure era davanti ai miei occhi, anzi alle mie orecchie, la prima volta che un mio amico mi fece ascoltare gli Henry Cow. E dire che non cadevo dalle nuvole: avevo già fatto il callo alle stranezze e alle sperimentazioni del rock tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, non mi impressionavano più la musica quasi solo strumentale, i brani lunghi, le contaminazioni con la classica e il jazz e il rumorismo, l’invenzione continua, i cambi di tempo e di melodia e di timbro e di umore… Ma ragazzi, quella era un’altra cosa: era un’astronave in accelerazione supersonica verso lo spazio, era un caleidoscopio in mano a un cronopio sotto acido. Ricordo distintamente che dopo aver ascoltato i primi due minuti di Nirvana for mice sbottai: ma con tutte queste idee i Pink Floyd ci facevano dieci album! (I miei preferiti, i Pink Floyd, ma mi rendevo conto che erano capaci, anzi era questo il loro genio, di prendere un riff e mezzo e costruirci un LP intero).

La stessa vertigine, la stessa sensazione trovarmi davanti a una fantasia strabordante, quasi sprecona, l’avrei ritrovata solo ascoltando certi pezzi dei Naked City (Speedfreaks su tutti, un compendio di storia della musica in cinquantadue secondi; ma con effetto cercato, postmoderno, con intento citazionista e parodistico). Oppure leggendo Cortázar.

Torna la microrecensione, cioè la recensione (non necessariamente breve) di qualcosa di breve estratto da qualcosa di lungo: un rigo una frase una pagina una singola idea, presa da un libro. In questo caso è una microrecensione speciale, perché il cortissimo testo di Julio Cortázar si ritaglia già di per sé un’autonomia particolare all’interno della raccolta in cui si trova (Storie di cronopios e di famas, parte 1: Manuale di istruzioni), raccolta a sua volta composta da testi brevissimi e surreali, del tutto scollegati tra loro. Ma Istruzioni-esempi sul modo di avere paura è altro ancora.

Leggi il seguito di questo post »


Per la distopia sbagliata

Ho visto milioni di persone terrorizzate dall’idea di essere osservate dal Big Brother; le ho viste alzare lo sguardo al cielo con angoscia, e non trovarci nessun occhio; le ho viste abbassare la testa, alquanto rincuorate, e mettersi in coda per comprare l’ultimo smartphone con videocamera a 16 megapixel e grandangolo a 135°.

(Se ci trovassimo in un romanzo paranoide di Philip K. Dick, si potrebbe iniziare il discorso in questi termini. E forse anche finirlo, senza aggiungere altro. Invece siamo nella cosiddetta “realtà”: dobbiamo parlare di “fatti”, dobbiamo partire dalla cronaca, dobbiamo iniziare così:)

Da quando Donald Trump ha iniziato il suo mandato presidenziale, il libro 1984 di George Orwell ha avuto un boom di vendite, fino addirittura a tornare in classifica. Comprensibile. Una realtà in cui il passato è modificabile a seconda delle convenienze politiche, e in cui una persona può credere vera un’affermazione e la sua smentita, in barba al principio elementare di non contraddizione, ricorda da vicino la distopia orwelliana. Alternative facts, il bipensiero. Eppure. Una società del controllo, oppressiva, violenta, totalitaria: siamo proprio sicuri di stare preoccupati per la distopia giusta?

(continua su Prismo)

tramp

Torino, Rondò della forca

Leggi il seguito di questo post »


Storia di due post verità, tre racconti fantastici e un sacco di lemming (ancora vivi)

Sono tempi duri, sono tempi fantastici. Insomma, sono tempi di post verità. Che è stata puntigliosamente definita come una cosa che non è una semplice bugia – le palle ci sono sempre state, da che l’uomo parla – ma è una bugia che anche quando viene sgamata come tale, continua a produrre i suoi effetti, insomma la gente continua a crederci. O peggio, alla gggente non interessa proprio sapere se quella cosa sia vera o falsa, siamo oltre la verità, nella post verità, appunto. Ora questa definizione molto precisa contiene una trappola, che si cela nella logica del prima/dopo: prima c’erano solo le falsità, adesso ci sono le post verità. Come se fossero una invenzione tutta contemporanea insomma: colpa di facebook, e degli hacker bielorussi.

E invece. Nel 1957, giusto sessant’anni fa, James Algar (un regista che aveva esordito come animatore nel seminale Biancaneve del 1937) girava il documentario White wilderness (Artico selvaggio in italiano), che sarebbe uscito l’anno dopo per la Disney, e nel ’59 avrebbe addirittura vinto l’Oscar e l’Orso d’oro a Berlino. Bene, questo documentario spacciava il mito del suicidio di massa dei lemming, roditori dell’estremo nord. Si vedevano questi topastri correre disperatamente e infine buttarsi in mare in grandi quantità. La cosa appare clamorosa: come, delle bestie che non hanno l’istinto di sopravvivenza! E che neanche si lasciano morire, come singoli individui malati e depressi, ma attivamente corrono verso la morte. E in orde, per di più!

Peccato che fosse tutto finto. A partire dalla location: l’Alberta, in Canada, dove non ci sono lemming per niente – e dove non c’è neanche il mare, infatti quello dove le povere bestie sono tuffate è un fiume. Bestie portate lì apposta da chissà dove. Costruito anche il setting: un meccanismo rotante dove i poverini correvano come criceti, per farli sembrare una massa sterminata quando invece erano quattro gatti, pardon topi. Infine il salto, mortale. (La storia è stata raccontata nel dettaglio nel 2002 da Paolo già all’epoca Attivissimo contro le bufale d’ogni tempo e luogo; e che tenerezza fa guardare quelle vecchie pagine internet, sono dieci anni, sembra un secolo).

Sennonché, per completezza di informazione, bisogna aggiungere.

(Continua su Prismo)

vizio-di-forma


State attenti! La provocazione di René Guénon che sta facendo impazzire il web

orienteoccidentelar

Si dia l’avvio, qui e ora, a una nuova rubrica, o meglio a un nuovo genere della critica letteraria: la microrecensione. Non si tratterà, anche se il nome potrebbe illudere, di recensioni micro, ovvero di post lunghi poche righe: di quelli ce n’è già abbastanza in giro. E neanche saranno recensioni di libri piccoli. Piuttosto, si parte dall’assunto che spesso a esaminare tutti gli argomenti e gli spunti che un libro fornisce, si finirebbe per scrivere un testo più lungo del testo (una mappa più grande del territorio), e a quel punto uno si legge l’originale, no? Allora meglio prendere un pezzettino, un particolare, un aspetto specifico, micro. Potrà essere di volta in volta una frase, un concetto, una pagina che si può leggere quasi come un racconto autonomo, una curiosità, un pensiero laterale… Insomma un modo per rendere leggera una cosa pesante, e viceversa. Ah, e non si parlerà per forza di libri appena usciti, anzi.

rene-guenon-1925

Partiamo subito con qualcosa di nessuna attualità. Non è una pubblicazione recente, non è un autore di moda, non ricorre nessun anniversario, non è un argomento al centro del dibattito (per quanto… ma ne riparliamo alla fine). Guénon. Sì lui, quel vecchio fascistone di René Guénon (1886-1951). Capofila del pensiero antimoderno e sostenitore della tradizione, pardon Tradizione; massone e intrippato con l’induismo; esoterista così rigoroso che per lui persino spiritismo e teosofia sono delle bubbole moderniste; uno per il quale il progresso è un’illusione, la democrazia una favola, l’uguaglianza una cagata pazzesca.

Leggi il seguito di questo post »


Nell’era della post-verità, Tom McCarthy fonda il romanzo post-verista

(0.1
Premesso che non si dovrebbe mai fare nessuna premessa, la premessa qui è particulare: il sovrascritto torna a pubblicare recensioni dopo un silenzio più che biennale. Non che importi sottolinearlo ai miei venticinque amici: loro lo sanno già, il perché e il percome. E per conto mio potevo starmene zitto almeno un altro bel po’. Penso piuttosto ai suoi venticinque lettori: di Tom McCarthy dico, del cui libro si va a parlare; ché lo scrittore londinese è tanto apprezzato in patria quanto misconosciuto qui. Satin Island è uscito qualche giorno fa in un clamoroso silenzio; ora qualcosa si muove: contribuisco con questi appunti sparsi, buttati giù in forma parassitaria, mimetica (il libro è scritto in brevi paragrafi numerati, così:))

satin

1.1
U., protagonista e narratore di questa storia, lavora come antropologo di prestigio nel seminterrato di un’azienda. Un’azienda che in giro per il mondo vende – ad altre aziende, a governi ed enti pubblici, a se stessa – narrazione, storytelling, idee, immagini, fuffa. L’azienda vince l’appalto per un grosso progetto, lui fa ricerche per una Grande Relazione; c’è un’amica che lo chiama quando vuole scopare, c’è un amico che si ammala e muore, c’è U. che sbrocca. Fine.

All’epoca di questi fatti (fatti, seh! Se siete in cerca di quelli, meglio che smettiate di leggere subito)

1.2
L’antropologia come metafora dell’incomprensibile. Lévi-Strauss, citato a manetta, diceva che il mistero di una tribù o si riesce a penetrare completamente, e allora che barba, non c’è più sfizio; oppure non ci si capisce un cazzo, e basta. Tertium non datur. E se così è per la piccola tribù sperduta, perché per la grande tribù globale dovrebbe essere diverso?

1.3
Raccontare la realtà è raccontare la storia di uno che prova a raccontare la realtà. E fallisce. Questo, va da sé, è molto post-moderno. La cover mostra tutto quello che il libro avrebbe potuto essere, e non è; tutto quello che la Grande Relazione avrebbe dovuto essere, ed è.

satinisl.jpg

1.4
Le storie e la Storia, nei libri di McCarthy. Uomini nello spazio era ambientato nell’Europa dell’Est, all’epoca delle rivoluzioni di velluto; C tra la fine dell’Ottocento il primo dopoguerra, era di scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche e rivelazione archeologiche. Uomini nello spazio era un intreccio labirintico, un delta fluviale di vicende separate, ma l’una simbolo dell’altra; C era più lineare, ma quasi sfiancante nella sua precisione autoptica. E Satin Island? Qui e ora. Forse.

La chiusura dello spazio aereo era annunciata a metà pagina, a fianco del camion bomba al mercato, e con un titolo della stessa dimensione

(Continua su Gli stati generali)

(0.2
Avrei voluto intervistare Tom McCarthy. Ma poi mi sono reso conto che l’unica domanda che davvero mi interessava fargli era: posso iscrivermi alla INS? (International Necronautical Society, il collettivo di artisti concettuali palesemente finto – i soli membri sono i due fondatori: McCarthy e il suo amico Simon Critchley – la cui ragione sociale è “do for death what the Surrealists had done for sex“))

Leggi il seguito di questo post »


“Il triangolo del crimine”, un finto noir di Aristide Maselli

(questo racconto è stato pubblicato il 22 aprile 2016 sul sito letterario Nazione Indiana)

Destino paradossale quello di Aristide Maselli. Brasiliano puro, ma con un nome-e-cognome che ne denuncia le chiare origini italiane, eppure pressoché sconosciuto qui da noi. Nato e cresciuto nello stato di Minas Gerais, e quindi mineiro, che alla lettera vuol dire minatore, è invece di famiglia tanto ricca che non ha mai dovuto lavorare per vivere. Tessitore di trame linguistiche complesse, che ibridano il portoghese letterario con localismi dialettali e perfino inserti di lingue indie, è inedito in patria e pubblicato solo in Argentina, quindi in traduzione spagnola; beffa suprema, la sua gauchissima casa editrice ha un nome brasiliano, Grande do Sul.

È uscito l’anno scorso il suo secondo o forse terzo libro, che l’editore ha con scarsa originalità intitolato El triàngulo criminoso (nel risvolto di copertina si lascia intendere che il titolo caldeggiato dall’autore fosse un altro, senza però rivelare quale). È una storia la cui geometrica semplicità sfiora i limiti del didascalico.

[Attenzione: spoiler. Nelle righe seguenti viene rivelata in tutto o in parte la trama dell’opera]

Guilherme Blanco detto Billy, investigatore privato alla fine di una carriera che non è mai iniziata davvero, riceve un incarico inaspettatamente prestigioso, da parte dell’industriale Arnaldo Antunes…

(continua su Nazione Indiana)