Galiazzo, lo scrittore scomparso nella quarta dimensione (una recensione con i disegnini)

Scrivere è una raffinata forma di narcisismo. Nascosta dietro il velo della cultura c’è sempre l’aspirazione al successo. Perché, altrimenti, scrivere? Per diventare ricchi? Ma fatemi il piacere. Per un intimo e disperato bisogno di dare una forma ai propri incubi? Uahahah. Lo scrittore – come tutti – vuole arrivare (che poi questo per alcuni significhi il Nobel, per altri la partecipazione all’Isola dei famosi, e per altri ancora la semplice pubblicazione con un editore non a pagamento, è un discorso diverso). Per questo fa scalpore ogni forma di ascesi, di astensione, di ritiro dalla scena letteraria. Le modalità sono varie: scrivere ma tenere segreta la propria vita privata (Thomas Pynchon) o addirittura la propria identità (Elena Ferrante), continuare a scrivere ma smettere di pubblicare (Salinger), annunciare la fine delle operazioni a ottant’anni suonati (Philip Roth). Matteo Galiazzo ha scelto l’ascesi più estrema: ha smesso di scrivere.

Galiazzo, lo ricordate? No, eh? (Neanche io.) Ma ricordate i cannibali: la nuova onda di scrittori lanciati da un’antologia (Gioventù cannibale, Einaudi) nel ’96, e dalla quale poi sarebbero emersi Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, e in ambito leggermente diverso Daniele Luttazzi. Bene, Matteo Galiazzo era tra questi magnifici undici. Non solo, ma a stretto giro pubblicò altri due o tre libri, sempre col blasonato struzzo. Poi basta. Accaduta una serie di cose, certe oggettive (il compimento dei trent’anni, la fine del periodo universitario) certe soggettive (essersi accorto che scrivere “tende a rendere un po’ stronzi”), Galiazzo iniziò a lavorare e cessò di scrivere. Il che lo ha reso oggetto di un piccolo culto.

Olympic Games 2012 Archery

Nella foto, Galiazzo. Marco Galiazzo, campione olimpico di tiro con l’arco. Non vedo perché se uno vuole scomparire come Matteo, bisogna perseguitarlo non solo con le recensioni ma anche con le foto. Però a questo punto un’immagine ci voleva. E allora. (E poi un po’ gli somiglia) (non è vero)

Tutto questo, però, secondo me distrae, monopolizza l’attenzione ancora una volta sul personaggio, sullo scrittore-anacoreta, sullo scrittore-postumo di se stesso (non a caso Sinapsi, antologia di racconti raccolti da riviste e web, e pubblicata l’anno scorso da Indiana, porta come sottotitolo Opere postume di un autore ancora in vita). Non vedete come sono rimasto ipnotizzato anch’io, che volevo buttarmi subito a parlare di Cargo, e invece mi sono intalliato per due paragrafi e mezzo? Il libro, allora. Pubblicato da Laurana, solo in ebook, con una strepitosa copertina ideata dallo stesso autore (ma non aveva smesso? Ah, di scrivere, non di pensare), la prefazione di Marco Drago e in appendice una recensione d’epoca di Maria Corti. E sempre Laurana annuncia che farà uscire a breve anche gli altri due: evviva.

copertina_cargo_big

Il libro: per chi non c’era, e per chi come me inseguiva la chimera del controcorrente, per cui se una cosa è contemporanea, e per di più à la page, è il male. Cargo è un libro multiforme, magmatico. Neanche tanto lungo, per quanto effettivamente io non sappia dire con precisione quanto sia lungo: sull’ebook, almeno sul mio, non è segnato il numero totale delle pagine scorse, ma solo quello capitolo per capitolo (veramente lui li divide in gruppi di paragrafi denominati “frattali”, capito il tipo?). Che sgomento, e che sollievo, finalmente, poter leggere un libro quasi come si guarda un film, senza sapere in ogni momento esattamente a che punto si è.

È un libro pieno di teorie e sfide: matematica, fisica, chimica, astronomia, economia, letteratura, arte, musica. Tutte queste materie sono padroneggiate dall’autore, che le tira in ballo nei loro punti più affascinanti ed estremi, i punti di rottura, quelli dove una disciplina o si autodistrugge o svela la vera essenza dell’universo. La ricorsività e il teorema d’incompiutezza di Gödel, i quanti e gli universi paralleli, la confutazione del Big bang e la natura del tempo, la possibilità di un’arte a quattro dimensioni e di un iper-romanzo. Teorie discusse, e fatte discutere dai personaggi, ma teorie anche messe letterariamente in pratica, sicché il libro diventa piano piano sotto le nostre mani un mostro che parla nella sostanza, e applica nella forma quello di cui parla. Vabbè. Detta così sembra un casino. E infatti lo è, ma è un casino divertente, zero pedanteria e pesantezza.

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Attenzione. Da questo punto in avanti vengono rivelate cose che magari preferireste scoprire leggendo direttamente il libro. E infatti il mio consiglio è proprio questo: scaricatevi l’ebook, leggetevelo un attimo e poi mi venite a fare le pulci. (E comunque l’assassino è il maggiordomo) (e in ogni caso è colpa dei zingari)

È un libro pieno di storie. Che abilmente vengono introdotte una per volta, senza fretta, e senza neanche dire quanto saranno importanti. La prima è in linea di massima realistica, tranne per il fatto che i nomi dei personaggi sono storpiature delle lettere greche: Alfio, Betta, Gama, Rhho… (piccolo particolare, eh?). La seconda, che viene iniziata come semplice divagazione per discutere di un’ambientazione in un altro universo (siamo già al meta-romanzo di science-fiction), è appunto talmente sovraccarica di invenzioni paradossali e particolari di genere, che sembra la parodia della fantascienza. Eppure poi anche quella vicenda ingrana. Infine, in sordina e a oltre metà libro, viene introdotta, sempre en passant e senza promesse eccessive, la terza storia: un altro universo ancora, che lo stesso Galiazzo presenta così: “Siccome sono un po’ stanco è del tutto identico al nostro tranne che per i superlativi. Finiscono tutti in errimo”. (Il che poi gli consente ulteriori giochi di parole… come, non ve l’avevo detto che il libro è pieno anche di giochi di parole?)

Universi paralleli, quindi. Sicché la struttura del libro potrebbe essere visualizzata così:

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Anche se in realtà, ben prima di raccontare qualsiasi altra storia, Matteo Galiazzo racconta la sua, di Galiazzo che scrive questo libro, che pensa, che fa le altre cose che fanno tutti (vedere la fidanzata, perdersi cercando la nuova sede della facoltà) o quasi tutti (telefonare all’editor, scrivere una lettera a Lia Celi). Sicché lo schema dovrebbe essere arricchito con il livello 0, la storia che contiene tutte le altre.

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Sennonché, un poco alla volta, si iniziano a notare strani paralleli tra le storie, specialmente la 1 e la 2, cioè quelle più diverse: una setta di ribelli, un uomo ricco, una moglie rapita. Andando avanti, si capisce che in realtà le storie sono messe una dentro l’altra come matrioske. La storia 2 è raccontata in un libro scritto da un personaggio della storia 1, eccetera. Insomma, il più classico degli stratagemmi letterari: le scatole cinesi. Quindi, il disegnino va cambiato.

galiazzoCBene. Ma attenzione perché ora vi svelo il finale. No, non delle storie, quello è ovvio (le storie a un certo punto finiscono). Il meccanismo finale del libro, se l’ho ben capito. A un certo punto, con una piccola vertigine, ci si accorge che la concatenazione è perfetta e ciclica: non solo le storie sono una dentro l’altra, ma l’ultima contiene la prima. (Applicazione pratica dell’infinito ricorsivo. Implicazione filosofica: fate voi). E quindi, il seguente disegno stavolta non va a smentire il precedente, ma sono entrambi veri. Sicché non solo ci stanno strette le due dimensioni del monitor, ma sarebbero insufficienti anche le tre di un modellino. Comunque:

galiazzoDO sennò, dobbiamo ricorrere a uno di quei trucchi che stanno nei quadri, e che Galiazzo cita quasi all’inizio del libro, dove in un angolo c’è lo stesso quadro piccolino, e nel quadro piccolino inevitabilmente un altro quadro uguale, e così via, in teoria all’infinito, in pratica finché occhio umano e pennello o pixel riescono ad arrivare. (Capito ora cosa intendevo quando dicevo che Cargo mette in pratica ciò di cui teorizza?)

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Finito? Figurati. Perché in tutti questi salti mortali, almeno c’è una simmetria, e almeno il livello 0, che contiene tutto, si salva. Se, magari. Difatti poi alla fine si scopre che anche la storia di Matteo Galiazzo, lo studente-scrittore che si perde nei meandri del porto di Genova e s’imbarca per sbaglio su una nave commerciale dove si mette a scrivere un romanzo intitolato Cargo, è il frutto della fantasia di uno scrittore (dilettante, ovvio) che vive nel livello uno. Adesso forse non basterebbero neanche cinque dimensioni per fare lo schema, eppure:

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Per concludere, o almeno per finirla con il giochino degli incastri, verso la fine Galiazzo inserisce anche le bozze di Cargo, cioè il file di appunti relativi a Cargo, quel collage di idee e spunti e genialate e cacchiate che ogni scrittore si fa prima o durante la stesura. Scorrendo queste pagine di making of ci troviamo non solo a rivedere in forma condensata e ipotetica molti fatti e teorie che abbiamo già letto (come in quei film che durante i titoli di coda fanno andare spezzoni di scene, o pezzi tagliati, o dietro le quinte). Ma ci troviamo anche davanti a qualcosa di nuovo: la chiave di alcuni enigmi, l’indiretta spiegazione di certi fatti; per cui l’aggiunta di questi appunti non è l’ennesimo espediente metaletterario, ma un modo elegante per essere meno criptico, epperò continuando a esserlo. Chiaro, no?

Oh, in tutto questo uscire ed entrare nelle storie, in tutto questo passare a volte bruscamente da un universo all’altro, voi potreste pensare giustamente che non ci si riesce a immedesimare nei personaggi, a seguire le vicende. E infatti è così, perché la finzione letteraria non solo non è occultata, ma è palesemente dichiarata: se c’è una tesi nel libro, è che tutti i livelli sono parimenti irreali. Però, se è vero che neanche per un attimo si attua la suspension of disbelief, quella cosa che permette di empatizzare con una persona che non è mai esistita come Madame Bovary, è anche vero che comunque tutte le storie si fanno seguire con passione. E non solo perché Galiazzo alla fin fine è bravo a scrivere anche un racconto normale (non è sempre vero che quelli che fanno free jazz è perché non sanno suonare), ma proprio grazie al fatto che riesce a creare una specie di suspension of disbelief al contrario: ti attacchi ai personaggi proprio mentre ti dice che sono invenzioni bidimensionali, un po’ come capita – e questo tra i tanti lusinghieri paragoni scommetto che non è mai venuto fuori – con i vecchi libri di Milan Kundera.

D’altra parte, se è vero che tutti i livelli sono parimenti irreali, compreso il nostro, cioè quello in cui io scrivo una recensione consigliandovi di leggere un romanzo che non esiste, ciò equivale a dire che tutti i livelli sono parimenti reali. Quindi Cargo è un romanzo verista.

Solo, non ho capito il titolo, ma pazienza. Sai quante altre cose non ho capito, o non ho capito che si dovevano capire.

A un certo punto Galiazzo dice che ognuno di noi – scrittore o aspirante tale – ha da qualche parte nella storia un precursore, noto o meno noto. Uno che ha già avuto tutte le tue idee, e anche quelle che dovrai ancora avere. E le ha pure scritte, non solo prima, ma molto meglio di te. Per lui sarebbe Calvino. Per me, lui. Perché lo volevo scrivere io un libro strepitoso metà fantascienza metà postmoderno metà saggio e metà metaromanzo. Ma l’ha già scritto Galiazzo, mannaggiallui.

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5 commenti on “Galiazzo, lo scrittore scomparso nella quarta dimensione (una recensione con i disegnini)”

  1. Marco Drago ha detto:

    Geniale!

  2. Marco Drago ha detto:

    Io sono parte in causa, ma su Cargo non è mai stata realizzata (fino a te) un’analisi fatta un po’ bene. Eppure se c’è un libro più davidfosterwallaceano dei libri di DFW stesso è proprio Cargo ed è del 1999, 14 anni fa! Dov’era la critica? A incensare Lucarelli? Mah. E dov’è la critica adesso? A incensare David Foster Wallace? Mah.

    • Dario De Marco ha detto:

      Esatto: mah. Io mi sono già cosparso il capo di cenere per essermelo perso all’epoca, eppure non è che non m’interessasse la letteratura sperimentale: ma perché non gli dedicavano i paginoni interi?! DFW ha due vantaggi: è americano, ed è morto. Galiazzo è italiano, ed è solo ritirato. Come diceva quello là, non c’è gusto in Italia a essere intelligenti. Figuriamoci a essere vivi.

  3. Marco Milone ha detto:

    A distanza di anni, Galliazzo rimane uno dei miei scrittori preferiti!


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