7 cose che non volevi sapere sulla schiavitù dei neri in America

E che puoi capire leggendo La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead.

la-ferrovia-sotterranea

La ferrovia sotterranea è una rete di itinerari segreti e nascondigli, organizzata da americani bianchi e neri liberi, che tra la fine del 700 e la prima metà dell’800 aiutava gli schiavi degli stati del sud a fuggire verso quelli del nord, dove la schiavitù era già stata abolita, o verso il Canada.

La ferrovia sotterranea è uno dei libri dell’anno. Tradotto in Italia per Edizioni SUR da Martina Testa, ha portato Colson Whitehead (L’intuizionista, Zona uno) a vincere sia il National Book Award sia il Premio Pulitzer: un record.

La geniale intuizione di Whitehead è stata quella di trasformare un modo di dire, una metafora, in una vera ferrovia, che scava le viscere degli Stati Uniti alle soglie della guerra civile. Tunnel oscuri, locomotive sferraglianti che sbucano dal nulla, stazioni nascoste nelle cantine, binari in perfetta manutenzione e tratte cieche, macchinisti freak. Quella che già era una bellissima storia di riscatto personale e sociale, diventa così un romanzo fantastico con venature di steampunk. Un modo postmoderno di parlare del più clamoroso genocidio degli ultimi quattromila anni, letterariamente innovativo senza perdere in carica civile.

La ferrovia sotterranea è un’invenzione, ma molte altre cose di cui La ferrovia sotterranea parla, purtroppo sono vere. Eccone alcune, che forse non sapevamo o avevamo voluto dimenticare.

(Continua su Esquire Italia)


Ernesto Sabato e i demoni di Buenos Aires

Ernesto Sabato, L'Angelo dell'abisso, Sur, traduzione di Raul Schenardi, pag. 528, euro 17

Ernesto Sabato, L’Angelo dell’abisso, Sur, traduzione di Raul Schenardi, pag. 528, euro 17

E poi ci sono quelli che hanno così tanto talento che una vita, se pure lunghissima, non gli basta a contenerlo tutto. Tipo Elias Canetti, che esordì con un romanzo incredibile, Autodafè, e avrebbe potuto farne tanti altri – e infatti solo mentre elaborava il primo ne stava progettando altri otto – ma preferì dedicarsi alla saggistica, e con risultati altrettanto eccelsi. Tipo Ernesto Sabato, che in cento anni di vita e di libri scrisse solo tre romanzi, una sorta di allucinata trilogia: Il tunnel nel ’48, Sopra eroi e tombe nel ’61, L’Angelo dell’abisso nel ’74. Quest’ultimo, molti anni dopo, venne ripreso e profondamente modificato dall’autore: è quindi quasi un inedito quello che esce oggi, tradotto per la prima volta in italiano a cura della benemerita Edizioni Sur (costola di minimum fax esclusivamente dedicata alla letteratura sudamericana, ha pubblicato finora chicche di Bolaño, César Aira, Cabrera Infante, lo stesso Sabato con la sua autobiografia intellettuale Prima della fine).

Buenos Aires, primi anni ’70: il mondo è dominato da potenze oscure, forze sotterranee che si esprimono tramite veggenti, medium, persone moralmente abiette e fisicamente deformi, topi, pipistrelli. È una discesa agli inferi che Sabato compie in prima persona, novello Dante: e proprio come per Dante i due piani – personaggio e autore – si intersecano e si confondono. Lo scrittore argentino, ex scienziato “pentito” e marxista eterodosso, viene tanto seguito ossessivamente da studenti polemici che gli chiedono conto delle sue posizioni politiche e culturali, quanto tormentato dai protagonisti dei suoi precedenti romanzi, che tornano per proseguire le loro storie, insieme a lui o nonostante lui.

Ma non è un gioco intellettuale di tipo pirandelliano, anzi: giustamente Mario Luzi, nello scritto messo a mo’ di postfazione, richiama la natura demoniaco-dostoevskiana del libro (e di Sabato, e di tutto un filone della letteratura argentina che inizia negli anni ’30 con Roberto Arlt – di cui guarda caso Sur manda contemporaneamente in libreria I sette pazzi). In effetti L’Angelo dell’abisso sembra un romanzo russo per tanti versi: la lunghezza, più di 500 dense pagine; la caterva di personaggi, che vengono gettati nella mischia senza presentazione; il fatto di essere un romanzo “di idee” oltre che di azioni. Sabato usa tutte le forme letterarie possibili: ci sono dialoghi serrati, ritagli di giornale, parti teoriche, spezzoni onirici, satira sociale, ricostruzioni storiche (come l’ultima marcia nella selva e la morte di Che Guevara).

Tutto però congiura a svelare una sola cosa: il mondo è governato dal male. Tutto serve: le tesi a dir poco eretiche – all’inizio dei tempi è Satana che ha sconfitto Dio, e ora regna facendoci credere il contrario – come gli incubi grotteschi, le visioni surreali come le purtroppo reali torture della dittatura militare. La grandezza di Sabato è questa: dimostrare, e non dichiarandolo in teoria ma mettendolo in pratica, che quello tra arte e verità è un falso dilemma. Che si può (si deve) fare insieme poesia e impegno civile, letteratura e vita, parlare insieme di eternità e cronaca, cosmogonie gnostiche e mendicanti che muoiono di fame. Tutto questo, grazie al Male. Tutto questo grazie a un libro. E allora forse, anzi sicuramente un libro non ci salverà dal male, ma almeno.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)


La banda degli Onetti e il Sur-realismo tragico

Juan Carlos Onetti, Gli addii, traduzione di Dario Puccini, Edizioni Sur, pag. 131, euro 14

Il titolo pieno di probabili refusi vi ha attirato? Bene, lasciamolo stare un attimo. E concentriamoci sulla trama: un sanatorio fuori dal mondo, un protagonista votato alla rassegnazione, ombre femminili che gli danzano attorno, medici infermieri e altre irreali comparse, l’amore e la morte, la tisi che non fa soffrire più di tanto ma che aspetta inesorabile in fondo al cammino. Che libro è? Ma certo, Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino. E invece no: si tratta di Juan Carlos Onetti, Gli addii.

Certo la suggestione è forte, ma al di là dell’ambientazione, dell’epoca in cui sono stati scritti (nel 1954 Gli addii, mentre la Diceria anche se uscirà nel’81, era stata iniziata nel ’50), e di un certo affascinante manierismo stilistico (però molto più da urlo in Bufalino), i due libri non hanno molto in comune. Non solo perché l’untore a sorpresa sopravvive, mentre l’ex cestista de Gli addii inevitabilmente muore (no spoiler: lo scrive Onetti nella prima mezza pagina); non solo perché nella Diceria, a dispetto della reclusione dei personaggi, c’è sviluppo, c’è azione, ci sono fatti, un inizio e una fine, mentre ne Gli addii, anche se il protagonista si aggira tutto sommato libero tra un albergo e una casetta in affitto, impera la stasi, i movimenti sono come vischiosi. È che Diceria dell’untore è un romanzo filosofico, una riflessione su come cambia il senso della vita quando si coabita con la morte, e viceversa. Mentre Gli addii è… beh il libro di Onetti è… come dire, mah!? Ripartiamo daccapo.

Juan Carlos Onetti (1909-1994), uruguayano, autore di numerose opere narrative, definito da Cortàzar il più grande romanziere sudamericano, e da quasi tutti accostato a Willam Faulkner. Sarà. A me ha ricordato un Borges (e te pareva), quel libro scritto insieme a Bioy Casares dove c’è Isidro Parodi che risolve enigmi polizieschi senza muoversi dalla sua cella. In questo caso a non muoversi dal suo posto è il gestore del bar, che ci racconta la storia: vede arrivare in paese il protagonista, e poi gli tiene da parte le lettere, e poi vede transitare dal locale la sua donna, e poi un’altra sua donna. Non solo non risolve nessun mistero, questo narratore tutt’altro che onnisciente, ma non ci capisce quasi nulla: un po’ perché il protagonista, che a un certo punto si scopre essere stato un campionissimo di basket, gioca a fare il reticente e a non mischiarsi con nessuno; un po’ perché i fatti che si svolgono davanti ai suoi occhi sono solo una minima parte; un po’ perché gli altri fatti gli arrivano di seconda o terza mano, e quindi a noi che leggiamo di terza o quarta mano: avete presente quel gioco che si fa da bambini, telefono senza fili mi pare, in cui ognuno sussurra una parola nell’orecchio di chi gli sta a fianco, e alla fine si raffrontano la parola iniziale e la sua deformazione finale, tra le risate di tutti? Ecco, noi siamo gli ultimi della catena, ma la prima parola non viene svelata mai.

Che poi, non è neanche vero che non succede niente, verso la fine ci sta pure una specie di colpo di scena, che naturalmente non riguarda la vicenda, i fatti che accadono nel presente, ma il passato, cioè i fatti che vengono ricostruiti, che si sommano alla giungla di ipotesi, illazioni, proiezioni che il narratore e le altre comparse fanno. Insomma ancora una volta il senso ultimo sfugge, e il forte sospetto è che ci sia una decisa intenzionalità dell’autore: una sottrazione di senso, ma non maliziosa, quasi dolente, compassionevole (con noi che leggiamo, s’intende). Sfugge però anche il senso del fascino stregato di questo romanzo: perché è così ammaliante? Meglio lasciare la parola all’esperto:

Malgrado i suoi personaggi non sfuggano alla banalità quotidiana, né alle frasi fatte dei colloqui dialettali, in genere si muovono (a volte si potrebbe dire che fluttuano) su un piano che ha qualcosa di irreale, di allucinato, nel quale i dettagli verosimili sono poco più che deboli imbastiture.

Così Mario Benedetti, altro scrittore uruguayano, nel saggio su Onetti posto alla fine del romanzo. E già, perché la Edizioni Sur, costola di Minimum fax nata da poco e specializzata in sudamericani, fa queste cose meravigliosamente anacronistiche: copertine rigide, prefazioni (stavolta di Antonio Muñoz Molina), postfazioni, e il tutto pure per un prezzo modico; inoltre il suo modello commerciale è basato sul bypass della grande distribuzione tradizionale e sul rapporto diretto con i librai indipendenti (ho detto anacronistico: letteralmente, fuori dal tempo presente, ma non necessariamente legato al passato, potrebbe anche essere il futuro). Ancora Benedetti, che centra il punto:

Onetti crea un’atmosfera fantasmagorica, irreale, senza ricorrere a nessuno degli stratagemmi della letteratura fantastica, ma semplicemente avvalendosi di convenzioni realiste, di dialoghi credibili, di individui sconfitti, di monologhi interiori che soffrono solo dell’improbabilità di essere troppo ben scritti.

Che dire. Sur, benemerita, pubblicherà un po’ alla volta tutte le opere di Onetti. Avremo modo di approfondire, di leggerne di più, di capirci di meno.

(Oggi su www.giudiziouniversale.it)