State attenti! La provocazione di René Guénon che sta facendo impazzire il web

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Si dia l’avvio, qui e ora, a una nuova rubrica, o meglio a un nuovo genere della critica letteraria: la microrecensione. Non si tratterà, anche se il nome potrebbe illudere, di recensioni micro, ovvero di post lunghi poche righe: di quelli ce n’è già abbastanza in giro. E neanche saranno recensioni di libri piccoli. Piuttosto, si parte dall’assunto che spesso a esaminare tutti gli argomenti e gli spunti che un libro fornisce, si finirebbe per scrivere un testo più lungo del testo (una mappa più grande del territorio), e a quel punto uno si legge l’originale, no? Allora meglio prendere un pezzettino, un particolare, un aspetto specifico, micro. Potrà essere di volta in volta una frase, un concetto, una pagina che si può leggere quasi come un racconto autonomo, una curiosità, un pensiero laterale… Insomma un modo per rendere leggera una cosa pesante, e viceversa. Ah, e non si parlerà per forza di libri appena usciti, anzi.

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Partiamo subito con qualcosa di nessuna attualità. Non è una pubblicazione recente, non è un autore di moda, non ricorre nessun anniversario, non è un argomento al centro del dibattito (per quanto… ma ne riparliamo alla fine). Guénon. Sì lui, quel vecchio fascistone di René Guénon (1886-1951). Capofila del pensiero antimoderno e sostenitore della tradizione, pardon Tradizione; massone e intrippato con l’induismo; esoterista così rigoroso che per lui persino spiritismo e teosofia sono delle bubbole moderniste; uno per il quale il progresso è un’illusione, la democrazia una favola, l’uguaglianza una cagata pazzesca.

Nel 1924 Guénon scrive Oriente e Occidente: l’intento dichiarato è riavvicinare questi due rami della storia e del pensiero umano, che col tempo si sono allontanati fino a diventare due poli opposti. In realtà il pensatore francese attribuisce tutti i torti all’Occidente, e tutte le ragioni all’Oriente: che è rimasto nel solco della tradizione, mentre noi ce ne siamo allontanati e bla bla. Insomma l’unico scopo è fare una pezza la nostra società, materialista e violenta, stupida e presuntuosa. Il che, capiamoci, all’epoca poteva essere un discorso controcorrente, tutt’altro che quietista: in piena era coloniale, dire che indiani e cinesi non sono inferiori a noi solo perché li abbiamo sconfitti in battaglia, e che anzi sono superiori dato che delle vittorie militari come dei beni materiali se ne impipano, perché li sanno effimeri; non male, eh?

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Anche il discorso che Guénon fa su spiritualità e metafisica ha il suo fascino, se uno pensa che razionalità, tecnica e danaro non siano le uniche chiavi di lettura della realtà. Poi vabbè, lui sfocia, e si scaglia contro gli idoli di una vera e propria religione laica: Civiltà, Scienza, Giustizia, Libertà… è chiaro che se uno lo segue fino in fondo, finisce per giustificare la disuguaglianza istituzionalizzata (vedi caste indù); se uno si mette nell’ottica di accettare tutto quello che succede in quanto espressione della Armonia universale, alla fine è costretto ad apprezzare tutta la merda che c’è nel mondo.

(Se si vuole davvero auspicare un riavvicinamento di Oriente e Occidente, seguire lo sviluppo parallelo e convergente dello spirito e della scienza, bisogna piuttosto rileggersi un altro classicone Adelphi: Il Tao della fisica di Fritjof Capra. Il povero Guénon, invece, non poté nascondere la propria delusione quando, nella postfazione scritta dopo la seconda guerra, nel 1948, dovette ammettere che di quello che aveva auspicato stava succedendo proprio il contrario: i popoli orientali, vedi Giappone, si stavano avvicinando al nostro modello, e non viceversa. Chissà cosa direbbe oggi, quando da un lato il tramonto dell’Occidente sembra sempre più irreversibile, dall’altro il trionfo dell’Oriente sta avvenendo grazie ai nostri principi: indiani e cinesi ci conquisteranno non con la metafisica e la meditazione, ma a suon di tecnologia a basso costo e debito pubblico).

Al di là di tutto, però, su una cosa Guénon aveva ragione. Ed è una cosa piccola, è una cosa enorme. Che sembra scritta apposta per l’epoca del multitasking e degli smartphone; e invece. A un certo punto del libro, Guénon sta come al solito perculando la scarsa capacità di concentrazione di noi occidentali, quando lancia la sua provocazione, una cosa che a pelle sembra una cacchiata mostruosa. Dice così:

Chi non sia nemmeno capace di frenare la propria impazienza, come sarebbe in grado di portare a buon fine il benché minimo lavoro di carattere metafisico? Provino costoro, a titolo di semplice esercizio preliminare, da cui non saranno minimamente impegnati, a concentrare la propria attenzione su un’unica idea, di qualsiasi genere, per un mezzo minuto (e non è esigere troppo), e constateranno come non abbiamo avuto torto mettendo in dubbio le loro attitudini.

Attenzione. Non sta parlando di fare meditazione, svuotare la mente, concentrarsi sul respiro, entrare in uno stato mistico e raggiungere l’illuminazione, tutte cose che consideriamo paccottiglia perché non siamo in grado. Sta dicendo di pensare a una cosa qualsiasi, anche di tipo non astratto, anche “il mio cane stamattina ha fatto cacca”, ma solo a quella. Per 30 (trenta) secondi. Facile, no? Io è dall’anno scorso, quando l’ho letto, che ci provo. Non ci credi?

Facciamo insieme? Dai.

Scegli la cosa… pensato?

Ok, via.

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Tosta, eh? Risali sopra e riproviamo.

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Vedi? Niente da fare. Torna al VIA.

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Peccato! C’eravamo quasi…

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